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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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sabato 15 febbraio 2020

STADIO; LA MANCANZA DI NOTIZIE GENERA MOSTRI

Da moltissimi giorni, più o meno dall’epoca dell’annuncio delle potenziali compravendite tanto della As Roma quanto del progetto Tor di Valle, si susseguono annunci più o meno attendibili.
Responsabilità primaria di queste notizie-non notizie va ascritta alla mancanza di fonti ufficiali disposte a rilasciare dichiarazioni. 
Le uniche che abbiamo, alla fine, sono quelle della As Roma ma solo perché essendo quotata in borsa è obbligata dalle norme e dalla Commissione di controllo sulla Borsa (Consob) a rendere note le informazioni sui possibili cambi societari.
Per il resto, ciascuno di noi giornalisti si affida alla proprie fonti.
Fonti che spesso giocano partite sulle quali i giornalisti hanno poca incidenza, ammesso che se ne rendano conto.

Detto questo, e vista la quantità di persone che, a ogni sussurro che contenga la parola “stadio” vengono gentilmente a bussare alla mia porta, desidero specificare quanto segue:

-       Ciascuno è libero di credere a ciò che preferisce, alla fonte, alla radio, alla testata, al collega che, a suo giudizio, è il migliore.
-       Non ho nessuna pretesa di esclusività e ci mancherebbe pure

-       Infine, cosa che ho spesso ripetuto, io rispondo delle mie fonti e dei miei articoli. Non commento notizie date da altri per due ragioni, una egoistica e una, diciamo, altruistica. Quella altruistica è che se dovessi commentare una notizia data da un collega dicendo che è falsa, esporrei il collega a una pessima figura. Quella egoistica è che, dovessi dire invece che è vera, vorrebbe dire ammettere di aver preso un buco. Cosa che non fa mai piacere. Ma ce n’è anche una terza: banalmente, se ho una notizia che verifico con estrema attenzione, la pubblico. La verifica si fa incrociando la presunta notizia con più fonti di cui si è già testata l’attendibilità. Se non ce l’ho in pagina, vuol banalmente dire che, quanto meno, a me la notizia non risulta. Ma io non so quali fonti ha il collega che la scrive. Il massimo che posso fare è, appresala, verificare con le mie fonti.

E dopo questa premessa generale, voglio evidenziare quanto io so. E lo so perché l’ho verificato col metodo di cui sopra.

1)   Ci vuole ancora tempo perché Vitek divenga a tutti gli effetti di legge il proprietario del progetto Stadio e dei terreni di Tor di Valle. Le operazioni sono lente e complesse. E, aggiungo, come nel calcio mercato un giocatore è acquistato quando viene presentato (Malcom docet), anche negli affari fino a che non c’è una firma, può sempre saltare tutto. A me risulta che ci vorrà ancora una mesata.
2)   L’accordo fra Parnasi e Vitek è stato trovato e raggiunto prima di Natale. Ma l’accordo da solo non basta. Quando si compra una casa, occorre un atto notarile. Quando si comprano società, pure. E questi atti hanno una gestazione tanto più lunga e complessa quanto più articolata è l’operazione. 
3)   Che io sappia, Vitek non ha intenzione di interrompere l’iter Stadio.
4)   Che io sappia, Friedkin non ha intenzione di interrompere l’iter Stadio per ricominciarlo da zero da un’altra parte.
5)   Come per la storia di Fiumicino, qualunque altra localizzazione del progetto significa:
a.   Ricominciare da capo l’iter
b.   Buttare tutto quel che si è fatto fino a oggi
c.    Gettare al vento un’ottantina di milioni di euro già spesi (oggi da Pallotta ma domani da Friedkin che li verserà a Pallotta)
d.   Essendo modificate le norme, l’eventuale nuovo progetto dovrà essere molto più articolato già in partenza
e.   E questi punti valgono per Fiumicino, Tor Vergata, Tor Tre Teste, Torrenova, Torre Gaia o qualunque Tor(re) vi venga in mente, Parigi o Marte
6)   Quindi, a meno che il Comune non fornisca alla Roma un motivo (rigetto di tutto) per ricominciare da un’altra parte nessuno dei soggetti vecchi e nuovi intende farlo per sport

In conclusione:

A)  Il progetto va avanti a Tor di Valle
B)  I lavori tecnici sono quasi completati ma l’ultimo miglio che manca (più politico che tecnico) dovrà attendere ancora fino al punto C)
C)   Vitek sarà effettivamente proprietario non prima di un altro mese anche se l’accordo stretto data già qualche settimana

