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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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giovedì 27 agosto 2020

COMUNALI ROMA 2021, INTERVISTA A ROBERTO GIACHETTI

Due messaggi devono essere estremamente chiari. Il primo: a Roma il problema non è Virginia Raggi ma i 5Stelle e chi propone accordi strutturali con loro per le comunali non potrà ricevere il nostro sostegno”.
E il secondo?
Il secondo è questo: se il Pd pensa per Roma di adottare il metodo del confronto come in Toscana, noi ci siamo. Ma se pensa di usare quello Puglia, con Emiliano da prendere o lasciare, o, peggio ancora, quello Liguria con la scelta di Ferruccio Sansa insieme ai 5Stelle, allora Italia Viva andrà per conto suo. E a Roma non siamo di certo irrilevanti”.
Roberto Giachetti non le manda a dire. Già capo di gabinetto di Rutelli sindaco, deputato, vicepresidente della Camera, candidato Sindaco (contro la Raggi nel 2016) e per oltre un biennio piuttosto presente in Consiglio comunale, dopo aver lasciato il Pd e aver aderito a Italia Viva di Matteo Renzi, è un osservatore privilegiato di Roma.
Giachetti, a sinistra c’è la fuga da Roma?
E non da oggi. Non è che nel 2016 fosse diverso. E l’alleanza con i 5Stelle non è certo delle ultime giornate”.
In che senso?
Io ero candidato sindaco e correvo contro la Raggi e intanto D’Alema raccoglieva i curricula per la composizione della Giunta grillina”.
Guardi che lo scrivo...
Lo deve scrivere. Qui il problema non è Virginia Raggi in sé. In questi cinque anni mica ha governato da Marte. Lei è il frutto di un blocco di potere. Chi oggi dice “sì ai 5Stelle ma no alla Raggi” sta prendendo in giro gli elettori”.
Però non è che qui stiano fioccando le alternative. D’accordo che tutti prima aspettano l’esito delle Regionali, però i nomi fatti, David Sassoli ed Enrico Letta su tutti, hanno già detto un fermo “no grazie”.
Forse qualcuno nel Pd pensava e pensa che dopo il disastro dei 5Stelle a Palazzo Senatorio il prossimo sindaco ci venisse portato su un vassoio d’argento. Ma se non stanno attenti e non si muovono per tempo rischiano di passare la mano di nuovo al centrodestra”.
Faccia un nome.
Io credo che Carlo Calenda sarebbe perfetto: capacità ed esperienza di governo, sensibilità istituzionale, proveniente dal mondo delle imprese lui sarebbe il perfetto sindaco di Roma. Attenzione: il prossimo sindaco dovrà gestire il Giubileo del 2025”.
Però Calenda riesce a litigare anche con Carlo e il Sindaco che avrebbe dovuto impostare il lavoro per il Giubileo era la Raggi.
Sì, Calenda ha un carattere forte, Ma è quello che serve a Roma. E sì, sarebbe spettato alla Raggi avviare i lavori per il Giubileo. Noi iniziammo nel 1993 a lavorare per quello del 2000, aprendo i cantieri fra il 1996 e il 1997”.
Quindi siamo in un ritardo irrecuperabile?
A Roma ci sono quanto meno problemi pratici quotidiani che da un decennio i Sindaci non hanno saputo affrontare: trasporti e mobilità, la manutenzione ordinaria dalle strade al verde alle scuole e, infine, i rifiuti. E non ho neanche preso ancora in considerazione gli investimenti”.
Li prenda.
La Raggi e i 5Stelle sono quelli che in nome della ordinarietà delle cose hanno detto no alle Olimpiadi, hanno distrutto il progetto Stadio della Roma e affossato praticamente tutte per grandi opere. Di fatto, abbiamo perduto un quinquennio pieno: nel 2021 è come se Roma fosse ancora al 2016 avendo perduto, però, tantissime occasioni”.
A breve Italia Viva organizzerà una “Leopolda romana”.
Sarà proprio il momento del confronto. Prima di trovare i nomi, che comunque mancano, dobbiamo identificare la visione della Roma del futuro. E questo sarà il momento”.
Facciamo un gioco: qual è il candidato di centrodestra che, a parte Giorgia Meloni, lei ritiene più insidioso per il centrosinistra in ottica Campidoglio?
Non saprei indicare un nome perché non so come il centrodestra si stia orientando. Posso dire che una stima antica mi lega a Fabio Rampelli ma non so se lui sarà o possa essere realmente candidato al Campidoglio”.

