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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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Visualizzazione post con etichetta Walter Veltroni. Mostra tutti i post
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mercoledì 28 agosto 2019

ARRIVA IL TETTO PER IL CENTRALE DEL TENNIS



Il “Centrale del Tennis” del Foro Italico si avvia ad avere una copertura. Lo ha deciso la Giunta Raggi che, ieri, ha approvato una delibera congiunta dei Dipartimenti Sport e Urbanistica, che, nell’ambito di una pluriennale valorizzazione del quadrante Stadio e Foro Italico, prevede un futuro concorso internazionale di progettazione per realizzare la copertura del campo da tennis sul quale si disputano gli Internazionali di Roma.
Molti ancora i passaggi da completare per un iter, quello della valorizzazione, iniziato nel lontano 2005: si parte con la firma di un protocollo di intesa fra Campidoglio, Coni, la nuova Sport & Salute (che ha preso il posto della vecchia Coni Servizi nella gestione di tutto il complesso del Foro Italico e dello Stadio Olimpico), Ministero per i Beni culturali e Regione Lazio. 
A questo è servita la delibera approvata ieri in Campidoglio, ad autorizzare il Sindaco alla firma di questo protocollo di intesa con il quale ognuno dei soggetti coinvolti si impegna “ciascuno per le proprie competenze, a porre in essere i procedimenti, le iniziative e le attività idonee” alla “riqualificazione architettonica e funzionale” del Centrale del Tennis. Il “progetto perseguirà obiettivi di alta qualità architettonica e urbana, prevedendo la realizzazione di una copertura mobile in grado di garantire un pieno utilizzo dell’impianto polivalente al coperto allineandosi agli standard prestazionali richiesti” dalle federazioni internazionali di tennis e “consentendo in tal modo alla città di Roma di poter continuare ad ospitare il Torneo Internazionale del circuito ATP”.
Ciascun Ente coinvolto ha il proprio ruolo: il Comune assicurerà “ogni necessario supporto allo svolgimento delle attività tecniche e amministrative”; Sport & Salute, oltre che pagare, sarà impegnata a produrre i documenti preliminari per la redazione del progetto. Il Ministero, attraverso la Soprintendenza, dovrà effettuare una “valutazione dei vincoli” che gravano sull’intero complesso del Foro Italico e a lavorare per identificare la “più idonea” procedura utile a garantire “un’alta qualità architettonica” della ristrutturazione. Un po’ più sfumati i compiti di Regione (“piena collaborazione per le attività tecniche e amministrative”) e del Coni (“massima collaborazione e pieno sostegno istituzionale”).
Roboante il canonico post su facebook del sindaco, Virginia Raggi: “Abbiamo dato via libera a una delibera che prevede la valorizzazione architettonica di un polo strategico dello sport a Roma”, scrive, sorvolando sull’inizio - Veltroni sindaco, anno 2005 - di questa “valorizzazione architettonica”. Seguono i ringraziamenti di rito a “Daniele Frongia, assessore allo Sport, e all’assessore all'Urbanistica, Luca Montuori, per aver lavorato a questo obiettivo”. 
Spiega, poi, il Sindaco: “A breve sottoscriveremo un protocollo d'intesa con Ministero per i beni e le attività culturali, Regione Lazio, Coni, Sport e Salute Spa: quest'ultima società farà partire un concorso di progettazione internazionale per la riqualificazione del Foro Italico, che tenga conto dei suoi caratteri originari, garantisca un'alta qualità architettonica e preveda la copertura mobile del Centrale”.
Il vero banco di prova di questo intervento sarà proprio il rispetto dei “caratteri originari” del Foro Italico, ideato e realizzato dall’architetto Enrico Del Debbio, fra la fine degli anni ‘20 e l’inizio degli anni ‘30 del secolo scorso, pur se completato dopo la guerra.


domenica 28 ottobre 2018

RAGGI, LE FAVOLETTE NON BASTANO PIÙ

Quella di ieri potrebbe essere la giornata che segna l’inizio della fine del regno pentastellato a Roma.
No, non per la manifestazione di protesta di #Romadicebasta. Che pure è di grande importanza. Ma per la reazione ad essa.
Una reazione scomposta - come tutte le reazioni a un qualcosa che non si era messo in cantiere e, quindi, essendo imprevisto è mancante degli anticorpi - ma soprattutto una reazione miope.
Roma va male. E sì, non è certo colpa di Virginia Raggi. O, meglio, non solo colpa di Virginia Raggi perché lei e i suoi hanno delle responsabilità enormi, colossali. 
In primo luogo, responsabilità strategiche: nessuno di loro ha una visione di Roma. C’è solo la corsa alla toppa, al momento, all’emergenza. 
Mi spiego: nella visione di lungo periodo di Veltroni le Vele di Calatrava costituivano (avrebbero dovuto costituire) un elemento di sviluppo di un quadrante di Roma. 
Durante il Governo Alemanno, c’era l’idea di buttar giù e ricostruire con nuovi criteri Tor Bella Monaca
Con Marino, si sceglie di appoggiare Tor di Valle perché si ritiene che lo sviluppo di Roma debba andare lungo l’asse di Fiumicino. Giuste o sbagliate che fossero, erano visioni del futuro di questa città.
E la Raggi? Qualcuno sa cosa intende fare delle periferie? Quale sarà l’asse di sviluppo urbano del prossimo decennio (non potendosi pretendere un tempo più lungo per carità cristiana)? 