D)  Friedkin non ha alcuna intenzione di buttare soldi e tempo dalla finestra

venerdì 27 dicembre 2019

LO STADIO C'È, FRIEDKIN QUASI



La doppia svolta è solo rimandata. Da una parte lo stadio di Tor Di Valle, ormai pronto a partire dopo un iter infinito e con un nuovo partner della Roma - il ceco Radovan Vitek al posto di Luca Parnasi - dall’altra la cessione delle quote di maggioranza del club.
La trattativa fra Pallotta e il gruppo Friedkin ha subìto un rallentamento, ma non si è arrestata. E ora, trascorse le feste, si avvicina il momento cruciale: chiuse tutte le due diligence, va trovata l’intesa sul prezzo finale dell’operazione valutata nel complesso intorno al miliardo di dollari inclusi i debiti della società giallorossa (circa 270 milioni di euro) e l’aumento di capitale da massimo 150 milioni di euro già deliberato e da realizzare entro il 2020. Le parti sono divise da qualche decina di milioni, Pallotta è pressato dai suoi soci che vogliono uscire e cerca di ottenere il massimo, Friedkin invece vorrebbe investire di più nella Roma e meno sul prezzo d’acquisto. E farlo il prima possibile. Un comprensibile tira e molla che entro gennaio si potrebbe risolvere positivamente.
Intanto sul fronte dossier Tor di Valle, Comune, As Roma e Eurnova, in modo congiunto, hanno deciso lo slittamento dell’annuncio da parte del Campidoglio sulla chiusura dei lavori tecnici sul progetto. Il Comune voleva più tempo per concludere le ultimissime verifiche ed Eurnova per chiudere gli accordi con Vitek il cui subentro è visto con estremo favore dal Campidoglio dato che, l’uscita di scena dei Parnasi, libererebbe le coscienze di qualche consigliere recalcitrante. Tanto che emissari di Vitek hanno già incontrato i tecnici capitolini. 
Che nel periodo natalizio - data mai ufficialmente fissata - l’annuncio fosse prossimo è confermato dal fatto che fra il sindaco Virginia Raggi, il direttore generale del Comune, Franco Giampaoletti, e gli assessori Luca Montuori (Urbanistica) e Daniele Frongia (Sport) è circolata, nei giorni scorsi, una bozza di comunicato che Il Tempo ha letto in anteprima. Nel testo si legge che i lavori tecnici sono in via di definizione e viene spiegato come l’inchiesta giudiziaria non abbia riguardato la procedura amministrativa. In ogni modo, la Raggi ha comandato due analisi degli atti, una delle quali è stata quella del Politecnico di Torino sul traffico conclusa con un parere «positivo». 
Nella bozza di testo, il Campidoglio avrebbe sottolineato come lo stadio sarebbe diventato un elemento catalizzatore degli interventi previsti nel Piano Urbano per la Mobilità Sostenibile, con annesso riferimento alle linee ferroviarie Roma-Lido e Roma-Fiumicino. A seguire, sarebbero state evidenziate le differenze tra la versione Marino e quella Raggi del progetto. L’attesa potrebbe non essere lunga: il passaggio di proprietà fra Parnasi e Vitek è quasi completato e mancano alcuni dettagli. La nuova previsione (aleatoria come le precedenti) è che da metà gennaio in poi ogni giorno possa essere quello buono per l’annuncio della cessione del progetto Stadio a Vitek e della conclusione formale di tutti i lavori tecnici. Un passaggio seguito con grande interesse anche da Friedkin, ma non è lo stadio il nodo da sciogliere con Pallotta. Perché per rendere la Roma più forte in tempi brevi, non si può attendere la costruzione dell’impianto.

venerdì 22 novembre 2019

IN CASO DI VENDITA, LO STADIO VA AVANTI


Negli accordi Comune-As Roma è stato inserito un vincolo di 30 anni che fa della As Roma la “società sportiva utilizzatrice in via prevalente” del futuro Stadio di Tor di Valle