martedì 30 gennaio 2018

ELEZIONI, I DEM SILURATI NEL LAZIO


Nel Lazio è più o meno un’epurazione. Politica più ancora che elettorale. 
Fuori due pezzi da novanta dei Dem romani, due che la storia del partito nell’ultimo decennio l’hanno scritta: Marco Miccoli e Umberto Marroni. Entrambi hanno acquisito meriti durante il quinquennio di Gianni Alemanno in Campidoglio: Marco Miccoli nel ruolo di segretario romano e Marroni in quello di capogruppo in Aula Giulio Cesare hanno guidato l’opposizione dei Democrat romani al primo Sindaco di centrodestra dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Marroni era l’unico dalemiano in una pattuglia di veltroniani o bettiniani, Miccoli, venendo dalle fila della Cgil, etichettò Alemanno come “il peggior sindaco” di Roma. Nessuno dei due, pur avendo collaborato con Renzi, non può essere annoverato di certo fra i renziani. Anzi. Per Miccoli era stato offerto il collegio di Torre Angela, poi finito al socialista Oreste Pastorelli. E questo ha spinto l’ex federale romano a rinunciare a correre: “Il nostro destino personale, specie in momenti come questo, viene dopo quello generale”. Per Marroni, considerato in quota Emiliano, la partita è stata più complessa: Renzi è riuscito a relegare Emiliano alla sola sua regione di provenienza, la Puglia, quindi tutti i candidati a lui riconducibili al di fuori della Puglia - Marroni nel Lazio, Beppe Lumia in Sicilia e Simone Valiante in Campania - sono stati cassati dalle liste. “Nella surreale assenza di un confronto con i vertici del Partito regionale - scrive Marroni sulla sua pagina facebook - appare una conduzione autoreferenziale dei vertici del PD con cadute di stile anche nei rapporti personali che dovrebbero essere il collante di una comunità politica, pur nelle scelte difficili”.
In realtà, però, i vertici del Pd danno per persi i collegi uninominali romani: 1, Tor Bella Monaca, dovrebbe finire ai 5Stelle e tutti gli altri al centrodestra. Questo ha spinto anche Nicola Zingaretti a non sacrificare uno dei suoi uomini forti, Mario Ciarla, per il quale avrebbe dovuto ingaggiare una battaglia per poi farlo finire in un collegio impossibile. Fuori pure l’ex direttore generale dell’Anci e attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Angelo Rughetti, uno dei tecnici più preparati del Pd. Nel gioco delle candidature incrociate politiche-regionali, sembra, invece, che l’accordo per portare Michela De Biase, (il cui consorte è il ministro ai Beni Culturali, Dario Franceschini) attuale capogruppo dem in Aula Giulio Cesare sugli scranni del Consiglio regionale, abbia “salvato” la ricandidatura di Bruno Astorre, uomo forte del Pd ma di origine “Margherita”. 
Altro esponente del partito democratico di estrazione non certo di sinistra tutt’altro che matematicamente certo di ritrovare il suo seggio in Parlamento è Beppe Fioroni che sarà candidato a Viterbo, suo collegio storico (è stato anche Sindaco) e sua città natale, ma senza avere nessun paracadute: o la va o la spacca. Per Roberto Giachetti, vicepresidente uscente della Camera, candidato sindaco contro la Raggi e consigliere Dem in Aula Giulio Cesare, le polemiche si sono sprecate: prima rinuncia “alla candidatura sicura nel plurinominale per combattere esclusivamente nel collegio uninominale di Roma 10 dove vivo da sempre”, scrive sulla sua pagina facebook, poi deve rinunciarvi per non far saltare l’accordo coi radicali e quindi viene “candidato in un collegio della Toscana” che “è più sicuro di quello dove volevo candidarmi”.

