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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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venerdì 11 settembre 2020

ECCO I RICICLATI DI ZINGARETTI




C’è una lunghissima lista di nomi della politica che rispuntano fuori come consulenti, negli organigrammi delle varie società ed enti dipendenti dalla Regione Lazio: sono quello che si può definire un “blocco di potere” che data almeno un decennio di controllo di poltrone e strapuntini. 
Ci sono nomi notissimi, almeno a Roma, come quello di Enrico Gasbarra - presidente dell’Ipab Santa Maria in Aquiro e consigliere del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, emolumenti totali: 176mila euro lordi annui - o di Amedeo Piva, ex assessore ai Servizi sociali nelle Giunte Rutelli, che guida un’altra Ipab, la Sant’Alessio. Sul fronte Ipab, poi, ritroviamo il nome di Giuseppe Lobefaro, pensionato del Ministero dell’Economia, ex presidente del I Municipio all’epoca di Veltroni sindaco poi consigliere Pd in Provincia di Roma sotto la presidenza Zingaretti che lo colloca a guidare l’asilo infantile Strumbolo di Piedimonte San Germano. Altra Ipab, altro Pd ricollocato: alla guida del Beata De Mattias, Zingaretti ha spedito Paolo Bracchi, ex vicesindaco e assessore all’Urbanistica del Comune di Guidonia. Ovviamente, quota Pd. 
Altro nome del mondo centrosinistra piazzato alla guida di un ente pubblico è Antonio Rosati che, giusto a metà luglio scorso, è stato proiettato ad Eur SpA come amministratore delegato: Rosati, capogruppo dell’allora PDS in Campidoglio con Rutelli sindaco, poi presidente dell’Arsial (la società regionale per lo sviluppo dell’agricoltura), poi assessore al Bilancio in Provincia con Gasbarra prima e Zingaretti poi, è stato uno degli artefici del programma elettorale dello stesso Zingaretti in Provincia.
Poi c’è il caso di Daniele Badaloni, figlio dell’ex presidente della Regione, Piero. Dal 2017 Daniele, biologo abilitato, dirige il Parco naturale di Bracciano-Martignano, dopo essere passato per la direzione dell’Ente Romanatura. Casualità, se Badaloni figlio è il direttore del Parco di Bracciano, a presiederlo troviamo Vittorio Lorenzetti, altro nome del vecchio PDS: consigliere provinciale e vicepresidente della Commissione Lavori pubblici sotto la Giunta Fregosi (la prima eletta direttamente dai cittadini), è stato sempre per i Dem (nelle loro varie denominazioni) consigliere comunale a Campagnano di Roma dove ha anche ricoperto il ruolo di assessore ai Servizi sociali.
Altro parco, altro giro nel mondo dei Pd di provincia: Ente Riviera di Ulisse, splendido posto sul golfo di Gaeta, è di fatto un feudo del blocco Pd. Come direttore troviamo Roberto Rotasso che, nel 2012, realizzò uno splendido video di propaganda politica con il logo del Pd alle spalle. A presiederlo, invece, da poco più di un anno, Zingaretti ha spedito Carmela Cassetta, consigliera comunale (di opposizione) del Comune di Santi Cosa e Damiano, amministrazione che territorialmente non ha competenze sulla Riviera di Ulisse (sono solo i comuni di Formia, Gaeta, Itri, Minturno e Sperlonga). Peraltro, con questa nomina, Zingaretti ha aizzato una polemica tutta interna ai locali potentati Pd con i Dem di Formia sul piede di guerra per la nomina della Cassetta.
Cambiando parco, si va a quello dei Castelli romani: qui Zingaretti ha spedito a fare il presidente l’ex capogruppo Pd al Comune di Frascati, Gianluigi Peduto. Altro nome Dem (in questo caso più verde che rosso) che si ritrova nelle liste dei “parchisti” è quello di Dario Esposito, dal 2017 alla guida dell’Ente parco di Nazzano-Tevere-Farfa. Esposito era l’assessore all’Ambiente dell’ultima Giunta Veltroni.
A chiudere il quadretto, senz’altro non esaustivo, impossibile non annoverare la sinecura che la Giunta Zingaretti elargisce al cugino di Paolo Gentiloni, il professor Umberto Gentiloni Silveri che riceve 80mila euro lordi per la “Valorizzazione della storia e della memoria del Territorio della Regione Lazio e per l’ideazione e la promozione di progetti ed iniziative finalizzati alla trasmissione della conoscenza storica”.

