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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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mercoledì 24 gennaio 2018

LA CAPITALE DELLE OPERE INCOMPIUTE


Partendo dalle Vele di Calatrava, l’altra grande incompiuta sportiva romana è lo Stadio Flaminio, ridotto a un bel rudere vincolato. A rischio di fare un bis a breve c’è l’ippodromo di Capannelle dove è partito il contenzioso in Tribunale fra lo storico concessionario, la Hippogroup, e il Campidoglio ma che potrebbe a breve rimanere inutilizzato e preda di vandali. 
Poi ci sono le strutture viarie: la più scandalosa e trafficata è la via Tiburtina il cui raddoppio è partito nell’era Alemanno, già a singhiozzo per una serie di ritrovamenti archeologici, e poi impantanatosi del tutto nell’epoca di Marino. Ancora oggi, passando sulla Tiburtina, barriere jersey, restringimenti e salti di corsia costellano quasi l’intero tracciato ma di operai non si vede traccia. Via Boccea e via Pineta Sacchetti dovevano allargarsi, la prima addirittura raddoppiare. Dovevano, appunto. Poi c’è lo scandalo dietro Piazza del Popolo: il parcheggio di Lungotevere Arnaldo da Brescia era iniziato sotto Veltroni. O, meglio: sotto Veltroni vennero messe le barriere che delimitavano l’area di cantiere. Le barriere e il cantiere stanno ancora lì, del parcheggio non c’è traccia. Come non c’è traccia dei ponti: quello della Scafa e quello di Dragona, Ostia il primo e Acilia il secondo. Da decenni se ne parla, ma chi abita nel quadrante continua a sognarli. Un po’ tipo il ponte dei Congressi: tante chiacchiere, cantieri zero.
Poi c’è il lungo elenco delle opere di urbanistica o, come le chiamano oggi, di “rigenerazione urbana”. Tralasciando lo Sdo - Sistema direzionale orientale - di Pietralata ormai entrato di diritto nel mito, il tour per le grandi incompiute parte dall’Eur, con le Torri di Ligini che poche settimane fa hanno visto il Campidoglio soccombere al Tar per aver bloccato l’operazione Telecom. Il Campidoglio è corso ai ripari con i ricorsi ma il rischio è che possa arrivare un salasso di oltre 320 milioni di euro di danni da pagare a Telecom e a Cassa Depositi e Presiti. Intanto, mentre Sparta e Atene litigano, quei ruderi stanno lì, a fianco alla Nuvola di Fuksas. Poco oltre, sempre sulla Colombo, c’è lo sfregio di piazza dei Navigatori, quasi di fronte la sede della Giunta Regionale del Lazio, con il gran palazzo di vetro e acciaio, che più anonimo non si può, a troneggiare nel nulla. Anche nel nulla delle opere di urbanizzazione. A seguire l’elenco “ex”: ex Mercati generali, ex caserme di via Guido Reni, ex Mattatoio, ex Fiera di Roma. Tutti complessi immobiliari sparsi per la città per i quali si sono ipotizzate mille destinazioni diverse, spesso con progetti approvati e poi rimessi in discussione all’ultimo. Anche qui, rischio ricorsi e salate penali da mettere sul conto della Tesoreria capitolina. Ma che, nel frattempo, stanno lì, ferme ad ammuffire e ad ammalorarsi.
Anche piazza Augusto Imperatore piano piano sembra rientrare nel limbo: bellissima la recinzione pagata e marchiata con il logo di Tim, con la trovata del viso del successore di Giulio Cesare a sbalzo che pare seguire con lo sguardo il visitatore. Ma oltre la cancellata, sembra esserci ancora troppo poco per parlare di una riqualificazione della piazza e del Mausoleo dell’Imperatore. 
I lavori, oramai, sono bloccati da oltre 100 giorni: la speranza è che il nodo Pigneto (metro C/ferrovie) non finisca per rientrare nell’elenco delle incompiute, come il prolungamento della linea B da Rebibbia a Casal Monastero, il nuovo capolinea della Roma-Civita Castellana-Viterbo a Flaminio e la nuova stazione Acilia Sud della Roma-Lido. 

