*****************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************

In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

*****************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************

Visualizzazione post con etichetta Nieri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nieri. Mostra tutti i post

giovedì 28 agosto 2014

"NO AD AUTOSTRADE URBANE, ALLO STADIO CI SI VA SENZA MACCHINA"


"L'Amministrazione capitolina, al di là di qualche possibile aggiustamento del progetto definitivo, non intende trasformare la via del Mare e la via Ostiense in una sorta di 'autostrada' urbana che incentiverebbe l'uso del mezzo privato". 



Quindi, il progetto originario di Parnasi - un semplice allargamento delle due strade fra il Raccordo e Magliana - è il massimo che possiamo aspettarci. 
La macchina o la moto - un po' come accaduto per le varie pedonalizzazioni - vanno lasciate in garage.

Questo è quanto è emerso dalla serie di incontri che si sono tenuti ieri pomeriggio in Campidoglio fra il vicesindaco, Luigi Nieri - che sostituisce il sindaco Marino in vacanza negli Stati Uniti con la famiglia - e, in via informale, alcuni dei partiti che sostengono la maggioranza: la Lista Marino e SeL. 
In mezzo, un incontro tecnico fra Nieri da una parte e gli assessori Caudo (Urbanistica), Improta (Mobilità), Estella Marino (Ambiente) e i capi segreteria degli Assessorati allo Sport e ai Lavori Pubblici. Supportato da tavole, grafici e cartine, Caudo ha illustrato il progetto originario e la sostanza dell'accordo stretto a New York con Parnasi e Pallotta.



Accordo che andrà perfezionato entro fine mese con il nuovo Studio di Fattibilità che Parnasi dovrà presentare in Comune e che prevede come essenziali per il via libera all'intero pacchetto: la costruzione della diramazione della linea B della metro da Magliana all'attuale stazione della Roma-Lido a Tor di Valle; la realizzazione di un ponte pedonale sul Tevere dalla stazione Magliana della ferrovia Orte-Fiumicino; un parco di 34 ettari videosorvegliato e una contestuale e contemporanea realizzazione di tutte le opere pubbliche connesse allo Stadio.

La viabilità - già portata all'attenzione del Comune dalle dichiarazioni del prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro - è rimasta in secondo piano.
"Non è entrata nelle conversazioni - dicono al termine dell'incontro - perché ci si è concentrati sulla necessità di redigere la delibera che porteremo in Giunta il 4 settembre, in modo che l'interesse pubblico emerga con forza e completezza. Per questo, è stato convenuto che gli Assessorati impieghino i giorni rimanenti per studiare tutti i dettagli tecnici".
Intanto, lo Stadio continua a generare forti fibrillazioni all'interno della maggioranza, in special modo del Pd.



Dopo le dichiarazioni di Fabrizio Panecaldo, coordinatore della maggioranza in Consiglio, che aveva puntato i piedi affinché nel progetto rientrassero anche gli adeguamenti delle strade e non solo quelli per il trasporto pubblico, è intervenuto Tommaso Giuntella, presidente romano del Pd, che ha appoggiato la posizione di Panecaldo: "Il Pd romano ha sempre avuto interesse a massimizzare i benefici per i cittadini". Ha fatto sentire la sua voce anche Umberto Marroni, deputato ed ex capogruppo del Pd al Comune nella passata consiliatura: "l'impianto deve essere di proprietà della Roma, le cubature aggiuntive non rientrano nello spirito della legge, questa è una variante urbanistica". La proprietà dell'impianto è tema rilanciato anche da Antonio Stampete, presidente della Commissione Urbanistica: "è di Pallotta o della As Roma? Tutti i consiglieri sono interessati a questo aspetto", e, ribadendo che "l'accordo di New York è buono ma si può sempre migliorare la questione viabilità" attacca "quelli che oggi parlano ma che ieri, con le Giunte di centrosinistra, hanno creato cubature su cubature senza servizi, come a Ponte di Nona". 

E a Roberto Morassut - ex assessore all'Urbanistica di Veltroni e estremamente critico su tutto il dossier - saranno fischiate le orecchie.

martedì 19 novembre 2013

CONCORSONE 4: LA FACCIA DI CHI?

Venerdì scorso, al momento del lancio della "pietra nello stagno" erano insieme, fianco a fianco. Ignazio Marino e Luigi Nieri hanno condiviso l'onere e l'onore di denunciare le presunte irregolarità nel maxi concorso. Annuncio accompagnato dal "ci prendiamo 48 ore di tempo" per effettuare verifiche.

Ieri, trascorse le 48 ore in questione, ad incontrare sindacati, giornalisti e con corsisti c'era il solo Nieri.
Oggi in Aula consiliare, a riferire sulla vicenda ai Consiglieri dell'Assemblea Capitolina, il Sindaco non c'era. E, di nuovo, c'era il solo Luigi Nieri.

Ora, che, all'incontro con la stampa di ieri pomeriggio, insieme al viceMarino, ci fosse anche il solo Rodolfo Murra era piuttosto scontato. L'altra "detective" capitolina incaricata delle indagini, Antonella Caprioli, capo del Personale, avrebbe potuto incontrare qualche difficoltà a rispondere alle inopportune domande dei giornalisti, tipo, ad esempio, come ci si sente a indagare su se stessi... visto che, nelle tre Commissioni d'esame in cui è stata impiegata, non risultano sue denunce o segnalazioni di irregolarità nello svolgimento del Concorso.