lunedì 29 gennaio 2018

ECCO QUANTO CI COSTANO GLI "SFATICATI" DEL CAMPIDOGLIO




Quarantotto consiglieri comunali, 12 Commissioni consiliari permanenti più cinque speciali, un magro bottino di delibere approvate tanto nel numero quanto, soprattutto, nella qualità, e un bel po’ di costi sostenuti per un Consiglio comunale che sembra ridotto più al rango di passacarte che a quello di “casa dei romani”.
Con la fine del 2017 si è chiuso il primo anno e mezzo completo di governo 5Stelle della città. Sul sito istituzionale del Comune - decisamente nascosto e tutt’altro che semplice da trovare per i cittadini - c’è sia il computo delle presenze dei vari consiglieri comunali alle sedute sia dell’Assemblea capitolina che delle diverse Commissioni consiliari. E vi è anche la quantità di soldi che il pubblico erario ha versato a ogni consigliere come gettone di presenza. Sono tutti elenchi divisi mese per mese. 
Due annotazioni: com’è ovvio, i parlamentari eletti anche consiglieri comunali (Roberto Giachetti, Stefano Fassina e Giorgia Meloni) non ricevono alcun compenso per la loro attività in Consiglio. Un’attività - secondo punto - che è naturalmente più esigua numericamente rispetto a quella degli altri colleghi così come le presenze del sindaco, Virginia Raggi, in Aula sono altrettanto sporadiche. Si tratta, come è facile comprendere, di impegni istituzionali e politici che diradano le presenze nei dibattiti comunali.




Anche perché, andando a dare una rapida occhiata a cosa si fa in consiglio comunale, ci si accorge di quanto questa Istituzione si stia sempre più svuotando di responsabilità. Il 60% delle 309 delibere trattate fra il 1 luglio 2016 e il 31 dicembre 2017, ben 184 votazioni, sono state dedicate ad approvare debiti fuori bilancio. Si tratta di sentenze che vedono il Comune soccombere, davanti al Tar o al Consiglio di Stato, o al giudice ordinario o a quello del lavoro, e il Consiglio comunale è chiamato stancamente solo a votare il riconoscimento di questo debito. Ci sono poi 37 delibere che autorizzano interventi in somma urgenza su scuole o strade o nei parchi (32 nel 2016 e 5 nel 2017); 28 delibere che, a vario titolo, riguardano un atto obbligatorio come il Bilancio, fra previsionale, assestamenti, tariffe. E, finalmente, 60 votazioni, su 309 totali (il 19%) sono state quelle su delibere vere e proprie, quelle sulle quali in qualche modo si svolge la reale funzione dell’Assemblea, anche se in questo numero rientrano atti dovuti come la convalida degli eletti e le elezioni degli organi interni dell’Assemblea stessa. La vuota verbosità del Consiglio si dimostra con il numero di mozioni (85) e di Ordini del Giorno (187) approvati negli ultimi 18 mesi: tante chiacchiere, sostanza pochissima. Tra l’altro, le cose più politicamente rilevanti finisco per essere costantemente delegate dal Consiglio alla Giunta attraverso proprio lo strumento delle Mozioni e degli Ordini del Giorno. Alla fine, atti dovuti a parte, questo Consiglio sembra contraddistinguersi per la totale volontà di non decidere nulla ma di chiacchierare su tutto. 



Ci sono i supersecchioni: sono quattro, due di Fratelli d’Italia, Andrea De Priamo e il capogruppo Fabrizio Ghera, e due 5Stelle, Angelo Sturni e Marci Terranova. Per loro 117 presenze su 117 sedute dal 1 luglio 2016 al 31 dicembre 2017. E poi ci sono quelli che il Consiglio comunale lo vedono una tantum. I primi tre posti sono occupati da Giorgia Meloni, con 30 presenze, da Alfio Marchini, 35 sedute lo hanno visto in Aula, e dal sindaco, Virginia Raggi che di presenze ne fa registrare 40. A seguire nell’elenco degli assenti c’è il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti (Pd), in compagnia a quota 85 cartellini timbrati, della “pasionaria” 5Stelle Cristina Grancio. Poi con 94 strike il deputato Stefano Fassina, quindi a 95 Fabio Tranchina, a 96 Alisa Mariani, tutti e due della pattuglia pentastellata, quindi un altro Pd, l’ex presidente del Municipi San Lorenzo e Centro Storico, Orlando Corsetti, e, ultima sotto quota 100, a 99, la “civica” Svetlana Celli.
Per la Meloni, Giachetti, Fassina e la Raggi è ovvio che il computo delle presenze sia diverso dagli altri consiglieri: si tratta di leader nazionali e parlamentari per i primi tre più il Sindaco le due agende risentono degli altri impegni istituzionali.
La medaglia d’argento per le presenze se la aggiudicano ex aequo quattro grillini: il presidente del Consiglio comunale, Marcello De Vito, poi Pietro Calabrese, Maria Agnese Catini e Valentina Vivarelli, tutti a quota 116 presenze, avendone saltata, dal 1 luglio 2016 al 31 dicembre 2017, solo una.
Infine, il terzo posto del podio se lo dividono Maurizio Politi di Fratelli d’Italia e Marco Di Palma, 5stelle, con 115 presenze su 117 sedute. 
Il sito istituzionale del Campidoglio, però, riporta anche le presenze fatte registrare nelle sedute delle varie commissioni consiliari. Qui il computo è molto più complesso di quello relativo alle sedute del Consiglio comunale, partendo dal fatto che ogni consigliere è membro almeno di non meno di tre diverse commissioni, a volte anche fino a 6. Dato, questo, che si riflette in modo diretto sulle presenze. 
Passiamo al lato dei primi della classe. Come detto, sul dato presenze pesa in modo diretto la quantità di commissioni cui un singolo Consigliere è membro. In testa di questa speciale classifica come numero di presenze c’è la pentastellata Monica Montella. Per lei, stando alle carte del sito del Comune, si contano ben 523 presenze in Commissione. Il dato, però, va “stemperato”: la Montella è membro di ben 6 diverse commissioni consiliari (Bilancio, Cultura, Turismo, Controllo e garanzia, delle Elette e, infine, quella Elettorale). A seguire c’è l’inossidabile Fabrizio Ghera (FdI), componente di 4 Commissioni (Mobilità, Cultura, Sport e speciale sui Piani di Zona) risulta presente per 456 volte. Terzo posto per la Pd Valeria Baglio: anche per lei 4 commissioni (BIlancio, Ambiente, Scuola e Elette) con 449 presenze. A seguire ancora due 5Stelle: Carola Penna che siede nelle Commissioni Cultura, Sport, Turismo e Elette, segna 434 presenze. L’ultimo stakanovista del gruppetto di testa è Pietro Calabrese, sempre con 4 Commissioni (Mobilità, Ambiente, Urbanistica e speciale sui Piani di Zona) fa segnare 402 presenze. 