venerdì 15 dicembre 2017

TORRI EUR, ESPOSTO DEL CAMPIDOGLIO


A metà pomeriggio di ieri Virginia Raggi, sindaco di Roma, insieme all’assessore all’Urbanistica, Luca Montuori, e all’avvocato del Comune, Andrea Magnanelli, sono andati dal procuratore regionale del Lazio della Corte dei Conti, Andrea Lupi, per “depositare un esposto su tutta la vicenda delle Torri dell’Eur”, come ha detto all’uscita la stessa Virginia Raggi. 
La storiaccia delle Torri dell’Eur - quelle progettate a fine anni ’50 dall’architetto Cesare Ligini, fino agli anni ’90 sede del Ministero delle Finanze per poi cadere in un tale stato di degrado da essere chiamate Beirut - non poteva finire di certo solo con la sentenza del Tar di pochi giorni fa con cui il Tribunale ha dato ragione alla società Alfiere (metà lo Stato con Cassa Depositi e Presiti e metà Telecom), respingendo la richiesta del Comune di incassare oneri per 24 milioni. Contro quella sentenza, notificata in Campidoglio qualche giorno fa, il Comune sta preparando ricorso al Consiglio di Stato. 

Ma qui, più che gli oneri richiesti (al momento) illegittimamente ad Alfiere dal Comune, il nodo è il risarcimento danni richiesto da Alfiere al Comune per 325 milioni di euro. Perché Alfiere ritiene di aver subito un danno dalla decisione del Campidoglio, presa dall’allora assessore Paolo Berdini - illegittima per il Tar - di revocare il permesso a costruire. Una decisione che ha impedito la prosecuzione del rapporto fra Telecom e CDP causando ad Alfiere un danno quantificato, appunto, in 325 milioni. 
La vicenda ha origine tanti anni fa ed è formata da una serie di atti che si accavallano e la rendono estremamente intricata. Nei prossimi giorni andremo anche a depositare l'esposto presso la Procura del Tribunale di Roma - ha spiegato la Raggi - per riuscire a chiarire bene tutto il quadro che vede il Comune di Roma al centro di una serie di attacchi”. 
Per l’avvocato Magnanelli sul risarcimento da 325 milioni “riteniamo che non ce ne siano i presupposti e che sia una cifra assolutamente spropositata. Ci sono alcuni elementi di perplessità. Abbiamo voluto che il giudice facesse le sue valutazioni, stiamo depositando anche analogo esposto alla Procura presso il Tribunale perché anche il giudice penale faccia le sue verifiche”. 
L’idea, ovviamente, è che vi sia stato un qualche tipo di accordo fra Telecom e Alfiere ai danni del Comune. 
Abbiamo anche chiesto noi un risarcimento per danno di immagine causato al Comune dalle condizioni in cui sono le Torri”, ha concluso Magnanelli.