Poi ci sono le voragini di pensiero di teatro: Atac, Ama, IPA, Adr, e il restante universo delle Municipalizzate. Che ne vogliamo fare? Slogan e frasi fatte non bastano più. Vanno bene per vincere le elezioni (forse) e poi per un primo breve periodo. Dopo di che, occorrono i fatti.
La Raggi, ad oggi e ammesso che poi vada tutto bene, passerà alla storia solo per il concordato fallimentare di Atac. Del resto, non c’è traccia alcuna. 
Ci viene raccontato dall’universo pentastellato che ci sono due elementi su cui tutto il loro concetto di mondo si può fondare e può funzionare, Roma compresa: onestà e gare d’appalto.
Per le gare d’appalto (e con esse la democrazia diretta che, per loro, funziona solo su Rousseau) basta vedere come non funzionano le cose. Il referendum su Atac dell’11 novembre la Raggi lo sta letteralmente boicottando in ogni modo possibile e immaginabile: non c’è traccia alcuna, a pochi giorni dal voto, né di informazione né di propaganda. 
L’unica cosa che vediamo è che, con fastidio, quando è stata incalzata, la Raggi ha risposto solo che è un referendum consultivo. 
E, quindi? Oltre che, magari, auspicare che non si raggiunga il quorum del 30% degli aventi diritto al voto, se dovesse andare male e vincessero i “sì” (con quorum superato)? Che farà? Ne terrà conto o farà il pesce in barile e se ne fregherà?
Per le gare d’appalto, poi, non ne parliamo: il deserto. Ritardi, incapacità, bandi ritirati e ripresentati e ritirati (vedasi le rimozioni auto), bandi deserti e una città ferma. Nessuno, nessun imprenditore si fida più del Comune. E se non è solo colpa della Raggi, di certo lei e i suoi nulla hanno fatto di concreto per invertire la rotta.

Parlano gli industriali romani lamentandosi del fermo totale della città e lei risponde piccata che non è vero.
Parlano i commercianti di via Emanuele Filiberto o di viale Libia per lamentarsi dei problemi dei cordoli e la risposta dell’Amministrazione è che si tratta di gente che ama la doppia fila. 
Si lamentano i cittadini ovunque dei rifiuti, ma la colpa è di Zingaretti (salvo poi essere sconfessati dal tuo stesso Ministro dell’Ambiente).

Insomma, nella più classica strategia mediatica, è sempre colpa di qualcun altro e quando proprio non si riesce a trovare un credibile capro espiatorio, allora è il vecchio che torna, mafia capitale che riciccia, e le signore borghesi con il barboncino al guinzaglio. Insomma, si cerca solo il facile nemico

Ecco, l’errore - e, caro Padellaro, no, la Raggi i suoi bonus se li è giocati da molto e non può essere solo la tua atavica paura del mostro fascista la ragione per tenere in piedi per altri 2 anni e mezzo questa combriccola di perfetti incapaci - che ieri tutto il gruppo comunicazione 5Stelle ha fatto è stato quello di etichettare le 5 o 10mila persone che hanno manifestato contro l’Amministrazione comunale come un gruppo di piddini travestiti e spogliati di bandiere e stemmi di partito. 
Non è così. Certo, c’erano quelli del Pd. Ma c’erano quelli che lavorarono con Alemanno. C’erano leghisti. E c’erano i rilanci sui social di Fratelli d’Italia. Di Forza Italia. E di gente che non si è mai politicamente qualificata. Non è che godi di un presunto (e sedicente) diritto di primogenitura, sai? 
Anche gli altri, possono parlare, contestare, manifestare e, pensa - guarda un po' com'è strana quella forma di governo che chiamiamo democrazia - possono farlo anche gli sconfitti alle elezioni. Vincere le quali non ti assegna nessun diritto divino, non hai un'investitura del Padreterno e nemmeno quella del popolo: hai vinto le elezioni con una maggioranza, spesso risicatissima, di voti!
La ricerca del nemico odiato - il Pd nel caso della Raggi, Barillari, Stefàno, e di tutti gli altri peones 5Stelle che hanno infiorettato questo pensiero, compresi i troll con le stelline nel nome - significa non capire che stai fallendo. Che la gente è stufa. 

È stufa degli alberi che cadono tutti i giorni e sentirsi rispondere che stiamo monitorando. Ma cosa monitori? 
È stufa delle aiuole e delle aree verdi, degli spartitraffico, dei parchi dove erba e arbusti sembrano la foresta amazzonica. Ma stiamo facendo le gare. E quanto cazzo ci vuole? Sono 28 mesi che governi!
È stufa di aspettare un autobus per le mezze ore e sentirsi dire che è il migliore dei sistemi di trasporto pubblico possibile.
È stufa di scoprire che le telecamere a San Lorenzo non funzionano perché sono coperte da alberi  e rami e che da 28 mesi nessuno è andato a tagliarli nonostante reiterate richieste.
È stufa di avere Malagrotta sotto casa a ogni secchione ma leggere i post trionfanti di Virginia e Pinuccia che ci raccontano di aver fatto partire la differenziata per i due palazzi di via tal dei tali. 
È stufa di non vedere mai un vigile in strada a farsi il culo (e quando se ne trova uno, viene fotografato come un monumento raro) e farsi prendere per il culo quando usa il servizio “io segnalo”.
È stufa di vedere in metro i saltafila senza mai che vi sia qualcuno che interviene. 
È stufa delle buche in strada, sui marciapiedi, delle strade riattappate con lo sputo dopo i lavori.

Come accaduto con Alemanno prima e Marino poi, anche la Raggi si è candidata lanciando una serie di parole d’ordine e di slogan che hanno alzato l’asticella delle attese dei romani. E quando a una grande aspettativa subentra una delusione, questa diviene una grande delusione
Alemanno - fra le varie - venne eletto perché prometteva un sistema diverso da quello che per 15 anni aveva governato la città. Ha fallito.
Marino fu una sorta di reazione ad Alemanno: venne scelto prima ed eletto poi perché prometteva contemporaneamente la discontinuità tanto dal duo Rutelli/Veltroni (e apparati) quanto da Alemanno. Ha fallito.
La Raggi viene eletta ugualmente come reazione tanto ai primi 15 anni di Pd, quanto ad Alemanno e a Marino. E sta fallendo. 
Fallendo perché banalmente non è capace politicamente (lei e i suoi, sia chiaro, si parla della Raggi ma si indica l’intero M5S capitolino) di gestire l’ordinario e non ha una visione di lungo periodo. Ha qualche banale parolina d’ordine che, però, nell’immediato non funziona più e va bene solo per qualche troll da social.