Che, invece, non ci fosse il Sindaco a spiegare la vicenda ha lasciato più di qualcuno perplesso. 
Ma, si sa, il Sindaco di Roma ha mille impegni istituzionali. 
Per cui, chiaramente, la presentazione di un libro alla Feltrinelli di via Appia Nuova è palesemente un appuntamento istituzionale al quale non è possibile mancare.
In fondo, la carica di Vicesindaco che ci sta a fare?

Oggi, invece, nella sede istituzionale per eccellenza, il Consiglio comunale, a riferire su una vicenda esplosa come un fulmine a ciel sereno, spiazzando sindacati, concorsisti, commissari d'esame, ancora il Sindaco non c'era. 

Sicuramente tutte coincidenze ma i bene informati nei corridoi capitolini leggono in questa assenza reiterata del Sindaco una netta presa di distanza dalla vicenda, un "non volerci più mettere la faccia".

In sostanza, Marino si è reso conto della sciocchezza in cui lui e l'intera Amministrazione capitolina si sono infilati.
Il Comune è stato esposto non solo a decine di migliaia di ricorsi ma al rischio contabile di enormi risarcimenti.
La Giunta ha vissuto questo weekend come un boomerang politico: se l'idea iniziale era di sollevare un polverone "anti alemanniano" e poi procedere in un'ovazione di applausi all'annullamento indolore del concorso - come le ridondante affermazione di Marino di ieri parrebbe dimostrare - ebbene questa idea è miseramente fallita.
I concorsisti e le loro famiglie hanno letteralmente invaso la bacheca di Marino non solo di proteste per il prima annunciato e poi rimangiato annullamento, ma anche di testimonianze di regolarità del concorso. E certo gli applausi dei concorsisti che ieri manifestavano sotto il Campidoglio che ieri, all'improvviso e inaspettati, hanno accolto l'arrivo dell'ex sindaco Alemanno non sembra siano stati presi bene a Palazzo Senatorio.

Di qui, le assenze strategiche, un po' come quelle dei liceali che bigiano scuola per evitare un'interrogazione. E mandare avanti Nieri ha anche un altro effetto: esporre la faccia del Vicesindaco a quella che si è trasformata da una Austerlitz in una Waterloo, vuol dire anche ridurne il peso personale in Giunta, diminuendo l'influenza politica di SeL che è uno degli elementi della politica di Marino più criticati fino ad oggi dal Partito del Sindaco, il Pd.



lunedì 18 novembre 2013

CONCORSONE 3: "FAMO CHE NUN FAMO"

Secondo l'Amministrazione Marino il maxi concorso è viziato da "grossolane irregolarità" poiché le buste che contenevano i nomi dei candidati non garantivano l'anonimato.
Ma lo stesso maxi concorso non sarà annullato.

Una soluzione che non è una soluzione, un "famo che nun famo", per dirlo con un'espressione in romanesco.
È una soluzione politica di cortissimo respiro.

Oggi, questa pseudosoluzione potrebbe al massimo garantire un po' di pax sociale (e sindacale) di cui Marino e la sua Giunta abbisognano. Ma, non solo lascia aperti tutti i pesantissimi interrogativi già avanzati negli ultimi due giorni, ma ne apre addirittura di nuovi e con risvolti ancor più tragici.

PRIMO: LA QUESTIONE (O GIALLO) DELLE BUSTE
La denuncia iniziale di Marino e Nieri - avanzata nella conferenza stampa d'urgenza di venerdì pomeriggio scorso - era che le buste non garantivano l'anonimato.
Oggi, si scopre che le buste erano addirittura due, una effettivamente "internografata" - rivestita, cioè, internamente di una pellicola violacea oscurante il contenuto - l'altra, rinvenuta nei faldoni dei concorsi, era invece bianca.
Ora, secondo quanto asserito dal Vicesindaco nell'incontro con la stampa di oggi pomeriggio, in queste buste erano inseriti i foglietti con i dati anagrafici dei concorrenti. 
Prima anomalia denunciata da Nieri: alcuno foglietti con i dati anagrafici erano stampati al computer, altri erano scritti a mano.
Nelle buste internografate il contenuto - sia se stampato che se scritto a penna - non era visibile di fronte a una finestra. Posta invece di fronte a lampada alogena da 60 watt, era possibile leggere il foglietto stampato ma non quello scritto a penna.
Nella busta bianca, invece, basta la luce del sole che filtra da una finestra per rendere visibile il contenuto della busta, tanto se scritto a mano quanto se stampato.

In realtà, questo falso giallo si spiega semplicemente: nei concorsi con pochi partecipanti - quelli che vennero definiti un flop dalla sinistra e per i quali l'attuale capo segreteria di Marino, Enzo Foschi, rilasciò una simpatica dichiarazione "si vede che nessuno vuole lavorare con Alemanno" - la Praxi prestampò i nomi. Per quelli con un elevato numero di concorrenti, invece, venne deciso di evitare questa procedura, che sarebbe stata troppo onerosa, ripiegando su una più comune scrittura a mano.