Dal computo vanno esclusi Ignazio Cozzoli Poli e la subentrante (ad aprile 2017) Giulia Tempesta: entrambi molto presenti ma ovviamente non conteggiabili visto l’avvicendamento.  


Centotremila euro al mese, per 18 mesi per un totale di 1 milione e 828 mila euro (e spicci): tanto, fino a oggi ci è costato il Consiglio comunale come “stipendio” ai Consiglieri. Stipendio che, in realtà, non è uno stipendio vero e proprio ed è legato alle presenze in Consiglio e Commissione. Ogni mese un Consigliere può arrivare ad incassare 2.440 euro (e 74 centesimi) lordi se arriva a partecipare a 19 sedute fra Assemblea capitolina e Commissioni. In pratica, ogni gettone di presenza finisce per costare effettivamente alle casse capitoline 128 euro lordi. Nulla è dovuto, invece, ai parlamentari eletti anche in Comune (Giorgia Meloni, Roberto Giachetti e Stefano Fassina) che in Campidoglio ci vanno gratis, visto che già percepiscono l’indennità di parlamentare.
Fuori da questo conteggio c’è il presidente dell’Assemblea capitolina, Marcello De Vito, al quale la legge riconosce un’indennità superiore per la funzione per cui, da luglio 2016 al dicembre 2017, ci è “costato” qualcosa in più di 113 mila euro, 6.300 quasi al mese lordi, per circa 3.500 euro netti al mese. Ovvio che De Vito risulti il “paperone” del Consiglio comunale mentre il meno retribuito è Alfio Marchini che, fino a oggi, avendo partecipato poco alla vita dell’Aula e delle Commissioni, si è fermato a poco più di 5mila euro in 18 mesi, 280 euro lordi al mese. Insomma, al netto equivalente a circa un paio di caffè al giorno. 
Dal computo globale vanno espunti due consiglieri: Ignazio Cozzoli Poli, decaduto ad aprile 2017, e la subentrante Giulia Tempesta (Pd). Per loro si gioca un campionato a parte. 
Anche Svetlana Celli, andata in maternità, ha partecipato meno alle sedute e, quindi, ha percepito una diaria inferiore in totale ai suoi colleghi. 
Per la quasi totalità dei consiglieri, questi 18 mesi di impegno per la città hanno fruttato emolumenti totali che oscillano di poche centinaia di euro fra i 40 e i 42 mila lordi, il che significa, appunto, che quasi tutti hanno raggiunto o anche superato quota 19 presenze (se sono di più, sempre 19 ne vengono pagate: niente straordinari in Campidoglio). La piazza d’onore spetta a Pietro Calabrese, 5Stelle, con 42mila 284 euro, seguito a pari merito da Fabrizio Ghera (FdI), Enrico Stefàno e Marco Terranova (5Stelle) con 42mila 155 euro, quindi ancora due pentastellate: Annalisa Bernabei (42.042) e, per un soffio, Maria Agnese Catini (42.025).
Qualcuno invece rimane un po’ sotto quota 40mila lordi. Escludendo i parlamentari eletti in Campidoglio e Alfio Marchini, l più bassa indennità, stando sempre ai dati pubblicati sul sito istituzionale del del Campidoglio ed riferiti a un periodo di 18 mesi, fra luglio 2016 e dicembre 2017, spetta a Cristina Grancio, la pasionaria dell’urbanistica 5stelle già in rotta di collisione con il suo gruppo sulla vicenda Stadio della Roma: per lei in 18 mesi solo 30mila euro. A seguire, la capogruppo Dem, Michela Di Biase che si ferma a poco più di 31 mila euro; quindi Alessandro Onorato (lista Marchini) con 32mila. Poi c’è un nutrito gruppo di Cinque Stelle: rimborsi sotto i 40 mila euro per Alisa Mariani (36mila), Gemma Guerrini (37mila), Nello Angelucci (38mila) Donatella Iorio, Simona Ficcardi, Cristiana Paciocco (tutte a 39mila). Stessa cifra anche per Francesco Figliomeni di Fratelli d’Italia e Ilaria Piccolo del Partito Democratico. 