martedì 28 novembre 2017

TORRI DELL'EUR, TAR CONTRO IL CAMPIDOGLIO, NIENTE CONTRIBUTI


La botta è di quelle forti. E non depone bene per il futuro. Parliamo della vicenda delle Torri dell’Eur, quelle progettate da Cesare Ligini all’inizio degli anni ‘60, che, per molti anni, furono sede distaccata del Ministero delle Finanze e che dalla fine degli anni ‘90 sono precipitati in un tale stato di abbandono da far loro guadagnare il soprannome di Beirut. 
Il Campidoglio - gestione Raggi/Berdini - era convinto di aver diritto a ricevere dalla società proprietaria, la Alfiere composta a metà da Cassa Depositi e Prestiti (la cassaforte dello Stato) e a metà da Telecom, ben 24 milioni di euro. Il Tar del Lazio ha dato torto al Campidoglio. E, ora, la richiesta di risarcimento danni per ben 328 milioni di euro avanzata da Alfiere contro il Comune diventa un incubo reale con il quale l’assessore al Bilancio, Lemmetti, dovrà fare i conti.
Andiamo per ordine: il Tar ha accolto il ricorso presentato da Alfiere contro il Comune e il Ministero dell’Economia dichiarando l’illegittimità degli atti del Comune compiuti sotto la gestione del Commissario straordinario Tronca e sotto quella attuale, di Berdini e della Raggi. 
La vicenda nasce nel 2002: il Ministero delle Finanze trasferisce a Fintecna una serie di beni immobili per valorizzarli. Da Fintecna passano a Cassa Depositi e Presiti. Nel 2009, Cassa Depositi e una cordata di imprenditori privati riuniti nella società Alfiere chiede un permesso a costruire per valorizzare le Torri di Ligini con un progetto predisposto da Renzo Piano. Una grande valorizzazione con appartamenti di lusso invece che uffici e che avrebbe fruttato al Campidoglio 24 milioni di euro di contributi
Passa il tempo, il mercato immobiliare crolla e i soci privati si ritirano. 
Anzi, non ritirano il permesso a costruire richiesto che rimane, quindi, lettera morta. 
Cambio Giunta: da Alemanno si passa a Marino. All’Urbanistica capitolina arriva Giovanni Caudo che, visto lo stato di stallo della situazione, cambia il progetto. Sempre insieme ad Alfiere - dove, però, alla cordata di imprenditori romani è succeduta Telecom - il progetto non è più appartamenti di lusso ma uffici, quindi non una valorizzazione ma una ristrutturazione. Contributo, un solo milione che sarebbe stato investito per riqualificare la fermata metro sottostante. 
Nuovo cambio in Campidoglio: arriva prima Tronca che cancella (marzo 2016) le obbligazioni del 2009. Poi arrivano Berdini e la Raggi che annullano in autotutela l’autorizzazione alla cancellazione dell’atto, confidando nella possibile riscossione dei 24 milioni di euro previsti inizialmente come contributo. 

Insomma, un gran caos. Che però, complice il cambio di strategie di Telecom con l’arrivo di Flavio Cattaneo alla guida dell’azienda con il compito di tagliare le spese, favorisce Telecom. Infatti, i patti interni di Alfiere avrebbero obbligato Telecom a pagare una penale da 180 milioni di euro se si fosse ritirata dall’affare. Una penale, però, che non sarebbe scattata qualora i lavori nelle Torri non fossero iniziati il 30 settembre 2016. Che è esattamente ciò che è avvenuto: la decisione di Berdini e della Raggi di cancellare in autotutela i permessi rilasciati ha fatto scattare la clausola di salvaguardia
Quindi, bye bye Telecom. E gratis. 
Con Cassa Depositi e Presiti in Alfiere che, di fronte alla richiesta del Comune di versare i 24 milioni, oggi vince e se li tiene in tasca e domani potrebbe incassare lei, i 328, dal Comune come risarcimento danni per la gestione della vicenda