sabato 5 settembre 2020

COMUNALI ROMA 2021, INTERVISTA A LUCIANO CIOCCHETTI



Si può riassumere con quattro espressioni: incompetenza, improvvisazione, ignoranza e lontananza dalla realtà”.
Luciano Ciocchetti, un altro di quei politici con un lungo cursus honorum partendo dall’allora dodicesima circoscrizione (oggi sarebbe il Municipio IX Eur), poi il Consiglio comunale, deputato, consigliere regionale, assessore all’Urbanistica in Regione di cui è stato anche vicepresidente, non usa molti giri di parole per descrivere il quinquennio di Virginia Raggi e dei 5Stelle in Campidoglio.
Quello che sta per finire è uno dei quinquenni più brutti che i romani abbiano vissuto. Il Sindaco, anche nelle interviste e nelle dichiarazioni che fa, sembra scesa dalla luna. Del resto, anche le violente spaccature interne allo stesso Movimento 5Stelle dimostrano questa situazione drammatica. Da ultimo, basta vivere a Roma: chi ci vive anche solo da qualche anno non l’ha mai vista così mal ridotta e abbandonata”.
I 5Stelle sostengono di aver dovuto impiegare questi anni per riparare i danni ereditati dalle passate Amministrazioni.
Parto da cose semplici: per potare gli alberi, quanti anni ci vogliono? Per tagliare l’erba, quanti? In cinque anni non sono stati in grado di fare la gara per potare gli alberi di Roma. L’erba non viene tagliata da anni e abbiamo avuto gli incendi di luglio e di agosto. Queste sono le cose minime che un’Amministrazione comunale deve fare. Questa è colpa delle Amministrazioni precedenti? Il gioco di dare la colpa ai predecessori puoi farlo il primo anno, forse il secondo ma già dal terzo non regge più. Su, siamo seri: questa è incapacità manifesta. Anche questa cosa del bilancio…”.
Cosa?
Questa del presunto risanamento di bilancio: non hai speso nulla, niente gare e soldi fermi. Non è un bilancio risanato. Il servizio di trasporto pubblico reso all’utenza è calato del 30 per cento dal 2016 a oggi. L’altro ieri a La7 ha detto questa favola dell’aver asfaltato il 90 per cento delle strade di competenza del Campidoglio, a Roma c’è un’espressione colorita: “la faccia come il c…”. Politiche culturali tagliate, periferie abbandonate, politiche sociali azzerate: eliminano i servizi dicendo di aver risparmiato e risanato”.
Questo è il quadro di partenza del prossimo Sindaco. A destra e a sinistra, però, la situazione è tutt’altro che chiara. Guardando al centrodestra: la Lega, in passato ostacolo per fondi e poteri per Roma, è un problema?
Questo è un tema di carattere nazionale che va affrontato una volta per tutte. La realtà è che su Roma ci sono state solo due leggi: quella del 1990, piena Prima Repubblica, e quella Berlusconi del 2009. Alla fine, dati alla mano, di Roma Capitale se ne sono fregati tutti: a sinistra ne hanno sempre parlato ma poi di atti concreti nulla. E non penso proprio che prima delle Comunali del 2021 l’attuale maggioranza sia in grado di assumere decisioni in merito. Quindi, iniziamo a ragionare su come utilizzare le norme e i fondi che abbiamo e in base a quelli cominciare a programmare la riattivazione dei servizi minimi essenziali. Per questo io dico che non serve un tecnico che non conosce Roma, non conosce i problemi di quei due terzi di romani che abitano fuori dalla cinta delle Mura Aureliane o addirittura oltre il Raccordo. Serve qualcuno “di territorio”, che conosca Roma e intorno al quale possa costruirsi una squadra seria composta dai migliori e non dagli “amici”. Roma non può essere governata da un uomo solo al comando ma serve una squadra in cui ,lì sì, che devono esserci tecnici di primo piano”.
Ha anche in mente un potenziale nome da proporre per candidato Sindaco?
No, non è compito mio. Conoscendo Roma e avendo avuto ruoli istituzionali, cerco di definire un profilo”.
E a sinistra chi può essere temibile?
So che il duo Bettini/Zingaretti sta spingendo molto su Sassoli che, mi dicono, starebbe resistendo. Sassoli sarebbe un candidato temibile”. 

martedì 1 settembre 2020

ALTRI ADDII FRA LE FILA GRILLINE, VIA IORIO E TERRANOVA

Formalmente sono per motivi personali. Di fatto, le dimissioni di Donatella Iorio dalla presidenza della Commissione Urbanistica e di Marco Terranova dalla presidenza della Commissione Bilancio sono l’ennesimo caso dentro l’Amministrazione Raggi. Andando per ordine, intorno alle 16 del pomeriggio di ieri, le agenzie battono la notizia: la Iorio e Terranova lasciano le presidenze delle rispettive Commissioni.
Poco dopo sulle pagine facebook dei due appare un messaggio in ciclostile, che richiama alla memoria i comunicati dell’Urss degli anni allegri: “da oggi per motivi strettamente personali, non potrò più ricoprire” il ruolo di presidente della Commissione Urbanistica, scrive la Iorio. E Terranova: “Le motivazioni (delle dimissioni dalla presidenza della Bilancio, ndr) sono esclusivamente di carattere personale”.
Seguono ringraziamenti a profusione, dalla Raggi agli uscieri. 
Sia la Iorio che Terranova provengono dallo stesso Municipio di Virginia Raggi e, almeno il secondo, è sempre stato considerato un “raggiano” doc. 
Anche agli occhi più naïf, appare ben strano pensare che “motivi personali” spingano due Consiglieri ad abbandonare non l’attività politica ma la sola presidenza della Commissione. Che poi avvenga in contemporanea è ancora più sorprendente. Anche perché, di fondo, all’Amministrazione Raggi sono rimasti due provvedimenti da portare in votazione prima delle elezioni per il nuovo Sindaco: lo Stadio della Roma e il prossimo Bilancio. Vale a dire, due provvedimenti di competenza, strano a dirsi, proprio della Iorio per lo Stadio e proprio di Terranova per il Bilancio. Per inciso: in Commissione Urbanistica la vicepresidenza vicaria è nelle mani di Cristina Grancio (ex 5Stelle ora nel Gruppo Misto) da sempre contraria al progetto di Tor di Valle per cui la Raggi, se vuole portare a casa lo Stadio della Roma, dovrà sbrigarsi a trovare una sostituzione per la Iorio, in pole position ci sono Annalisa Bernabei e Carlo Maria Chiossi.
Salta poi agli occhi anche un altro elemento: nei giorni in cui Virginia Raggi, prima ancora della ratifica sulla piattaforma Rousseau, annunciava la sua volontà di candidarsi ancora rompendo il tabù del limite dei due mandati, né la Iorio né Terranova sono intervenuti a sostegno del loro Sindaco. 
O, ancora: nella giornata dello scontro con il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, (che aveva definito l’Amministrazione Raggi “il principale problema di Roma in questi ultimi anni”) entrambi, Terranova e Iorio, erano rimasti zitti. 
L’addio di Terranova e Iorio dalle Presidenze delle Commissioni segue le prese di posizione, reiterate e molto incisive, del presidente della Commissione Mobilità, Enrico Stefàno, che ha criticato in modo pesante la decisione e le modalità scelte dalla Raggi per annunciare la propria ricandidatura. 
“Il lungo addio” potrebbe essere il titolo quasi eponimo da dare alla Giunta Raggi: fra mal di pancia e porte sbattute, il quinquennio di Virginia e dei grillini a Palazzo Senatorio è stato costellato da costanti abbandoni. 
Senza scomodare Andrea Lo Cicero, presentato alla chiusura della campagna elettorale 2016 come assessore e uscito dal conclave senza nulla in mano, limitandosi ai soli assessori inclusi quelli in carica si contano i quattro al Bilancio, tre ai Lavori pubblici e all’Ambiente, due all’Urbanistica e alle Partecipate. Poi gli assessorati soppressi, tipo la Semplificazione, e i cambi singoli, Sociale, Trasporti. Poi i funzionari interni al Campidoglio, i management delle Partecipate con Ama e Atac che cambiano capi ogni tre per due.
Infine, nell’elenco sterminato degli addii in corsa - molti peraltro conditi da polemiche e veleni stile amanti traditi - vanno inclusi anche i Consiglieri comunali: Nello Angelucci, Alisia Mariani, Fabio Tranchina e Valentina Vivarelli dimessisi nel corso dei mesi sempre per le più rigorose motivazioni personali. Più Pietro Calabrese che, però, è stato promosso da semplice consigliere ad assessore alla Mobilità. Per chiudere la carrellata, c’è l’”addio in pectore”, quello di Marcello De Vito, presidente del Consiglio comunale, grillino della prima ora, avversario della Raggi alle primarie (“comunarie”) e recordman di preferenze. Rimasto implicato in una inchiesta per corruzione, viene arrestato e praticamente linciato pubblicamente dal mondo grillino che, però, non lo espelle. La Cassazione smonta pezzo a pezzo l’inchiesta e lui torna non solo libero ma anche a presiedere l’Aula Giulio Cesare. E con la Raggi ora siamo al “buongiorno e buonasera”: di più non si va.   
Da ultimo, negli addii in salsa grillina impossibile non annoverare la fine delle esperienze nei Municipi XI Arvalia; VIII, Garbatella; III, Montesacro; IV Tiburtino. Infine, il settimo Municipio, con il presidente Monica Lozzi, che ha mollato in polemica i 5Stelle proprio a causa della decisione della Raggi di ricandidarsi violando la regola dei due mandati con l’avallo dell’intero politburo dei 5Stelle. 