martedì 28 novembre 2017

IL PD METTE IL CAPPELLO SULLO STADIO


Se lo stadio si fa, e io sono ottimista, è anche grazie al Governo”; “Questo sarà lo stadio voluto da chi ama Roma. È sbagliato dare una sigla di partito a questo progetto"; “Se la Lazio deciderà di presentare un progetto, sarà discusso con la stessa attenzione data allo stadio della Roma”: tre frasi del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che, più di tutte, chiariscono quanto la questione dello Stadio della Roma di Tor di Valle fosse tutt’altro che di facile soluzione.
Mentre è tramontata l’ipotesi della riunione della Conferenza dei Servizi per oggi e si allontana anche la data di domani, prendendo corpo, quindi, quella di giovedì, Zingaretti interviene, dopo settimane di basso profilo mediatico commisurate al suo stile di comunicazione, ai microfoni di RadioRadio e chiarisce: “Di fronte alla situazione di impasse sul nuovo progetto presentato dalla Roma e dal Comune, il Governo ha affrontato il problema più grande che era quello della mobilità. È giusto fare lo stadio ma è anche giusto avere una viabilità adeguata. La scelta del governo è stata dunque di grande aiuto alla Roma, alla città, per non rischiare di fermare l’ennesimo investimento che poi non va in porto”.
Frasi che, poste a paragone con quelle dell’assessore all’Urbanistica della Raggi, Luca Montuori (“Se il Ponte di Traiano fosse necessario non ci sarebbero stati 4 pareri positivi, e qualcuno dovrebbe prendere la responsabilità di chiudere negativamente questa conferenza”), rendono appieno il reale clima. 
Il nodo più importante era la mobilità e ora il Governo lo affronta. Se mi chiedete poi una posizione da cittadino, penso che se il primo progetto dello stadio si fosse approvato, saremmo già un passo avanti. Ma ora verifichiamo ciò che abbiamo davanti”. A parte il problema di un Pd che “licenzia” Ignazio Marino da una notaio, Zingaretti aggiunge: “Questo sarà lo stadio voluto da chi ama Roma. È sbagliato dare una sigla di partito a questo progetto.

Io credo che il progetto che fu votato dall'amministrazione Marino, che aveva tre meravigliose torri, era una sfida più affascinante. Ora però è importante non cadere nel rischio di dire di che partito è lo stadio. Lo stadio è dei romanisti e della città. Credo che il governo Gentiloni si è mosso proprio per questo: arrivati a questo punto fermarsi sarebbe stato un colpo alla credibilità della Capitale molto serio”.
Anche Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera e sfidante della Raggi nella corsa a Sindaco, ha preso posizione: “Esattamente come per le Olimpiadi, la rozzezza ideologica del Movimento 5 Stelle ha smontato il bel progetto dello stadio approvato tre anni fa. Un progetto di alto livello architettonico e urbanistico, utile a riqualificare e rilanciare un quadrante della città. Il Comune di Roma non intendendo finanziare il Ponte di Traiano non lo ha inserito nel progetto portando l’opera su un binario morto. Solo l'intervento del Governo potrà consentire a Roma di avere lo stadio”. 
Insomma, il PD, com’era logico che avvenisse, riprende in mano le redini del gioco e strappa la bandiera Stadio dalle mani dell’avversario 5Stelle. Con il ritorno di fiamma del Ponte di Traiano, l’hastag #unostadiofattobene, lanciato dalla Raggi e compagnia, va in soffitta. 
A questo punto, nei prossimi giorni (forse anche per questo slitta la convocazione dell’ultima seduta), in Regione si attendono l’invio di un qualche tipo di impegno formale scritto da parte del Governo ad occuparsi della viabilità del quadrante
Per evitare giri sgradevoli in Procura, infatti, sarà necessario che questo impegno sia su interventi generali di viabilità formalmente svincolati dal progetto Stadio. 