Resta aperta la questione delle due buste. E su questa dovrà lavorare la Procura per capire se la Praxi è stata ingannata dai suo fornitori, oppure se ha scientemente alterato la fornitura; oppure ancora per capire se la sostituzione c'è stata ad opera di qualche funzionario comunale infedele e, infine, se si sono verificate omissioni nei controlli da parte non solo dei responsabili della gara d'appalto e anche dei Commissari d'esame, nessuno dei quali, pare, avrebbe mai verbalizzato questa stranezza delle buste.

MA QUANTO PESANO LE BUSTE?
Detto questo, realmente quanto "pesano" le buste? 
Secondo quanto riferito da Nieri e dall'avvocato Murra, sono state rinvenute queste buste bianche mischiate a quella internografate in tutti e 22 i concorsi, in percentuale maggiore in quei concorsi che contavano un più elevato numero di iscritti.
Ora, il sospetto è palese: nelle buste a minor grado di riservatezza potrebbero essere stati inseriti i nomi dei raccomandati. 

Certo, la procedura di analisi e correzione dei compiti prevede la presenza dell'intera Commissione, da 4 a 7 componenti. 
Il Presidente apre la busta grande contenente le prove scritte e le passa ai Commissari per la numerazione delle pagine utilizzate, l'apposizione di un numero progressivo identificativo del compito e poi la correzione dell'elaborato al termine della quale il voto viene scritto a penna sul tema. 
Il numero progressivo identificativo viene riportato sulla busta dei dati anagrafici che rimarrà chiusa fino alla conclusione delle correzioni di tutti gli eleborati di tutti i candidati. 
Solo dopo di allora, quando i voti di tutti i temi saranno stati assegnati, ogni elaborato verrà "abbinato" - utilizzando il numero progressivo identificativo che era stato scritto all'inizio sul tema e sulla busta con i dati anagrafici - al suo autore.

Appare, quindi, difficile credere che uno dei Commissari (dovrebbe essere il Presidente a tenere in mano la busta con il nome del candidato) alzi in controluce, di fronte a tutti gli altri, la busta per leggere il nome e decidere, così, in modo predeterminato, di attribuire un voto alto al tema del raccomandato di turno. Figurarsi metterla su una lampada alogena da 60 watt! 
Però, magari, la busta bianca è più leggera, oppure "scrocchia" in modo diverso dall'altra: insomma, questa busta potrebbe comunque, in qualche modo aiutare l'ipotetico Commissario infedele ad alterare in positivo il voto del candidato raccomandato. 
E non conta neanche il numero delle buste bianche: più buste vorrebbe dire più raccomandati. Non è importante, alla fin fine, sapere il nome e cognome esatto del raccomandato: il Commissario infedele sa che a ogni busta bianca deve corrispondere un voto alto. Del resto, mica è uno solo il posto da assegnare!

Nieri, in conferenza stampa, si è affrettato a dire che l'intera Amministrazione nutre la massima fiducia tutti i Commissari.
Tuttavia, il semplice sospetto che queste buste possano alterare un concorso è una ragione giusta e sacrosanta per annullarlo.

Basterebbe, quindi, fare un po' di prove: i candidati i cui nomi erano racchiusi nelle buste bianche che voto hanno ottenuto? Alto e promossi? Basso e bocciati? O misti, qualche promosso e qualche bocciato?
Una di quelle semplici prove, che gli Uffici capitolini potrebbero fare in breve tempo e che potrebbe sgomberare il campo da qualsiasi ombra di irregolarità oppure costituire la "prova regina" che dietro la storia delle buste si nasconde un tentativo di incanalare il concorso verso risultati predeterminati.

I DUBBI SULLE PROCEDURE DI CONTROLLO
A questo punto, si apre la vicenda dei dubbi sulle procedure di controllo seguite.
Nonostante svariate domande rivolte a Nieri in conferenza stampa, il Vicesindaco non ha chiarito come mai a distanza di un anno dal termine delle prove del concorso, siano sorti questi dubbi.
La spiegazione addotta è la stessa di venerdì scorso: nel nominare la nuova Commissione per il concorso per i Vigili Urbani, abbiamo avviato controlli a campione sugli altri concorsi che hanno fatto sorgere le perplessità.
Il primo dubbio nasce dalla scelta dei due funzionari incaricati di condurre questi accertamenti: Antonella Caprioli, nominata da Marino alla guida del Dipartimento Risorse Umane, e Rodolfo Murra, nominato da Marino alla guida dell'Avvocatura capitolina.
La Caprioli è stata in tre diverse Commissioni: in una Presidente, nelle altre due membro. E, da Commissario, non risulta abbia mai sollevato dubbi né sulla presenza di due buste né sulla questione della trasparenza alla lampada alogena di quella internografata.
Il secondo è l'avvocato Murra. Considerato un ottimo legale - come del resto la Caprioli è considerata comunque una funzionaria molto competente - è tanto bravo che, per conto dell'Ordine degli Architetti, ha svolto corsi di preparazione per il Concorso per Architetto del Comune di Roma. Proprio uno di quei concorsi le cui carte ha dovuto riesaminare da controllore.



Sorprende, però, il fatto che, nonostante la sua bravura, l'avvocato Murra abbia superato la concorrenza dell'avvocato Carlo Sportelli che, per conto dell'Avvocatura capitolina, è sempre stato investito delle tematiche giuridiche inerenti il personale.