sabato 29 agosto 2020

RICICCIA IL CASO MASCHERINE FANTASMA

L’emergenza Covid sta ricominciando e torna in primo piano anche il caso “mascherine fantasma” che aveva popolato le pagine dei giornali durante l’emergenza in primavera.
La Regione Lazio ha, infatti, proceduto alla revoca di uno degli appalti -  850 mila camici e 1 milione di tute protettive - finiti nell’occhio del ciclone, quello a una società di Taranto, la Internazionale Biolife, appalto sul quale indagano la Procura di Roma e quella di Taranto.
Dopo quattro mesi di ritardo e con parte dei camici già inviati sequestrati dalla Guardia di Finanza, finalmente la Pisana si decide e revoca un appalto costato alle casse regionali 2,8 milioni di euro dei quali ora si chiede la restituzione maggiorata di un altro milione e 400mila euro per le penali. 
La notizia viene data da Le Iene che, insieme a Il Tempo e a Il Fatto Quotidiano, avevano seguito tutta la vicenda. Stando a quanto viene raccontato sul sito internet delle Iene, l’appalto viene assegnato il 30 marzo con l’impegno di consegnare le merci - 850mila camici e 1 milione di tute - entro l’8 aprile a Fiumicino. La prima consegna arriva solo il 3 giugno, due mesi di ritardo, e arrivano solo 150mila camici e niente tute. Il 26 agosto la Finanza notifica il sequestro dei camici alla Protezione civile regionale su disposizione della Procua di Taranto. A quel punto la Regione revoca l’appalto e chiede indietro i soldi: 4,2 milioni in tutto, di cui 1,4 di penali.
La Regione però fa anche sapere che non c’è un “buco” nelle casse regionali. I 2,8 milioni pagati come anticipo alla Biolife sono stati coperti dal mancato pagamento di mascherine che la Biolife aveva consegnato con altro appalto. La nota della Regione, dopo aver sottolineato la collaborazione con la Procura pugliese, sottolinea come “nessuno dei camici è stato mai distribuito” e “l'anticipo versato per la fornitura è stato interamente coperto” dato che non è stata “saldata una fornitura di mascherine, autorizzate e conformi, provenienti della stessa società”.
In realtà un problema per le casse regionali potrebbe esserci di riflesso: nell’intricatissimo gioco delle forniture di mascherine che ha visto protagonisti la Eco Tech e la svizzera Ex-Or, rientra anche la Biolife. Intanto perché quando la Eco Tech non ha consegnato le mascherine, la Regione le ha acquistate a prezzo maggiorato dalla Biolife. Ma poi perché, dalle carte, risulta sempre la Biolife come fornitore della Ex-Or a sua volta fornitrice della Eco Tech. “Purtroppo avevamo ragione. La Ecotech non era un caso isolato e sono confermati tutti i dubbi anche sulla Biolife”, commenta Roberta Angelilli (FdI).

giovedì 27 agosto 2020

L’AMMUINA DI PD E M5S

Pelo irto e tanta cagnara ma, proprio come due gatti che litigano, Pd e grillini a Roma sembrano non volersi fare male neanche un po’. Sì, il presidente della Regione e segretario Dem, Nicola Zingaretti, ha attaccato il sindaco di Roma, Virginia Raggi, stando ben attento a non nominarla ma definendola “il principale problema di Roma in questi ultimi anni”. E, sì, qualche esponente grillino è insorto, anche con parole forti, come Max Bugani, che ha invitato Zingaretti a un bagno di umiltà. Ma, appunto, solo tanta cagnara. Il concreto sospetto è che continui la commedia delle parti dei due sodali che di giorno si spartiscono le poltrone a Palazzo Chigi e di notte si insultano sui social a beneficio delle curve dei rispettivi tifosi.
Dopo i risultati delle elezioni regionali e del referendum sul taglio dei parlamentari - nel Lazio si sommano anche 36 rinnovi di sindaci dei quali 11 di città con popolazione superiore ai 15mila abitanti e alcuni centri (Colleferro, Fondi e Terracina sugli altri) di particolare significato politico - inizierà la vera corsa su Roma che, al momento, vive di tante chiacchiere e poche certezze.
Ad oggi la sola certezza è che Virginia Raggi corre per il bis.
Le rilevazioni di gradimento (che confortano molto il mondo grillino) accreditano alla Raggi un 20 percento di consenso. Ma è un dato che dovrà essere per forza rivisto al ribasso quando arriveranno i nomi alternativi di sinistra e di destra. Del resto, da quando la Raggi siede a Palazzo Senatorio i 5Stelle nella Capitale hanno collezionato un’impressionante serie di sconfitte elettorali con erosione costante del consenso: politiche, regionali e suppletive nei Municipi hanno testimoniato l’incapacità dei grillini di reggere alla prova delle urne. E non si vede davvero come il trend possa invertirsi visto lo stato di totale degrado e abbandono della città a qualunque livello. Inoltre, per la Raggi c’è da contenere il dissenso interno - le difese di Virginia sono molto d’ufficio e molti dei suoi sono quanto meno tiepidi sulla sua ricandidatura - e da aggregare gente realmente spendibile nelle liste civiche di sostegno.

