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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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Visualizzazione post con etichetta Giorgia Meloni. Mostra tutti i post
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sabato 8 agosto 2020

FDI: PROROGARE LO SPEGNIMENTO DELLA ZTL


Prorogare l’ordinanza di sospensione delle Zone a Traffico limitato fino al 31 dicembre”: lo chiede Fratelli d’Italia con una mozione depositata ieri in Consiglio comunale e che dovrebbe essere messa ai voti appena l’Aula riaprirà i battenti dopo la sospensione ferragostana dei lavori.
La mozione, a firma del capogruppo, Andrea De Priamo, di Giorgia Meloni e del consigliere Francesco Figliomeni, prende le mosse dalla decisione del Governo, avallata dal voto in Parlamento, di prorogare lo stato di emergenza per la pandemia da Coronavirus fino al prossimo 15 ottobre.
Al momento - spiega De Priamo - non è che a Roma, in centro, ci sia tutto questo flusso infernale di macchine che gira. Abbiamo l’economia della città e del Paese fermi, negozi e botteghe, bar e ristoranti, che sono entrati in una crisi nera. Gli aiuti di Stato nella migliore delle ipotesi sono lenti e insufficienti, quando ci sono. Noi crediamo che sia un modo per dare un segnale alla città di attenzione ai problemi economici. Anche perché non è che Atac stia funzionando in modo brillante offrendo un servizio realmente concorrenziale”.
Nel testo della mozione si legge: “numerose associazioni di categoria chiedono alle istituzioni di mettere in campo tutte le azioni possibili per il rilancio economico e cercare di recuperare almeno in parte quanto perduto” e che il Campidoglio “sta varando una serie di misure atte a limitare gli effetti negativi dell’emergenza sanitaria per i cittadini e i comparti produttivi al fine di delineare una strategia organica di sostegno e rilancio complessivo all’economica cittadina”. Per questo, Fratelli d’Italia chiede di “prorogare l’apertura delle ZTL del centro storico, del Tridente e di Trastevere fino al 31 dicembre” prossimo per “favorire la ripresa sociale ed economica della città agevolando gli spostamenti su tutto il territorio capitolino”.
E se è scontato il “no” del presidente della Commissione Mobilità, il grillino Enrico Stefàno, che già in passato ha polemizzato anche con il suo gruppo per la decisione del sindaco Raggi di spegnere le telecamere, un’attenzione diversa potrebbe arrivare da un altro grillino, il presidente della Commissione Commercio, Andrea Coia, che su questi temi ha posizioni meno intransigenti.
L’eventuale prolungamento dell’ordinanza Raggi che disattiva le telecamere ai varchi, però, potrebbe presentare un problema che, fino ad oggi il Campidoglio non ha saputo valutare: la gestione dei contenziosi con chi il permesso ZTL lo ha già pagato (e caro) in anticipo e che, quindi, si ritroverebbe con un pezzo di carta ormai divenuto inutile. Già in passato il problema era stato sollevato ma con un imbarazzante silenzio di risposta dal Comune che non ha saputo (o potuto) trovare una soluzione: rimborsare o prolungare la validità dei permessi già rilasciati.

