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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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Visualizzazione post con etichetta Stefano Fassina. Mostra tutti i post
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sabato 19 settembre 2020

ELETTI I NUOVI PRESIDENTI DELLE COMMISSIONI BILANCIO E URBANISTICA

 


Nell’ultimo giorno utile stabilito dai regolamenti sul funzionamento del Consiglio comunale, arrivano i nuovi presidenti delle Commissioni Bilancio e Urbanistica dopo le dimissioni a sorpresa dei rispettivi presidenti, Marco Terranova e Donatella Iorio, entrambi del Movimento 5Stelle.
Nella mattinata di ieri, alla terza votazione, Sara Seccia, già Presidente reggente del Consiglio comunale durante la detenzione di Marcello De Vito, è stata eletta alla guida della Bilancio. Nuovi vicepresidenti sono Angelo Diario, sempre M5S, già presidente della Commissione Sport e che sarà anche il vicario; e Valeria Baglio (Pd) in quota opposizione.
Determinante l’assenza di Stefano Fassina (Sinistra per Roma) che ha impedito alle opposizioni di provare a strappare questa presidenza ai grillini: il regolamento prevede infatti che, a parità di voti, viene eletto il consigliere anagraficamente più anziano e la Seccia è giovanissima. Con Fassina presente ci sarebbero stati sei consiglieri di opposizione e sei grillini.
Anche in Commissione Urbanistica si cambia. Qui la maggioranza era di 7 a 5, quindi è bastato un solo scrutinio per eleggere l’architetto Carlo Maria Chiossi (M5S) nuovo presidente. Come vicepresidenti sono stati eletti il grillino Massimo Simonelli, vicario e appena subentrato in Commissione, e Alessandro Onorato che era già vicepresidente.
Per la Seccia i primi appuntamenti sono già in agenda: variazione e assestamento di bilancio con alcune delibere collegate e poi il previsionale “elettorale” a dicembre. Per Chiossi, invece, l’esordio pesante potrebbe avvenire con la delibera Stadio della Roma. 

giovedì 9 luglio 2020

STADIO, CORSA CONTRO IL TEMPO DELLA RAGGI


La foto con la prima pietra dello Stadio della Roma potrebbe farla il nuovo Sindaco se la Raggi e i suoi non si sbrigano: le elezioni per eleggere il successore di Virginia a Palazzo Senatorio sono a giugno 2021 e se il Sindaco e i 5Stelle intendono realmente utilizzare lo Stadio come oggetto di campagna elettorale, il tempo è davvero minimo. 
In attesa che i consiglieri comunali 5Stelle, dopo 4 anni di governo della città e un numero elevatissimo di incontri tecnico/politici, decidano, forse lunedì, di dare il via libera politico per portare alla votazione finale il progetto Stadio della Roma, piovono dichiarazioni politiche, dal Pd a Salvini a Fassina, e si può iniziare a tracciare un potenziale cronoprogramma.
In Campidoglio “gira” un timing minimo/massimo: quello ottimistico è di portare in Giunta la delibera Stadio intorno al 10 agosto per poi farle iniziare, alla ripresa dei lavori, l’iter nelle cinque commissioni consiliari (Urbanistica, Lavori pubblici, Mobilità, Ambiente e Commercio) e nel IX Municipio per l’espressione dei pareri obbligatori ma non vincolanti. Quindi, dopo un breve riepilogo delle carte in Giunta, la calendarizzazione del voto in Aula. La velocità dei passaggi intermedi è un elemento fondamentale: possono bastare pochi giorni se le Commissioni lavorano a spron battuto. In questo caso, il voto potrebbe esserci nella prima metà di settembre
Il timing meno ottimistico e molto legato alle fibrillazioni interne dei 5Stelle, invece, prevede che tutto l’iter descritto termini con il voto finale a fine novembre. Oltre è poco pratico andare, visto che a dicembre inizia la sessione di bilancio. 
Intano iniziano i posizionamenti delle forze politiche: il Pd, prima schierato su un “no” oltranzista, ora apre timidamente la porta. “Prima leggeremo attentamente tutte le carte, poi, se le prescrizioni della Regione saranno state tutte accolte, valuteremo”, dice il capogruppo Dem in Campidoglio, Giulio Pelonzi al programma "Gli Inascoltabili" su NSL Radio e TV. Ancor più importante la posizione di Matteo Salvini che, pur rimandando la decisione al gruppo in Aula Giulio Cesare, ha detto: “Io tifo perché ci sia uno stadio nuovo e spero che si sblocchi”. Contrario, come al solito, Stefano Fassina che parla di “un’altra incompiuta in arrivo” e che chiede ai 5Stelle di impegnarsi “insieme per bloccare l’ennesima speculazione su Roma”.

venerdì 8 novembre 2019

IL TAR BOCCIA IL RICORSO SU ROMA METROPOLITANE


Il Tar boccia la richiesta di sospendere gli effetti della delibera Raggi/Lemmetti sulla liquidazione di Roma Metropolitane, la società di proprietà del Campidoglio che progetta, per conto del Comune, infrastrutture di mobilità. 
Il ricorso ai giudici amministrativi era stato presentato nei giorni scorsi dall’ex ad della società, Marco Santucci, dal presidente del Collegio sindacale dell’Azienda, Antonio Lombardi; e da Stefano Fassina, deputato e consigliere comunale di Sinistra per Roma. Tutti e tre rappresentati da Luisa Melara, avvocato e, soprattutto, ultimo presidente di Ama andata via sbattendo la porta e accusando la Raggi di inerzia. 
Il sindaco, Virginia Raggi, commenta: “Stiamo leggendo le motivazioni, mi sembra che il Tar abbia detto sostanzialmente che la decisione presa dall'Assemblea Capitolina è corretta. Quindi andiamo avanti così”. In realtà, la lettura della sentenza non dice assolutamente che la delibera del Comune è corretta. Semplicemente, i giudici amministrativi hanno stabilito che né Santucci, né Lombardo, né Fassina - i proponenti il ricorso - hanno titolo per rivolgersi al Tribunale: “carenza di legittimazione” che è cosa totalmente diversa dal tentativo della Raggi di rivendicare una correttezza degli atti capitolini. 
Il Sindaco prosegue: “Il nostro progetto è quello di risanare la società. Non ci siamo mai risparmiati sul tema dei lavoratori. Si farà un lavoro su tutte le partecipate per eventualmente riassorbire i dipendenti, se ce ne sarà una necessità. Roma Capitale è una grande famiglia, noi ci muoviamo in questo modo, come un organismo unico”.
Immediate anche le prese di posizione dei ricorrenti che annunciano l’immediato ricorso in appello al Consiglio di Stato. Durissimi i sindaci che ricordano la situazione dei 156 lavoratori di Roma Metropolitane, il proseguimento delle grandi opere, metro C in testa, e che definiscono “scellerata” la liquidazione (Uil) e auspicano un tavolo di confronto col Governo (Cgil).