ZINGARETTI VS RAGGI


Serve una grande alleanza che ridia alla Capitale quello che merita e questo non coincide con l'attuale sindacatura che credo che sia stata il principale problema di Roma in questi ultimi anni” con questa frase il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha chiuso (almeno per ora) a qualunque accordo con i 5Stelle e il sindaco di Roma, Virginia Raggi, sull’ipotesi di ricandidatura dell’esponente grillina. 
Ovviamente, è subito partita la replica mediatica dei grillini contro Zingaretti: silenziosa la Raggi (in altre occasioni come sui rifiuti in prima linea per rispondere a Zingaretti), per suo conto sono usciti Max Bugani, il suo capostaff ed esponente di spicco dell’élite pentastellata, l’assessore al Personale, Antonio De Santis, il capogruppo in Campidoglio, Giuliano Pacetti, e l’ex capogruppo, Paolo Ferrara, la senatrice Barbara Lezzi. Controreplica del Pd romano e pomodori che volano un po’ dappertutto. Certo, le difese della Raggi sembrano molto d’ufficio e relativamente poco “di peso”, così come le risposte del Dem capitolini tanto da lasciare ancora aperto il dubbio che sia solo una “ammuina” legata più alle alleanze per le Regionali che altro. Dentro il Pd coesistono due correnti di pensiero: un candidato “debole” tanto quanto la Raggi e poi al secondo turno si vedrà chi appoggiare. Parole del genere le può dire solo chi non conosce Roma, chi non conosce Virginia e chi non capisce una mazza di politica. Datti una registrata, fenomeno, e fatti un bel bagno di umiltà” (Bugani). Oppure c’è la sempreverde carta della “mafia” (che per i giudici a Roma non c’è) ma c’è per Pacetti, Ferrara e De Angelis che esaltano la “lotta” alla mafia condotta dalla Raggi. Poi c’è la senatrice Lezzi che si meraviglia di “come qualcuno tra i vertici ancora parli con questo personaggio per condividere strategie”, anche se di questo dovrebbe parlarne con Vito Crimi e Luigi Di Maio, visto che stanno al Governo assieme.
Oppure un candidato “simil-grillino” che, al ballottaggio, sia in grado di assorbire i voti degli elettori 5Stelle senza necessità di apparentamenti formali. Fra i grillini permane l’idea che la Raggi sia in grado di arrivare al ballottaggio con un 20-25 percento dei consensi. Fatto sta che alle affermazioni di Zingaretti, Bugani, Ferrara, Pacetti, De Santis, Lezzi, reagiscono comunque con veemenza sottolineando come “
A rispondere ai fuochi d’artificio grillini, un tweet del capogruppo Pd in Campidoglio, Giulio Pelonzi (“La corte dei miracoli della Sindaca dovrebbe preoccuparsi dei suoi errori e degli elettori delusi che la manderanno a casa”) e una nota del Pd capitolino in cui, dopo la lunga doglianza delle cose che non vanno, si legge; “Bugani, insieme all'assessore al Personale De Santis, sono solo giullari di una corte ormai decadente, assediata anche da lotte intestine”.

sabato 8 agosto 2020

COVID: SI PARTE CON I VACCINI


Parte la sperimentazione clinica del vaccino per il Covid. L’annuncio lo dà il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti che su twitter scrive: “Arrivate allo Spallanzani le prime dosi del vaccino completamente made in Italy pronto ora alla fase di sperimentazione sull’uomo. Finanziato dalla Regione Lazio con un investimento da 5 milioni insieme al Ministero della Ricerca. Dal 24 agosto sarà somministrato a 90 volontari”.
Per essere selezionati occorre chiamare lo Spallanzani (06/55170203 dalle 9 alle 17) oppure inviare un’email alla direzione sanitaria (dirsan@inmi.it) e candidarsi.
L’Istituto ricerca volontari, di ambo i sessi, di due fasce di età: fra i 18 e i 55 anni oppure fra i 65 e gli 85. Le precondizioni per partecipare sono: l’iscrizione al servizio sanitario nazionale; non aver partecipato ad altri studi clinici negli ultimi 12 mesi e non aver contratto il Covid.
L’impegno consiste in una visita con la quale verrà valutato lo stato di salute del candidato il quale, se idoneo, dovrà sottoporsi ad otto visite nell’arco di sette mesi, per un totale, quindi, di 9 visite. La durata di ciascuna visita è di circa 30 minuti e, nel giorno della vaccinazione, dovrà rimanere in osservazione per quattro ore presso lo Spallanzani. 
Il vaccino che sarà sperimentato è interamente italiano ed è nato grazie ad un protocollo siglato a marzo tra il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, il ministro della Salute, Roberto Speranza, il ministro dell'Università e della Ricerca scientifica, Gaetano Manfredi, il Consiglio Nazionale delle Ricerche e l'IRCCS "Spallanzani". Per la realizzazione di questo obiettivo sono stanziati 8 milioni di euro, 5 milioni a carico della Regione Lazio, trasferiti allo Spallanzani, e 3 milioni a carico del Ministero dell'Università e della Ricerca scientifica. Il vaccino è realizzato, prodotto e brevettato dalla società biotecnologica italiana ReiThera di Castelromano. 
Spiega il direttore sanitario dello Spallanzani, il professor Francesco Vaia: “Oggi sono arrivate allo Spallanzani le prime dosi del vaccino che sperimenteremo a partire dal prossimo 24 agosto. Una grande intensa emozione. Sentiamo come Istituto tutto per intero il senso di responsabilità e l’attenzione, e la speranza che gli Italiani ripongono in noi, nei nostri clinici, nei nostri ricercatori. Dallo Spallanzani è partito, sempre, un messaggio di cauto ottimismo. Non abbiamo mai banalizzato: il nostro appello a non aver paura si è unito al non abbassare la guardia, mai. Oggi avvertiamo la sensazione, tanto cullata, di essere all’inizio della fine di questa aspra e dura battaglia che il popolo italiano tutto sta combattendo da tempo. Vinceremo!”.
Nell’annuncio viene anche fatta menzione di un rimborso spese che verrà corrisposto ai volontari ma, dice ancora Vaia: “gli italiani sono un popolo generoso e sempre in prima linea quando si tratta di solidarietà e di battaglie giuste. Non mi piace molto che si faccia riferimento ai soldi perchè qui stiamo portando avanti una battaglia giusta”.
Esulta il ministro dell'Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, che sulla propria pagina facebook scrive: “Davvero una bella notizia! Questa è l'Italia che lavora di squadra per il bene di tutti i cittadini