venerdì 7 febbraio 2020

SALTANO I SOLDI PER LA CASA DELLE DONNE, PD AL VOTO SENZA AIUTINO





Non c’è pace per la Casa Internazionale delle donne, la struttura di assistenza volontaria alle donne in difficoltà che ha sede dentro un’ala del Convento del Buon Pastore alla Lungara. I soldi - 900mila euro - che il centrosinistra in Parlamento voleva inserire nel Decreto Milleproroghe sono saltati: emendamento dichiarato inammissibile. 
La vicenda nasce davvero da molto lontano. Anno di grazia 1973: alcune donne appartenenti ai movimenti femministi occupa Palazzo Nardini. Nel 1985, dopo una querelle con il Comune quasi decennale, l’allora sindaco Nicola Signorello assegna alla Casa l’ala del Buon Pastore. Arrivano nel 2016 i 5Stelle e, con una miope visione ragionieristica della cosa pubblica, decidono di chiedere alla Casa gli arretrati: 880mila euro. Parte una battaglia mediatica e legale che, per altro, in queste ultime settimane si intreccia con un’altra Casa a difesa delle donne in difficoltà, la Lucha y Siesta al Tuscolano in un edificio di proprietà Atac che il Campidoglio mette in vendita per salvare i disastrati conti dell’Azienda dei trasporti. 
Risultato finale: sulla Casa Internazionale delle Donne alla Lungara pende lo sfratto da quasi un biennio. Lo stesso per la Lucha y Siesta. Con ritardo ma senza possibilità alcuna di cambiare le cose, i grillini cercano di metterci una pezza: la Raggi annuncia che il Comune potrebbe partecipare all’asta per l’edificio di Lucha y Siesta. E il centrosinistra tenta di inserire 900mila euro nel Milleproroghe per chiudere il contenzioso Comune-Casa Internazionale delle Donne. 
In pratica: l’Amministrazione comunale a guida pentastellata prima crea il problema e poi tenta di scaricarlo sulle casse pubbliche. 
Solo che, almeno per la Casa Internazionale alla Lungara, il piano va male. Due giorni fa, alla notizia dell’emendamento al Milleproroghe, la Raggi tenta pure la mossa del mettere cappello sul provvedimento. Ventiquattrore dopo, la presidenza delle commissioni Affari costituzionali e Bilancio riunite in forma congiunta a Montecitorio ha dichiarato inammissibile l’emendamento al Milleproroghe che stanziava i soldi per la Casa Internazionale delle donne.
Festeggia Fratelli d’Italia: “Grazie a FDI - scrive la Meloni - è stata bloccata l’ultima oscenità del Pd: dare quasi un milione di € del Mef, guidato da Gualtieri, alla Casa delle Donne, associazione di sinistra che si trova nello stesso collegio nel quale il Ministro è candidato. Non si usano Istituzioni per comprare consenso”. Perché, ovviamente, uno dei problemi, a parte l’opportunità di usare fondi pubblici, uno dei nodi è che il Convento del Buon Pastore è collocato nel territorio del Collegio 1 della Camera, quello dove il candidato del centrosinistra è il ministro delle Finanze, Roberto Gualtieri. Un discreto conflitto di interessi.  
Si scaglia contro la Raggi anche l’ex 5Stelle Cristina Grancio: “Un’Amministrazione isterica che passa dalla chiusura totale del dialogo con la Casa Internazionale delle Donne, all’esultanza per un possibile salvataggio di cui indebitamente vorrebbe prendersi il merito”, afferma attaccando proprio le dichiarazioni del Sindaco. Spiega la Grancio: “L’amministrazione a 5Stelle si è distinta solo per l’immobilità e l’incapacità di affrontare e risolvere una volta per tutte la situazione".

mercoledì 4 luglio 2018

VELENI E POLEMICHE. RESA DEI CONTI IN FRATELLI D'ITALIA


Le prime avvisaglie si erano avute alle scorse elezioni politiche e regionali: il partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, stava perdendo rapidamente il suo patrimonio di voti anche nelle roccheforti storiche, compreso il Grande Raccordo Anulare. 
I sondaggi delle ultime settimane, virgola più virgola meno, segnano una costante tendenza alla diminuzione dei consensi che scendono pericolosamente sotto quota 4%. 
A Roma, alle elezioni per i due Municipi III Montesacro e VIII Garbatella, la Meloni ha dovuto accettare lo stato dei fatti: Lega avanti e i candidati romani non sono più scelti da FdI ma dal Carroccio che ha portato nel III al ballottaggio l’ex vicequestore del Commissariato Fidene, Francesco Maria Bova, e con FdI che ha visto cadere la scelta sul forzista Simone Foglio per la Garbatella, Municipio, tra l’altro, di residenza proprio di Giorgia Meloni.
Lo scontro è stato aperto da Fabrizio Santori, uno dei più votati a Roma, e da Federico Iadicicco, esponente dell’ala più vicina al mondo cattolico.
Fabrizio Santori
Per Santori, rimasto fuori dal Consiglio regionale nonostante un rilevantissimo risultato con 8500 preferenze, Fratelli d’Italia è “chiuso a riccio, le decisioni vengono prese da 2-3 persone in una stanza. Manca il rispetto per il merito e la competenza. Dopo l’incontro con Di Maio, la Meloni ci ha detto che Fdi non era ben accetta nel governo, quando invece abbiamo saputo che c’era stata un’apertura nei confronti di Crosetto”, spiega Santori ai microfoni di Radio Cusano. “Il malessere viene da lontano perché ci sono stati errori sia per le regionali che per le politiche. Il partito è in calo, come si vede anche dai sondaggi impietosi. Non esiste una struttura che coinvolga coloro che sono all’interno. Dai vertici non abbiamo mai avuto segnali di rilancio, di possibilità di crescere, di rispetto dei valori del merito e della competenza"
E, su un post pubblicato l’altro ieri sulla propria pagina facebook, scriveva: “Le ragioni (delle dimissioni) sono note: una su tutte l’incomprensibile posizione ondivaga sul sostegno ai temi forti dell’attuale governo nazionale”. 
Federico Iadicicco
Per Iadicicco, rimasto fuori dal Senato dopo essere stato mandato a sbattere contro la Bonino alle elezioni politiche al collegio Roma1 del Senato disturbato, lui uomo di spicco del movimento per la vita, dalla presenza di Mario Adinolfi, lo scotto si è poi concretizzato con la bocciatura nelle urne dei suoi candidati, Paolo Della Rocca (che annuncia di rimanere in FdI) e Flavia Cerquoni
Malumori che trovano sbocco direttamente nella Lega, in espansione sempre più rapida, che, alle regionali, appunto, ha compiuto il sorpasso nella Capitale sugli uomini della Meloni. Lega che, quindi, si appresta a lasciare a Fratelli d’Italia il ruolo che nella vecchia Alleanza Nazionale avevano i “Gabbiani” di Fabio Rampelli: quello di una corrente, forte e compatta, ma sostanzialmente asfittica e non in grado di aggregare masse consistenti di voti. Insieme a Santori e Iadicicco, lasciano i Meloniani anche alcuni consiglieri municipali: Emiliano Corsi e Giusy Guadagno (Municipio V), Daniele Catalano (XI), Giovanni Picone, Marco Giudici e Francesca Grosseto del Municipio XII.
Il portavoce Lazio di Fratelli d'Italia,
senatore Marco Marsilio
La replica degli uomini della Meloni è sintetizzata da una lettera aperta firmata dagli eletti in Regione, Campidoglio e Municipi: “Chi lascia sbaglia sempre, ma non è una scissione: solo qualche ambizione insoddisfatta”, scrivono aggiungendo: “Nessuno si permetta di parlare di scissione o emorragia”. A chiudere, il senatore Marco Marsilio, portavoce Lazio di FdI: “È pressoché certo che qualora fossero stati eletti non avrebbero abbandonato. Dispiace dover registrare questa decisione, che ci auguriamo non sia l’anticamera dell’ingresso in Lega, proprio alla vigilia di numerosi nuovi ingressi in FDI”.