Secondo dubbio: le procedure. I soli responsabili civilmente, penalmente e amministrativamente della tenuta di tutte le carte. Delle prove e dei verbali di un concorso pubblico sono i Commissari d'Esame e la segreteria della Commissione. 
Quando venne aperto il fascicolo d'indagine sul concorso per Vigili Urbani - un fascicolo aperto per falso, poiché uno dei verbali venne firmato da tutti i componenti della Commissione mentre risultò da intercettazioni telefoniche, legate all'inchiesta sulle sponsorizzazioni del Circolo sportivo dei Vigili, che uno dei Commissari era in vacanza e non a Roma a firmare - i Carabinieri si presentarono in Comune per acquisire la documentazione sul concorso muniti di un ordine firmato da un magistrato
Qui, invece, senza alcun ordine del giudice, viene avviata una procedura di controllo che ha visto Murra e Caprioli aprire armadi, plichi, faldoni, buste senza neanche la presenza del Presidente della Commissione d'esame.
Che i Commissari non fossero presenti durante queste ispezioni lo ha confermato lo stesso Nieri in conferenza stampa.
Ovviamente né la Caprioli né Murra hanno fatto altro che condurre un controllo che, come lo stesso Murra ha chiarito, si è limitato all'analisi di quelle carte relative ai concorsi che avevano già concluso la correzione delle prove scritte. 

COME VA A FINIRE?
Ecco, questo è il quesito più importante, quanto meno perché coinvolge non solo la vita di 1995 (potenziali) vincitori di concorso o dei circa 20mila partecipanti alle prove scritte ma anche perché, per i suoi effetti potrebbero ripercuotersi sulle casse capitoline, e quindi sull'intera città, per molti anni a venire.
In primis, la questione ricorsi.
Il punto nodale può essere semplificato così: se, come l'attuale Amministrazione ritiene sia, il concorsone è viziato da irregolarità, questo dovrebbe essere annullato.
L'annullamento comporta le seguenti conseguenze: ricorsi a go-go. Ricorrerebbero tutti quelli che hanno partecipato alle prove scritte e forse potrebbero farlo anche tutti quelli che hanno preso parte alle preselezioni. Da 20mila a 300mila ricorsi. Gli avvocati d'Italia stapperebbero lo champagne per molti anni a venire. Poi ci sarebbe il problema Praxi. O il Comune dimostra la sua estraneità e diviene parte lesa, e allora la Praxi farebbe prima a chiudere ora perché sarebbe investita di richieste di risarcimenti miliardari. Oppure la Praxi dimostra la sua di estraneità e allora sarebbe il Comune a dover pagare.
Poi ci sono i ricorsi interni: intanto quelli contro tutti quei dirigenti che, all'epoca della Giunta Alemanno, hanno messo in piedi il concorsone, poi quelli che hanno omesso di effettuare i controlli. Tradotto, fra dirigenti e commissari, presidenti di commissione d'esame e segretarie di commissione, un centinaio di dipendenti potrebbe essere chiamato a rispondere in sede giudiziaria di questa vicenda. E/o gli stessi membri di Commissione potrebbero chiamare il Sindaco e il suo Vice a rispondere del sospetto - per quanto Nieri si sia sperticato a ribadire la fiducia dell'Amministrazione nei commissari - che si sarebbe potuto alterare l'esito del concorso.
Ironia della sorte, fra questi stessi dirigenti c'è la Caprioli che da controllore dovrebbe denunciare se stessa tre volte nella sua qualità di Commissario!

Oltre queste conseguenze, che rimangono tutte in piedi anche in caso di non annullamento del concorso - che è poi quello che sta accadendo oggi - ce n'è un'altra: i 1995 vincitori che, prima o poi, blocco del turn over compreso, saranno assunti, rischiano di lavorare per non si sa quanti anni, con una spada di Damocle sulla testa: fino alla conclusione delle indagini dei magistrati - sollecitate e annunciate oggi da Nieri quando afferma che "porteranno le carte in Procura" - lavoreranno senza avere la certezza che l'agognato posto fisso in Comune possa essere o meno revocato.
1995 vite e famiglie sospese.
Una decisione piuttosto pilatesca che, infine, potrebbe avere anche un altro risvolto quasi ironico: se un domani la magistratura dovesse accertare che il Concorso era irregolare, anche Marino, Nieri, Murra e Caprioli potrebbero essere chiamati a risponderne nelle varie sedi, poiché sapevano ma non hanno adottato gli atti necessari ad impedirlo.

 

domenica 17 novembre 2013

CONCORSONE, INTERVENTO A RADIORADIO

Da questo link è possibile ascoltare in podcast il mio intervento a RADIORADIO sulla vicenda del concorsone al Comune di Roma 

http://www.radioradio.it/apps/radioradio/utils/download.ashx?file=/Assets/RadioRadio/Uploads/Documents/Podcast/RADIO%20RADIO-%20%20LA%20DOMENICA%20POLITICA%20-%20FERNANDO%20MAGLIARO%20-%2017-11-2013.mp3

CONCORSONE, NUOVE DENUNCE DI STRANEZZE

La denuncia parte da alcuni membri e presidenti di Commissione d'Esame del maxi concorso del Comune. Ed è di quelle pesanti.
"Che vogliono dire le affermazioni del sindaco Marino e del suo vice, Nieri, che hanno fatto fare "verifiche a campione" sulle prove concorsuali? Che hanno toccato le buste e gli elaborati? La legge dice che i soli autorizzati a toccare gli elaborati di un concorso sono i membri di Commissione e a noi nessuno ci ha convocati. Come membri di Commissione noi siamo i soli responsabili civilmente, penalmente e amministrativamente di tutte le carte e i verbali di un concorso. E nessun altro può toccarle. E che vuol dire che il Sindaco ha incaricato il capo dell'Avvocatura, Rodolfo Murra, e la direttrice del personale, Antonella Caprioli, a fare verifiche? Di che verifiche parlano? Quando i Carabinieri andarono in Comune per l'inchiesta sul concorso dei Vigili avevano un mandato firmato da un magistrato per toccare quei documenti. E qui?"