Credere ed etichettare chi protesta - per la cronaca: mai da quando c’è l’elezione diretta dei sindaci, si è vista una manifestazione di tale imponenza, di sabato mattina (manco a dire che c’era da fare sega a scuola o al lavoro), all’ora di pranzo, convocata senza bandiere di partito né settoriale (classico sciopero per un motivo speficico), contro il Sindaco e la sua Amministrazione tout court - semplicemente come un reduce Pd è sciocco, riduttivo, banale e superficiale. E significa che hai perso il contatto con la realtà: stai iniziando anche tu a credere alle favolette che racconti in giro? 

C’è la data del 10 novembre che incombe. Personalmente penso (e spero) che la Raggi non sarà (sia) condannata. Ma, se lo fosse, stando ai regolamenti interni 5Stelle dovrebbe dimettersi. Già si parla di qualche escamotage per evitare il voto: cazzate tipo togliere il simbolo, votazione su Rousseau o magari una nuova modifica al regolamento interno (che diverebbe una “lex ad Raggiorum”?). Se si arrivasse a un artificio simile, questo sarebbe un colpo feroce alla (scarsa) residua credibilità Cinque Stelle. Se si dimettesse, sarebbe assai arduo scommettere su una riconferma dei pentastellati in Campidoglio. 

Ma - 10 novembre a parte - se non riesci a renderti conto che la città è totalmente fuori dal tuo controllo, che non riesci ad incidere in nessuna delle tue iniziative, se i suoi collaboratori stretti (leggi Assessori) palesano tutti i loro limiti, magari perché rispondono ad altri e non al Sindaco, ecco, allora dovresti interrogarti sul tuo fallimento. E non sulla protesta. 
E, men che meno, battezzarla così scioccamente come una protesta Pd. 


A proposito: il Pd se lo sogna di riuscire a portare in piazza tutta quella gente.

venerdì 14 settembre 2018

OLIMPIADI, DIETROFRONT DELLA RAGGI


È evidente che il modello che c'era prima non può più reggere dal punto di vista economico e di quello dell'impatto sulle città. Se il Comitato (Olimpico, ndr) deciderà di cambiare modello, molte città tra cui Roma potranno decidere di ospitare un evento così importante”. 
No, non lo ha dichiarato il presidente del Coni, Malagò, ma il sindaco di Roma, Virginia Raggi
Se non è una piroetta degna del palcoscenico di un teatrino di periferia, poco ci manca. Ovviamente, ci sono le precisazioni del Sindaco: “Quello che ci sta mostrando l'andamento delle Olimpiadi è che anche altre città hanno rinunciato e altre hanno deciso di consorziarsi per riuscire a sostenere l'impegno olimpico. Ricordo che oggi noi abbiamo all'interno dei 13 miliardi di debito ancora 1 miliardo da pagare per gli espropri delle Olimpiadi del 1960”. Ora, il famoso miliardo legato ai pagamenti degli espropri delle Olimpiadi del 1960 era già stato rilevato da Alemanno nel 2008 e inserito fra i debiti della gestione commissariale decisa dal Governo Berlusconi. Preistoria. 
Molto più recente è il 21 settembre 2016: di fronte a un'affollatissima claque di plaudenti grillini entusiasti, il sindaco di Roma, Virginia Raggi e l’allora suo vice, Daniele Frongia, oggi retrocesso solo al ruolo di assessore allo Sport, deliziarono Parigi e Los Angeles con la decisione di ritirare Roma dalla corsa ad ospitare i Giochi Olimpici del 2024
Dodici slide, tutte incentrate sulle Vele di Calatrava, il faraonico e incompiuto progetto della Città dello Sport voluto da Veltroni sindaco. Dodici slide ricche solo di slogan: “è da irresponsabili dire sì”, “non ipotechiamo il futuro di Roma e dell’Italia”, “basta sprechi e false promesse, no alle Olimpiadi del mattone”, “un buon affare per le lobby, solo debiti per i cittadini”
Oggi il concetto espresso dalla Raggi è quello del cambiamento del modello di gestione delle opere olimpiche e dei finanziamenti: se cambia quello, Roma può ricandidarsi. Sorvolando sul fatto che ci sono una serie di regole non scritte sull’alternanza dei continenti ospitanti (2020 Asia con Tokyo; 2024 Europa con Parigi; 2028 Nord America con Los Angeles) cosa che rende inverosimile una candidatura con potenzialità di vittoria prima dell’edizione 2036, il Comitato Olimpico Internazionale (Cio) le regole le aveva già cambiate dopo le edizioni di Atene (2004) e di Pechino (2008). 
Dopo Pechino, il Cio ha stravolto i criteri di valutazione dei dossier: più sostenibilità meno opere faraoniche. 
Fu Berlino 1936, con il desiderio del cancelliere Hitler di dimostrare la rinata potenza tedesca dopo tre lustri di drammatica crisi politico-economica, ad inaugurare la stagione delle Olimpiadi spettacolo, con grandi opere, celebrate dai filmati di Leni Riefensthal. Dall’epoca fu un superarsi continuo, fino al crollo di Atene e, poi, di Pechino. 
Appunto, per evitare il ripetersi di spese insostenibili per le città, il Cio ha deciso già dal 2008 che i nuovi dossier olimpici siano meno appesantiti da interventi e richiedano investimenti minori. Inoltre il Comitato Olimpico prevede di erogare direttamente dei contributi economici a favore della città ospitante che si sommano a quelli dello Stato, agli sponsor e ai diritti tv. 