domenica 27 ottobre 2019

IL TAR FERMA LA LIQUIDAZIONE DI ROMA METROPOLITANE


Non è ancora la bocciatura definitiva perché nel merito i giudici amministrativi si pronunceranno solo il prossimo 6 novembre. Tuttavia, che il Tar del Lazio abbia accolto la richiesta di sospensiva della delibera che dispone la liquidazione di Roma Metropolitane è un segnale preoccupante per il sindaco di Roma, Virginia Raggi, l’assessore al Bilancio e Partecipate, Gianni Lemmetti, e l’intera maggioranza 5Stelle. Giusto 5 giorni fa, quasi di notte, i grillini hanno approvato, in un’Aula occupata per protesta dalle opposizioni, il testo che cancella l’azienda che progetta infrastrutture di mobilità per conto del Campidoglio. Ora il Tar sospende la delibera e i suoi effetti e il 6 novembre deciderà nel merito se dichiarare illegittimo il testo Raggi/Lemmetti.
Il Sindaco, interpellata a margine di un evento, si è rifugiata nel più classico e imbarazzato silenzio (“non rispondo ad altre domande”). Parla con una nota l’assessore Lemmetti: “Attendiamo la decisione nel merito. Abbiamo fiducia nell'operato dei giudici amministrativi e nella correttezza del nostro lavoro”.
Il resto del mondo politico capitolino più che esultare per questa prima vittoria - il ricorso al Tar è stato presentato da Luisa Melara (presidente dimissionaria di Ama), dall'Ad dimissionario di Roma Metropolitane, Marco Santucci, da Stefano Fassina, deputato e capogruppo di Leu in Campidoglio e dai sindacati - coglie l’occasione per richiamare la Raggi a un ripensamento sulla chiusura dell’azienda. 
Davide Bordoni (FI): “non sprechiamo invano il tempo fino alla sentenza. È opportuno considerare anche altre opzioni per evitare le conseguenze di una rottura fra Campidoglio e dipendenti, cittadini, sindacati”. 
Una nota di Andrea De Priamo (Fratelli d’Italia) parla di “clamorosa sconfitta per la Raggi e Lemmetti che hanno sistematicamente ignorato tutti gli appelli delle opposizioni che oltre alle ragioni di merito contestavano anche gravi carenze della delibera tali da renderla illegittima come la mancanza del parere Oref, quella dei pareri delle commissioni, nonché tutti i dettagli di bilancio relativi alla azienda tali da motivare una scelta liquidatoria”. 
Stefano Fassina, coautore del ricorso, rivolge “un appello alla sindaca Raggi affinché non attenda la sentenza di merito ma ritiri la delibera, che è una violazione delle regole fondamentali del consiglio comunale”. 
Richiesta analoga dal Pd dopo aver ricordato che la “sospensiva evita che l'azienda porti lunedi i libri in tribunale” chiede alla Raggi di aprire subito un tavolo di confronto sul futuro dell’azienda.  


martedì 22 ottobre 2019

VENERDÌ SCIOPERO GENERALE: CAOSA ANNUNCIATO


Venerdì tenersi a casa l’immondizia. E non sperate di prendere l’autobus o la metro. Né di comprare un’aspirina nella farmacia comunale. O che la scuola dei vostri figli sia pulita. Sono questi gli effetti dello sciopero generale dei lavoratori di tutte le società di proprietà del Comune di Roma, indetto dal Cgil, Cisl, Uil e Ugl, e in programma per l’intera giornata di venerdì 25 ottobre.  
Sarà un venerdì duro per la città e politicamente molto pesante per Virginia Raggi e la sua compagine di governo del Campidoglio. Quello di venerdì è il “primo sciopero generale di Roma”, come hanno evidenziato i sindacati nel presentare l’astensione dal lavoro per protestare contro la Giunta Raggi.
In sintesi, venerdì, si asterranno dal lavoro i dipendenti di Ama, Atac, Farmacap, Risorse per Roma, Zètema, Æqua Roma e via via tutte le altre municipalizzate
L’Ama - tipo bollettino di guerra - chiede per venerdì ai romani di tenersi in casa l’immondizia, visto che saranno garantiti solo il ritiro dell’immondizia prodotta in ospedali e case di cura, caserme e lo svuotamento dei cestini in alcune zone più turistiche del centro,  assicurando che già al primo turno di lavoro di sabato i rifiuti saranno nuovamente raccolti. Ma ci sarà da testare la capacità di tenuta di un sistema che ha già superato da un pezzo il livello collasso e in cui ogni sussulto nel sistema di raccolta rischia di creare giorni e giorni di maleodorante caos in strada.
Niente bus e tram, metropolitane e ferrovie concesse (Roma-Lido, Roma-Viterbo e Roma-Giardinetti) e, non bastasse, per lo stesso giorno è stato indetto uno sciopero sia dei lavoratori Cotral che di alcune sigle sindacali autonome del Gruppo Fs. Tradotto: niente Atac ma a rischio anche i treni e i pullman del consorzio della Regione Lazio.
Allo sciopero aderiscono anche i partiti di opposizione alla Raggi e anche l’immancabile Codacons
Come antipasto allo sciopero di venerdì, già oggi i lavoratori di Roma Multiservizi incroceranno le braccia con sit-in sotto la sede di Ama, mentre per il venerdì nero i sindacati hanno previsto una manifestazione sotto il Campidoglio (“evitato il corteo per non aumentare i disagi ai cittadini”, spiegano).
Non ci divertiamo a bloccare la città” spiegano i sindacati. “È il primo sciopero generale di Roma, uno sciopero politico da quando ci hanno mandato la polizia a forzare il cordone di lavoratori al presidio di Multiservizi", dicono Natale di Cola (Cgil), Gianpaolo Pavoni (Cisl) e Alberto Civica (Uil), che aggiungono: “Ce l'abbiamo messa tutta a trovare gli accordi con questa amministrazione che poi sono diventati carta straccia. Da tanto non sentiamo il sindaco Raggi, ma vorremmo chiarire una cosa: la liquidazione significa che una società chiude, non può significare un'altra cosa”, il riferimento è a Roma Metropolitane, la società che progetta e appalta le metro e le altre infrastrutture di trasporto e che la Raggi ha deciso di mettere in liquidazione assicurando, a suo dire, la continuità nel servizio.
Opposizioni a sostegno dello sciopero: “Dopo 3 anni e mezzo questa giunta non ha più scuse. Se una Giunta non riesce a imprimere la sua volontà di governo agli amministratori, che lei stessa nomina, qualunque sia stato il passato, un risultato è chiaro: la Giunta ha fallito”, dicono Stefano Fassina (Sinistra per Roma), Svetlana Celli (Roma per Roma), Cristina Grancio (Dema), e Giulio Pelonzi (Pd).