venerdì 7 agosto 2020

RIFIUTI, RICOMINCIA LA ZUFFA


La tregua è finita: Virginia Raggi e Nicola Zingaretti, il Pd e i 5Stelle, il Campidoglio e la Regione tornano ad azzannarsi sui rifiuti. Casus belli, il Piano regionale che, nel tardo pomeriggio di mercoledì, è stato approvato alla Pisana e che, con un emendamento presentato all’ultimo dall’assessore regionale all’Ambiente, Massimiliano Valeriani, ha riacceso lo scontro sopito nei giorni della scelta di Monte Carnevale come sito della discarica di Roma. 
Gli accordi che avevano sancito la fragile tregua prevedevano per la Raggi l’indicazione del sito della discarica e per la Regione la rinuncia a fare di Roma un ambito territoriale ottimale (Ato) autonomo accorpandola invece nell’Ato su base provinciale.
L’emendamento Valeriani rispetta sulla carta questo accordo ma, di fatto, lo cambia: tanto Roma da sola quanto la Provincia dovranno ciascuna dotarsi degli impianti necessari a raggiungere l’autosufficienza. 
Apriti cielo: i grillini attaccano il Pd. Il Pd attacca su Ama e sull’ennesima crisi rifiuti con l’immondizia che ha invaso nuovamente le strade di Roma.
Il Piano viene approvato poco prima delle nove della sera di mercoledì. Poco dopo, nota del presidente della Regione, Nicola Zingaretti: “La Regione Lazio anche sui rifiuti ha fatto il suo dovere. Meno rifiuti prodotti, più differenziata, nuovi impianti e sviluppo economia circolare. Ora basta furbizie. Tutti si devono assumere le proprie responsabilità per una gestione green del ciclo. I rifiuti non sono un problema, ma una risorsa”.
Pochi minuti e risponde la Raggi che attacca su twitter: “Zingaretti, parli di furbizie sui rifiuti. L'unica furbizia è quella del tuo piano regionale. Roma e i suoi tre milioni di abitanti non meritano altre discariche e tmb nella loro città. Non rispetti nemmeno la parola data”. 
Da lì in poi, le agenzie di stampa sono letteralmente inondate di comunicati dell’una e dell’altra parte: i 5Stelle fanno quadrato intorno alla Raggi e la parola d’ordine è etichettare il Pd come il “Partito delle Discariche”. I Dem contrattaccano a testa bassa difendendo le scelte della Regione e accusando i 5Stelle di incapacità amministrativa e programmatoria.
Insomma tutto da copione: con un Piano rifiuti che non contempla la creazione di nuovi termovalorizzatori ma privilegia le discariche e che si pone come obiettivo quello di giungere per il 2025 al 70% di raccolta differenziata e all’autosufficienza senza dover, quindi, esportare più rifiuti fuori Regione. La vera novità, al di là della querelle politica, è proprio contenuta nell’emendamento Valeriani: la necessità che Roma imposti la creazione di impianti di trattamento e di smaltimento in modo autonomo dalla Provincia è forse uno dei pochi passaggi del Piano che oggettivamente tiene conto delle reali necessità della città. Per interrompere questa costante crisi dei rifiuti. 

martedì 4 agosto 2020

FDI: “RACCOLTA RIFIUTI FERMA PER RIMPALLI RESPONSABILITÀ”