L’eventuale vittoria di Roma per l’edizione 2024 - stando a una relazione del Centro Studi economici dell'Università di Tor Vergata - avrebbe riversato sula città opere infrastrutturali, riqualificazioni e giro d’affari stimati in 4 miliardi di euro con una crescita del Prodotto interno lordo dello 0,4% e, in termini occupazionali, con la creazione di circa 177mila posti di lavoro in tutto il periodo di cantiere, di cui 48 mila direttamente collegati ai lavori preparatori dei Giochi.
Il cambiamento delle regole del Cio sulle opere da realizzare nelle città ospitanti è dimostrato dalla relazione che Sadiq Khan, il sindaco laburista di Londra, ha reso sull’edizione 2012: metro e trasporti potenziati, rilancio urbanistico di un’area prima malfamata e degradata e la bellezza di 110mila nuovi posti di lavoro, un ritmo di 22mila nuovi occupati l’anno. E ulteriori 125mila occupati di qui al 2030. Tutti dati - letti dopo 5 anni dalla chiusura dei Giochi e quindi oramai stabilizzati - superiori in alcuni casi di tre volte le stime iniziali.  
C’era un ultimo slogan in chiusura di quelle slide per il “no” alla corsa olimpica e recitava: “le nostre idee, lo sport deve essere per tutti e di tutti”. Lasciamo ai romani giudicare se, dopo due anni da quelle slide, la promessa della Raggi sia realizzata. 

venerdì 10 agosto 2018

AMMINISTRAZIONE RAGGI, DUE ANNI DI FALLIMENTI EPOCALI

Il sette luglio scorso l’Amministrazione Raggi ha “festeggiato” il biennio in carica: era, infatti, il 7 luglio 2016 quando la Giunta si è presentata in Aula Giulio Cesare per l’insediamento ufficiale.
Due anni e sembran due secoli. 

ASSESSORI, CARNE DA CANNONE AL FRONTE
Si è perso il conto degli Assessori che si sono insediati: rivedere la foto di quel giorno è  “similabbile” - per perculare un po’  la Taverna e il suo forbito eloquio - a vedere una foto di qualche reggimento in partenza per il fronte nel 1914. La “mortalità”, in questo caso politica fortunatamente, è da record. Di fatto, fare l’Assessore con i 5Stelle è essere carne da cannone. 

MANAGER NEL TRITACARNE DELL’INCOMPETENZA
Pasquale Cialdini lo aveva nominato la Raggi per fargli guidare Roma Metropolitane. Il compito - stando alla propaganda della prima ora targata grillini romani - era liquidare la società considerata uno spreco anche se lui ci tiene a sottolineare di aver detto sin dal primo momento che non era un commissario liquidatore ma un ingegnere e che lui le cose le costruisce non le distrugge. 
Passano due anni (scarsi) e Cialdini si dimette in polemica costante e continua con la Raggi. Ora scopriamo che l’inversione a U della Raggi e dei suoi è perfetta: Roma Metropolitane avrà, nel suo futuro contratto di servizio, i soldi per progettare le due fenomenali funivie, quella di Battistini che nei rendering del MinCulPop pentastellato
dovrebbe avere un capolinea da costruire al posto della piscina comunale La Cupole (i cui manager non sanno ovviamente nulla), e quella di Jonio a Montesacro. 
Cialdini è l’ultimo manager tritato dalla Raggi e dai suoi assessori a scadenza corta tipo yogurt: l’elenco è sterminato di gente che è venuta a Roma da altre città con idee per provare a rilanciare chi Atac, chi Ama, chi Farmacap, chi Assicurazioni di Roma e via discorrendo. E che sono stati ridotti a polpettine dai cambi di umore isterico di una maggioranza incapace di fare altro che due tweet.

GRANDI OPERE SÌ, NO, FORSE, MAGARI, CHISSÀ 
La bussola di questa Amministrazione è impazzita. Non punta al nord. Punta dove tira il vento. Dove soffia il tweet, dove c’è l’hashtag migliore. 
La Metro C è l’esempio più lampante: era lo spreco, anzi, il simbolo degli sprechi. Ora la vogliamo mandare avanti. Meglio tardi che mai. Parigi progetta altri 200 km di metropolitane nella regione periferica, in grado con 68 stazioni nuove, di collegare su ferro l’intero hinterland metropolitano. Cinque nuove linee che si sommeranno alle 14 metro già esistenti (più due linee bis) e alle 5 di RER. 
Noi abbiamo perso due anni. Due anni di tentennamenti, di “la facciamo sì o no?”, di “dove passiamo?”. Adesso stiamo all’ennesimo censimento. Una Giunta che vive di censimenti infiniti, nel senso che mai hanno fine. Censiscono gli alberi, che continuano a cadere. Censiscono gli alloggi, i negozi, le strutture ma tutto resta come prima. Salvo qualche spolveratina da dar da bere ai gonzi coi profili twitter pieni di stelline che, poi, li vedi e 1 su 100 vive a Roma gli altri 99 (ammesso che siano individui in carne ed ossa) vivono ad almeno 400 km dalla Capitale. Censiscono il tracciato, rivedono tutto ma non prendono una decisione. E il tempo passa. Passano i mesi e, appunto, siamo a due anni. E sembra sempre il primo giorno dopo l’insediamento. 

OPERE PRIVATE: CHISSÀ, MAGARI, FORSE, NO, SÌ
Speculazzzzzzione, no al cemento, morte ai palazzinari. Poi le interviste si fanno col giornale di proprietà dell’(ex) nemico pubblico numero 1. L’importante, però, è far credere. Sempre ai gonzi di prima, però. Perché chi sta a Roma, dopo due anni, aspetta ancora. Aspetta l’UCI Cinema Fermi che ha portato il Comune in Tribunale e ha vinto. In faccia a quegli attivisti che credono ancora che il privato investa per beneficienza. 
Lo Stadio della Roma è l’esempio migliore di questa schizofrenia decisoria. Ora è l’ultimo progetto privato che è rimasto in piedi ma all’inizio era l’epitome del male assoluto. E la Raggi scelse Berdini per fare l’assessore all’Urbanistica. Alzi la mano chi ricorda la presentazione, a Ostia, di Paolo: “il nemico dei palazzinari”. Il Berdini nemico, sin dal primo momento, del progetto Stadio. Un progetto che - parole sue - non aveva mai letto. Ma che avversava senza sosta. 
Berdini Paolo, un altro che ancora non ha capito la differenza fra governare e fare opposizione, fra fare l’intellettuale con lo spritz e l’assessore che deve dare risposte. Le sue furono tutti no. 
No allo Stadio. No alla Città dei Giovani. No alle Torri dell’Eur. No a via Guido Reni. No ai Mercati Generali. No alla Fiera di Roma. Solo no. Ovviamente, tutti con un motivo nobilissimo: progetti troppo sbilanciati per il privato, senza verde e da bloccare per rifarli da capo. E stigrancazzi se c’erano soldi pronti e cantieri da aprire, posti di lavoro da creare. Il meglio doveva trionfare sul bene. 
Qualcuno ricorda che Berdini era anche assessore ai Lavori Pubblici? Credo nessuno. E i suoi mesi al governo della città in questi due settori chiave li stiamo pagando a carissimo prezzo. Nessun progetto di lavori pubblici, non una manutenzione, non un programma. Otto mesi buttati nel cesso. E per l’urbanistica, cause su cause, rallentamenti e problemi. Che, Luca Montuori, il successore del degno Berdini, fatica ancora a far ripartire.