sabato 5 ottobre 2019

ROMA METROPOLITANE; GABRIELLI: "INECCEPIBILE L'OPERATO DELLA POLIZIA"


L’operato della polizia è stato ineccepibile”. Franco Gabrielli, capo della polizia, esprime un giudizio netto sui fatti accaduti il 1 ottobre durante la manifestazione dei lavoratori di Roma Metropolitane durante la quale è rimasto ferito il deputato di Leu e consigliere comunale, Stefano Fassina, che ha riportato un trauma toracico da compressione e 20 giorni di prognosi.
Secondo Gabrielli “altri non avrebbero dovuto consentire che si arrivasse a quel punto e che il delegato dell’assessore avrebbe dovuto avere maggior cautela nel chiedere l’intervento della polizia per entrare in una circostanza nella quale forse se non fosse entrato non avrebbe creato quanto successo dopo”. Intanto la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta in relazione alla vicenda al momento senza indagati e ipotesi di reato.
I fatti appaiono piuttosto lineari: la manifestazione dei lavoratori di Roma Metropolitane in sciopero per protestare contro la decisione della Giunta Raggi di mettere in liquidazione la società, era autorizzata fino alle 18.00. Pochi minuti prima della scadenza del permesso, Fassina insieme ai consiglieri del Pd, Giulio Pelonzi, Ilaria Piccolo e Giulio Bugarini e ai sindacalisti Natale Di Cola (Cgil) e Alberto Civica (Uil) chiedono ai manifestanti di allontanarsi e si preparano a mettersi davanti il portone di ingresso della Società stretti a cordone. 
In quel momento - stando al racconto di Giulio Pelonzi - “il dirigente della Questura chiede al delegato del Campidoglio se è necessario il suo ingresso nella sede di Roma Metropolitane”. Alla risposta affermativa del rappresentante del Comune, i poliziotti intervengono per aprire a forza il cordone. Ne nasce un parapiglia che vede Fassina e Pelonzi avere la peggio: ambulanza, ospedale e attestazioni di solidarietà anche dall’altra parte politica, Fratelli d’Italia con Andrea De Priamo
Gabrielli aggiunge: “Credo che chi manifesta deve sempre porsi nella condizione di manifestare pacificamente il proprio pensiero. E di non considerare i poliziotti e i carabinieri dei punching ball. Questo è un Paese nel quale si è ritenuto che sputare a un poliziotto sia un comportamento di tenue gravità. Io credo che non sia così. Chi veste una divisa e chi rappresenta un’istituzione, credo che dovrebbe essere portatore di un rispetto non solo per la persona ma anche per quello che rappresenta”. 
Per Fassina la questione deve rimanere su un “terreno politico. il ministro dell’Interno, Lamorgese, si è impegnata a rispondere all’interrogazione che abbiamo presentato alla Camera e al Senato e attendiamo la sua risposta. È evidente che c’è stata una indisponibilità da parte dell’Assessore ad avere un minimo di dialogo con i lavoratori. Lemmetti si comporta come il padrone di Roma. Ho grande stima per il capo della Polizia, ma mi chiedo se non si poteva provare a dialogare; se di fronte al diritto del delegato dell’assessore di entrare non si dovesse tenere in considerazione anche il diritto di manifestare di lavoratori che perdono il posto di lavoro, diritto sancito anche dalla Costituzione”.

venerdì 13 settembre 2019

GOVERNANCE CAPITALE: LA RAGGI NON VUOLE IL TUTOR DEL GOVERNO


Soldi e poteri: la partita su Roma è politica e vede nelle ultime ore il sindaco di Roma, Virginia Raggi, puntare i piedi. "Io sto facendo un lavoro molto puntuale sui poteri speciali di Roma Capitale”, dice la Raggi che aggiunge: “Credo che Roma Capitale debba dialogare direttamente con il premier e con i ministri. Quindi, non vedo assolutamente nessun tipo di sottosegretario, a meno che non vogliate considerare e nominare il sindaco della Capitale come sottosegretario. È necessario che la Capitale venga trattata da Capitale come accade in tutte le altre nazioni del Mondo. Non trovo che questa sia una soluzione praticabile”.
Una bella giravolta da chi, in audizione in Regione, rifiutò i poteri. Il problema viaggia su due binari paralleli: il sistema di governo della città, oggi uguale a quelle di qualunque altro Comune italiano ma oggetto di tentativi di riforme da oltre un decennio. E, in seconda battuta, i soldi: Roma sostiene spese per il suo ruolo di Capitale che in altre Nazioni vengono supportate dallo Stato centrale con fondi specifici (e consistenti). Per noi, invece, si deve far fronte con il magro bilancio ordinario. 
E Roma si inserisce anche nella questione Ministri e sottosegretari. La delega è nelle mani di Francesco Boccia, Pd, ministro per gli Affari regionali. E i Dem hanno avanzato la proposta di creare un sottosegretario ad hoc per gestire questa riforma. 
La Raggi, però, di questa ipotesi non vuol sentire parlare. Anche perché il Sindaco può ascrivere a sé un rapporto molto diretto con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Non solo perché nel discorso sulla fiducia, Conte ha rimarcato il ruolo di Roma e la necessità di riformare la governance capitolina (“dovrà essere profondamene riformata, perché sia più aderente al ruolo che la città riveste, anche in quanto sede delle massime istituzioni della Repubblica”). Ma anche perché Conte fu professore a uno degli esami sostenuti dalla Raggi per la laurea in Giurisprudenza. Che, forse, conta poco ma è sempre meglio del rapporto con Boccia. 
Il Sindaco, quindi, rilancia. Già chiesto l’appuntamento al Premier, mentre dal Ministero dell’Economia sembra pronta una maggiore disponibilità a sostenere le richieste economiche della Capitale, visto che ora, al Governo, manca il partner nordista.
Altro passaggio fondamentale: dopo le resistente iniziali dei 5Stelle, ora l’arco delle forze politiche sembra compatto nel voler procedere a una riforma dello status di Roma. “Lo stato di crisi in cui versano le grandi città e, particolarmente, le loro periferie, non necessitano solo di investimenti ma anche di strumenti legislativi e operativi. È giunto il momento di presidiare questa competenza, unitamente a quella di Roma capitale: status giuridico, stato dei decreti attuativi pregressi, risorse, beni e funzioni nazionale e internazionale”, afferma il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli (FdI). Gli fa eco Stefano Fassina (Leu): “Su Roma Capitale vi è un fronte trasversale”.


