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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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venerdì 10 aprile 2020

ROMA METROPOLITANE DEVE PAGARE 13 MILIONI A METRO C


Il lodo arbitrale del 2012 fra Roma Metropolitane e il Consorzio Metro C è valido. Sono state pubblicate le motivazioni della sentenza, emessa a marzo 2019, con cui la Corte d’Appello respinge le richieste di Roma Metropolitane di impugnare quel lodo, dando, quindi, ragione a Metro C e chiudendo la vicenda. La storia nasce quando la stazione appaltante, Roma Metropolitane, richiede a Metro C una serie di varianti al progetto originario. Tutte queste varianti hanno un costo che Metro C chiede di coprire. A settembre 2011 viene riconosciuta ragione a Metro C - un accordo da 230 milioni di euro -  da parte di Comune, Regione e Stato come finanziatori dell’opera e, con un “lodo parziale” Roma metropolitane viene condannata a pagare anche 13 milioni e spicci di “maggiori oneri” a Metro C. Roma Metropolitane, però, impugna nel  dicembre 2012 il “lodo parziale” in tribunale. 
A marzo 2019 arriva la sentenza e le motivazioni sono state pubblicate un paio di giorni fa. In 13 pagine la Corte d’Appello fa letteralmente a pezzi le linea difensiva di Roma Metropolitane, respingendo in modo secco e perentorio la richiesta di annullare quel lodo. 
Ora, con la pubblicazione della sentenza, il lodo parziale 2012 è definitivamente valido e per Roma Metropolitane si avvicina l’ora di aprire il portafogli e pagare i 13 milioni del 2012 con gli interessi.  

sabato 22 giugno 2019

NIENTE CLASS ACTION PER LE BUCHE


Due a zero e partita finita: il pessimo stato di manutenzione delle strade della Capitale non dà automaticamente diritto a richiedere un risarcimento danni. Per chiedere soldi al Comune, è necessario che ci sia un incidente vero e proprio. L’Avvocatura del Comune di Roma - difesa da Andrea Camarda - segna due punti sul Codacons che aveva proposto la causa. Bocciato in primo grado, ora è arrivata anche la sentenza di appello, emessa il 31 maggio scorso, che conferma la pronuncia originale del Tribunale. 
Leggendo le 17 pagine, la prima sezione della Corte d’Appello di Roma stabilisce alcuni punti fermi: intanto il concetto di legittimità della class action. Secondo i giudici, la class action contro la pubblica amministrazione “non può fondarsi sul Codice dei Consumatori” e occorre rivolgersi al “giudice amministrativo”, cioè al Tar, e non al Tribunale civile ordinario. Ma, soprattutto, deve esserci, per i giudici, un rapporto causa effetto alla base di una richiesta di risarcimento danni. Piazzale Clodio stigmatizza a più riprese il pessimo stato di manutenzione delle strade ma non ritiene che esso basti da solo a giustificare una richiesta di risarcimento danni in mancanza di un rapporto diretto di effetto: insomma, per i giudici se ti fai male cadendo in una buca hai gli strumenti per chiedere il risarcimento ma la presenza delle buche in strada da sola non basta, se non c’è danno, a chiedere soldi al Comune. Un principio che, quando venne resa nota la sentenza di primo grado, totalmente confermata in appello anche nella condanna alla pubblicità degli sconfitti su un quotidiano a diffusione nazionale, fu presentato come una specie di gogna mediatica dell’avvocatura capitolina che sembrava aver sostenuto la tesi che la conoscenza delle buche da parte del cittadino ne escludesse il diritto al risarcimento.
E, infatti, in una nota dell’Unione nazionale degli Avvocati degli Enti pubblici (Unaep), Antonella Trentini e Andrea Magnanelli, evidenziano come la “Corte di Appello” abbia confermato “la correttezza dell'operato degli avvocati” e come non sia “accettabile tradurre l’operato dell’Avvocatura in un posizionamento ideologico o politico”.
Nella causa class action intentata dal Codacons e due volte respinta dai giudici, l’associazione dei Consumatori chiedeva al tribunale di riconoscere un “risarcimento dei danni non patrimoniali subiti” calcolati “mille euro in favore dei proponenti e di ciascun successivo aderente alla presentazione” dell’azione risarcitoria. Un reclamo che i giudici hanno ritenuto “ancorché diffusamente motivato in 35 pagine di testo” come “infondato sia in rito”, cioè inammissibile, “sia nel merito” rigettandolo completamente.