Pallotta può comunque vendere? 
Ovviamente, la risposta è sì. 
Il comunicato della Roma sulle trattative chiarisce che gli investitori puntano alla società “madre”, la As Roma Spv Llc che, tramite la Neep Roma Holding, detiene il controllo della As Roma SpA. La Roma Spv però possiede anche altre due società, la Stadio TdV e la TdV Real Estate, cioè le due aziende che rileveranno i terreni da Luca Parnasi e realizzeranno il progetto. Gli investitori, quindi, acquistando quote - più o meno ampie - della Roma Spv diverranno anche i proprietari delle società che controllano il futuro Stadio. Dal punto di vista degli accordi con il Comune non cambia nulla o quasi, rimanendo indivisa la proprietà fra squadra e stadio. Proprietà che, stando alle carte (leggi, delibere del Comune e bozza di Convenzione) si potrebbe anche spacchettare purché si garantisca che la squadra As Roma continui ad essere l’“utilizzatrice in via prevalente” per 30 anni di Tor di Valle. Solo ed esclusivamente lo scioglimento di questo vincolo che rende Tor di Valle lo “stadio di casa” della Roma - e non quello della proprietà degli asset - farebbe scattare le penali: incasso delle fideiussioni a garanzia, annullamento della delibera di pubblico interesse e di tutti gli atti conseguenti e acquisizione degli impianti sportivi costruiti più danni in tribunale.

martedì 2 luglio 2019

RENZI E LE "CHIACCHIERE" SULLA VENDITA AL QATAR


Rilievo penale, zero. Concretezza, anche meno di zero. Più o meno, chiacchiere da ristorante. Però chiacchiere fra signori che contano: Luca Palamara e Luca Lotti. In mezzo a un turbine di chiacchiere, ci finisce la As Roma, lo Stadio di Tor di Valle e la presunta vendita della stessa Società al Qatar. Stando ai brogliacci delle intercettazioni, pubblicati ieri su La Verità, il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, mentre Lotti e Palamara discutono di nomine e di intrighi politici stile House of Cards, a un certo punto sbuca fuori dal nulla un pezzetto di chiacchierata sulla Roma e sullo Stadio.
Va ricordato che Luca Lotti, da ministro allo Sport nel governo Gentiloni, fu l’autore della famosa telefonata in Regione Lazio che sbloccò, il 5 dicembre 2017, la Conferenza di Servizi arenatasi sulla vicenda del Ponte di Traiano. In quell’occasione, Lotti promise, la copertura del Governo alla realizzazione del Ponte. 
Tornando alla chiacchierata fra Lotti e Palamara, nel racconto viene coinvolto anche l’ex premier, Matteo Renzi. Tornando a casa, Palamara, intercettato, racconta alla moglie che Lotti gli avrebbe riferito che Renzi si stava adoperando (“sta facendo da intermediario”) per far passare di mano la Roma da Pallotta al Qatar. Siamo nei giorni in cui sui giornali gira vorticosamente la notizia di questa presunta trattativa, una trattativa mai nata e subito smentita dalla Roma (Pallotta: “È tutto falso”). E visto che Renzi era stato in Qatar riciccia l’idea della vendita con riferimento anche allo stadio: “ma lo stadio si fa o no” avrebbero chiesto i qatarioti. E Renzi a Lotti - ma stiamo a quanto Palamara riferisce alla moglie - avrebbe detto che non si può garantire per lo Stadio per la contrarietà (“il problema”) di “Franco Caltagirone”. Non fosse per il calibro degli intercettati, sarebbero giusto chiacchiere da bar. 

lunedì 20 maggio 2019

AS ROMA, GLI ERRORI E GLI ORRORI DELLA DIRIGENZA




Ho deciso di aggiungere una parte importante all'ultima riflessione sulla vicenda Stadio (leggi qui), contestazioni, De Rossi, Pallotta e la simpatia e così via.

Cosa intendo per mancata empatia di Pallotta e di questa dirigenza.

La prima cosa che mi viene in mente è, oltre ad ovvi errori di gestione della squadra, l’inverosimile quantità di errori clamorosi di comunicazione. Errori in merito a cosa dire, a come dirlo, a quando dirlo. A volte sono ricorse tutte e tre le specifiche - cosa, come e quando - altre solo una. 
L’elenco è lungo e sicuramente non esaustivo: ne avrò dimenticate chissà quante e citerò solo quelle che mi vengono in mente senza dover fare una ricerca di archivio.