venerdì 12 aprile 2019

STADIO, CASO IX MUNICIPIO, 5STELLE ASTENUTI, PASSA SÌ A DELIBERA GRANCIO


Pastrocchio su pastrocchio con risvolti politici. Non è il titolo del nuovo film di Lina Wertmuller ma il caos nel IX Municipio chiamarlo, ieri, ad esprimere un parere sulla delibera Grancio/Fassina di annullamento d’ufficio della delibera Raggi sul pubblico interesse allo Stadio della Roma. 
Il Municipio ha votato con un sorprendente 14 astensioni e 9 voti favorevoli alla delibera Grancio/Fassina con una interpretazione sulle astensioni decisamente anomala. Ovviamente la consigliera comunale del Misto, ex M5S, Cristina Grancio e il collega di Sinistra x Roma, Stefano Fassina già cantano vittoria anche se il parere - da più parti considerato neanche obbligatorio - non è vincolante e non ha neanche avuto la maggioranza dei voti.   
Il nodo, ovviamente, non è tecnico, se non in minima parte. È chiaramente un nodo politico. Doppio. Il primo: i 5Stelle pur di non sbriciolarsi anche nel IX, dopo l’XI, hanno deciso di non decidere aprendo il quesito sull’utilità dell’eleggerli se poi non sanno assumersi una responsabilità che sia una. Ma il secondo nodo è più serio e riguarda la capacità di Virginia Raggi di avere ancora una maggioranza. In Aula Giulio Cesare, quanto meno. La delibera Grancio/Fassina - che stando all’Avvocatura capitolina è inaccettabile visto che non chiede la revoca ma l’annullamento in autotutela senza un solo appiglio giuridico valido - dovrà comunque passare per le commissioni consiliari prima di giungere al voto in Consiglio. Il tutto mentre nel frattempo proseguono senza sosta i lavori preparatori fra Comune e Roma/Eurnova per concludere i testi di variante e convenzione urbanistica da portare al voto in Aula. 



L'articolo 61 del vigente Regolamento del Consiglio del IX Municipio, disciplina le modalità di conteggio delle maggioranze alle votazioni, compresi gli astenuti. Il combinato disposto dei primi 2 commi - "maggioranza dei Consiglieri presenti" in aula e "nel computo dei presenti sono in ogni caso considerati" quei Consiglieri che "non lasciano l'aula" - unito alla disposizione del terzo comma che ribadisce come, per l'approvazione di un provvedimento sia necessaria una maggioranza espressa ("in caso di parità la proposta si intende non approvata") dovrebbero suggerire che occorra sempre la maggioranza dei presenti in aula al momento del voto affinché un provvedimento sia adottato. Nel caso del voto sulla Delibera Grancio/Fassina, invece, erano presenti in aula al momento del voto 23 consiglieri (14+9), pertanto la maggioranza dei presenti avrebbe dovuto essere di 12 voti (23:2=11,5) affinché la delibera di parere venisse approvata. Al contrario, il Municipio ha ritenuto che fossero sufficienti 9 voti favorevoli contro 14 astenuti.  

martedì 9 aprile 2019

STADIO, NO ALL'ANNULLAMENTO, E LA REVOCA NON SAREBBE GRATIS


L’Avvocatura comunale è stata nettissima: l’ipotesi di annullamento d’ufficio (o in autotutela) della Delibera Raggi sul pubblico interesse alla costruzione dello Stadio della Roma di Tor di Valle non è una strada percorribile. I 18 mesi che la legge identifica come il termine massimo entro cui il Comune può esercitare questo diritto sono trascorsi (11 dicembre 2018) e non è intervenuto nessun fatto, ignoto prima, che possa giustificare la deroga a questo termine.

LA DELIBERA GRANCIO/FASSINA 
È questa la posizione ufficiale degli Avvocati del Campidoglio ed è stata illustrata ai Consiglieri 5Stelle nella riunione della scorsa settimana che era stata convocata per esaminare la proposta di delibera Grancio/Fassina che chiede proprio l’annullamento d’ufficio della Delibera Raggi. Spazio per accogliere quella delibera non c’è.

REVOCARE SI POTREBBE, MA NON GRATIS
Esiste, però, una componente - sono sempre da 3 a 5 i consiglieri comunali contrari allo Stadio - degli eletti grillini che vorrebbe cassare il progetto
La strada che l’Avvocatura indica come difficile ma ipoteticamente percorribile è quella delle revoca. Solo che la revoca ha dei costi. Che non è ancora possibile quantificare. 
In sostanza, gli Avvocati del Comune hanno spiegato: la legge 241 del 1990 prevede la possibilità di revocare il pubblico interesse. Ma è una strada stretta: la revoca va istruita e, soprattutto, fortemente motivata. E comunque è alto il rischio che non sia affatto gratis come qualcuno si è incautamente affrettato a dire. In realtà, nelle analisi affrontate, ancora non è stato chiarito se sia possibile “utilizzare” l’arresto di Parnasi come elemento di colpevolezza nel provvedimento di revoca né quale sia l’esatta portata dei diritti acquisiti dalla Roma e quali risarcimenti questi potrebbero provocare. Perché un dato è sicuro: la revoca non è gratis e la legge prevede che vi sia un indennizzo parametrato al danno emergente. A oggi la Roma ha dichiarato di aver già speso fra i 75 e gli 80 milioni di euro ma bisognerebbe vedere il danno d’immagine o gli eventuali danni patrimoniali quanto potrebbero “cubare”.
Altro dettaglio che per qualche consigliere non è ancora chiaro: la delibera di revoca necessita di un iter complesso (non dissimile da quello seguito per quella di pubblico interesse) che prevede una condivisione del processo con il soggetto proponente. Iter che, qualora i consiglieri decidessero in questo senso, dovrebbe essere completato prima di quello che dovrebbe portare al voto per variante e convenzione urbanistica.