Un'altra grana si abbatte sui poveri partecipanti al maxi concorso del Comune di Roma, per 1995 posti, bandito nel 2010 dalla Giunta Alemanno, giunto quasi alla conclusione e, venerdì sera, d'improvviso sotto minaccia di annullamento, a causa, secondo la denuncia del sindaco Marino e del suo vice, Nieri, delle buste contenenti il nome del candidato che non garantirebbero l'anonimato.

TRE COMMISSARI, STESSE VERSIONI
Abbiamo sentito tre diversi commissari, di tre diverse commissioni d'esame, e tutti e tre danno la stessa versione: le buste con i nomi erano oscurate.
"La procedura - uguale per ognuno dei 22 concorsi - prevedeva che bella e brutta della prova scritta fossero inserite in una busta grande dentro la quale veniva collocata una busta sigillata più piccola, quella oscurata e oggetto dello "scandalo", in cui il candidato doveva inserire i suoi dati anagrafici. Al momento di aprire queste buste - spiegano i commissari - quelle piccole non riuscivamo ad aprirle bene neanche con il tagliacarte. La pellicola scura all'interno, infatti, era così spessa che, alla fine, gli involucri si laceravano proprio".

INVEROSIMILE FARE LE "COMBINE"
"Va poi chiarita un'altra cosa: era impossibile per un singolo commissario accedere in solitudine agli elaborati. Il sistema di sicurezza prevedeva che le buste contenenti i temi, sia brutta che bella copia, e i dati anagrafici del candidato, venissero chiusi in armadi, casse o bauli chiusi a chiave. Questi armadi o bauli erano collocati in stanze chiuse a chiave. E non c'era nessuno che fosse in possesso di tutte le chiavi contemporaneamente. Questo significa che le eventuali "combine", che sembrerebbero alla base del sospetto di Sindaco e Vicesindco, avrebbero richiesto la "collaborazione" di tutti i membri di commissione e anche delle segretarie. In sostanza, per "barare" si dovevano mettere d'accordo quattro o cinque persone diverse. E, poi, per quanti posti per ogni concorso? Piuttosto inverosimile e decisamente ingeneroso anche solo il sospetto. E, poi, dopo la vicenda del concorso per i Vigili, con tutti e cinque i membri di quella Commissione finiti sotto inchiesta della magistratura, chi avrebbe mai rischiato una cosa del genere? Infine, tutti gli elaborati, sia bella che brutta copia, sono stati scannerizzati è messi su internet a disposizione dei candidati: in sostanza, ogni candidato, al quale era stata fornita una password, dopo le correzioni, poteva vedere e controllare i propri elaborati, a garanzia di trasparenza".

I NUMERI
"Ventidue concorsi, un'ottantina di Commissari, una trentina di segretari di Commissione: alcuni, pochi, dirigenti esterni, la maggior parte funzionari e dipendenti comunali, e nessuno si è mai accorto di nulla. Non solo, ma anche la dottoressa Caprioli, che oggi dovrebbe fare le verifiche, è stata in Commissione. Ne ha presieduta una e di altre due è stata membro. E anche lei, per quanto ci risulta, non ha mai sollevato dubbi o obiezioni. Oggi che fa, la controllora di se stessa?"

LA "SOSTITUZIONE IN CORSA" DEGLI ESTERNI
Emergono, poi, nuovi particolari sulla strana vicenda della sostituzione in corsa dei commissari. Pochi giorni dopo l'insediamento della Giunta Marino, raccontano i Commissari, tutti quei dirigenti comunali esterni, nominati da Alemanno, e che erano membri di Commissione in concorsi che non si erano ancora conclusi, vennero convocati negli uffici della neo direttrice del personale, Antonella Caprioli. In sostanza, affermano, sarebbe stato loro fatto intendere amichevolmente che sarebbero state gradite le loro dimissioni spontanee. "Nessuno di noi accettò. A quel punto ci venne fatto presente che avremmo svolto i nostri compiti gratuitamente. Alcuni di noi accettarono. Altri, invece, non accettarono e dissero che, alla fine del lavoro, avrebbero preteso il pagamento, se necessario anche facendo causa. Oppure avrebbero dovuto cacciarli. Cosa che non è avvenuta".