LA GESTIONE DELLA SQUADRA
Non mi soffermerò sugli errori di gestione della squadra, intendendo con essi l’assetto globale dell’intero staff tecnico e dei giocatori: fanno parte del gioco, visto che comunque alla fine uno solo vince e tutti gli altri perdono. Quindi, non parlerò della vendita di quel calciatore o dell’acquisto di quell’altro. L’unica cosa che mi pare di poter ravvisare è quella di una sostanziale carenza di “piano B”. 
Mi spiego: Rudi Garcia, a un certo punto, non è più riuscito a mettere in campo la squadra. La ricerca del sostituto è stata tardiva e abbiamo perso una fetta di obiettivi possibili.
Di Francesco, lo stesso. Quando si pianifica una stagione, a mio parere, deve esistere una sorta di “linea Maginot” dei risultati e, contemporaneamente, per quanto possa apparire poco piacevole per chi c’è, anche un piano di riserva per non buttare nel cesso una stagione cercando di salvarla quando è troppo tardi. 

E veniamo agi errori di comunicazione.

TOTTI E DE ROSSI
La fine della carriera di campioni eccezionali è di per sé un trauma per chiunque. Se poi quei campioni sono due bandiere, avendo militato in una sola squadra, è ancora peggio. In più sono esponenti emblematici della città stessa, sono stati i capitani della squadra di fatto per oltre un ventennio.
Gestirne l’addio sarebbe stato difficile e complicato per chiunque. 
E questa società ha commesso ogni errore possibile in entrambe le vicende. Con Totti, per giunta, ha saputo creare le condizioni per cui il fardello del trattamento di Totti sia finito addosso a Spalletti che, a torto o a ragione, ha gestito il passaggio dagli scarpini alle oxford, bruciando definitivamente il nome del Mister che a Roma difficilmente potrà rimettere piede. 
Con De Rossi c’è l’aggravante del non aver proprio saputo gestire il tutto, per giunta dopo l’esperienza avuta con Totti: il messaggio che è passato è che non si è riusciti neanche a discutere con lui del suo contratto. Un capolavoro.

STADIO
Sullo Stadio di Tor di Valle la quantità di errori è ancor più devastante: annunci trionfalistici, chiamate alle armi cadute più o meno nel vuoto, totale distacco dalla tifoseria di cui è mancato completamente il coinvolgimento. E non puoi pensare di chiamare alla armi chi fino a ieri non hai mai neanche degnato di uno sguardo.

DIRIGENTI
Non entro nel merito delle competenze. Sicuramente Baldissoni, Fienga, Massara sono eccellenti dirigenti. Ma, o sono per lo più ignoti, neanche conoscendone i visi o il tono della voce, o riescono ad essere l’esatto contrario di qualcuno con cui voler condividere una serata. Forse un corso accelerato di comunicazione non guasterebbe.

TIFOSI
Le barriere e i lancia cori all’Olimpico, il distacco dalla Curva - attenzione, non dai gruppi organizzati ma dal calore della Curva - il totale mancato coinvolgimento della tifoseria nelle scelte di base hanno esacerbato gli animi. 

LE USCITE DI PALLOTTA
Intempestive, mal tradotte spesso (e spesso appositamente mal tradotte), peggio spiegate hanno finito per scavare un solco difficile da colmare. Un solco che sembra aver scelto lo Stadio come epitome: te frega solo dooosssadio! 

DAL SOGNO ALLA DELUSIONE
Questi sono solo alcuni esempi di errori, non è un elenco: sarebbe tedioso e inutile. Del resto, molti errori sono ripetitivi a dimostrazione, se non altro, di una certa coerenza!
Tutto questo, dopo sette anni, ha prodotto uno scollamento enorme fra i tifosi e la proprietà/dirigenza. 
È qualcosa che a Roma abbiamo già visto: successe con Dino Viola, poi con
Franco Sensi, solo per citare i presidenti vittoriosi degli ultimi decenni.
Tralasciamo gli altri. 
C’è un’aggravante: voluta o meno, questa dirigenza è stata presentata e si è presentata come la certezza del futuro. Meglio, di un radioso, luminoso e vittorioso futuro. 
E, diciamocelo, noi romani abbiamo un po’ fatto la figura di quei pezzenti tipo Alberto Sordi che “america’ america’”: ci sembrava finalmente arrivato quel premio per tante amarezze, quel presidente impaccato di soldi, pronto ad aprire il portafogli e a prendere un anno Messi e quello dopo Cristiano Ronaldo (sono esempi, ndr). Dimentichi delle regole del Fair Play Finanziario - che, è vero, non a tutti vengono applicate nello stesso modo ma è come con gli arbitri… più ti agiti più fa male… - ci aspettavamo le vittorie. 
Che non sono arrivate. C’era il progggggetto, quello tanto caro a Zoro. E la pazienza è andata avanti per un bel po’. Ora sembra finita perché da Luis Enrique e le sue delusioni siamo passati a Rudi Garcia e le sue, poi a Spalletti, poi a Di Francesco, poi a Ranieri. In mezzo con la parentesi di Zeman e Andreazzoli. 