lunedì 29 gennaio 2018

ECCO QUANTO CI COSTANO GLI "SFATICATI" DEL CAMPIDOGLIO




Quarantotto consiglieri comunali, 12 Commissioni consiliari permanenti più cinque speciali, un magro bottino di delibere approvate tanto nel numero quanto, soprattutto, nella qualità, e un bel po’ di costi sostenuti per un Consiglio comunale che sembra ridotto più al rango di passacarte che a quello di “casa dei romani”.
Con la fine del 2017 si è chiuso il primo anno e mezzo completo di governo 5Stelle della città. Sul sito istituzionale del Comune - decisamente nascosto e tutt’altro che semplice da trovare per i cittadini - c’è sia il computo delle presenze dei vari consiglieri comunali alle sedute sia dell’Assemblea capitolina che delle diverse Commissioni consiliari. E vi è anche la quantità di soldi che il pubblico erario ha versato a ogni consigliere come gettone di presenza. Sono tutti elenchi divisi mese per mese. 
Due annotazioni: com’è ovvio, i parlamentari eletti anche consiglieri comunali (Roberto Giachetti, Stefano Fassina e Giorgia Meloni) non ricevono alcun compenso per la loro attività in Consiglio. Un’attività - secondo punto - che è naturalmente più esigua numericamente rispetto a quella degli altri colleghi così come le presenze del sindaco, Virginia Raggi, in Aula sono altrettanto sporadiche. Si tratta, come è facile comprendere, di impegni istituzionali e politici che diradano le presenze nei dibattiti comunali.




Anche perché, andando a dare una rapida occhiata a cosa si fa in consiglio comunale, ci si accorge di quanto questa Istituzione si stia sempre più svuotando di responsabilità. Il 60% delle 309 delibere trattate fra il 1 luglio 2016 e il 31 dicembre 2017, ben 184 votazioni, sono state dedicate ad approvare debiti fuori bilancio. Si tratta di sentenze che vedono il Comune soccombere, davanti al Tar o al Consiglio di Stato, o al giudice ordinario o a quello del lavoro, e il Consiglio comunale è chiamato stancamente solo a votare il riconoscimento di questo debito. Ci sono poi 37 delibere che autorizzano interventi in somma urgenza su scuole o strade o nei parchi (32 nel 2016 e 5 nel 2017); 28 delibere che, a vario titolo, riguardano un atto obbligatorio come il Bilancio, fra previsionale, assestamenti, tariffe. E, finalmente, 60 votazioni, su 309 totali (il 19%) sono state quelle su delibere vere e proprie, quelle sulle quali in qualche modo si svolge la reale funzione dell’Assemblea, anche se in questo numero rientrano atti dovuti come la convalida degli eletti e le elezioni degli organi interni dell’Assemblea stessa. La vuota verbosità del Consiglio si dimostra con il numero di mozioni (85) e di Ordini del Giorno (187) approvati negli ultimi 18 mesi: tante chiacchiere, sostanza pochissima. Tra l’altro, le cose più politicamente rilevanti finisco per essere costantemente delegate dal Consiglio alla Giunta attraverso proprio lo strumento delle Mozioni e degli Ordini del Giorno. Alla fine, atti dovuti a parte, questo Consiglio sembra contraddistinguersi per la totale volontà di non decidere nulla ma di chiacchierare su tutto. 