PROSEGUONO I LAVORI TECNICI
Variante e Convenzione i cui lavori tecnici preparatori vanno avanti senza particolari scossoni. Da quanto trapela rimane confermata la possibilità che questa fase si concluda per fine mese e questo fatto, unito alle reiterate dichiarazioni del sindaco, Virginia Raggi, e del facente funzione di presidente del Consiglio comunale, Enrico Stefàno, lascia sostanzialmente tranquilla la Roma circa l’ineluttabilità della conclusione positiva dell’iter. Anche perché se il Campidoglio intendesse seriamente percorrere la strada della revoca dovrebbe interrompere questi incontri tecnici e avviare, come da legge, quelli per cancellare il tutto. 

LA STRADA TAR
Nessuno ha intenzione di forzare i tempi o di alzare il livello della tensione. Anzi, si argomenta in casa giallorossa, le fibrillazioni politiche tutte interne ai 5Stelle sono questioni della maggioranza grillina e non spostano i fatti. Tuttavia, nonostante sia ritenuta un’ipotesi assolutamente residuale, si studia anche la possibilità di rivolgersi al Tar per la nomina di un commissario ad acta nel caso in cui, terminati positivamente i colloqui preparatori, la Raggi tentennasse troppo nel portare al voto in Consiglio comunale i vari testi. Perché c’è il voto su variante e convenzione urbanistica con la Roma ma c’è anche da votare i testi delle convenzioni urbanistiche che il Comune sta concludendo con la Città Metropolitana per la via del Mare/Ostiense e con la Regione per la ferrovia Roma-Lido di Ostia. Due atti che dovranno essere votati prima degli altri perché entreranno a far parte del più globale accordo fra tutti gli attori di questo procedimento complesso. 

VARIANTE ATTO DOVUTO
A sostegno della posizione della Roma sui “diritti acquisiti” c’è un altro dettaglio: tutti i vertici tecnici capitolini (segretariato generale, avvocatura, dipartimento urbanistica) ritengono che la variante urbanistica debba essere considerata un atto dovuto: la discrezionalità formale dei Consiglieri comunali nell’esprimere il voto si sarebbe esaurita quando essi hanno espresso il voto favorevole alla delibera di pubblico interesse a giugno 2017. Tutti elementi che lasciano tranquilla la società giallorossa. 


mercoledì 27 marzo 2019

I 5STELLE: "RAGGI BLOCCA LO STADIO"


Invece di diminuire, le fibrillazioni interne al Movimento 5Stelle sulla questione Stadio della Roma, aumentano. E non sempre a proposito. L’ultima è stata Roberta Lombardi, il riferimento di quell’”ala lombardiana” del Movimento i cui esponenti principali in Aula Giulio Cesare sono Marcello De Vito, fino al suo arresto per presunta corruzione presidente del Consiglio comunale, e a Paolo Ferrara, fino al suo coinvolgimento nell’inchiesta Rinascimento, capogruppo dei grillini in Comune. 
In un’intervista a Repubblica, la Lombardi dice: “Sullo stadio il consiglio comunale dovrebbe annullare in autotutela la delibera, perché, come ha detto la procura, è possibile ci sia stato un vizio nell'individuazione dell'interesse pubblico”. 
In realtà, la Procura non ha mai detto nulla di simile, ma ha ipotizzato che il comportamento di De Vito - uno sui 49 consiglieri - potesse non essere improntato alla corretta valutazione dell’interesse pubblico. E, alla successiva domanda se l’annullamento in autotutela potesse essere un altro danno per Roma, la Lombardi ha risposto: “In questo caso non ci sarebbero penali. E si può lavorare con l'AS Roma per individuare un nuovo sito. Sarebbe invece un danno per Parnasi, arrestato per corruzione, ma che alla firma della convenzione tra Eurnova e comune realizzerebbe una plusvalenza di 80 milioni di euro”.
Ora, l’annullamento in autotutela ha dei precisi limiti temporali (18 mesi) e la necessità di illiceità degli atti, cosa che la Procura ha espressamente escluso. Due fattori, tempo e illiceità, che, a oggi, rendono l'autotutela semplicemente improcedibile e a forte rischio risarcitorio. Inoltre, è inutile sottolineare come qualunque altra localizzazione - da Fiumicino a Pietralata o Tor Vergata - imponga la cancellazione dell’attuale progetto e il ripartiamo tutto da zero
Tutte chiacchiere buone solo se si sta all’opposizione, senza responsabilità.
A stretto giro, ovviamente, dietro la Lombardi si schiera Carla Ruocco, altro personaggio del mondo 5Stelle non esattamente “vicina” e amica alle posizioni di Virginia Raggi. La senatrice Ruocco in un tweet riprende l’intervista della Lombardi, condita con tre parole d’ordine: “StopStadioRoma”, “azzeriamo”, ripartiamo”.
In linea con Lombardi e Ruocco - e non potrebbe essere altrimenti - anche Stefano Fassina e Cristina Grancio, autori di una proposta di delibera, giunta alla seconda edizione, per l’annullamento in autotutela del pubblico interesse varato dalla Raggi: nella prima, i due consiglieri comunali volevano annullare anche la delibera Marino. In quest’ultima versione, invece, si limitano solo a quella Raggi. 
Supportati da una parte di quello che, fra i tifosi è chiamato “l’ambiente romano” - qualche opinionista, qualche radio, qualche giornale, qualche sito internet - in questi giorni si assiste a un colpo di coda degli “annullisti” del progetto cui, da Boston risponde direttamente il presidente giallorosso, James Pallotta, che scrive a Teleradiostereo: “Vi ringrazio per quello che avete fatto, con le email che vi sono pervenute in radio per quanto riguarda la questione stadio. Non ne ho mai lette tante in vita mia. I tifosi vogliono lo stadio per loro e per stare più vicino alla squadra. Vogliamo iniziare i lavori entro il 2019 e dare alla Roma lo stadio che merita”. L’inizio dei lavori entro l’anno è ancora possibile ma, realisticamente, sempre meno probabile: prima vanno conclusi gli accordi tecnici col Comune, poi bisognerà testare la forza della Raggi per portare al voto variante e convenzione. 