LO STADIO: EPITOME DEL GOVERNO DEGLI INCAPACI
Lo Stadio, dicevamo. Prima era no. E Berdini fa di tutto per affossarlo. Poi diventa sì. E i corifei del “no” di ieri - Raggi, Frongia, Stefano, De Vito - diventano gli alfieri dell’ultimo hashtag “#unostadiofattobene”. Che di fatto bene non ha davvero nulla. 
Prima lo volevano cancellare: lo disse la Raggi a RadioRadio “cancelliamo la delibera di pubblico interesse”. Poi, quando si accorsero che cancellarlo rischiava di farli passare alla storia non solo come gli idioti più incapaci che mai si fossero assisi sugli scranni del Campidoglio, ma anche come quelli che il Campidoglio lo avrebbero portato al fallimento, arrivò la grande menzogna. 
La grande menzogna narrata al mondo era il favore al costruttore, Luca Parnasi. Berdini fa rifare tutti i conti. Era convinto, Paolo, di questo regalo. Era certo che riguardando ogni singolo parametro avrebbe identificato una cementificazione selvaggia e superflua, tolta la quale lo Stadio (e solo lo Stadio) si sarebbe anche potuto fare ma senza tutta quella quantità di cemento. Quello era il regalo: nascondere la speculazione sotto il manto delle opere pubbliche. 
Epperò, fatti i conti, rivista la SUL, le dimensioni, i perimetri, i valori e ogni singolo cazzo matematico/urbanistico, ecco che si disvela quanto illusoria fosse la grande menzogna: non c’era nessun regalo. L’importanza economica delle opere pubbliche imposte da Caudo a Parnasi e alla Roma era tale da essere compensata con giustezza dalla cubatura stabilita.
Che fare? Occorreva portare a casa qualcosa, un risultato qualsiasi. La Raggi non poteva certo andare dai sostenitori cinguettanti di Brescia e di Palermo e dire loro che aveva ragione Marino e che lo Stadio va fatto con quel popò di cemento. Quindi, tagliamo le torri, assurte a nuovo simbolo del male. 
Come fare? 
Ma ovvio: tagliamo le opere pubbliche. E diciamo che questo è uno stadio fatto bene. Anzi, come hashtag su twitter funziona benissimo. E inauguriamo la politica buona per i cinguettii.
Quindi, Paolo nostro racconta a quelli che credono alle scie chimiche che siccome c’è il Ponte dei Congressi non serve quello di Traiano. E che è inutile fare un pezzo di metropolitana. Facciamo che siccome la linea Roma-Lido è della Regione che ha soldi del Governo per rimetterla a posto, ci facciamo bastare quello. Quindi, via 50 milioni per la metro. E via 100 milioni del Ponte di Traiano. Centocinquanta milioni di euro di minori opere pubbliche corrispondono più o meno esattamente al valore delle tre torri in termini di cemento. 
E chi cazzo se ne frega se poi la gente rimarrà imbottigliata nel traffico, tanto per quando lo Stadio sarà inaugurato il Sindaco sarà per forza un altro, mica la Raggi che è al secondo e ultimo mandato. Quindi, noi scriviamo una nuova delibera che lascia invariata la scatola (50% di tifosi col TPL) ma che la svuota di ogni contenuto. In più tagliamo le opere di mobiltà privata, eliminando il ponte. E così possiamo tagliare le famigerate Torri. 

La Roma è contenta che avrà lo Stadio senza portare il Campidoglio in tribunale.
Parnasi è contento che il suo affare lo fa e lo paga molto meno di prima in termini di opere pubbliche.
E l’Amministrazione 5Stelle si può rivendere il grande successo a suon di hashtag.

Ora, non è che la Raggi deve dare retta alla stampa che da mesi scrive che l’opera rischia di essere insostenibile per la mobiltà e la sicurezza. Ma neanche quando arrivano le intercettazioni (Parnasi che dice ai suoi di non parlare dei futuri problemi di traffico causati dalle decisioni della Raggi), si accende la lampadina. 
Sì, il dubbio è venuto. Ma invece di passare alla storia come un Sindaco lungimirante che comprende un errore fatto magari in buona fede ma comunque compiuto e lo corregge, l’Amministrazione Raggi va alla ricerca del bollino blu. Ci aveva provato con l’Anac di Cantone, trasformato in una specie di lavacro assolutorio preventivo. E Cantone le aveva risposto che Anac non rilascia bollini. E la storiaccia di chiedere al Politecnico di Torino (chissà poi scelto come e perché quello e non altri) un check sul traffico non è per fare una seria verifica scientifica.
No. 
È solo per avere la certezza che quei due striminziti studi sul traffico non siano taroccati. E non lo sono, ovviamente. Li hanno già rincontrollati in duemila in Conferenza di Servizi. E figurati se sono taroccati: il software l’ha fornito il Campidoglio. I dati di partenza sul traffico pure. C’è poco da barare. Anche perché Parnasi le cose che non vanno le ha messe nero su bianco.  
L’epitome del governo dato in mano agli incapaci è tutta nello Stadio. Che a fine inchiesta giudiziaria - non prima, inutile illudersi - riprenderà il suo iter da dove s’è interrotto. E che fra tre o quattro anni, quando aprirà, ci lascerà tutti in coda.