Guardando la cosa con l’occhio del tifoso che vorrebbe vincere sempre e comunque, siamo rimasti con un pugno di mosche in mano. 

SHAKESPEARE
Scrive William Shakespeare, uno che di tragedie se ne intende: il male che gli uomini compiono sopravvive loro, il bene spesso viene sepolto con le loro ossa. 

Oggi, una fetta di tifosi vede solo il male. E il bene l’ha dimenticato dietro l’ultimo striscione. 
Non so quanti sono questi tifosi che protestano. Non penso siano la maggioranza, anzi. Credo siano solo una minoranza molto rumorosa e molto ben organizzata. Ma certo non è che la maggioranza silenziosa gradisca vedere sempre gli altri che vincono.
Sarebbe facile ricordare sempre un paio di cose: 

1.  in ogni sport, uno solo vince. 
2.  quell’Arcadia favoleggiata con nostalgia è stata altrettanto avara di vittorie 
3.  Dall’arrivo di questa dirigenza, abbiamo conseguito tre volte il secondo posto in campionato, due volte terzi, e due volte sesti (nel conto sul sesto posto c’è già inclusa anche questa stagione). Il che si è tradotto in una stabile presenza in Champions League per un quinquennio consecutivo con 3 volte il raggiungimento degli ottavi e una semifinale. Per chi ama le statistiche, riguardarsi bene cosa successe con altri presidenti, comunque anche loro contestati all’epoca. 
4.  Quelli che vincono in Europa hanno bilanci che fanno impallidire il nostro. Le entrate del Real Madrid sono superiori di 4 volte quelle della Roma, vale a dire che per ogni milione di euro che noi incassiamo, il Real ne ha incassati 4. E Barcellona, Bayern più le Inglesi stanno a livelli che noi possiamo solo sognarci. 

CONCUSIONE
Chiarisco un concetto che dovrebbe essere ovvio ma forse non lo è: chi non fa, non sbaglia. Ed è facile mettersi a pontificare seduti da un comodo divano ed è difficile per chi arriva dopo una serie di Presidenti amanti e padri/padroni della Società pensare di poter chiudere una stagione che è, in realtà, la storia della As Roma fino al 2012 e cambiare la mentalità da una famiglia a un’azienda, per usare un’espressione romantica - la prima - e una - la seconda - molto stelle e strisce.

Di errori, perciò, né sono stati compiuti a decine, centinaia. Alcuni più gravi, altri più lievi ma la cui somma globale costituisce quel macigno che solo una sequenza di grande Ds, grande allenatore, grande campagna acquisti e, si spera, conseguente grande vittoria può rimuovere. 

Aggiungo un’ultima riflessione: l’aver commesso questi errori è stato costantemente sfruttato da chi si è schierato contro questa dirigenza.

C’è qualcosa, una sorta di contropotere occulto che si occupa di far sopravvivere il male e sotterrare il bene compiuto, amplificando il primo e anestetizzando il secondo. 
È quella poltiglia grigiastra e appiccicosa, dalla consistenza fangosa e odorante di discarica composta da qualche puparo radiofonico, qualche mezza figura del mondo del giornalismo, qualche ex dell’ambiente degli spogliatoi oggi traslato a opinionista, l’opaco mondo di certi soggetti che occupano in alternanza un seggiolino allo Stadio e uno strapuntino a Regina Coeli
Costoro godono di una rete di relazioni di cui sarebbe sciocco negare l’importanza e stranamente sono gli stessi che considerano questa poltiglia come una figura mitologica, l’ambiente romano. 
Come spesso accade, costoro sono animati sicuramente da un grande amore per questa squadra, sarebbe idiota disconoscere questo amore, ma anche da tangibili interessi, a partire dalla gestione di un potere che prima avevano e che oggi provano a riacquisire dopo che gli è stato loro sottratto proprio da questa Società, da questa dirigenza.