PARTECIPANTI INFURIATI
Venerdì sera, alle 20.48, il sindaco Marino posta sulla sua bacheca di Facebook un messaggio in cui denuncia urbi et orbi il problema delle buste "trasparenti" e annuncia la volontà di prendersi 48 ore di tempo per decidere cosa fare del maxi concorso. Oltre 2500 "like" e più di 1350 commenti di gente che definire infuriata è poco. A parte chi si limita all'insulto generico e alla contumelia, ci sono quelli che si lamentano per il tempo e i soldi spesi, chi accusa di voler "mettere gli amici", chi dice che è perché non ci sono soldi per pagare i neo assunti, chi annuncia che non voterà più per Marino. Ci sono quelli che preannunciano richieste di risarcimento, chi si trova ora senza lavoro, avendo vinto il concorso e essendosi dimesso da altri posti. Si fatica, onestamente, a trovare qualcuno contento e soddisfatto di questa decisione.

sabato 16 novembre 2013

CONCORSONE: SOSPETTI SUI SOSPETTI


Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, intende, probabilmente, annullare del tutto il maxi concorso per 1995 posti al Comune di Roma, bandito dalla Giunta Alemanno. La decisione è attesa nelle prossime 48 ore, cioè lunedì, non appena l’Avvocatura capitolina e la dirigente del personale, la dottoressa Antonella Caprioli, termineranno le loro valutazioni rendendone edotto il primo cittadino.

Motivazione, annunciata ieri pomeriggio in una conferenza stampa convocata in tutta fretta dal Sindaco e dal suo vice, Luigi Nieri (SeL): le buste contenenti il nome del candidato non garantirebbero l’anonimato, essendo piuttosto trasparenti.

Il concorsone – per l’esattezza si tratta di 22 diversi concorsi che mettevano “in palio” 1995 posti fra geometri, architetti, ingegneri, bibliotecari, funzionari amministrativi, informatici e via dicendo – è stato organizzato e gestito dalla società Praxi, con sede a Torino, che ha vinto una gara europea, battendo altri 4 concorrenti e superando una serie di ricorsi amministrativi al Tar che, quindi, ha decretato il corretto svolgimento dell’appalto. Praxi che, oltre al maxi concorso del Comune, gestisce anche altri concorsi: a Bari o a Napoli e che ha gestito le 400mila domande per il concorso all’Agenzia delle Entrate.

E la Praxi si difende, per il tramite di Sergio Rossi, responsabile della businness unit Concorsi. Le buste incriminate sono quelle denominate “internografate”, con grammatura 80-100 per centimetro quadrato,
In sostanza, l’esterno della busta è bianco, all’interno invece è applicata una pellicolazione blu scura-violetta che impedisce di leggere il contenuto.
Queste buste – spiega Rossi – sono usate comunemente in tutti gli atti, dai concorsi alle gare d’appalto, che richiedono la garanzia del rispetto dell’anonimato del contenuto. La loro definizione, infatti, nei vari capitolati, è quella di essereidonee a non rendere visibile il documento contenuto all’interno’”.
Per essere più chiari, questi involucri dovrebbero garantire un livello di anonimato superiore a quello delle buste che vengono utilizzate quando si riceve a casa il pin della carta di credito o del bancomat o come quelle delle buste paga o, ancora,  come il retro delle schede elettorali.
Ovviamente, con strumenti da Csi è possibile arrivare anche a decifrare qualcosa, ma ad occhio nudo, anche mettendole controluce, non si dovrebbe riuscire a decifrare nulla.

E già questa affermazione apre un dubbio circa ciò che sta accadendo.

Ma non basta solo la questione “buste” a gettare sospetti sulla decisione del Campidoglio.

Emergono, infatti, altre incongruenze: come possono due funzionari, non esperti né in grafologia né in analisi delle immagini, come un avvocato e un funzionario amministrativo, per quanto certamente eccellenti nei loro campi, riuscire in 48 ore, di sabato e di domenica, ad esaminare una questione così spinosa che porrà il Comune al centro di uno dei più grossi contenziosi giudiziari degli ultimi trent’anni?
Ripercorriamo la vicenda: quando viene bandito il concorso, nel 2010, giungono oltre 300mila domande. Vengono effettuate le prove di preselezione, sottoposte a webcam in diretta, con correzione elettronica immediata, a garanzia di trasparenza e correttezza. Risultato? Rimangono in lizza circa 20mila persone per 1995 posti divisi in 22 concorsi diversi.
Di questi 22 concorsi alcuni posti – ad esempio 4 geometri, una decina di esperti in project financing e una trentina di posti per controllore di gestione – giungono a conclusione con l’assunzione dei vincitori.
Un’altra fetta di questi concorsi – 8 o 9, fra cui quello per esperto informatico – sono conclusi, le graduatorie pubblicata e nessuno è stato oggetto di ricorso.
Ancora.
Altri di questi concorsi, fra cui quello per i 300 posti di educatore nella scuola materna, sono conclusi e in attesa di pubblicazione della graduatoria.

E, infine, per altri – gli istruttori amministrativi, ad esempio – sono in corso gli esami orali.
Ebbene, già il semplice annuncio del sindaco Marino di possibili irregolarità apre la strada a una valanga infinita di ricorsi che impegneranno l’Avvocatura e il Tar per chissà quanti anni a venire, esponendo il Campidoglio a rischi enormi di risarcimenti danni incalcolabili. Figurarsi, poi, se il concorso venisse anche solo sospeso o addirittura annullato.