sabato 19 agosto 2017

LE TORRI DELL'EUR CI COSTANO 328 MILIONI

CASSA DEPOSITI E PRESTITI E TELECOM (ALFIERE) CHIEDONO I DANNI PER LA REVOCA DEI PERMESSI DECISA DA BERDINI

A RISCHIO ANCHE LA TENUTA DEL BILANCIO DEL CAMPIDOGLIO


Alla fine il conto è arrivato: 328 milioni di euro di richiesta di risarcimento danni. Le Torri dell’Eur rischiano di mandare definitivamente all’aria i conti del Comune di Roma. 
La società Alfiere - composta da Cassa Depositi e Prestiti e da Telecom e che doveva rilevare le Torri di Cesare Ligini per farne il nuovo quartier generale della compagnia telefonica - ha presentato istanza al Tar per un risarcimento danni di 328 milioni di euro da richiedere al Campidoglio per la decisione dell’allora assessore all’Urbanistica, Paolo Berdini, di revocare il permesso a costruire che avrebbe consentito l’avvio dei lavori. Una revoca, quella rivendicata pubblicamente più volte da Berdini, che ha consentito a Telecom di far fagotto e abbandonare la società Alfiere senza dover pagare neanche un centesimo dei 180 milioni di euro stabiliti come penale. Il tutto perché i contratti fra Cassa Depositi e Prestiti e Telecom prevedevano la scadenza come lo yogurt: entro il 30 settembre 2016 dovevano partire i lavori. Solo che Berdini fece revocare i permessi già concessi nel dicembre 2015 dal prefetto Tronca, il 29 luglio 2016, giusto un paio di mesi prima della scadenza contrattuale.
Ora, quindi, Alfiere, vale a dire lo stesso Stato attraverso Cassa Depositi e Prestiti, presenta il conto al Campidoglio. E se il Tar dovesse dare torto alla Raggi, la Corte dei Conti potrebbe banchettare sulle spoglie opime del Sindaco, dell’ex Assessore e dei funzionari che combinarono questo pasticcio.
Intanto, l’assessore al Bilancio, almeno per ora ancora Andrea Mazzillo, dovrà accantonare, sui conti di previsione del prossimo anno, a breve in discussione in Consiglio comunale, se non l’intera somma richiesta come risarcimento almeno una grossa parte della stessa, in ossequio alle norme che regolano la formazione del bilancio degli enti locali. L’ultimo lascito di Paolo Berdini, defenestrato dalla Raggi dopo 8 mesi di permanenza e infinite polemiche, potrebbe dare il colpo finale all’intero sistema economico capitolino, già duramente provato dalla tragedia Atac e dai conti dell’Ama. 
La situazione è in una fase delicatissima: Luca Montuori, successore di Berdini alla guida dell’Urbanistica romana, ha convocato per il prossimo 25 agosto una riunione dei vari funzionari del Dipartimento. E, da fine febbraio, giorno dell’insediamento di Montuori, se non è la prima volta che le Torri dell’Eur ricompaiono sul tavolo dell’Assessore, poco ci manca. Alcuni funzionari sono in ferie ed è già partito il giro di chiamate per capire se anticipare il rientro. Tensione altissima, poi, dentro del stanze dell’Assessorato di via del Turismo all’Eur: secondo quanto Il Tempo ha appreso, la neo dirigente del settore “Permessi a costruire”, Patrizia Di Nola, avrebbe spedito a tutti i suoi sottoposti coinvolti una formale lettera di richiamo per i ritardi nella gestione della vicenda. 
Secondo alcune fonti interne al Campidoglio, la richiesta di risarcimento danni non dovrebbe destare poi tutte queste preoccupazioni venendo interpretata come sostanzialmente infondata e presentata magari nel tentativo di azzerare con un futuro accordo extragiudiziale il pagamento di 24/25 milioni di oneri concessori richiesto dal Comune all’interno di questa intricata vicenda. 
Fatto sta che il prezzo per le scelte politiche adottate da Berdini e avallate dalla Raggi e da tutta la sua Giunta sta ponendo l’intero sistema capitolino in condizione di fare default.