mercoledì 15 giugno 2016

STADIO; LA ROMA PRONTA A FAR CAUSA ALLA RAGGI




Noi siamo certi che, una volta conosciuto appieno il valore del progetto Stadio, chiunque sia il nuovo Sindaco non potrà che farlo proprio”. Parola di Mauro Baldissoni, direttore generale della Roma che, ieri mattina, ha incontrato alcuni giornalisti per spiegare il progetto del nuovo Stadio a Tor di Valle che il Tempo oggi termina di analizzare nelle sue parti principali. Un clima sereno, quasi da riunione fra vecchi amici. Poi la stoccata, detta in
modo pacato ma tutt’altro che da prendere sotto gamba: “Come proponenti ci siamo adeguati a tutto ciò che l’Amministrazione comunale ci ha chiesto in termini di opere pubbliche, investimenti e cubature. Qualora venissero cambiate le carte in tavola, a questo punto dell'iter che è solo amministrativo e non più politico, siamo pronti a far causa e a chiedere un cospicuo risarcimento: si tratta di un lavoro che è partito quando Alemanno era ancora Sindaco, poi proseguito con Marino e per il quale, ad oggi, abbiamo già speso circa 60 milioni di euro. Sono certo – ha subito aggiunto Baldissoni in un tono rassicurante contraddetto, però, dal brillìo negli occhi – che non ci saranno questi rischi e che prevarrà il buon senso e l’interesse della città ad essere dotata di opere attese da molto tempo”. Un risarcimento che fra soldi già spesi, danno d'immagine, mancati guadagni, anni di lavoro persi potrebbe avere molti, moltissimi zeri. Talmente tanti da potersi sintetizzare nel concetto di "bancarotta" del Comune di Roma

Del resto, il tema Stadio è (ri)entrato di prepotenza nella campagna elettorale e, dalla Roma, non hanno gradito – ed è un eufemismo – non tanto la contrarietà in sé al progetto espressa dalla candidata Sindaco dei 5Stelle, Virginia Raggi, quanto i presupposti di questa contrarietà basati “su una non conoscenza del progetto” e delle norme che sono alla base di tutto l'iter. Dall’altro lato, invece, Roberto Giachetti ha più volte espresso il suo favore all’opera, e, ieri, sul suo profilo facebook, lo ha ribadito parlando di “calcio sicuro e opere pubbliche realizzate con soldi privati”.
L'incontro di ieri, durato circa tre ore, doveva servire alla Roma per presentare ai giornalisti il progetto ripercorrendone le varie fasi a partire dalla procedura di selezione delle aree (maggio 2012) con cui venne scelta, alla fine, quella di Tor di Valle fra le oltre 100 esaminate, ed illustrandone i diversi aspetti, soprattutto per la mole di investimenti, in special modo sulle opere pubbliche e su quelle ambientali.

Tecnicamente, l'approvazione del progetto Stadio è un procedimento urbanistico "complesso" che prevede due passaggi prima di essere giuridicamente concluso. Conclusione che avviene con il "via libera" della Conferenza di servizi decisoria in Regione
Fino a che l'iter approvativo è ancora aperto, il Campidoglio ha sempre la possibilità di modificare, o addirittura ritirare il "pubblico interesse" concesso il 22 dicembre 2014 con la votazione, a maggioranza, della delibera in Consiglio comunale. Ma, per farlo, poiché per Statuto l'urbanistica è materia di Consiglio Comunale, non basterebbe una delibera di Giunta ma occorrerebbe tornare in Aula Giulio Cesare e approvare un atto avente pari forza giuridica, vale a dire una nuova delibera di Consiglio comunale. In secondo luogo, l'impalcatura tecnico-giuridica per modificare o cassare il pubblico interesse deve essere assolutamente inattaccabile. E, anche in questo caso, però, il rischio di esporre il Campidoglio a una causa miliardaria di risarcimento danni sarebbe quasi certo. 


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Il progetto Stadio inizia a maggio 2014 per giungere al 30 maggio di quest’anno, con la consegna, in Comune, del progetto definitivo. 