Mentre la Lega soffia sul fuoco della protesta dei vari comitati del “no” all’impianto di compostaggio Ama di Cesano che ha ottenuto l’ok con prescrizioni alla Valutazione di Impatto ambientale, l’altra gamba del centrodestra, Fratelli d’Italia, elabora una serie di proposte sul Piano Rifiuti 2019-2025 in discussione in questi giorni alla Pisana per l’approvazione finale. 
In una Capitale sommersa nuovamente dai rifiuti - servono a poco le chiacchiere mediatiche di Ama: la raccolta è nuovamente ferma - secondo FdI le criticità che si registrano a Roma derivano “principalmente dalla assenza di un piano rifiuti regionale e dal continuo scontro istituzionale ed il rimpallo di responsabilità tra il Presidente Zingaretti e il Sindaco Raggi”. Mancano una “strategia in materia di politiche dei rifiuti”, “investimenti per il potenziamento della raccolta differenziata e per la realizzazione di impianti di trattamento e smaltimento delle diverse frazioni di rifiuti”.
Il Piano Rifiuti in approvazione, poi, manca di un “quadro economico degli investimenti regionali da destinare al raggiungimento dell’autosufficienza gestionale e impiantistica” e contiene “previsione di obiettivi irrealistici a fronte delle misure programmate”, in particolare, sull’idea del Piano che nel 2025 si raggiunga il 70% di differenziata.
Il partito della Meloni identifica com’è possibili strategie: il potenziamento della differenziata porta a porta, un sistema di cauzioni sul vetro e sulla plastica (il vecchio “vuoto a rendere”) con incentivi economici e accordi con la media e grande distribuzione per la creazione di centri di consegna dei vuoti. Per l’impiantistica, inoltre, occorre “privilegiare la gestione pubblica degli impianti di trattamento e smaltimento dei rifiuti nel quadro della strategia tendente “verso rifiuti zero”; favorire la realizzazione di impianti di compostaggio - non meno di 4 impianti di compostaggio per Ambito di Roma – prescrivendo che gli stessi siano realizzati di piccole dimensioni; sostenere economicamente la realizzazione di impianti di compostaggio domestico e di comunità con la previsione di una sostanziale riduzione della tariffa dei rifiuti per cittadini ed imprese al fine di incentivarne il ricorso e di ridurre la produzione di rifiuti”
Poi, ancora, la semplificazione delle procedure per le autorizzazioni degli impianti, assicurando tempi certi alle imprese e agli operatori del settore; il sostegno alla realizzazione dei centri di raccolta comunali; incentivare la realizzazione dei centri di raccolta delle apparecchiature elettriche ed elettroniche (i cosiddetti RAEE) e avviare studi epidemiologici sulla popolazione residente nei territori interessati da impianti e discariche.

domenica 19 luglio 2020

SU ROSATI MAL DI PANCIA BIPARTISAN


Per i grillini la Raggi ha un alto gradimento in città, fino al al 25%. E comunque l’eventuale modifica sul divieto di superare i duemandati può essere superata visto che i grillini già possono appoggiare candidati esterni. Tradotto: la Raggi potrebbe essere candidata con una lista civica, appoggiata dal Movimento. 





L’approdo di Antonio Rosati, Pd, alla presidenza di Eur SpA non sembra, almeno per ora, certificare la parafatura dell’alleanza sul territorio fra Dem e pentastellati auspicata a più riprese dal presidente della Regione, Nicola Zingaretti. La prima scelta del Ministro delle Finanze, Roberto Gualtieri, era l’ex presidente della Provincia (e ex presidente di molte altre cose), Enrico Gasbarra la cui candidatura, però, è stata bocciata con un veto intransigente dal sindaco di Roma, Virginia Raggi. Motivazione: per paradosso proprio l’eccezionale curriculum di Gasbarra i cui innumerevoli incarichi nel tempo lo pongono agli occhi dei grillini come l’esponente tipico della Prima Repubblica.  
Se da Forza Italia, Maurizio Gasparri stigmatizza la nomina come uno “scellerato inciucio” da “manuale Cencelli”, tutti e due i partiti appaiono, almeno per ora, fermi sulle rispettive posizioni: per il Pd non può esserci un’alleanza fino a che c’è Virginia Raggi. Per i grillini, non c’è storia: la Raggi sarà la candidata al bis. La convergenza sembra poter arrivare grazie alla legge elettorale che, per il Sindaco di Roma, prevede il doppio turno. Lato M5S Campidoglio la questione è che con o senza la deroga o la modifica al vincolo dei due mandati è la Raggi che sarà candidata. E di un appoggio immediato dei Dem non se ne parla visti gli attacchi quotidiani e, secondo i grillini, immotivati all’Amministrazione capitolina. Lato Pd le posizioni oscillano da quelle altrettanto intransigenti come quelle di Marco Palumbo (“ma dopo i disastri che hanno combinato ma come possiamo appoggiarli e fare un’alleanza? Anche senza la Raggi non si può”) a quelli più morbide espresse dal capogruppo, Giulio Pelonzi:Con la Raggi in campo no, non è possibile un’alleanza. Ma senza, se si trova una candidato civico in grado di essere di unione, se ne può discutere”. La quadra si potrebbe trovare al secondo turno: “al primo - spiega Pelonzi - si va da soli. Poi eventualmente si vedrà cosa fare al secondo”. Pensiero condiviso anche sulla sponda grillina: primo turno da soli, poi al secondo vediamo. In ogni modo, Rosati dovrebbe approdare all’Eur, benedetto dalla Raggi e con un accordo che passa sopra la testa di Zingaretti, deciso fra Goffredo Bettini (padre politico di Rosati) e Roberto Gualtieri, il dalemiano ministro delle Finanze.

sabato 18 luglio 2020

"A CASTEL ROMANO NESSUNA EMERGENZA SANITARIA MA SOLO DEGRADO AMBIENTALE"