Ci sono i supersecchioni: sono quattro, due di Fratelli d’Italia, Andrea De Priamo e il capogruppo Fabrizio Ghera, e due 5Stelle, Angelo Sturni e Marci Terranova. Per loro 117 presenze su 117 sedute dal 1 luglio 2016 al 31 dicembre 2017. E poi ci sono quelli che il Consiglio comunale lo vedono una tantum. I primi tre posti sono occupati da Giorgia Meloni, con 30 presenze, da Alfio Marchini, 35 sedute lo hanno visto in Aula, e dal sindaco, Virginia Raggi che di presenze ne fa registrare 40. A seguire nell’elenco degli assenti c’è il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti (Pd), in compagnia a quota 85 cartellini timbrati, della “pasionaria” 5Stelle Cristina Grancio. Poi con 94 strike il deputato Stefano Fassina, quindi a 95 Fabio Tranchina, a 96 Alisa Mariani, tutti e due della pattuglia pentastellata, quindi un altro Pd, l’ex presidente del Municipi San Lorenzo e Centro Storico, Orlando Corsetti, e, ultima sotto quota 100, a 99, la “civica” Svetlana Celli.
Per la Meloni, Giachetti, Fassina e la Raggi è ovvio che il computo delle presenze sia diverso dagli altri consiglieri: si tratta di leader nazionali e parlamentari per i primi tre più il Sindaco le due agende risentono degli altri impegni istituzionali.
La medaglia d’argento per le presenze se la aggiudicano ex aequo quattro grillini: il presidente del Consiglio comunale, Marcello De Vito, poi Pietro Calabrese, Maria Agnese Catini e Valentina Vivarelli, tutti a quota 116 presenze, avendone saltata, dal 1 luglio 2016 al 31 dicembre 2017, solo una.
Infine, il terzo posto del podio se lo dividono Maurizio Politi di Fratelli d’Italia e Marco Di Palma, 5stelle, con 115 presenze su 117 sedute. 
Il sito istituzionale del Campidoglio, però, riporta anche le presenze fatte registrare nelle sedute delle varie commissioni consiliari. Qui il computo è molto più complesso di quello relativo alle sedute del Consiglio comunale, partendo dal fatto che ogni consigliere è membro almeno di non meno di tre diverse commissioni, a volte anche fino a 6. Dato, questo, che si riflette in modo diretto sulle presenze. 
Passiamo al lato dei primi della classe. Come detto, sul dato presenze pesa in modo diretto la quantità di commissioni cui un singolo Consigliere è membro. In testa di questa speciale classifica come numero di presenze c’è la pentastellata Monica Montella. Per lei, stando alle carte del sito del Comune, si contano ben 523 presenze in Commissione. Il dato, però, va “stemperato”: la Montella è membro di ben 6 diverse commissioni consiliari (Bilancio, Cultura, Turismo, Controllo e garanzia, delle Elette e, infine, quella Elettorale). A seguire c’è l’inossidabile Fabrizio Ghera (FdI), componente di 4 Commissioni (Mobilità, Cultura, Sport e speciale sui Piani di Zona) risulta presente per 456 volte. Terzo posto per la Pd Valeria Baglio: anche per lei 4 commissioni (BIlancio, Ambiente, Scuola e Elette) con 449 presenze. A seguire ancora due 5Stelle: Carola Penna che siede nelle Commissioni Cultura, Sport, Turismo e Elette, segna 434 presenze. L’ultimo stakanovista del gruppetto di testa è Pietro Calabrese, sempre con 4 Commissioni (Mobilità, Ambiente, Urbanistica e speciale sui Piani di Zona) fa segnare 402 presenze. 

Dal computo vanno esclusi Ignazio Cozzoli Poli e la subentrante (ad aprile 2017) Giulia Tempesta: entrambi molto presenti ma ovviamente non conteggiabili visto l’avvicendamento.  