La storia delle Torri dell’Eur affonda in tempi lontanissimi, quasi nella preistoria politica della città. Fino alla metà degli anni ‘90 in questi due edifici, alti 60 metri e progettati da Cesare Ligini a fine anni ‘50 per le Olimpiadi del ‘60, avevano sede alcuni uffici del Ministero delle Finanze. Chiusa quell’epoca, inizia il declino tanto che i romani le soprannominano le Torri di Beirut, visto lo stato di abbandono e degrado delle strutture che sorgono a fianco della Nuvola di Fuksas all’Eur. 
Nel 2002, il Governo Berlusconi, ministro Tremonti, con un decreto legge poi convertito inserisce le Torri in un elenco di beni demaniali che possono essere venduti direttamente, senza gara d’appalto. Se li aggiudica Fintecna, controllata del Ministero delle Finanze. 
E nel 2005, sindaco Veltroni, viene fondata una società, la Alfiere, in cui partecipano Fintecna e una serie di imprenditori privati. Alfiere presenta un progetto: abbattere le torri e ricostruirle con il disegno di Renzo Piano, facendone appartamenti di lusso. Una perizia stabilisce il contributo in termini di valorizzazione che lo Stato deve versare al Comune in 25 milioni di euro circa. 
Arriva la Giunta Alemanno che, nel 2010, rilascia il permesso a costruire per il “progetto Piano”. Che, però, Alfiere non ritirerà mai: il mercato immobiliare è cambiato, la bolla speculativa s’è sgonfiata e al privato non conviene più. 
Finisce l’era Alemanno e arriva Marino, nel 2013. Le Torri restano lì, vuote, per un paio d’anni e, finalmente, nel 2015, Giovanni Caudo, assessore all’Urbanistica nella Giunta del Chirurgo genovese, chiude un accordo con Telecom. 
La compagnia telefonica entra in Alfiere, da cui erano già usciti i diversi soci privati, e si presenta un nuovo progetto. Niente più abbattimento e ricostruzione e niente più appartamenti di lusso, Telecom ristruttura le Torri per farne il suo nuovo quartier generale. Cambiano i parametri della valorizzazione e l’accordo si chiude su un contributo pari a 1 milione di euro, da destinare alla riqualificazione delle zone limitrofe, soprattutto l’uscita della metropolitana.
Marino però è alle corde: il Papa e il viaggio a Philadelphia, il funerale dei Casamonica con l’elicottero, il notaio e Ignazio a casa e il progetto rimane fermo. A dicembre 2015, però, il prefetto, Paolo Tronca, rilascia il permesso a costruire. 
Passano i mesi, arrivano le elezioni e Virginia Raggi conquista il Campidoglio, nominando Paolo Berdini alla guida dell’Urbanistica capitolina. E Berdini si mette subito al lavoro: con l’obiettivo dichiarato di fare meglio, rimuovere storture e favoritismi, finisce per esser nemico del bene. Le caserme di via Guido Reni, la ex Fiera di Roma e gli ex Mercati generali: tutti progetti pronti, alcuni finanziati dai privati, che Berdini vuole rivedere, ripensare, migliorare. E bloccare. 
Le Torri dell’Eur non fanno eccezione: il buon Paolo, il 29 luglio, 22 giorni dopo il suo insediamento, decide che il permesso a costruire, rilasciato da Tronca sulla base degli accordi Marino/Caudo con Telecom, va revocato. Non è che Telecom si stracci le vesti: il nuovo corso è risparmiare e di quegli uffici alla Compagnia non interessa poi molto. Anzi. Sfruttando la finestra dei permessi a costruire che dovevano essere “attivi” per consentire l’avvio dei lavori entro il 30 settembre, Telecom alza i tacchi e se ne va dalla società con Cassa Depositi e Prestiti senza dover sborsare le penali. 
A fine settembre 2016, tanto per gradire, Alfiere presenta ricorso al Tar contro la revoca berdiniana del permesso a costruire. Ricorso che vince, ma fuori tempo massimo. Telecom se n’è ormai andata e il Tribunale dichiara illegittima la revoca del permesso disposto da Berdini ma lascia ferma la possibilità per il Comune di verificare e, nel caso, richiedere il contributo di 24 milioni di euro. 
Ed ecco le nuove giravolte di Berdini: di fronte alla platea dell’Associazione Costruttori edili, dichiara, annunciando una memoria di Giunta: “Rinuncio ai 25 milioni di euro di oneri aggiuntivi previsti in cambio di destinazione d’uso. Quello sta bloccando tutto, io devo prendere atto di una cosa oggettiva”. Ma pare che non sia bastato e il conto è arrivato ora. 