E LA CHIAMANO ESTATE...
Da molti anni - sostanzialmente dalla seconda consiliatura Veltroni - Roma ha un rapporto piuttosto conflittuale con i suoi alberi. Crollano. Crollano perchè molti sono vecchi, hanno raggiunto i limiti di vita. Molti altri hanno le radici danneggiate da scavi e controscavi. Altri si sono ammalati, come capita, purtroppo. Io ricordo il censimento delle alberature fatto da Veltroni. Quello di Alemanno. Quello di Marino. E quello della Raggi. 
Ogni Sindaco e ogni Giunta hanno avviato il censimento e monitoraggio delle piante. Che continuano a cadere. 
Ora, quindi, le cose sono due: o chi ha fatto il monitoraggio ha preso bellamente per il culo ogni Sindaco dal 2006 a oggi. Oppure, dopo i monitoraggi il nulla. 
Solo che la novità di quest’ultima estate è che gli alberi cadono anche senza piogge. Senza vento. In piena estate. Almeno negli anni scorsi succedeva in concomitanza con grandi eventi meteo. Ora succede e basta. 
A rinfrancar gli animi in questa estate torrida, poi, ci pensa la fervida fantasia di chi pensa che attrezzare un pezzo di lungotevere in una sorta di spiaggia sia bello e figo. 40 lettini quaranta: roba che il più piccolo degli stabilimenti di Ostia sembra Copa Cabana in confronto. Due doccette per puzza, ricavate in una specie di loculo tipo bagno chimico. Bagni... chimici che con questo caldo devono essere meravigliosi da usare. Niente ristoro. Niente bar. No wi-fi, niente acqua. Puoi solo vedere il “biondo” Tevere di fronte a te. 
Eppure era stato annunciato a dicembre. Ma, come per Spelacchio, l’improvvisazione regna sovrana in questa Giunta. Natale è una sorpresa. Anche se lo si festeggia il 25 dicembre più o meno da un paio di migliaia di anni. E così l’estate. A Palazzo Senatorio sarà stata una sorpresa scoprire che la stagione estiva a Roma si apre con la festività dei Santi Pietro e Paolo e si chiude più o meno a metà settembre! 
A dicembre l’annuncio. Il 4 agosto, l’apertura. Di una lettiera per gatti. 
E la chiamano estate...

RIFIUTI: IL FALLIMENTO DELL’UNIVERSITÀ DELLA STRADA
È sulla questione rifiuti che la Raggi sta riuscendo a dimostrare - più dei suoi ministri Di Maio, Toninelli e Grillo - quanto l’università della strada (o se preferite la rete) formi dei perfetti incompetenti. E per di più arroganti.
In sintesi: la produzione di rifiuti diminuirà. Lo dice la Raggi nei suoi documenti. Quindi, sostiene, aumentando la differenziata non ci sarà bisogno di nuovi impianti, basterà far funzionare gli esistenti. 
Poi, dati alla mano: la produzione totale di rifiuti aumenta, invece che diminuire. La differenziata marcia a passo di lumaca e, stime Legambiente, con questi ritmi ci vorranno 191 anni per coprire l’intera città con la differenziata.
Si progettano due nuovi impianti per il trattamento dell’umido. Quindi, impianti che non riguardano l’indifferenziato (la quota maggiore di rifiuti) ma una percentuale piccola del differenziato. Due impianti la cui progettazione è stata consegnata da poco alla Regione per il via libera (dopo due anni di governo cittadino) che saranno insufficienti a trattare l’organico prodotto in città anche quando la differenziata sarà al massimo delle sue potenzialità. E che, per di più, sfruttano la tecnologia aerobica, vecchia, costosa e superata. Un capolavoro.
Però, mentre Ama chiede di riaccendere gli inceneritori esistenti, il Comune rimane contrario a realizzare nuovi impianti. 
Però importante è liti gare con la Regione di Zingaretti, almeno resta un (reciproco) nemico da additare al pubblico ludibrio per il lupanare mefitico che è Roma.
Ecco l’università della rete (o della strada): un mare di cazzate ripetute da una manica di cretini che non diventano vere per sfinimento. Ma restano false. E dimostrano come questa università sia un fallimento. 