venerdì 22 febbraio 2019

STADIO; CREPE A 5STELLE SU TOR DI VALLE


Due dati, uno politico, l’altro cronometrico, emergono dalla seduta straordinaria del Consiglio comunale dedicata, ieri pomeriggio, al progetto Stadio della Roma di Tor di Valle, seduta, per altro, richiesta direttamente (e in modo inusuale) dal sindaco, Virginia Raggi
Il dato politico è che i 5Stelle non sono stati in grado di presentare un loro documento da votare a sostegno delle decisioni dell’Amministrazione Raggi sul progetto, limitandosi semplicemente a bocciare i documenti presentati dalle opposizioni.
Il secondo dato, cronometrico, è che la seduta di ieri è stata un orologio rotto: gli interventi che si sono succeduti erano uguali uguali a quelli uditi, sempre in Aula Giulio Cesare, già nel 2014 e, poi, ancora, nel giugno 2017.
Da una parte quelli del rischio idrogeologico; della proprietà dell’impianto e lo Stadio che non è della Roma; il favore ai costruttori e agli speculatori; e le case popolari da costruire invece di pagare lo stadio; e le opere pubbliche che, se ci sono, costano troppo, se non ci sono, perché non ci sono; sì allo Stadio ma no a Tor di Valle. Anche se nessuno si è ricordato di spendere due parole in croce in difesa delle famose rane di Tor di Valle dimostrando che non ci sono più gli ambientalisti veri di una volta.
Dall’altro lato, quelli che il nostro è il progetto migliore possibile, lo abbiamo migliorato, la nostra viabilità andrà bene, è tutto bello, bello bellissimo e se non lo sarà è colpa delle Amministrazioni precedenti da cui abbiamo ereditato il progetto che ci vedeva contrari e siamo rimasti coerenti con la nostra contrarietà. 
Sono cambiate solo le casacche: ieri, la giaculatoria la facevano i 5Stelle. Oggi, tocca a Fassina (sinistra), Grancio (ex 5Stelle oggi misto), Pd, Fratelli d’Italia. Ieri il cantico pro Stadio bellissimo era del Pd. Oggi, tocca ai 5Stelle.
Tre ore circa di chiacchiere inutili, di luoghi comuni e inesattezze clamorose, di frasi buttate lì quasi per caso e concetti dal vago sapore populista; di oratori intenti ad udire solo le proprie voci, tanto da una parte, quanto dall’altra, buone tutte solo per avere un post da scrivere su facebook o un cinguettio su twitter, una inutilità testimoniata dalla scontata bocciatura di tutti gli ordini del giorno presentati dalle opposizioni.
Al netto delle chiacchiere, però, appare assolutamente irrituale l’assenza di un qualunque documento della maggioranza: sempre, in occasione di sedute straordinarie monotematiche, la maggioranza usa presentare un proprio testo di sostegno al Sindaco e alla sua Giunta. L’assenza di questo testo, invece, lascia aperti pesanti interrogativi circa la solidità del Gruppo pentastellato di riuscire a mantenere la compattezza oltre la mera bocciatura degli ordini del giorno presentati dalle opposizioni. Insomma, uniti nel dire “no” al Pd, liste civiche, misto, sinistra, ma totalmente incapaci di trovare una sintesi sulle posizioni interne. Un no, per altro, piuttosto netto ma con numeri scarni.
In aula la maggioranza è di 29 consiglieri, Sindaco compresa. Assente giusitificata la neo mamma Eleonora Guadagno e astenuto per ragioni di opportunità (coinvolto nell’inchiesta Rinascimento) l’ex capogruppo Paolo Ferrara, la maggioranza dei consiglieri grillini ha perso per strada ben 6/8 voti, fermandosi a quota 18/20 che hanno bocciato i sette documenti presentati dalle opposizioni. Non esattamente un buon viatico in vista della futura votazione di variante e convenzione urbanistica. 

mercoledì 20 febbraio 2019

IL CLUB DEGLI ANTISTADIO


C’erano tutti, seduti allo stesso tavolo, per ripetersi l’un con l’altro quanto è sbagliato, brutto e cattivo il progetto della Roma di costruire lo Stadio a Tor di Valle. C’era Paolo Berdini, l’ex assessore all’Urbanistica della Raggi, c’era il Comitato Salviamo Tor di Valle dal Cemento; c’era il Tavolo della Libera Urbanistica di Sanvitto, l’ex attivista 5Stelle scomunicato da Beppe Grillo; e c’era Italia Nostra; Federsupporter e Cristina Grancio, la ex pasionaria del no allo Stadio cacciata dal Gruppo 5Stelle proprio per la sua posizione su Tor di Valle; e, da ultimo, a dare un po’ di lustro politico-intellettuale alla congrega, c’era anche Stefano Fassina, consigliere comunale e deputato. 
Tutti uniti per ribadirsi fra loro trenta il no a Tor di Valle, basato su asserzioni a dir poco fantasiose. Occasione, la presentazione di una proposta di delibera da votare in Consiglio comunale per annullare in autotutela le due delibere, Raggi 2017 e Marino 2014, che riconoscono il pubblico interesse alla costruzione della futura casa giallorossa. Una proposta, firmata da Fassina e Grancio, che però non tiene conto dei limiti temporali per l’annullamento in autotutela (18 mesi e la delibera Raggi, la più recente, ne ha già quasi 21) e che deve ancora passare il vaglio di ammissibilità degli uffici comunali prima di poter esser discussa in Aula.
Aula in cui, domani, andrà in scena il Consiglio comunale straordinario dedicato proprio allo Stadio: occasione imperdibile per chiunque abbia voglia e necessità di fare un po’ di propaganda. Assisteremo alla passerella dei corifei de “lostadiosifa” e a quella degli alfieri di “tordivallemai”. Al netto delle inutili e artefatte chiacchiere dei politici, l’appuntamento di domani sarà fondamentale per vedere la capacità della Raggi di tenere compatta la sua maggioranza in vista del voto su variante e convenzione urbanistica. 

mercoledì 14 febbraio 2018

STADIO, INTERROGAZIONE ALLA RAGGI. TUTTA SBAGLIATA


Ci si sono messi in due, Stefano Fassina, economista e capofila di Sinistra Italiana in Campidoglio, e Cristina Grancio, la “pasionaria” dell’urbanistica 5Stelle, strenua sostenitrice del “no” al progetto Stadio della Roma di Tor di Valle. E in due hanno confezionato un’interrogazione al Sindaco, Virginia Raggi, sullo Stadio della Roma. Un’interrogazione con la quale si chiede di sapere: “se la delibera 132/2014 e la successiva 32/2017 - la prima è quella Marino/Caudo sul pubblico interesse all’opera, la seconda è quella, sempre sul pubblico interesse, ma targata Raggi/Montuori -  siano non legittime in quanto tese a favorire un soggetto privato, As Roma Spv Llc, società di cartolarizzazione del credito, in luogo della società sportiva, unico soggetto legittimato a beneficiare della procedura amministrativa semplificata”. 
Peccato che la norma, la legge 147/2013, parli di “soggetto che intende realizzare l’intervento” che deve essere corredato di un “accordo con una o più associazioni o società sportive utilizzatrici in via prevalente”. 