Infine, due elementi piuttosto anomali fanno pensare: il primo, pochissimi giorni dopo l’insediamento della Giunta Marino, tutti i dirigenti esterni del Comune, nominati durante il mandato Alemanno, e che erano membri di Commissione d’Esame, vennero convocati – su indicazione della neo direttrice del personale, la stessa dottoressa Caprioli che oggi deve esprimersi sulla validità del Concorso – e venne chiesto loro di rinunciare all’incarico di membro della Commissione d’Esame.

Come è noto, non è procedura consentita il cambio della Commissione mentre sono in corso gli esami, pena l’annullamento del concorso stesso.

Al rifiuto di questi dirigenti, venne comunicato loro, secondo quanto gli stessi raccontano, che avrebbero allora svolto i loro compiti gratis (et amore dei) per carenza di fondi nelle casse capitoline.

Infine, parliamo proprio delle Commissioni esaminatrici: 22 diversi concorsi danno luogo alla composizione di 22 diverse commissioni “madre” e, in quei bandi in cui sono presenti più di 700 candidati si forma una prima sottocommissione e, ove ne fossero più di 1000 – in 4 concorsi – anche una seconda sottocommissione.

Ogni commissione “madre” è composta da 3 membri, mentre le sottocommissioni da due.

In totale, quindi, per il maxiconcorso comunale sono stati nominati, fra commissioni madre e sottocommissioni, oltre un ottantina di commissari esaminatori.

Nessuno di questa ottantina di commissari – compresa la stessa dottoressa Caprioli, che è stata presidente di Commissione per il concorso per gli esperti di controllo di gestione e membro della commissione esaminatrice per gli esperti informatici e di quella per i funzionari amministrativi – si è mai reso conto di questo problema con le buste sollevato da Marino e Nieri.

Almeno, nessuno ne ha fatto cenno pubblicamente, per quanto è dato di sapere.

La dottoressa Caprioli, quindi, ora, si trova nella scomoda posizione di essere controllore e controllata e, insieme al capo dell’avvocatura, l’avvocato Rodolfo Murra, a dover decidere in pochissime ore su questa vicenda spinosissima.

 Vicenda che già sta lasciando “morti e feriti”: la bacheca facebook del sindaco Marino è stata, infatti, invasa da oltre 750 commenti di persone che definire “inviperite” è dire poco.

Emanuele Rossi, scrive: “Benissimo, grazie. Ho sputato sangue per anni per studiare per quel concorso, soldi, tempo...e ce l'avevo pure fatta a entrare in graduatoria...e ora lo annullate? Mi spiegate per favore come si potevano truccare le preselettive? corrette in maniera elettronica subito dopo la prova e in diretta internet? e gli orali pubblici, come si facevano a truccare? quest'annullamento, se confermato è più che sospetto (non ci sono soldi per l'assunzione? volete inserire piuttosto i vostri uomini?)...ti ho pure votato ma occhio, qui state scherzando con la vita delle persone...”.

Rincara la dose Alessandra Lombardi “e poi volete controllare entro 48 ore una procedura che dura da 3 anni???.......di sabato e domenica poi.....non scherzate.....che era una decisione già presa, solo per non assumere”.
O ancora, Daniela De Angelis “È passato più un anno dagli scritti!!! Ora vi accorgete delle irregolarità?? Troppo comodo!! Alcuni stanno studiando e impegnandosi da tre anni, facendo sacrifici! E ora???”.
Insomma, un ginepraio nel quale Marino e Nieri si sono andati a cacciare e dal quale sarà assai complicato uscire fuori indenni.

Al vetriolo Enrico Cavallari, ex assessore al Personale della Giunta Alemanno e colui il quale il Concorso l’ha ideato e portato avanti: “Abbiamo seguito procedure di trasparenza rigidissime, come testimoniano proprio i commenti sul facebook di Marino scritti da chi gli esami li ha sostenuti: dalla gara europea alle prove in diretta web. La mia sensazione è che ci siano due ragioni per questa scelleratezza che Marino sta facendo. La prima, è politica: cancellare qualsiasi cosa il centrodestra abbia fatto, come se fossimo stati degli “occupanti abusivi” di una “cosa”, il Comune, che la sinistra considera sua proprietà. La seconda, forse, è cercare di non avere il rischio di dover pagare nuovi stipendi, visti i tagli al bilancio. Mi auguro solo che non ci siano altre motivazioni, più ”di bottega”, per cui viene fatto tutto questo casino infischiandosene di tutti questi ragazzi che, per anni, hanno studiato e speso soldi e tempo per fare il concorso. E certo che a parlare di trasparenza sia uno come Nieri che non si è accorto, in ben 10 anni di attività comune, che il suo capostaff non era laureato, la dice lunga”.

lunedì 21 ottobre 2013

TREMA LA GIUNTA MARINO

SCOPERCHIATO IL "VASO DI PANDORA" DELL'"ESPROPRIO MONSTRE" DI TOR BELLA MONACA
IL TRIBUNALE CONDANNA LA GESTIONE COMMISSARIALE PER IL RIENTRO DAL DEBITO DI ROMA CAPITALE
 
Riceviamo da un collega e così pubblichiamo
 
Di Mario Correnti
 
 
 