mercoledì 5 ottobre 2016

STADIO SENZA TORRI, TRENI E PONTI

Lo Stadio della Roma si farà, ma non più come lo avevamo ammirato nei plastici e nei prospetti per la stampa: avremo due grattacieli in meno, nessun nuovo ponte sorgerà sul Tevere e il prolungamento della Metro B non si farà più. Col risultato che per andare a vedere i giallorossi, i tifosi – finanche quelli di Decima, Malafede, Torrino più prossimi allo stadio – avranno una sola strada percorribile dove rimanere imbottigliati: la via del Mare. Con tanti saluti all’avveniristico progetto del presidente Pallotta e del costruttore Paransi.
Una rivoluzione urbanistica che il Tempo vi racconta in esclusiva. Tifosi a parte, gli altri protagonisti della partita potranno dirsi contenti: l’assessore grillino all’Urbanistica, Paolo Berdini, per aver ottenuto la riduzione delle cubature; Pallotta e Parnasi perché spenderanno meno (oltre mezzo miliardo sul miliardo e 650 milioni di euro previsti); si sistemeranno le torri dell’Eur dove potrebbe andare Unicredit; Telecom risparmia e potenzierà le sedi di Pomezia, Parco Leonardo e Torpagnotta; e Cassa Depositi e Prestiti si libererà dell’ingombrante scheletro delle Torri dell’Eur. C’è un sottile e assai complesso filo rosso che lega la storia delle Torri dell’Eur con quella dello Stadio di Tor di Valle. L’abbandono del progetto di fare dei grattacieli vicino il Laghetto il quartier generale di Telecom, libera una casella nel grande domino dello Stadio. Sembrano storie diverse, lontane, ma così non è. La seconda mossa di questo risiko urbanistico è quella del ricorso al Tar contro la decisione di Berdini di revocare il permesso a costruire all’azienda telefonica. Ricorso che non impedirebbe a Telecom di sciogliere la società con Cassa Depositi e Prestiti e di lasciare le Torri dell’Eur al loro destino. Davanti al Tar, però, il rischio è che gli atti della Giunta Raggi vengano annullati facendo tornare i due palazzi pronti per un nuovo «inquilino».

IL RUOLO DELLA BANCA 
A dar retta ai boatos capitolini potrebbe essere Unicredit già tirata in ballo per l’acquisizione di una delle tre torri progettate dall’archistar Daniel Libeskind, che dovevano venir su accanto allo Stadio come compensazione per le opere pubbliche, da utilizzare come centro direzionale della banca. Questa compensazione – sempre a dar retta ai funzionari del Campidoglio – avrebbe permesso al costruttore Luca Parnasi di fare pari e patta dei circa 500 milioni di euro della sua esposizione debitoria proprio con il gruppo Unicredit. Il 26 luglio 2016 il vicepresidente della banca, Paolo Fiorentino, «esce» da Unicredit. Il dirigente non sarebbe stato solo l’uomo che ha guidato il passaggio del pacchetto azionario dell’As Roma dai Sensi agli americani, ma anche il riferimento del Gruppo Parnasi dentro l’Istituto. Il 3 agosto 2016 Unicredit vara un piano di riassetto delle società del Gruppo Parnasi: con questo atto, di fatto, al costruttore rimangono in mano alcune aziende. La principale è la Eurnova, proprietaria dei terreni di Tor di Valle e partner della Roma nell’affaire Stadio. Insistenti indiscrezioni raccolte da Il Tempo in ambienti capitolini narrano di Unicredit pronta a «mollare» una delle tre torri dello stadio per traslocare, a costi molto più bassi, dentro quelle di Ligini all’Eur, che tornerebbero sul mercato qualora il Tar annullasse gli atti della Giunta Raggi. Tutto questo modificherebbe sostanzialmente le pre-condizioni economiche dell’affare Stadio. Fino a 6 mesi fa, Parnasi doveva portare a casa l’impianto come da progetto con le tre torri tutte intere, visto che una era già «assegnata» a Unicredit. La ristrutturazione agostana del debito e il «bonus» che Parnasi percepirà dalla Roma se il progetto verrà approvato in via definitiva avrebbero, di fatto, «messo in sicurezza» il costruttore. Che, quindi, ora potrebbe sedersi al tavolo delle trattative con il Comune con maggiore serenità.