LA CREDIBILITÀ QUESTA SCONOSCIUTA
Non è da sola, la Raggi, nell’impresa di demolire la credibiltà dell’Istituzione Campidoglio. È in ottima compagnia: di Gianni Alemanno e Ignazio Marino, almeno. E forse - ma l’argomento è più complesso - anche di Veltroni. 
L’inizio della distruzione della credibilità del Sindaco e, per estensione, dell’Amministrazione comunale inizia quando i Sindaci si dimenticano che devono governare la città e pensano ad altro. Pensano a passare alla storia e pensano alla politica nazionale. 
Quando la sinistra sceglie Veltroni per contrapporlo a Berlusconi, Veltroni smette di governare Roma (si potrebbe aprire un lungo e profondo dibattito su quale sia stato l’apporto reale di Veltroni nei suoi 7 anni da Sindaco al miglioramento sul lungo periodo di questa città, ma non è questo il tema). Le sue iniziative sono sempre più marginali e sempre più di pura visibiltà ma attente a non urtare sensibilità, a non farsi nemici, a tenersi tutti buoni. Questa politica è sempre stata seguita da Veltroni e potrebbe essere considerata inclusiva o inciuciva, dipende dai punti di vista.
Una serie di episodi di cronaca nera, non dipendenti direttamente da quanto un Sindaco possa o non possa fare ma nati su un substrato si sostanziale abbandono della città, spingono Veltroni a iniziative mediatiche sul tema della sicurezza. 
Tema che sarà sfruttato da Alemanno. E che per lui sarà un boomerang. 
Il Sindaco non ha poteri in materia di sicurezza pubblica. Né i Vigili Urbani sono una vera forza di polizia, al di là del valore di singoli agenti e ufficiali. Le politiche seguite negli anni hanno reso i vigili urbani più o meno esattori comunali in divisa, adatti a fare le multe e, al massimo, a dirigere il traffico. 
Con Alemanno vengono investiti di ruoli per i quali non sono sostanzialmente preparati e per i quali non sono neanche in numero sufficiente. Perché Alemanno pone al centro della sua azione politica prima di tutto la sicurezza. Cercando di dirigerla, senza poteri. E mettendoci la faccia. E perdendola, la faccia. Perché prima di parentopoli, c’è il fallimento delle politiche su Rom, prostituzione e illegalità varie patito dalla sua Giunta che lede l’immagine del Sindaco. 
Alemanno si era proposto come il nuovo, dopo 15 anni di governo cittadino ininterrotto dello stesso gruppo di potere (gruppo politico, gruppo di uomini, gruppo di idee, gruppo di boiardi). E aveva puntato le sue fiches più importanti sulla sicurezza e il decoro cittadino. La morte di 4 bambini rom nell’incendio delle loro baracche, segna sostanzialmente la fine della politica del pugno duro. 
Il fallimento, dopo due anni di buoni successi, degli effetti dell’ordinanza antiprostituzione segna la sconfitta sul decoro prima della sentenza della Consulta che dichiara l’illegittimità del Decreto Maroni sulla reiterazione delle ordinanze dei sindaci. 
Poi arriva la neve. E poche cose come quel foglio agitato davanti alle telecamere con voce chioccia e parlata biascicata e incomprensibile di Alemanno ne danneggiano l’immagine: “chiàmoesssército” finisce per rendere il Sindaco di Roma una macchietta.
Poi, dopo, arriveranno Parentopoli e, ancora dopo - ma già non è più Sindaco - le accuse di corruzione. 
Quando scoppia Parentopoli, la capacità di smentita di Alemanno come politico è già scesa dopo le prove su sicurezza, prostituzione e decoro e, infine, neve. E la scelta della linea di difesa su Parentopoli stronca definitivamente la credibilità personale di Alemanno. Lui e il suo gruppo appaiono - vittime anche della vicenda Fiorito e delle dimissioni della Polverini dalla guida della Regione - più o meno direttamente, nell’ottica popolare, arruffoni affamati di potere, poltrone, prebende e soldi. 
Poi arriva Marino. Il gioco questa volta non è quello della sicurezza. Ma quello dell’onestà. Lui è il primo a usare l’onestà come arma mediatica. E per lui il gioco è facile. Un quinquennio in cui Alemanno è stato comunque prima massacrato dalla grande stampa - e all’epoca i social erano appena all’inizio - dal primo all’ultimo giorno della sua avventura in Campidoglio e un quinquennio in cui lui stesso c’ha messo tanto di suo, fanno bene il gioco di Marino.
Che però di politica non capisce assolutamente nulla. 
Viene appoggiato dalla stampa: nessuno che faccia le pulci al suo programma elettorale. Promessa di 700 euro per uscire dai residence, promessa di 700 euro per le giovani coppie, promesse, promesse, promesse. Fatte davvero da un marziano. E non è un complimento: Marino non ha capito - ma chi lo circondava lo sapeva benissimo - che i bilanci comunali non avrebbero mai retto la quantità di promesse fatte. 
Poi la storia della Panda rossa. E, infine quella degli scontrini. In mezzo, prima mezzo Pd che finisce sotto la mannaia di Mafia Capitale, poi il Papa che, di fatto, lo “scomunica” politicamente in mondovisione (sarebbe più saggio tacere anche sui retroscena filtrati di quel “non ho invitato io il sindaco Marino. Chiaro?”, i rapporti con la curia romana, l’arroganza di chi, a petto dei cardinali, se ne uscì riferendo a se stesso come dell’interlocutore privilegiato del Santo Padre, e via discorrendo). 
Ognuna di queste cose distrugge la credibilità politica di Ignazio Marino. Che ci mette tantissimo del suo: litiga con i cittadini davanti alle telecamere. Insulta consiglieri e pubblico in Aula Giulio Cesare con comportamenti infantili che denotano un sempre maggior nervosismo. Si attacca alla gola con il suo partito. Gli assessori ruotano come palline nel flipper. Arrivano gli scioperi per Atac. Ama va sempre peggio e la città è sempre più sporca. 
Ma nulla come gli scontrini uccide la figura del Sindaco. Non si dà al popolino il diritto di sindacare se il Primo Cittadino al ristorante ordina un piatto o un altro, beve un vino o un altro. Il volgo sempre tenterà di abbassare chi è sopra. È una legge vecchia come la politica e solo un idiota poteva credere che mettendo online gli scontrini delle cene, il popolo sarebbe stato dalla sua parte. 
Il popolo che appoggia la scelta di una bottiglia di vino pregiato? Quando magari il proprio lo compra al discount?
E, anche fosse: vi sono attributi quasi sacri nella funzione che temporaneamente si è chiamati a svolgere. Svilire questi attributi significa distruggere quella funzione. E quando un organismo perde prima gli attributi sacri connessi con la sua funzione, finisce poi per perdere rapidamente anche la funzione stessa, divenendo inutile, superfluo e, alla fin fine, ghigliottinabile. Chiedere alla nobiltà di Francia e a Luigi XVI come va a finire la storia. 
L’aveva fatto Alemanno quando aveva consegnato una macchietta ai comici. 
Lo fa, anche peggio, Marino quando consente di farsi fare i conti in tasca.
E quando se ne andrà, la sua resistenza dell’ultimo minuto sarà patetica. Una triste metafora dell’uomo che è entrato da solo in Campidoglio, scelto in quanto il più “vendibile” al momento e non il più adatto, e che esce da solo, senza nessuno (o quasi) dei suoi che lo appoggi.
Arriva la Raggi. Che sta riuscendo nell’impresa ciclopica di fare peggio di Alemanno e Marino. Non solo in quanto amministratrice della cosa pubblica ma in quanto personaggio politico.
Organizzare conferenze stampa con la claque, sfuggire alle domande dei giornalisti rifugiandosi, quando va bene, in frasi di circostanza ripetute a pappagallo e, quando va male, semplicemente non rispondendo ai quesiti, considerare più importante un post su facebook o un cinguettio su twitter perché sono facili da fare piuttosto che confronti e dibattiti seri, finiscono per rendere la figura del Sindaco un orpello. Tanto decidono i Marra, i Lanzalone, i Giampaoletti. 
Aver trasformato l’Amministrazione comunale in un mélange istituzionale di tipo assembleare è un altro errore che pagheremo carissimo in futuro. Non sono i consiglieri comunali che devono fare i regolamenti. Questo è compito degli Assessori, la cui funzione, altrimenti diventa assolutamente superflua. Né valgono quei video di una tristezza incommensurabile della Montanari (ieri della Muraro) a difesa di iniziative estemporanee e sbagliate (tipo la spiaggia sul Tevere) a ripristinare la funzione dell’Assessore. Non sono i consiglieri comunali che devono interloquire con le strutture di linea del Campidoglio: quello è compito degli Assessori. Mescolare queste funzioni le rende indistinguibili, fra loro sovrapponibili e sostituibili. E, come si sta vedendo, con pessimi effetti da un punto di vista amministrativo: bandi sbagliati e deserti perché basati su regolamenti sbagliati perché fatti da incompetenti. 

