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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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mercoledì 23 gennaio 2019

IL SOGNO PARALIMPICO ORA È REALTÀ


Finalmente, dopo oltre un anno e tre mesi dalla presentazione ufficiale alla stampa con l’intervento del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 26 settembre 2017, il Centro di Preparazione Paralimpica del Tre Fontane all’Eur inizia a funzionare sul serio.
Da qualche settimana, infatti, sono iniziate le attività di nuoto all’interno delle piscine del Centro, piscine che erano rimaste chiuse per anni, generando, tra l’altro, un enorme aggravio di spese di manutenzione dovuto alle muffe formatesi sui muri.
Il Centro ha iniziato ad ospitare i primi atleti disabili all’inizio del 2018 e ora, appunto, iniziano anche i corsi di nuoto.
Corsi ai quali possono partecipare atleti con disabilità fisica, visiva o intellettiva e relazionale. E, paradossalmente, sono le persone affette con disabilità minore quelle con maggiori difficoltà. Nella presentazione, infatti, viene spiegato che spesso chi è affetto da una disabilità minore incontra maggiori problemi di accettazione, teme in qualche modo di essere scoperto come disabile e, se già atleta, ha anche paura di dover lasciare le competizioni della Federazione Nuoto. Inoltre, il Centro Paralimpico, per aiutare le società sportive civili o dei Corpi militari nei quali militano atleti disabili corrisponderà un’indennità di preparazione  e una serie di incentivi economici all’atleta stesso. 
La storia del Centro di Preparazione Paralimpica è particolarmente travagliata. L’area, in totale, è grande 70mila metri quadri, dei quali il 40% è di proprietà dell’Ente Eur e il restante del Campidoglio che, già in epoca Veltroni, lo diede in concessione al Comitato paralimpico. 
I “guai” per il Tre Fontane nascono dai rapporti fra Eur e Comune con il primo che, dotato di una propria contabilità di cui risponde alla Corte dei Conti, era sì pronto a cedere il terreno ma chiedeva in cambio delle compensazioni edilizie per non incorrere nelle censure dei magistrati contabili. 
Di fatto, questa situazione aveva bloccato il completamento del Centro delle Tre Fontane cui, comunque, mancano ancora una serie di elementi, come il Palazzetto dello Sport, il centro di medicina e, soprattutto, la foresteria. Quest’ultimo edificio è in realtà fondamentale per consentire al Centro di poter ospitare atleti anche di altre Regioni e non ridursi ad essere un luogo di allenamento “di quartiere”. È infatti difficile, per un atleta disabile che non risiede a Roma, l’idea di poter raggiungere il Tre Fontane quotidianamente per allenarsi. La foresteria, dunque, diverrebbe l’elemento fondamentale per fare del Tre Fontane il centro di riferimento nazionale per gli atleti affetti da disabilità.
Quando, a settembre 2017, Luca Pancalli, presidente del Comitato Paralimpico italiano, presentò ufficialmente il Centro, venne annunciato che Eur e Campidoglio - in quell’occasione era presente sia il sindaco Raggi che l’assessore allo Sport, Frongia - si sarebbero presi un anno per risolvere il problema del contenzioso sui terreni. Anno abbondantemente passato e, se non ci saranno altri problemi, a breve dovrebbero iniziare i lavori per Palasport, foresteria e centro di medicina. 


sabato 27 dicembre 2014

FLAMINIO DIMENTICATO, LA FIGC SI DIFENDE

Negli ultimi “10 mesi lo Stadio Flaminio non ci è mai stato consegnato, così come non ci sono state fornite le piante catastali. Non ci è stato insomma consentito di dare corso alle nostre legittime pre-valutazioni progettuali ed economiche necessarie per qualsiasi progetto di fattibilità e sostenibilità dell'investimento, come tra l’altro previsto dalla delibera di Giunta del febbraio 2014”. Parola della Federazione Italiana Gioco Calco che interviene in modo molto secco sulla vicenda del Flaminio che cade sempre più a pezzi.



Il Flaminio - prosegue la Figc - è rimasto sotto la titolarità e la responsabilità della Coni Servizi fino al 23 dicembre, quando sarebbe passato dalla stessa Coni Servizi a Roma Capitale, unici due enti che avrebbero potuto e dovuto intervenire per la salvaguardia dell’area”. 
In sostanza, come già il Tempo aveva rivelato lo scorso 24 dicembre, chi doveva occuparsi di manutenerlo, ristrutturarlo e rilanciarlo, non l’ha fatto.  Ed è in atto una diatriba anche con risvolti giudiziari che vede il Comune impegnato in Tribunale contro la Coni Servizi. 