Centotremila euro al mese, per 18 mesi per un totale di 1 milione e 828 mila euro (e spicci): tanto, fino a oggi ci è costato il Consiglio comunale come “stipendio” ai Consiglieri. Stipendio che, in realtà, non è uno stipendio vero e proprio ed è legato alle presenze in Consiglio e Commissione. Ogni mese un Consigliere può arrivare ad incassare 2.440 euro (e 74 centesimi) lordi se arriva a partecipare a 19 sedute fra Assemblea capitolina e Commissioni. In pratica, ogni gettone di presenza finisce per costare effettivamente alle casse capitoline 128 euro lordi. Nulla è dovuto, invece, ai parlamentari eletti anche in Comune (Giorgia Meloni, Roberto Giachetti e Stefano Fassina) che in Campidoglio ci vanno gratis, visto che già percepiscono l’indennità di parlamentare.
Fuori da questo conteggio c’è il presidente dell’Assemblea capitolina, Marcello De Vito, al quale la legge riconosce un’indennità superiore per la funzione per cui, da luglio 2016 al dicembre 2017, ci è “costato” qualcosa in più di 113 mila euro, 6.300 quasi al mese lordi, per circa 3.500 euro netti al mese. Ovvio che De Vito risulti il “paperone” del Consiglio comunale mentre il meno retribuito è Alfio Marchini che, fino a oggi, avendo partecipato poco alla vita dell’Aula e delle Commissioni, si è fermato a poco più di 5mila euro in 18 mesi, 280 euro lordi al mese. Insomma, al netto equivalente a circa un paio di caffè al giorno. 
Dal computo globale vanno espunti due consiglieri: Ignazio Cozzoli Poli, decaduto ad aprile 2017, e la subentrante Giulia Tempesta (Pd). Per loro si gioca un campionato a parte. 
Anche Svetlana Celli, andata in maternità, ha partecipato meno alle sedute e, quindi, ha percepito una diaria inferiore in totale ai suoi colleghi. 
Per la quasi totalità dei consiglieri, questi 18 mesi di impegno per la città hanno fruttato emolumenti totali che oscillano di poche centinaia di euro fra i 40 e i 42 mila lordi, il che significa, appunto, che quasi tutti hanno raggiunto o anche superato quota 19 presenze (se sono di più, sempre 19 ne vengono pagate: niente straordinari in Campidoglio). La piazza d’onore spetta a Pietro Calabrese, 5Stelle, con 42mila 284 euro, seguito a pari merito da Fabrizio Ghera (FdI), Enrico Stefàno e Marco Terranova (5Stelle) con 42mila 155 euro, quindi ancora due pentastellate: Annalisa Bernabei (42.042) e, per un soffio, Maria Agnese Catini (42.025).
Qualcuno invece rimane un po’ sotto quota 40mila lordi. Escludendo i parlamentari eletti in Campidoglio e Alfio Marchini, l più bassa indennità, stando sempre ai dati pubblicati sul sito istituzionale del del Campidoglio ed riferiti a un periodo di 18 mesi, fra luglio 2016 e dicembre 2017, spetta a Cristina Grancio, la pasionaria dell’urbanistica 5stelle già in rotta di collisione con il suo gruppo sulla vicenda Stadio della Roma: per lei in 18 mesi solo 30mila euro. A seguire, la capogruppo Dem, Michela Di Biase che si ferma a poco più di 31 mila euro; quindi Alessandro Onorato (lista Marchini) con 32mila. Poi c’è un nutrito gruppo di Cinque Stelle: rimborsi sotto i 40 mila euro per Alisa Mariani (36mila), Gemma Guerrini (37mila), Nello Angelucci (38mila) Donatella Iorio, Simona Ficcardi, Cristiana Paciocco (tutte a 39mila). Stessa cifra anche per Francesco Figliomeni di Fratelli d’Italia e Ilaria Piccolo del Partito Democratico. 