E, ancora: Fassina e Grancio chiedono “se l'amministrazione capitolina ha compiuto le verifiche idonee atte ad accertare la solidità finanziaria della Eurnova”, un atto non di competenza del Comune, “e se la suddetta società ha corrisposto i pagamenti pattuiti con la Sais Spa, società venditrice fallita”, altro atto sul quale il giudice fallimentare che segue la vicenda non ha ritenuto di intervenire e che comunque non rientra nelle incombenze del Campidoglio. 
Non bastasse, i due proseguono: “qualora il debitore non restituisse il suo prestito, quali garanzie avrebbero gli investitori e i cittadini di Roma”, chiedono Fassina e la Grancio, evidentemente non perfettamente consapevoli delle norme che regolano il rilascio da parte del Comune dei permessi a costruire. 
Poi, la ciliegina: Fassina e la Grancio chiedono alla Raggi “se è da considerarsi un iter procedurale legittimo che una variante generale del Prg venga 'adottata' da un organo tecnico collegiale quale la Conferenza dei servizi esautorando l'Assemblea capitolina da un dibattito e da un compito che le norme di legge le hanno destinato di diritto”. Evidentemente non deve essere chiara ai due la funzione di una legge nazionale. 
Da ultimo, forse l’unico punto sensato: è “legittimo” pubblicare il progetto senza passare prima in Assemblea con la variante? Stesso quesito che agita i sonni dei funzionari dell’Assessorato comunale all’Urbanistica.

lunedì 29 gennaio 2018

ECCO QUANTO CI COSTANO GLI "SFATICATI" DEL CAMPIDOGLIO




Quarantotto consiglieri comunali, 12 Commissioni consiliari permanenti più cinque speciali, un magro bottino di delibere approvate tanto nel numero quanto, soprattutto, nella qualità, e un bel po’ di costi sostenuti per un Consiglio comunale che sembra ridotto più al rango di passacarte che a quello di “casa dei romani”.
Con la fine del 2017 si è chiuso il primo anno e mezzo completo di governo 5Stelle della città. Sul sito istituzionale del Comune - decisamente nascosto e tutt’altro che semplice da trovare per i cittadini - c’è sia il computo delle presenze dei vari consiglieri comunali alle sedute sia dell’Assemblea capitolina che delle diverse Commissioni consiliari. E vi è anche la quantità di soldi che il pubblico erario ha versato a ogni consigliere come gettone di presenza. Sono tutti elenchi divisi mese per mese. 
Due annotazioni: com’è ovvio, i parlamentari eletti anche consiglieri comunali (Roberto Giachetti, Stefano Fassina e Giorgia Meloni) non ricevono alcun compenso per la loro attività in Consiglio. Un’attività - secondo punto - che è naturalmente più esigua numericamente rispetto a quella degli altri colleghi così come le presenze del sindaco, Virginia Raggi, in Aula sono altrettanto sporadiche. Si tratta, come è facile comprendere, di impegni istituzionali e politici che diradano le presenze nei dibattiti comunali.




Anche perché, andando a dare una rapida occhiata a cosa si fa in consiglio comunale, ci si accorge di quanto questa Istituzione si stia sempre più svuotando di responsabilità. Il 60% delle 309 delibere trattate fra il 1 luglio 2016 e il 31 dicembre 2017, ben 184 votazioni, sono state dedicate ad approvare debiti fuori bilancio. Si tratta di sentenze che vedono il Comune soccombere, davanti al Tar o al Consiglio di Stato, o al giudice ordinario o a quello del lavoro, e il Consiglio comunale è chiamato stancamente solo a votare il riconoscimento di questo debito. Ci sono poi 37 delibere che autorizzano interventi in somma urgenza su scuole o strade o nei parchi (32 nel 2016 e 5 nel 2017); 28 delibere che, a vario titolo, riguardano un atto obbligatorio come il Bilancio, fra previsionale, assestamenti, tariffe. E, finalmente, 60 votazioni, su 309 totali (il 19%) sono state quelle su delibere vere e proprie, quelle sulle quali in qualche modo si svolge la reale funzione dell’Assemblea, anche se in questo numero rientrano atti dovuti come la convalida degli eletti e le elezioni degli organi interni dell’Assemblea stessa. La vuota verbosità del Consiglio si dimostra con il numero di mozioni (85) e di Ordini del Giorno (187) approvati negli ultimi 18 mesi: tante chiacchiere, sostanza pochissima. Tra l’altro, le cose più politicamente rilevanti finisco per essere costantemente delegate dal Consiglio alla Giunta attraverso proprio lo strumento delle Mozioni e degli Ordini del Giorno. Alla fine, atti dovuti a parte, questo Consiglio sembra contraddistinguersi per la totale volontà di non decidere nulla ma di chiacchierare su tutto. 