Ripercorrendo la vicenda, ad ottobre 2013, Comune e Figc annunciano urbi et orbi la volontà di rinascita del Flaminio, restaurato cinque anni prima al costo di 9 milioni di euro di fondi pubblici, brevemente impiegato per il rugby e quasi subito abbandonato. Passano i mesi, si ventilano proclami, e a febbraio 2014, la Giunta Marino approva la concessione, senza gara d’appalto, dell’impianto alla Figc. Se non che, di fatto, il Comune, secondo la Figc, non era in possesso della struttura che rimaneva invece nella disponibilità del Coni, meglio, della Coni Servizi, la società strumentale del Coni che si occupa principalmente della gestione delle strutture per lo svolgimento dello sport. 

Coni Servizi chiede di restituire l’impianto al Comune, ma si rifiuta di firmare un “verbale di consistenza”, vale a dire un atto ufficiale che descrive le condizioni dei luoghi al momento della riconsegna degli stessi. E a quel punto il Comune ricorre in Tribunale per un accertamento tecnico preventivo, una perizia, insomma, che certifichi in modo imparziale lo stato attuale dell’impianto.
Non vogliamo entrare nel merito dell’assegnazione del Flaminio a febbraio 2014”, dice la Federazione prendendo le distanze in maniera netta dal Campidoglio e dalla sua volontà di assegnarlo a Coni Servizi con la delibera proposta dall’allora assessore allo Sport, Luca Pancalli, ed avallata dall’intera Giunta capitolina.
L’attuale management della Federazione - dicono ancora da via Allegri - non ha seguito l’iter di concessione dello Stadio” ma ha compiuto una “semplice presa d’atto dello stato dell'opera. Oggi, in un contesto economico–finanziario profondamente mutato rispetto a un anno fa in ragione dei tagli del CONI sui contributi a noi destinati per il 2015, la FIGC non potrebbe più sostenere investimenti come quelli ipotizzati solo un anno fa sullo Stadio Flaminio”. 
Traduzione: signori, un anno fa c’era forse una possibilità; oggi non c’è una lira, bamboli, quindi non se ne può comunque fare nulla, cause o non cause. Quindi “auspichiamo l’apertura di un tavolo congiunto CONI, Roma Capitale e FIGC per stabilire modalità nuove e congiunte per il recupero di un'opera a cui noi tutti teniamo”. 



Lo scorso 15 dicembre il sindaco Marino e il presidente del Coni, Malagò, dispensavano sorrisi ad uso della stampa e del mondo per celebrare la candidatura di Roma a sede ospitante delle Olimpiadi 2024. Non più di cinque giorni fa, sempre il Sindaco incassava il sospiratissimo ok del Consiglio comunale alla delibera che sancisce il pubblico interesse alla costruzione dello Stadio della Roma, innaffiando questo “sì” da reiterate dichiarazioni trionfalistiche che gli portavano in regalo le bacchettate della Regione. Intanto il Flaminio, giorno dopo giorno, continua a perdere pezzi, a lasciare spazio alle erbacce e date segnate sulle agende per gli annunci ai quali non seguono realizzazioni concrete.

lunedì 1 settembre 2014

STADIO, LO SCONTRO TRIBALE NEL PD

Stadio sì, Stadio no, Stadio forse. 
Più che la politica, ad essere diviso sulla vicenda della costruzione dello Stadio della As Roma a Tor di Valle è il Partito Democratico. Certo, posizioni divergenti o critiche sono state espresse a più riprese anche da esponenti della maggioranza di centrosinistra in Campidoglio, ma è all’interno dei Democrats che questa vicenda sta deflagrando in modo quasi tribale.




 Andiamo per ordine. 

Detto che di uno stadio nuovo se ne parla da quando Dino Viola prima e Franco e Rosella Sensi poi hanno guidato la As Roma e che anche il presidente della Lazio, Claudio Lotito, nel 2005, avanzò una sua ipotesi progettuale nella zona nord di Roma, l’argomento venne tirato in ballo da Alemanno, il 1 marzo 2008, in piena campagna elettorale. 
Il quinquennio di Alemanno è passato con un alternarsi di dichiarazioni ottimistiche, almeno una ogni tre mesi, e di rinvii. 
In mezzo, anche la presentazione del disegno dello Stadio Franco Sensi, rimasto su carta.
Anche Marino non è rimasto immune e, complice la legge finanziaria che ha introdotto, in tre commi, delle norme per agevolare la costruzione di nuovi stadi, si ritrova invischiato nella querelle.