Sarà il tribunale amministrativo regionale a decidere se ha ragione il Campidoglio o la Regione Lazio a proposito dello sgombero e della messa in sicurezza del campo rom di Castel Romano
Il sindaco di Roma, Virginia Raggi, ha infatti presentato ricorso al Tar contro l’ordinanza firmata dal presidente della Regione, Nicola Zingaretti, per le “azioni organizzative e funzionali alla chiusura definitiva” di Castel Romano. 
Fa sorridere, già alla prima riga, leggere come Virginia Raggi ricorra non solo contro Zingaretti ma anche contro Raggi Virginia sindaco della Città Metropolitana: visto che il ricorso è indirizzato anche contro la Città Metropolitana governata dalla Raggi. Ed è quanto meno curioso vedere come, a fronte di rifiuti ovunque e roghi tossici, il Comune sostenga che non vi sia un’emergenza sanitaria ma solo un problema di tutela ambientale
La storia di Castel Romano viene ripercorsa nelle prime pagine: nato nel 2005 (sindaco Veltroni) come campo per la collocazione temporanea dei nomadi sgomberati da Vicolo Savini, si allarga e si stabilizza. Stando alla ricostruzione del Comune, il campo è diviso in due parti, una di proprietà pubblica e una privata e ricade all’interno della Riserva naturale di Decima Malafede, e sull’area insistono 4 diversi campi rom divisi in base all’etnia degli abitanti. Nel 2018 Zingaretti firma l’ennesima deroga alle norme sulla salvaguardia ambientale della Riserva valida però solo sulla parte pubblica dell’area. Il problema è che su quella privata insistono due depuratori che, da allora, non hanno più ricevuto manutenzione mentre dovrebbero servire tutti e quattro i campi. 
Di fondo, a parte questioni formali in punta di diritto, questo è il primo motivo concreto di ricorso del Campidoglio: se Zingaretti, argomentano gli avvocati del Comune, non mi consente di manutenere i depuratori non può poi accusarmi per la scarsa igiene dell’area. Il secondo è che il Governo, causa emergenza sanitaria, ha sospeso tutti gli sgomberi fino al 1 settembre 2020.
Fa, però, sorridere leggere come fra le argomentazioni “politiche” addotte dal Comune per spiegare che non è vera l’accusa della Regione di inerzia, vi siano la delibera di istituzione del “Tavolo per l’inclusione dei Rom” del 2016, quella per il “Piano di indirizzo per l’inclusione dei Rom” del 2017 e una del 2019 per sperimentare misure di sostegno ai Rom. Pezzi di carta a parte, il lavoro del Comune si riduce a impegnare 480mila euro (su un preventivo di 1,3 milioni) per sgomberare i rifiuti e non allo sgombero vero e proprio, all’istituzione di un presidio di vigilanza e all’apposizione di barriere di cemento. Tutto ciò per arrivare a sostenere come non esista “l’emergenza igienico-sanitaria ma più semplicemente una situazione di ampio degrado della zona”.
È surreale che Sindaca Raggi abbia impugnato l'ordinanza della Regione Lazio sostenendo che non sussiste a Castel Romano alcuna emergenza igienico sanitaria - spiega Roberta Angelilli, di Fratelli d’Italia, autrice insieme a Il Tempo e Le Iene dell’esposto da cui è partita tutta la vicenda - negando non solo l'evidenza palese ma ignorando anche le continue denunce ed esposti, dei cittadini e delle autorità. Già dal 2017  i Vigili urbani avevano evidenziato il degrado del campo e la  Asl Roma 2 ha più volte, anche recentemente nel mese di marzo e di aprile, effettuato sopralluoghi denunciando condizioni non conformi a criteri minimi di carattere igienico sanitario di sicurezza. Solo dopo l'esposto di Fratelli d’Italia e il servizio de Le Iene la Raggi si è decisa, il 7 luglio, a ripristinare la vigilanza all’ingresso, soppressa nel 2015”.



venerdì 3 luglio 2020

FRANCHESCHINI L'ANTI-RAGGI


Ad ogni scossone dei rapporti fra i due azionisti principali del Governo, il Pd e i 5 Stelle, e il premier, Giuseppe Conte, corrisponde, quasi con una relazione geometrica, uno scossone sulla tenuta interna dei due stessi partiti, uno sulla Regione Lazio e uno sulla corsa al Campidoglio. Tutti diabolicamente collegati come fosse un enorme domino.
Negli ultimi giorni due elementi stanno mandando in fibrillazione il sistema: Conte e il Pd si stanno allontanando sempre di più praticamente su ogni tema all’ordine del giorno, dal Mes e dal Dl Liquidità, fino alle cose più piccole. E, in Regione, continua la lotta al coltello fra i due Zingaretti boys, il vicepresidente Daniele Leodori, e l’assessore alla Sanità, Alessio D’Amato, con il segretario del Pd stufo di questa continua serie di discussioni che stanno finendo per logorare la già raffazzonata maggioranza che tiene su la Pisana. Tanto che, secondo fonti Pd, lo stesso Zingaretti starebbe iniziando a considerare l’esperienza di governo in Regione come un qualcosa di concluso.
La sommatoria di questi due fronti - Pd e Conte e Regione maionese impazzita - potrebbe finire per avere ripercussioni molto più profonde anche sulla candidatura per Roma. Il mandato Raggi scade a giugno 2021 e, ancora oggi, la risposta di tutti i partiti, Pd per primo, è che di Roma e delle candidatura se ne parlerà dopo le Regionali di autunno che segneranno, qualunque sia il risultato, uno spartiacque.
Il risultato delle Regionali potrebbe assestare il colpo di grazia al governo Conte o comunque indebolirlo, rendendo necessario un cambio di passo e di assetti nell’esecutivo. In questo caso, per evitare le urne che potrebbero consegnare a Salvini e alla Meloni la maggioranza del Parlamento che eleggerà, nel 2022, il successore di Sergio Mattarella al Quirinale, Zingaretti potrebbe essere obbligato ad entrare direttamente nella compagine di governo.
Di conseguenza, salterebbe sia la Regione - che andrebbe al voto anticipato, forse anche insieme al Comune di Roma in un election day di fuoco - che l’assetto interno del Pd. Zingaretti, dunque, dovrebbe lasciare la guida del Lazio ma, entrando nel governo, finirebbe per divenire automaticamente il capo delegazione, fagocitando il ruolo oggi ricoperto da Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali e capo delegazione del Pd all’interno della maggioranza. 
I rapporti tra il premier Conte e Franceschini, inoltre, non sarebbero affatto idilliaci: i due hanno visioni molto discordanti su tutti i principali dossier aperti. Le discussioni a Palazzo Chigi sarebbero all’ordine del giorno.
Insieme a quelli di Roberto Gualtieri ed Enrico Letta - solo per citare i nomi di due big Dem, ai quali bisogna comunque aggiungere Paolo Gentiloni e, soprattutto, David Sassoli - il nome di Franceschini era già girato come quello di possibile candidato sindaco di Roma per la coalizione di centrosinistra. È uomo di levatura, con una solida esperienza amministrativa e di governo (l’esatto contrario della Raggi e di Marino) ma, come da lui stesso detto in conversazioni private con colleghi di partito, non è romano e, pur essendo il marito di Michela Di Biase, consigliera regionale romana e una delle «grandi potenze» del Pd capitolino, il timore è quello di finire come Ignazio Marino, un marziano troppo distante dalla mentalità del Campidoglio e della sua melassa. 
Inoltre Franceschini oggi si trova nel suo elemento: ai Beni Culturali e capo delegazione Pd è, di fatto, uno degli uomini di maggior rilievo nel panorama politico Dem.
Tuttavia, l’eventuale ingresso di Zingaretti al Governo finirebbe, appunto, per erodere la posizione di Franceschini il quale, a questo, punto, potrebbe anche essere tentato dall’avventura a Palazzo Senatorio.


giovedì 2 luglio 2020

ROMA, LE PRIME GRANDI MANOVRE PER LE COMUNALI 2021

Giorno più, giorno meno manca solo un anno alle elezioni per il successore di Virginia Raggi il cui mandato scade a giugno 2021. Ufficialmente tutti gli schieramenti si nascondono dietro un “è troppo presto, se ne parla verso Natale” ma iniziano le grandi manovre di avvicinamento al voto.