giovedì 11 gennaio 2018

SU SPELACCHIO INDAGA L'ANAC


Fino a tutt’oggi torreggerà ancora a piazza Venezia, spoglio, tristo e misero pur con tutti gli addobbi argentati che il Comune gli ha appiccicato addosso senza, per altro, migliorarne l’aspetto. Ma per il povero Spelacchio - assurto a simbolo della spettacolare capacità dei 5Stelle di mortificare perfino il Natale - continua  a non esserci pace. Questa volta è il turno dell’Autorità Anticorruzione di Cantone, l’Anac, che, dopo una verifica condotta a seguito di un esposto, sentenzia: il Comune di Roma ha affidato il servizio grosso modo alla stessa cifra per la quale nel 2015 allestì due abeti e, in più, nel corso degli ultimi tre anni il servizio di trasporto, posizionamento e rimozione dell'abete è stato sempre affidato alla stessa ditta, senza rispettare il principio di rotazione.
Insomma, l’ennesima figuraccia di un’Amministrazione incapace di fare le cose per bene, neanche a Natale.
L’Anac ha inviato nei giorni scorsi tutta la documentazione in Campidoglio chiedendo di fornire chiarimenti entro 30 giorni sul contratto e sulle spese. 
L’esposto a Cantone era partito dal Codacons e ha portato l’Autorità a verificare le procedure di affidamento degli ultimi tre anni. 
In sostanza, l’Anac ha fatto un raffronto fra gli addobbi degli scorsi anni e i costi sostenuti dal Comune: nel 2015, per due alberi da circa 22 metri da posizionare in due zone della città tra cui piazza Venezia, l'affidamento del servizio di trasporto, posizionamento e successiva rimozione e smaltimento dei due alberi aveva un importo di partenza di 38 mila euro più oneri di sicurezza e Iva e se la aggiudicò la Ecofast Sistema con un ribasso intorno al 20%. 
L’anno scorso, la procedura riguardò un solo albero della stessa altezza ma si partì come base di gara da un importo molto più basso, di poco superiore agli 11mila euro più oneri e Iva, al punto che nessuna ditta rispose e molti segnalarono che la cifra era troppo esigua per il servizio richiesto. Siccome Natale pero' era ormai alle porte, si decise per una procedura d'urgenza in affidamento diretto sempre alla Ecofast per una cifra di poco superiore ai 12mila euro più oneri e Iva comprensiva però solo del trasporto dal comune di provenienza e posizionamento. 
E l’anno scorso l’albero di piazza Venezia era così bruttino da meritarsi il soprannome di “Povero Tristo”. Chi sperava che quest’anno le cose migliorassero è rimasto deluso: siamo passati da “Povero Tristo” a “Spelacchio”. Solo che quest’anno il servizio è andato, in trattativa diretta, allo stesso operatore economico che lo aveva avuto nei due anni precedenti. Pagando però quasi 50mila euro: il servizio è stato pagato 37mila e 700 euro più oneri e Iva (ecco come si arriva ai quasi 50mila euro), in pratica assegnato senza nessun ribasso. Tutto questo, secondo Anac è in contrasto con il principio di rotazione previsto dal codice degli appalti per le procedure sotto soglia (gli affidamenti diretti) anche perché, rileva l’Autorità, l’importo è di fatto lo stesso del 2015, quando però gli abeti erano due.
Oggi è prevista la macabra festa per lo smontaggio del povero Spelacchio che, nella visione pentastellata diventerà una "Baby little Home", una casetta in legno per consentire alle mamme di accudire i propri bambini con fasciatoio, poltrona per l'allattamento e tavolino da gioco per i piccoli.
E, ancora una volta, sul corpo del povero Spelacchio si consuma lo scontro politico: il candidato premier dei 5Stelle, Di Maio, spara addirittura un “aumento del 10 di turisti a piazza Venezia”, neanche esistesse un conta turisti nella piazza! E, ovviamente, si tira dietro gli sberleffi del resto del mondo politico “inventa torpedoni” (Piccolo, Pd) e “il mondo ci ha riso dietro per esser incapaci perfino di mettere nella Capitale un bell'albero di Natale” (Giorgia Meloni, FdI).

mercoledì 20 dicembre 2017

VIRGINIA RAGGI: "NON MI RICANDIDERÒ"


"In base alla regola dei due mandati direi di no. La regola è chiara, ce la siamo data noi”. 
Il convitato di pietra è il terzo mandato, quello cui, per le regole interne pentastellate, nessun grillino può aspirare. Due mandati e poi a casa. E poco importa se i due mandati sono ricoperti con ruoli diversi, uno consigliere e uno Sindaco, e, magari, se il primo non è stato portato a termine per dimissioni anticipate dell’Assemblea. Due mandati e non uno di più. Anche per Virginia Raggi che, sorriso aperto, risponde alle domande dei cronisti sul caso Fucci - il sindaco di Pomezia, attuale vice della Raggi alla Città Metropolitana, che ha annunciato la sua volontà di correre per il terzo mandato, se necessario, anche da solo. “In base alla regola dei due mandati direi di no. La regola è chiara, ce la siamo data noi”, ha risposto la Raggi che ha aggiunto con uno sprazzo di lucidità: “Già arrivare viva alla fine di questo mandato sarà un grandissimo successo”, dice ancora, probabilmente riferendosi anche all’inchiesta che la vede a giudizio per falso con l'udienza preliminare fissata per il 9 gennaio.
Fare il Sindaco, specie a Roma, logora. Basta guardare le fotografie del giorno dell’insediamento e del giorno dell’addio: Veltroni e Alemanno, due facce diverse. Anche Ignazio Marino - il primo esponente del pensiero debole a candidarsi, “Io tra cinque anni non ne voglio più sapere”, disse il 17 maggio 2013, in campagna elettorale, incontrando alcuni imprenditori della Tiburtina Valley - pur durando solo metà mandato, subì il peso della fascia tricolore. 
E Virginia Raggi non fa certo eccezione: funivia, Povero Tristo l’altr’anno e Spelacchio questo Natale; tombini, alberi e foglie; Ama e Atac; buche, sfaldamento delle maggioranze nei Municipi, l’urbanistica che segna richieste risarcimento danni in aumento, non c’è giorno in cui Virginia non finisca sulla graticola mediatica. 
Anche quando, con estrema eleganza, magari solo un filo barocca, rappresenta esteticamente in modo più che ammirevole il Campidoglio alla prima del Teatro dell’Opera (facendo dimenticare le scarpe di qualche predecessore) le critiche non mancano mai. 
Sfortunatamente, a fianco a critiche di tipo estetico, su questa Amministrazione ne grandinano mille altre dovute alla palese inadeguatezza della compagine governativa cittadina che sarà pure “granitica”, come con piglio da Istituto Luce si affannano a ricordare tanto quotidianamente quanto in modo ridicolo alcuni consiglieri comunali, ma sta passando alla storia più per la mozione di riabilitazione del poeta Publio Ovidio Nasone che per la pulizia delle strade.
A testimonianza ulteriore di segnale di debolezza, questo annuncio di Virginia di non ricandidarsi, in genuflesso ossequio alle regole di oggi 5Stelle, derubrica la volontà di rivedere il Piano regolatore, resa nota 48 ore fa, più un messaggio di apertura al mondo dei grandi costruttori che a un’iniziativa seria. 
E, ancora, la telefonata di ieri pomeriggio fra la Raggi e il premier, Paolo Gentiloni, circa la nomina del nuovo Commissario per il rientro dal debito del Campidoglio, difficilmente potrebbe trovare a Palazzo Chigi orecchie favorevoli alla richiesta del Comune di “valutare l’affidamento alla sindaca della Capitale del ruolo di Commissario”, la cui nomina spetta all’Esecutivo.
Ovviamente, l’opposizione è andata immediatamente a nozze: “Non sarebbe comunque stata rieletta, quindi che si ricandidi o no mi pare assolutamente superfluo", per Giorgia Meloni, Matteo SalviniÈ il miglior regalo possibile per i romani", “vista l'attuale condizione di degrado della città un annuncio di dimissioni avrebbe costituito una news ancora migliore” per il capogruppo di Forza Italia in Comune, Davide Bordoni, "La sua fuga conferma il fallimento della giunta", dice la deputata romana Pd Lorenza Bonaccorsi