A maggio 2014, in Campidoglio viene presentato lo “studio di fattibilità”, vale a dire l’idea progettuale di realizzare un impianto sportivo della Roma a Tor di Valle, al posto del vecchio ippodromo oramai abbandonato, sfruttando due commi della Legge finanziaria. 
Insieme alla Conferenza di Servizi preliminare iniziano anche le trattative “politiche” fra il Comune e la Roma. 
Alla fine, il 22 dicembre 2014, con l’approvazione della Delibera di Pubblico Interesse in Consiglio comunale, l’accordo è chiuso: il Comune “incassa” una diminuzione delle cubature e un aumento delle opere pubbliche rispetto a quanto inizialmente proposto. Poi inizia il gioco a rimpiattino per la consegna del progetto definitivo, necessario per avviare la seconda fase dell’iter, questa volta in Regione. In mezzo, la presentazione dello pseudo progetto definitivo a giugno 2015 - poi rigettato perché carente di documentazione - la caduta dell’Amministrazione Marino e l’arrivo del Commissario Straordinario, fino al primo turno delle elezioni comunali che consegna, al ballottaggio, Virginia Raggi, del Movimento 5 Stelle, e Roberto Giachetti, del Pd.

Il progetto definitivo, totalmente a carico del privato, che Il Tempo ha esaminato, prevede un investimento totale di 1 miliardo e 657 milioni di euro. Di questi, 445 milioni sono per opere pubbliche: un nuovo svincolo sulla Roma-Fiumicino a Parco de’ Medici con complanari dedicate e ponte sul Tevere, un asse viario di collegamento fra questo svincolo e la via del Mare/via Ostiense; il rifacimento di via Ostiense dal Raccordo allo Stadio con la sua unificazione e dallo Stadio al Raccordo con la messa in sicurezza. E, ancora: un ponte pedonale dalla stazione Fs di Magliana allo Stadio, la nuova stazione di Tor di Valle della Roma-Lido, il prolungamento della metro B da Eur Magliana a Tor di Valle; la messa in sicurezza idraulica dei fossi di Vallerano e dell’Acqua Acetosa fino alla Colombo; la sistemazione di via Luigi Dasti alla Magliana e, infine, un grande parco nell’ansa del Tevere. Il restante miliardo e 211 milioni di euro servirà per costruire le parti private dell’intero complesso: lo Stadio con il Roma Village e la Nuova Trigoria; il Convivium Shopping Center e le tre Torri di Libeskind.

sabato 5 marzo 2016

LO STADIO IN CAMPAGNA ELETTORALE, I SI' E I NO

E la politica come risponde al quesito: se l’iter del nuovo Stadio della Roma di Tor di Valle non fosse ancora chiuso e, quindi, fosse modificabile, che decisione assumerebbero le diverse forze politiche che si candidano alla guida della città?
Partiamo dalle posizioni chiare: a favore, sic et simplicter, senza se e senza ma, sono due candidati, di segno opposto: Roberto Giachetti (Pd) e Francesco Storace (La Destra).
Il primo, in occasione di un tour elettorale proprio alla stazione della Roma-Lido di Tor di Valle, ha affermato: “Lo stadio della Roma? Ho sempre detto che qualunque iniziativa privata che porti a Roma miglioramenti infrastrutturali è un qualcosa di positivo. Anche se fosse della Lazio, della Fiorentina o della Juventus, se aiutasse a fare investimenti su strutture sulle quali non potremmo farli sarebbe positivo. Mi sembra che qui sarebbe una cosa positiva. Ovviamente deve essere fatto in piena legalità e assoluta sicurezza ma questo lo stabiliranno gli uffici competenti”.
Il secondo, più volte sollecitato dal svariate radio private, ha detto: “Sono assolutamente favorevole allo stadio della Roma. E non capisco la logica di chi sia contrario. Se ci sono problemi infrastrutturali si risolvano. Pagano tutto i privati, è una polemica che oggettivamente non riesco a concepire. La legge dice una cosa semplice semplice: il privato sceglie l'area dove realizzare l'opera e il Comune può dire di sì o dire no. Il privato spende un pacco di soldi e il Comune non un euro. Non c'è un referendum da fare sullo stadio della Roma, ma c'è una scelta amministrativa da compiere. Io sono favorevole”.
Poi c’è Roberto Morassut, altro candidato alle primarie Pd e - come Giachetti, Storace, Marchini e Bertolaso - tifoso della Roma, un po’ più sfumato ma sostanzialmente favorevole: “ho espresso all’inizio di questa storia le mie perplessità non sullo stadio della Roma, ma sulla zona. Io sono romanista ma da due anni dico che la localizzazione avrebbe presentato dei problemi. Ho fatto anche una battaglia in parlamento sulla norma sugli stadi. Ma l’amministrazione deve avere sempre una sua continuità: non devo mettermi a riaprire i dossier soltanto perché devo imporre un punto di vista politico. C’è un procedimento. Se questo andrà avanti bene non si riapriranno fascicoli. Certamente vorrò vedere le carte, perché il Comune è parte in causa. Se dovessi occuparmene, svolgerò il mio ruolo con massimo rigore ma mai mi sognerò di voler politicamente stravolgere perché ho un’idea diversa”.