Per i 5Stelle i prossimi 6 mesi saranno animati dalla lotta fra il sindaco uscente, Virginia Raggi, che vorrebbe tentare una candidatura bis e chi, usando la regola del divieto di superare due mandati, non ne vuol sentir parlare. Se la Raggi non dovesse battere le resistenze armate del no al bis, in campo Monica Lozzi, presidente del VII Municipio e considerata, nel nulla cosmico dei parlamentini sopravvissuti alle gelosie interne grilline, la più capace. Perché la Raggi corra per un secondo mandato da sindaco e un terzo totale (considerata l’esperienza da consigliere comunale con Ignazio Marino sindaco) occorre cambiare le regole interne del MoVimento. Ma in molti, visto il bilancio disastroso di questo quinquennio e le scarse probabilità della Raggi di arrivare al ballottaggio, non hanno intenzione di fare ulteriori strappi alla già fin troppo addomesticabili regole del partito per incassare solo una sonora sconfitta. In questo fronte del “no Raggi bis” va inserita di diritto Roberta Lombardi, capogruppo in Regione, e una fetta di consiglieri comunali per altri versi stanchi del procedere a zonzo del Sindaco e dei suoi. 
La Raggi ha sei mesi per battere questa fronda interna. 
La decisione finale sarà comunque demandata alla conventicola interna della casta grillina e poi, come d’abitudine, ratificata sulla piattaforma Rousseau.
Per il centrodestra e il centrosinistra la partita è decisamente più complessa e si intreccia in modo diabolico con gli assetti interni dei partiti e delle alleanze nonché con la tenuta del Governo nazionale e della Regione Lazio.
Primo punto: in molti a sinistra temono o a destra sperano che in autunno il Governo Conte chiuda i battenti e che alla fine non ci siano altre maggioranze rinvenibili in Parlamento con il risultato del voto anticipato in primavera. 
Una ipotesi comunque difficile da realizzarsi visto che eventuali elezioni politiche finirebbero per comporre quel Parlamento cui spetterà di determinare la scelta del successore di Sergio Mattarella al Quirinale nel 2022.
L’ipotetica caduta di Conte finirebbe per trascinare con sé anche quella della Regione Lazio (dove nel 2018 Zingaretti vinse di misura ma senza avere la maggioranza in Consiglio regionale) i cui equilibri si reggono su un paio di consiglieri di opposizione passati a puntellare gli zingarettiani e la pattuglia grillina trasformata in quieto giullare della maggioranza. 
Il risultato finale sarebbe la tempesta perfetta: un mega election day con alle urne Parlamento, Regione Lazio e Campidoglio. 
Nel Pd ci sono da tenere presente gli equilibri interni che poggiano sull’alleanza fra Dario Franceschini e Zingaretti, la stessa alleanza che consente a Conte di rimanere ancora a Palazzo Chigi. Con i renziani che attaccano quotidianamente i Dem. 
A sinistra da settimane girano molti nomi: Roberto Gualtieri, David Sassoli, Carlo Calenda, i presidenti dei Municipi I, Sabrina Alfonsi, e III, Giovanni Caudo; Lorenzo Tagliavanti
Ciascuno di questi nomi presenta più problemi che soluzioni: Calenda litiga tutti i giorni col Pd e coi renziani; Gualtieri non è esattamente il più amato dagli italiani che aspettano ancora la cassa integrazione; Sassoli non ha esperienza di alcun tipo e sta decisamente bene a presiedere il Parlamento europeo. La Alfonsi e Caudo sono troppo “piccoli” per una corsa simile; Tagliavanti ha tanti amici quanti nemici fra Unioncamere, Camera di Commercio e Confederazione Artigiani.
Per questo l’idea che circola - formalmente respinta dal diretto interessato ma non per questo accantonata - è quella di candidare Enrico Letta. Uomo garbato, personalità di rilievo europeo, con ottime entrature nel mondo che conta della politica e della finanza, moderato (che dopo le urla politiche di Marino e la Raggi non guasta), in grado di aggregare. Certo, Letta non è esattamente un uomo del popolo. E per questo l’orientamento sarebbe quello di affiancargli Amedeo Ciaccheri, oggi presidente del Municipio Garbatella e proveniente dal mondo della sinistra movimentista.
Enrico Letta potrebbe anche garantire alle opposizioni un mandato di “pace” politica: dalla campagna di Alemanno in poi è stato tutto un susseguirsi di ululati politici che hanno alzato costantemente il tono e le attese, deludendo altrettanto rapidamente.
Nel centrodestra, invece, la partita è a uno stadio un po’ più arretrato. Il primo vero problema è che né Fratelli d’Italia né la Lega hanno personale politico sufficiente in numero e preparazione per “reggere” il Campidoglio e la Regione (qualora si votasse per entrambi). Non parliamo poi del Governo… 
Quindi, a destra, sembra più iniziata una corsa a non rimanere col cerino della scelta in mano. FdI, con un fortissimo radicamento a Roma, potrebbe lasciare alla Lega la scelta del nome e, al massimo, tentare il colpo sulla Regione. La Lega non sembra disposta a fare l’agnello sacrificale e quindi, alla fine, non è da escludersi un candidato di Forza Italia. Gira il nome di Annagrazia Calabria che possiede un curriculum di tutto rispetto ma non appare esattamente come un trascinatore di folle. Tanto che più di qualcuno ipotizza che la “pax lettiana” potrebbe non essere affatto un’offerta da rifiutare.