IL GIOCO DI BERDINI 
L’Assessore grillino, per modificare il progetto, aveva una sola strada istituzionale: portare una nuova delibera in Consiglio comunale che cambiasse quella votata sotto Marino, diminuendo le cubature assegnate ai proponenti. Nelle sue dichiarazioni rese in occasioni ufficiali e non, Berdini ha sempre fatto fuoco e fiamme contro il progetto Stadio, definito uno «scempio urbanistico» costruito «in un deserto». Il 29 luglio, gli uffici comunali gli hanno fornito l’arma per sopprimere quello «scempio» ma lui non ha ritenuto di premere il grilletto: sulla sua scrivania è arrivata una relazione (prot. 141124/2016) letta da Il Tempo, in cui si mette nero su bianco che il progetto non rispetta i dettami della delibera di pubblico interesse. Quale occasione migliore per bloccare tutto rispedendo il dossier al mittente? Eppure Berdini non ha approfittato di un rigore a porta vuota. Sarebbe interessante capire perché. Sicuramente le vicende Olimpiadi, Torri dell’Eur e Fiera di Roma avrebbero reso difficile per la Raggi esprimere un altro «no» anche allo Stadio, dato che i tifosi non guardano tanto al voto espresso nelle urne ma al colore della maglia. Inoltre, il rischio di esporre il Campidoglio a una causa di risarcimento miliardaria – già ventilata nei mesi scorsi da ambienti romanisti – era troppo elevato. Però, a pagina 21 della relazione firmata dall’architetto Vittoria Crisostomi (la stessa che rappresenta il Comune in Conferenza di Servizi), si scrive che il progetto, nel calcolo della Superficie Utile Lorda, chiamata Sul (ovvero il parametro sul quale si calcola lo sviluppo in termini di cubature che un terreno può avere) non rispetta le norme e soprattutto viola le prescrizioni contenute nella delibera di pubblico interesse. Ma Berdini, come detto, ha preferito spedire il dossier in Regione dove si è aperta la pratica nella Conferenza di Servizi. L’ok finale alle nuove condizioni sarebbe per Berdini un gran risultato che gli eviterebbe critiche sia dai tifosi grillini che dai romanisti.

I PILASTRI 
Tre sono, secondo quanto si apprende, i pilastri sui quali Berdini dovrebbe basarsi per ottenere la cancellazione di due torri su tre. Il primo sono i calcoli per la «Sul». Il secondo è il problema dei parcheggi. Il terzo, il ponte carrabile sul Tevere a Parco de’ Medici con annessa strada di collegamento fra questo e l’asse via del Mare/Ostiense. Per quanto riguarda le cubature, già quando venne presentata la bozza di progetto a giugno 2015, gli uffici capitolini ravvisarono una serie di errori macroscopici. E anche nel dossier definitivo di maggio 2016, secondo la stessa «relazione Crisostomi», ci sono nuovi errori: i progettisti hanno escluso dal calcolo della «Sul» tutta una serie di elementi, come «serre, locali tecnici, spazi interamente chiusi come gli androni», lasciando dentro solo quelli che producono utili. Questi errori fecero infuriare Pallotta e costarono la poltrona al responsabile del progetto Mark Pannes che, a dicembre 2015, venne sostituito da David Ginsberg e i proponenti chiesero a tutti i tecnici di ricalcolare esattamente la «Sul».