Vediamo, dunque, chi sono i “favorevoli senza se e senza ma”, ”, i “sì ma...”, i “contrari che Dio non voglia”.




Favorevoli “senza se e senza ma”
Stefano Pedica, ex senatore di Di Pietro oggi nel Pd, è decisamente un Dio lo vuole, si faccia, “chi parla contro è un gufo”.

Quelli che “premesso che lo Stadio è un’opportunità, ma...” ovvero i “sì, ma...”
Ignazio Marino è annoveravile fra i favorevoli e i “sì ma”: un grande entusiasmo all’inizio, con tanto di annuncio di imminente avvio dei lavori (ma forse non gli era stata chiarita la lunghezza e complessità dell’iter) e poi un sempre più intenso raffreddamento, con la decisione di ignorare del tutto le prescrizioni della conferenza di servizi su Roma-Lido e viabilità, per pretendere un prolungamento della metro B, molto più costoso.
Giovanni Caudo, assessore all’Urbanistica: ha definito una “genialata” lo stadio. Ma solo quello. È annoverabile fra i favorevoli politicamente ma, quando poi, smessi i panni del politico, vede le cose da professore di Urbanistica, si fa molto più tiepido.
Guido Improta, assessore alla Mobilità: uomo forte della Giunta Marino, può essere considerato un favorevole con molte prescrizioni. I maligni sussurrano che sia lui il deus ex machina del dietrofront sul trasporto pubblico.
Paolo Masini, Marta Leonori, Luca Pancalli, assessori ai Lavori pubblici, Commercio e Sport: ondivaghi. Prima hanno espresso perplessità consistenti, il giorno successivo hanno emanato una nota congiunta sullo stile “siamo stati fraintesi”.
Fabrizio Panecaldo (Pd) coordinatore della maggioranza, favorevole ma a condizione che si facciano tutte le opere pubbliche e non solo una parte.
Antonio Stampete (Pd), presidente della Commissione urbanistica: i dubbi ce li ha ma è sostanzialmente favorevole.
Dario Nanni (Pd), presidente della Commissione Lavori Pubblici: “favorevole ma”.
Pierpaolo Pedetti (Pd), presidente della Commissione Patrimonio: sì ma “le opere pubbliche vadano a bando”
Lorenza Bonaccorsi (Pd), deputata area renziana: “I tifosi meritano lo stadio ma deve essere di proprietà della Società, non di Pallotta”.
Tommaso Giuntella, presidente del Pd romano: al mattino è no, alla sera è sì: un giorno “lo stadio si farà e presto” stile ultras, poi difende Panecaldo che avanza richieste di modifiche sostanziali al progetto.




Contrari “che Dio non voglia”
A fare da apripista due personaggi di peso, entrambi ex assessori Democrat all’Urbanistica, Domenico Cecchini con Rutelli, e Roberto Morassut con Veltroni.
Il più duro è Morassut: “legge sbagliata, non è chiaro l’interesse pubblico, costi sovrastimati”.
Cecchini: “La valutazione dei costi non può essere soggettiva ma va usato il Piano regolatore e le sue norme”.
Umberto Marroni, ex capogruppo Pd in Consiglio comunale oggi deputato: il suo sì è in realtà un no: “legge sbagliata, procedure sbagliate, proprietà dello Stadio della Roma e non di Pallotta”.
Athos De Luca (Pd), presidente della Commissione Ambiente: contrario.
Annamaria Cesaretti Proietti (SeL), presidente Commissione Trasporti: costi sovrastimati e cubature esagerate.

Legambiente e Italia Nostra: ça va sans dire, contrari, contrarissimi, un ecomostro.

giovedì 31 luglio 2014

STADIO, OGGI IL D-DAY

Oggi è il D-Day dello Stadio. Oggi, in mattinata, negli uffici dell’Urbanistica all’Eur, si riunisce la Conferenza di Servizi che dovrà esaminare il progetto dello Stadio della As Roma a Tor di Valle presentato dalla Eurnova di Parnasi. Oggi, sapremo, quindi, non tanto se il progetto verrà accolto o respinto - difficile ipotizzare che i funzionari capitolini boccino completamente l’opera - ma quali prescrizioni verranno impartite ai proponenti per ottenere l’assenso del Comune al progetto definitivo. A ieri sera ancora non c’era assolutamente nulla di deciso e definito: tutto in alto mare.