Ci sono i supersecchioni: sono quattro, due di Fratelli d’Italia, Andrea De Priamo e il capogruppo Fabrizio Ghera, e due 5Stelle, Angelo Sturni e Marci Terranova. Per loro 117 presenze su 117 sedute dal 1 luglio 2016 al 31 dicembre 2017. E poi ci sono quelli che il Consiglio comunale lo vedono una tantum. I primi tre posti sono occupati da Giorgia Meloni, con 30 presenze, da Alfio Marchini, 35 sedute lo hanno visto in Aula, e dal sindaco, Virginia Raggi che di presenze ne fa registrare 40. A seguire nell’elenco degli assenti c’è il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti (Pd), in compagnia a quota 85 cartellini timbrati, della “pasionaria” 5Stelle Cristina Grancio. Poi con 94 strike il deputato Stefano Fassina, quindi a 95 Fabio Tranchina, a 96 Alisa Mariani, tutti e due della pattuglia pentastellata, quindi un altro Pd, l’ex presidente del Municipi San Lorenzo e Centro Storico, Orlando Corsetti, e, ultima sotto quota 100, a 99, la “civica” Svetlana Celli.
Per la Meloni, Giachetti, Fassina e la Raggi è ovvio che il computo delle presenze sia diverso dagli altri consiglieri: si tratta di leader nazionali e parlamentari per i primi tre più il Sindaco le due agende risentono degli altri impegni istituzionali.
La medaglia d’argento per le presenze se la aggiudicano ex aequo quattro grillini: il presidente del Consiglio comunale, Marcello De Vito, poi Pietro Calabrese, Maria Agnese Catini e Valentina Vivarelli, tutti a quota 116 presenze, avendone saltata, dal 1 luglio 2016 al 31 dicembre 2017, solo una.
Infine, il terzo posto del podio se lo dividono Maurizio Politi di Fratelli d’Italia e Marco Di Palma, 5stelle, con 115 presenze su 117 sedute. 
Il sito istituzionale del Campidoglio, però, riporta anche le presenze fatte registrare nelle sedute delle varie commissioni consiliari. Qui il computo è molto più complesso di quello relativo alle sedute del Consiglio comunale, partendo dal fatto che ogni consigliere è membro almeno di non meno di tre diverse commissioni, a volte anche fino a 6. Dato, questo, che si riflette in modo diretto sulle presenze. 
Passiamo al lato dei primi della classe. Come detto, sul dato presenze pesa in modo diretto la quantità di commissioni cui un singolo Consigliere è membro. In testa di questa speciale classifica come numero di presenze c’è la pentastellata Monica Montella. Per lei, stando alle carte del sito del Comune, si contano ben 523 presenze in Commissione. Il dato, però, va “stemperato”: la Montella è membro di ben 6 diverse commissioni consiliari (Bilancio, Cultura, Turismo, Controllo e garanzia, delle Elette e, infine, quella Elettorale). A seguire c’è l’inossidabile Fabrizio Ghera (FdI), componente di 4 Commissioni (Mobilità, Cultura, Sport e speciale sui Piani di Zona) risulta presente per 456 volte. Terzo posto per la Pd Valeria Baglio: anche per lei 4 commissioni (BIlancio, Ambiente, Scuola e Elette) con 449 presenze. A seguire ancora due 5Stelle: Carola Penna che siede nelle Commissioni Cultura, Sport, Turismo e Elette, segna 434 presenze. L’ultimo stakanovista del gruppetto di testa è Pietro Calabrese, sempre con 4 Commissioni (Mobilità, Ambiente, Urbanistica e speciale sui Piani di Zona) fa segnare 402 presenze. 

Dal computo vanno esclusi Ignazio Cozzoli Poli e la subentrante (ad aprile 2017) Giulia Tempesta: entrambi molto presenti ma ovviamente non conteggiabili visto l’avvicendamento.  


Centotremila euro al mese, per 18 mesi per un totale di 1 milione e 828 mila euro (e spicci): tanto, fino a oggi ci è costato il Consiglio comunale come “stipendio” ai Consiglieri. Stipendio che, in realtà, non è uno stipendio vero e proprio ed è legato alle presenze in Consiglio e Commissione. Ogni mese un Consigliere può arrivare ad incassare 2.440 euro (e 74 centesimi) lordi se arriva a partecipare a 19 sedute fra Assemblea capitolina e Commissioni. In pratica, ogni gettone di presenza finisce per costare effettivamente alle casse capitoline 128 euro lordi. Nulla è dovuto, invece, ai parlamentari eletti anche in Comune (Giorgia Meloni, Roberto Giachetti e Stefano Fassina) che in Campidoglio ci vanno gratis, visto che già percepiscono l’indennità di parlamentare.
Fuori da questo conteggio c’è il presidente dell’Assemblea capitolina, Marcello De Vito, al quale la legge riconosce un’indennità superiore per la funzione per cui, da luglio 2016 al dicembre 2017, ci è “costato” qualcosa in più di 113 mila euro, 6.300 quasi al mese lordi, per circa 3.500 euro netti al mese. Ovvio che De Vito risulti il “paperone” del Consiglio comunale mentre il meno retribuito è Alfio Marchini che, fino a oggi, avendo partecipato poco alla vita dell’Aula e delle Commissioni, si è fermato a poco più di 5mila euro in 18 mesi, 280 euro lordi al mese. Insomma, al netto equivalente a circa un paio di caffè al giorno. 
Dal computo globale vanno espunti due consiglieri: Ignazio Cozzoli Poli, decaduto ad aprile 2017, e la subentrante Giulia Tempesta (Pd). Per loro si gioca un campionato a parte. 
Anche Svetlana Celli, andata in maternità, ha partecipato meno alle sedute e, quindi, ha percepito una diaria inferiore in totale ai suoi colleghi. 
Per la quasi totalità dei consiglieri, questi 18 mesi di impegno per la città hanno fruttato emolumenti totali che oscillano di poche centinaia di euro fra i 40 e i 42 mila lordi, il che significa, appunto, che quasi tutti hanno raggiunto o anche superato quota 19 presenze (se sono di più, sempre 19 ne vengono pagate: niente straordinari in Campidoglio). La piazza d’onore spetta a Pietro Calabrese, 5Stelle, con 42mila 284 euro, seguito a pari merito da Fabrizio Ghera (FdI), Enrico Stefàno e Marco Terranova (5Stelle) con 42mila 155 euro, quindi ancora due pentastellate: Annalisa Bernabei (42.042) e, per un soffio, Maria Agnese Catini (42.025).
Qualcuno invece rimane un po’ sotto quota 40mila lordi. Escludendo i parlamentari eletti in Campidoglio e Alfio Marchini, l più bassa indennità, stando sempre ai dati pubblicati sul sito istituzionale del del Campidoglio ed riferiti a un periodo di 18 mesi, fra luglio 2016 e dicembre 2017, spetta a Cristina Grancio, la pasionaria dell’urbanistica 5stelle già in rotta di collisione con il suo gruppo sulla vicenda Stadio della Roma: per lei in 18 mesi solo 30mila euro. A seguire, la capogruppo Dem, Michela Di Biase che si ferma a poco più di 31 mila euro; quindi Alessandro Onorato (lista Marchini) con 32mila. Poi c’è un nutrito gruppo di Cinque Stelle: rimborsi sotto i 40 mila euro per Alisa Mariani (36mila), Gemma Guerrini (37mila), Nello Angelucci (38mila) Donatella Iorio, Simona Ficcardi, Cristiana Paciocco (tutte a 39mila). Stessa cifra anche per Francesco Figliomeni di Fratelli d’Italia e Ilaria Piccolo del Partito Democratico.