Dopo di che, entriamo nel politichese o, se si preferisce, nel “un colpo al cerchio e uno alla botte. Nessuno dice in modo netto “no” ma tutti aprono con un “Sì allo Stadio”, salvo poi aggiungere un “ma” che è tutto tranne che un sì netto.

Virginia Raggi, candidata Sindaco di 5Stelle, il giorno della presentazione della sua candidatura, ha affermato: “Siamo favorevoli a uno stadio sia per la Roma che per la Lazio ma non vogliamo speculazioni edilizie”. Dai 5Stelle, però, aggiungono: “Se vinciamo, valutiamo il progetto, la sua regolarità, tutte le carte e troviamo un equilibrio tra quello che può essere l'introito di una società privata come quella americana che detiene l'a.s. Roma e il beneficio che ne possono trarre i suoi tifosi e i cittadini in generale, in termini di servizi e infrastrutture. Roma oggi non può certo permettersi di regalare o svendere il suo suolo, quindi ogni cosa merita una sua attenzione specifica”.
Stefano Fassina, candidato di Sinistra Italiana, lancia una proposta: “Noi vogliamo farlo lo stadio della Roma ma perché invece di farlo sui terreni di Parnasi non lo facciamo su terreni pubblici come Capannelle? Facciamo in modo che non sia una delle ennesime speculazioni edilizie che poi pesano sulla città nei prossimi decenni. Perché dobbiamo costruire insieme allo stadio tre grattacieli in un territorio che l'Istituto nazionale di urbanistica considera a rischio esondazioni quando abbiamo migliaia di uffici liberi all'Eur? Concentriamoci sullo stadio della Roma e magari non di Pallotta che poi lo affitta”. Peccato che cambiare terreno significa ricominciare tutto da capo.
Gianfranco Mascia, in corsa per le primarie del Pd come portavoce dei Verdi, ha più volte, nel corso del biennio 2014-2015, parlato di “pubblica inutilità dello Stadio. Sì allo stadio - è il suo pensiero - no alla cementificazione”.
Passando dall’altro lato, versante centrodestra, Alfio Marchini, candidato indipendente, afferma: “Noi, come lista, in consiglio comunale abbiamo detto di no alla costruzione dello stadio di proprietà della Roma. Non perché siamo contro lo stadio, quello ci vuole. Il problema è cha va rivista la parte dei servizi connessi di quell’area, le opere accessorie. Detto questo, il posto in sé va bene”.

Guido Bertolaso, candidato sostenuto da Forza Italia e Fratelli d’Italia, non si è ancora espresso. La sua unica dichiarazione in merito riferiva di “un’idea geniale per lo Stadio della Roma ma non la dico perché devo parlarne prima con chi mi ha candidato”. Solo che, dentro Forza Italia, la linea è di assoluto “ok” allo Stadio (Antonello Aurigemma e Davide Bordoni) ma, dentro Fratelli d’Italia, la cosa non è affatto condivisa. Fabio Rampelli, numero due del partito, in una nota scrive: “vari candidati prendono posizione sulla realizzazione degli stadi della Roma e della Lazio, senza uno straccio di ragionamento urbanistico: fabbisogno reale e impatto ambientale. Nessuno ragiona sulla domanda di stadi per la Capitale e per i cittadini, ci si schiera a favore dell’uno per averne la compiacenza e a favore dell’altro per motivi simmetrici. Meno male che non sono usciti altri proprietari terrieri con la mania degli stadi, altrimenti avremmo dovuto costringere fisicamente tutti i romani a iscriversi alle scuole di calcio. Roba da far impallidire il ventennio. Gli stadi esistenti sono due, quelli sul trampolino di lancio sarebbero due… Quattro stadi per Roma! Non è il titolo di un film comico ma un melodramma”.