Alle diverse - e spesso contraddittorie - uscite dei politici, ha fatto da contraltare l’intervista di Mark Pannes a Roma Channel ribadita a chiare lettere anche dal presidente, James Pallotta. 

Da un lato, limitandoci solo agli Assessori - in diverse circostanze, perplessità sono state espresse dai titolari dell’Urbanistica, Giovanni Caudo, dei Trasporti, Guido Improta, dei Lavori pubblici, Paolo Masini, del Commercio, Marta Leonori, e dello Sport, Luca Pancalli. In sintesi, i cinque Assessori hanno manifestato riserve sull’impatto generale che lo Stadio, e tutte le opere ad esso collegate, potrà avere sulla città. Troppe cubature richieste per un progetto carente in termini di interesse pubblico.

Dall’altra, l’intervista di Pannes che, da membro del CdA della Roma, braccio destro di Pallotta e capo dell’intero progetto Stadio, dice a chiare lettere: il progetto dev’essere valutato unitariamente, portiamo un sacco di soldi alla città in opere pubbliche e migliaia di posti di lavoro fra costruzione e successiva gestione dello Stadio ma, consapevoli anche noi che il progetto non è perfetto, siamo pronti a fare modifiche.
Ancora più netto il presidente della Roma, James Pallotta: “Questo è un progetto nell’ordine del miliardo di euro, di cui 300 milioni dedicati alle infrastrutture con finanziamenti privati. Approvare questo progetto è importante”.

Al tavolo della Conferenza di Servizi di oggi, siederanno tutti i vari capi dipartimento e capi di direzione dei diversi assessorati comunali. Non è prassi che i politici partecipino alle Conferenze di Servizio, quindi non dovrebbero esserci né Caudo né Improta, i due uomini forti della Giunta e i cui Assessorati sono più direttamente coinvolti nell’opera. Quasi tutti i direttori delle diverse branche dell’Urbanistica e della Mobilità, più Segretariato Generale, al quale è demandato il compito di scrivere la eventuale delibera da portare in Consiglio comunale, e l’Avvocatura capitolina.
Oltre loro ci saranno Atac, Ama, Acea, Eni, Italgas, Regione Lazio, Trenitalia, Asl, tre Sovrintendenze, all’Archeologia, ai Beni Culturali e ai Beni architettonici e per il Paesaggio, e l’Autorità di Bacino del Tevere.
Tutti questi tecnici devono decidere se il progetto presentato da Parnasi va accolto così com’è, respinto direttamente o accolto con modifiche.

Nel primo caso, prima si va dritti in Consiglio comunale con una delibera che dichiari l’interesse pubblico dell’opera. Dopo di che, Parnasi presenterà il progetto definitivo in Regione che ha 6 mesi di tempo per approvarlo in Conferenza di Servizi decisoria. A quel punto, si potrà iniziare a costruire.
Nel secondo caso, l’iter si ferma. Parnasi potrà solo riprendersi le carte, rifare il progetto e provare a ripresentarlo.




Nel terzo caso, invece, occorrerà vedere quali modifiche potrebbero essere richieste dal Comune. E qui la strada si fa complessa. Se sono modifiche parziali e non particolarmente significative sul progetto, Parnasi dovrà tenerne conto in sede di progetto definitivo, da presentare sempre in Regione. Se, al contrario, fossero estremamente impattanti, tanto da alterarne l’intero equilibrio economico-finanziario e, quindi, la sua sostenibilità, Parnasi potrebbe scegliere di ritirarlo, modificarlo e ripresentarlo oppure di provare la strada del tirar dritto e modificare il progetto definitivo sperando nell’avallo della Regione. In mezzo, ci sarà il Consiglio comunale che dovrà votare la delibera che sancirà l’interesse pubblico dell’opera. 
E lì occorrerà vedere quanto ila delibera sarà restrittiva: se l’Assemblea voterà un testo che rende totalmente vincolanti tutte le prescrizioni della Conferenza di oggi, il progetto dovrà essere adeguato, pena la decadenza del pubblico interesse.