sabato 18 novembre 2017

COLLE OPPIO, ATTI IN TRIBUNAL E COMINCIA LA BATTAGLIA


Alla fine il ricorso al Tribunale Amministrativo regionale è arrivato: Fratelli d’Italia - difesa da un pool di avvocati coordinati da Zazza e Del Balzo, con Borre’, Andriani, Dichiara - porta in tribunale il Campidoglio a 5Stelle per lo sfratto della storica sezione del Colle Oppio dalla sede di via delle Terme di Traiano.
Lo sfratto era stato eseguito alle cinque di mattina, da una pattuglia di Vigili Urbani, lo scorso 31 ottobre e aveva dato immediatamente il via a un balletto di accuse. Da un lato il sindaco, Virginia Raggi, e il suo assessore al Patrimonio, Rosalba Castiglione, ad accusare Fratelli d’Italia di essere morosi e abusivi. Dall’altro, il partito della Meloni, con ricevute alla mano, ad accusare la Giunta Raggi di aver compiuto un atto illegittimo per danneggiare la reputazione di FdI alla vigilia del voto a Ostia. 
La vicenda si interseca poi con la cacciata di Andrea Mazzillo da assessore della Raggi al Bilancio e Patrimonio: poco prima di essere defenestrato, Mazzillo, il 9 giugno, aveva portato in Giunta e fatto approvare, una memoria che, facendo proprio un Ordine del Giorno proposto e approvato dai grillini in Consiglio comunale (il 79 del 9 maggio), sospendeva tutti gli sgomberi in atto fino alla definizione del nuovo regolamento. 
Ora si arriva alle carte bollate: stamattina il ricorso sarà notificato al Campidoglio e, più o meno entro una trentina di giorni, i giudici dovranno decidere se la Meloni e i suoi sono abusivi e morosi, come sostiene la Raggi, oppure se la Raggi e la sua Giunta hanno compiuto un atto illegittimo, come sostiene Fratelli d’Italia. 
Il ricorso, di una ventina pagine, è articolato sulla ricostruzione dell’iter amministrativo che già evidenzia un enorme buco. Negli atti notarili del 1925 e 1935 che assegnavano all’allora Governatorato di Roma (antenato del Comune di Roma, ndr) la proprietà di una serie di aree, i locali della sezione del Colle Oppio erano indicati come proprietà privata dei Principi Brancaccio. E, quindi, non sarebbero locali di proprietà pubblica ma privata. 
Dopo di che gli avvocati della Meloni evidenziano la contraddittorietà degli atti assunti dalla Raggi: prima si avviano le procedure di sfratto, poi si sospendono con la Memoria Mazzillo, ma ripartono dopo cinque mesi di silenzio per concludersi con i vigili all’alba del 31 ottobre. 
Altro elemento: i difetti di notifica. Secondo i legali di Fratelli d’Italia il Campidoglio ha compiuto una serie di errori nel notificare gli atti: un po’ come se la multa venisse portata all’indirizzo sbagliato. Per cui, ne deducono, è stato cancellato il diritto al cosiddetto “contraddittorio”, cioè alla possibilità di essere ascoltati dalla Pubblica amministrazione e poter produrre documenti utili. 
Altri motivi di nullità, vanno ricercati nell’abuso d’ufficio (ci si “doveva attenere agli atti consiliari e di indirizzo di Giunta e tenere conto dell’affidamento di FDI alla trattativa in corso sulla corretta determinazione del canone che presupponeva almeno un’alta possibilità di definizione favorevole al rinnovo della concessione”) e nell’eccesso di potere (errori nella quantificazione dei giorni necessari a FdI ad adeguarsi alle richieste del Campidoglio). Per queste ragioni, concludono gli avvocati, vanno annullati tutti gli atti di sfratto. Prossimo appuntamento il Tar che dovrà anche decidere sulla richiesta di sospensiva, “tanto più necessaria - spiega l’avvocato Roberto Zazza - viste le dichiarazioni rese dall’assessore Castiglione in Commissione circa la trasformazione della sezione Colle Oppio in un magazzino”.
Ieri mattina, poi, una nuova sorpresa: “sul cancello di ingresso - afferma ancora Zazza - è stato trovato un Ordine di Sequestro fatto sempre dai Vigili urbani, inviato al Pubblico ministero per la convalida. Strane coincidenze: due atti, sfratto notturno e sequestro mattutino, tutti da giudicare, e tutti disposti il giorno prima del voto” a Ostia, primo turno e ballottaggio.