ABBAGLI E PARCHEGGI 
Le imprecisioni che vengono ravvisate dagli uffici comunali anche nella versione 2016 del progetto potrebbero portare a una revisione dei metri cubi e, di conseguenza, a una riduzione del cemento rispetto al progetto presentato. Secondo paletto: i parcheggi. Sarebbero insufficienti, secondo gli uffici, a garantire il rispetto delle norme per la parte stadio e per l’area commerciale. La nuova Tor di Valle, infatti, deve essere considerata anche come una zona commerciale e, quindi, avere dei posti auto dedicati: non si può evitare una potenziale sovrapposizione fra chi va allo Stadio per una partita che si giochi in contemporanea all’orario di apertura dei negozi e chi invece vuole andare a fare shopping nei centri all’interno dell’impianto. Il risultato, perciò, dovrebbe essere un aumento della superficie da dedicare ai parcheggi. Che, per compensare, verrebbero affidati nella gestione e negli incassi ai proponenti (Pallotta e Parnasi) cambiando l’attuale delibera che prevede i posti auto come opera compresa fra quelle obbligatorie per legge (a standard) e non tra quelle di pubblico interesse. Ma c’è di più. Si potrebbe aprire anche un potenziale contenzioso: per assegnare la gestione di un servizio come i parcheggi occorre una gara d’appalto e non un affidamento diretto.

IL PONTE NON C’È PIU 
Il terzo passaggio che potrebbe essere tentato dal Campidoglio per ridurre le cubature date in compensazione alla Roma è contemporaneamente il più delicato e il più impattante. Ed è la cancellazione del ponte carrabile sul Tevere con svincolo sulla Roma-Fiumicino e con la strada di collegamento con Stadio e via del Mare/Ostiense. Il risultato composto di questi tre pilastri, quindi, diviene una variazione enorme della cubatura data a compensazione ma anche una altrettanto enorme riduzione delle opere sulle quali si basa non solo l’interesse sportivo della As Roma ma l’interesse pubblico della città: almeno due torri potrebbero andar via. Con un risparmio per il duo Parnasi-Pallotta, fra costo delle due torri e quello del ponte, che supera il mezzo miliardo di euro e una diminuzione del valore delle opere pubbliche che scendono da 445 milioni di euro a 340.

LA CONFERENZA FINALE 
Tutto questo valzer verrebbe fatto in Conferenza di Servizi e «reggerebbe» ad una sola condizione: l’accordo del Campidoglio con il presidente americano e il costruttore romano. Se Pallotta e Parnasi si opponessero in sede giudiziale chiedendo il rispetto della delibera di pubblico interesse del 2014 e dei suoi «paletti», Berdini potrebbe trovarsi in difficoltà. Ma l’intera operazione fra Torri dell’Eur e Unicredit muterebbe in modo fondamentale il quadro economico. A nessuno, a questo punto, converrebbe irrigidirsi. Soprattutto ai «proponenti» che non trarrebbero più giovamento da un progetto divenuto troppo ingombrante e poco vendibile. Non sarebbe più nell’interesse di Eurnova, qualora Unicredit «mollasse» davvero il presunto acquisto di una delle torri di Tor di Valle, spingere per la conferma complessiva del progetto. Da bravo imprenditore, Parnasi è uomo abituato a trattare e nulla fa ipotizzare una sua resistenza a questo nuovo assetto. Dal lato As Roma – contattata da Il Tempo – il discorso si rivela molto semplice: lasciateci fare la parte sportiva del complesso, a partire dallo Stadio, se poi spendiamo di meno, siamo più contenti. In Conferenza di Servizi, quindi, questi possibili nuovi accordi verrebbero fatti passare per prescrizioni e inseriti in variante. Se tutto quello che abbiamo fin qui rivelato dovesse verificarsi per Berdini sarebbe l’apoteosi: andando in Consiglio comunale, l’assessore farebbe votare all’Aula una variante che riscriverebbe anche parzialmente la delibera Marino, prendendo atto che sono intervenute delle modifiche accettate da tutte le parti. E il gioco è fatto.