LA POLITICA DA STADIO: STIAMO DISTRUGGENDO IL FUTURO
Ancora: continuare ad innalzare il livello dialettico dello scontro politico, polarizzandolo e chiudendolo in una sorta di tifo da curva di stadio è l’ultimo tassello di questa distruzione della credibilità dell’Istituzione. Che è di tutto. Non è vero ciò che asserisce ciascuna parte che governa temporaneamente l’Istituzione e che riconosce solo a se stessa la rappresentanza esclusiva del cambiamento, dei buoni, degli onesti, dei competenti, lasciando agli altri (che l’hanno preceduta) la rappresentanza dei mafiosi, dei corrotti, degli incapaci, dei retrogradi. Ma continuare a dirlo, assegna banalmente una brevissima vittoria sul momento ma rende solo macerie di ciò che si lascia al successore. Che dovrà sempre più alzare la posta: non più gli onesti, ma gli onestissimi. E dopo? Dopo gli onestissimi?
Per altro e per inciso: la corruzione, la disonestà, la mafiosità riescono sempre, come procellarie per le tempeste, a fiutare il vento e si buttano sul futuro vincitore. Quindi, attenti vincitori di oggi che fra le vostre fila c’è già annidato il mafioso di turno. 
Uno dei più grandi errori metapolitici del Fascismo, un errore dal quale ancora non ci siamo ripresi, fu quello di identificare il Duce col Partito e il Partito con la Nazione. Caduto uno, distrutto uno, sono stati distrutti tutti: la Nazione, il Partito e il Duce. E se per i primi due è una vicenda (al di là della sua tragicità e del suo tributo di sangue) propria della politica, è l’identificazione della Nazione con i primi due elementi del sillogismo che ha distrutto in Italia il concetto di Nazione. Che oggi ritroviamo, per altro, come scimmiottatura sotto forma di “sovranismo”. 
Identificare se stessi, la propria parte non solo come il tutto (“gli onesti sono con noi”, “gli italiani sono con noi”, “i romani sono con noi”) ma come un tutto qualificato (“onesti”, “buoni”, “competenti”) contrapponendolo agli altri, genererà alla fine, insieme alla distruzione del governante pro tempore, anche la distruzione del concetto di buono, competente e onesto.  

sabato 5 maggio 2018

METRO C; APRE S. GIOVANNI E SI ARRIVERÀ FINO A FARNESINA


L’attesa è finita: la stazione San Giovanni della Metro C aprirà il prossimo 12 maggio. L’annuncio lo dà direttamente il sindaco, Virginia Raggi, in conferenza stampa. E, seconda grande notizia, si arriverà a Farnesina. Niente più dubbi e tentennamenti: dopo Colosseo si prosegue. In realtà, al di là dell’annuncio della volontà di proseguire oltre Colosseo rimane aperta ancora la questione delle stazioni a seguire. Due le ipotesi progettuali predisposte da Roma Metropolitane: la prima prevede di realizzare 4 stazioni dopo Fori Imperiali (Piazza Venezia, Argentina, Chiesa Nuova e San Pietro). La seconda, invece, prevede tre: piazza Venezia, Navona e San Pietro. Tempi reali di costruzione del tutto, più o meno imprevedibili: dal momento dell'affidamento delle attività per l'elaborazione di un progetto di fattibilità, i tempi stimati per la stesura e approvazione sono di circa 24 mesi. Cui sommare poi i tempi per i lavori veri e propri. Costi preliminari di progettazione e indagine archeologica: circa 1,6 milioni. 
Insomma, di concreto c’è l’apertura della stazione San Giovanni. Poi, va registrata la volontà politica di andare oltre Colosseo che è una gran novità, considerando le posizioni espresse in passato dalla Raggi (“Arriveremo con i lavori ai Fori, poi da lì ragioneremo…” 4 novembre 2016)  e da altri esponenti della Giunta grillina (Paolo Berdini, all’epoca assessore all’Urbanistica: “Visto che andare verso Colosseo sarebbe una spesa enorme, la mia proposta è deviare la metro da San Giovanni, passando per Amba Aradam, verso la Piramide”, 8 novembre 2016; Linda Meleo, assessore ai Trasporti: “Stiamo cercando la soluzione migliore per la città; siamo intenzionati a valorizzare questa opera, bisogna vedere come”, 31 marzo 2017).
Poi, tante chiacchiere e poche certezze. Non si sa se sarà il Consorzio Metro C (attuale costruttore della linea) a realizzare la restante parte del tracciato, né i costi, né i tempi di realizzazione. 
All’incontro con la stampa, oltre la Raggi, erano presenti l'assessore alla Mobilità, Linda Meleo, e i consiglieri M5S Pietro Calabrese e Enrico Stefàno. 
Aperta San Giovanni, la frequenza dei treni sarà di 12 minuti con l’obiettivo di scendere a 9 entro alcuni mesi, fino ad arrivare (“tra circa 2 o 3 anni”, dice Stefàno) a 4 minuti una volta pronta la “croce di scambio a via Sannio”.
Anche la Regione Lazio fa sentire la sua voce con l’assessore ai Trasporti, Mauro Alessandri: “completato l'iter burocratico per l'autorizzazione all'apertura della stazione e al finanziamento di 256 milioni di euro, è stato dato il via libera” a San Giovanni.