mercoledì 15 novembre 2017

COLLE OPPIO, UN MAGAZZINO NELLA SEDE DI FDI


La singolar tenzone fra il Campidoglio e Fratelli d’Italia per lo sgombero della storica sezione del Colle Oppio non accenna a finire. Anzi. Entro questa settimana il pool di avvocati del partito di Giorgia Meloni - Zazza e Del Balzo, con Andriani, Borre' e Dichiara - presenterà il ricorso al Tar contro lo sgombero deciso dalla Raggi. A breve, quindi, sarà il Tribunale amministrativo a decidere chi ha ragione: se il Comune che sostiene la morosità di FdI, o Fratelli d’Italia che sostiene non solo di aver pagato, con tanto di esibizione dei bollettini, ma anche che il locale, un seminterrato di una sessantina di metri quadri senza finestre e aria, non può essere messo a reddito. 
A parziale dimostrazione di questa tesi c’è l’annuncio dell’assessore al Patrimonio, Rosalba Castiglione, che, ieri, in Commissione Trasparenza ha annunciato che i locali del Colle Oppio saranno adibiti a magazzino. 
Una decisione che, complice l’esistenza di svariati locali di proprietà comunale desolatamente vuoti come quello di fronte la sede della Sovrintendenza Capitolina di piazza Locatelli, sembra giustificare l’accusa di persecuzione politica che, secondo FdI, la Giunta Raggi starebbe compiendo contro il partito della Meloni in ragione della tornata elettorale a Ostia che proprio una esponente di FdI, Monica Picca, oppone alla candidata 5Stelle, Di Pillo.

Secondo l’assessore Castiglione lo sfratto è dovuto a una “morosità di 11.626 euro, di cui 1.700 per il pregresso e 9.900 dopo la comunicazione del nuovo canone avvenuta a gennaio a 2017 e ammontante a 11.880 euro annuali, 990 al mese”. La Castiglione ha comunque tenuto aperto uno spiraglio nei confronti di Fdi, sottolineando che lo sgombero “non vuol dire che non ci possano essere altri immobili comunali da destinare a questo scopo”. 

La replica di Fratelli d’Italia, oltre che in Tribunale, è affidata a una serie di interventi politici: per Fabrizio Ghera, capogruppo in Consiglio comunale: “O quel locale o è un magazzino o un ufficio di pregio, come hanno scritto nei giorni scorsi lo stesso assessore e il capogruppo M5S, perché se è un magazzino non possono chiederci 990 euro al mese individuandolo come ufficio, ma il canone è di 250 euro. Ci vengono chiesti 11 euro al metro quadro per Colle Oppio che è uno scantinato insalubre non accatastato, altro che ufficio di pregio, mentre negli ultimi bandi per uffici centrali si parte da meno di 3 euro. È una discriminazione politica fatta in malafede: nel 2017 è stato pubblicato un bando per immobili di pregio a Villa Borghese, nel Casino Cenci Giustiniani, a base d’asta di 2,27 euro al mq, al Buon Pastore addirittura a 2,14 euro e a Colle Oppio invece a 11 euro”.

Per Federico Mollicone, presidente del Circolo Colle Oppio “Le affermazioni dell’assessore Castiglione aggravano la posizione del Comune e dimostrano l'intenzione discriminatoria dello sgombero. Non si riprende con la forza la sede di un'associazione garantita dalla Costituzione per realizzarci un magazzino. Un’associazione - e Roma ha centinaia di sedi in locali impropri - ha delle deroghe che il pubblico non ha. L’Assessore cerchi di conoscere almeno le norme dell'ambito che amministra. Colle Oppio non sarà mai un magazzino. Solo pensarlo è sintomo di analfabetismo politico e amministrativo”.
Fra qualche settimana, quindi, sarà il Tar a sbrogliare questa sgradevole matassa. 



venerdì 3 novembre 2017