18462. Cinque cifre che stanno facendo vacillare la Giunta presieduta dal sindaco di Roma, Ignazio Marino, a quattro mesi dal suo insediamento. Cinque cifre che corrispondono alla sentenza del Tribunale Ordinario di Roma, 2ª Sezione Civile, pronunciata il 18 settembre scorso con la quale il giudice Eugenio Curatola ha condannato la Gestione Commissariale per il piano di rientro di Roma Capitale «al pagamento in favore di Carlo Alberto Chichiarelli di 2.437.796,49 euro, oltre rivalutazione in base agli indici Istat dal 1° gennaio 2004 e interessi legali dal 20 dicembre 1980 all’effettivo soddisfo». La Gestione Commissariale, nella persona del commissario straordinario Massimo Varazzani, è stata altresì condannata alla «refusione delle spese di giudizio sostenute dalla parte attrice», 11.300 euro.
Sviluppando, così come da sentenza, i dovuti calcoli di rivalutazione (dal 1° gennaio 2004) e degli interessi legali (con capitalizzazione annuale dal 20 dicembre 1980) si arriva alla cifra di oltre 13 milioni e mezzo di euro.
Una mazzata tanto spaventosa quanto inaspettata che va a sommarsi al già esorbitante cumulo di debiti accumulati dal Comune di Roma fino al 28 aprile 2008, certificato in poco meno di 13 miliardi di euro.
Da qui, nei primi mesi del mandato dell’allora sindaco Gianni Alemanno, nacque l’esigenza di elaborare un piano di rientro (approvato il 5 dicembre 2008 con decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri) per evitare il default del Campidoglio, separando questa enorme «massa passiva» dalla compromessa gestione contabile del Comune di Roma e spostandola sui conti dello Stato, attraverso la costituzione della Gestione Commissariale con la nomina di un Commissario Straordinario del Governo. Carica oggi ricoperta dall’avvocato professor Massimo Varazzani, un rubicondo signore nato a Parma nel 1951, cresciuto all’Imi nella scuola del banchiere torinese Luigi Arcuti (morto il 12 gennaio 2013), amico di Romano Prodi e stimato da Giulio Tremonti, perfetta figura di tecnico bipartisan, ex amministratore della Cassa Depositi e Prestiti, già vice presidente dell’Enav, oggi alla guida di Fintecna (società del ministero del Tesoro che gestisce le partecipazioni statali e i processi di partecipazione), con la passione per il culatello (salume pregiato del quale sembra essere uno dei massimi esperti a livello mondiale), gli incarichi pubblici e le consulenze d’oro, noto alle cronache col soprannome di “mister millepoltrone”, capace di portare a casa un compenso di oltre 750mila euro all’anno.
Ma quello che sta seriamente preoccupando i vertici amministrativi di Roma Capitale (e cioè il Capo di Gabinetto Luigi Fucito, il Segretario Generale Liborio Ludicello e, soprattutto, l’attuale capo dell’Avvocatura capitolina, Rodolfo Murra) è un aspetto in particolare: la “tempesta perfetta” rappresentata non solo dal sommarsi di questo importo con quello stabilito sempre dal Tribunale di Roma il 26 aprile 2005 per il mancato pagamento da parte del Comune di Roma (che venne peraltro condannato anche al pagamento delle spese di causa) delle indennità di esproprio dei terreni degli eredi Vaselli: 43.880.336,895 euro (da rivalutarsi in base agli indici Istat dal 1° gennaio 2004 nonché gli interessi legali dal 20 dicembre 1980), ma soprattutto dal rischio di scoperchiamento della pentola dello scandalo Tor Bella Monaca, mantenuto fino a oggi segreto e inviolabile agli occhi dell’opinione pubblica.
Negli uffici dell’Avvocatura comunale, in via Tempio di Giove, c’è chi da giorni trema all’idea che tutta questa spaventosa vicenda possa finire sulle pagine dei giornali o, ancor peggio, all’attenzione dei magistrati della Procura di Roma. In effetti, la “pratica” Tor Bella Monaca in tutti questi anni è stata gestita personalmente e riservatamente proprio da un ristrettissimo numero di fidati avvocati capitolini i quali – ligi al delicatissimo incarico ricevuto – hanno avuto modo di seguire le varie fasi processuali e i vari gradi di giudizio, i tentativi di transazione e hanno, di volta in volta, consiliatura dopo consiliatura, Giunta dopo Giunta, sindaco dopo sindaco, suggerito, consigliato e manovrato per prendere tempo, al fine di rimandare a un futuro anteriore il giorno dell’inevitabile pagamento del salatissimo conto. Ma ormai la frittata è fatta e il bubbone è scoppiato.
tor-bella-monacaIn tutto sei pagine di motivazioni che aprono una devastante crepa nel cemento armato della diga alzata dal Comune di Roma sulla questione dell’esproprio dei terreni di Tor Bella Monaca dove l’Amministrazione capitolina ha realizzato il famigerato quartiere-borgata all’estrema periferia sud-est di Roma (un mostro urbanistico fatiscente e ormai fuori controllo nel quale proliferano inquietanti fenomeni di alienazione urbana, criminalità, violenza e degrado) che l’ex sindaco di destra Gianni Alemanno voleva velleitariamente e sbrigativamente demolire e ricostruire in quattro e quattr’otto, per lasciare il posto a una nuova mega lottizzazione (qualcosa come circa 900mila metri cubi di cemento) ispirata alle idee urbanistiche dell’architetto lussemburghese Lèon Krier che s’illudeva di portare ordine, villette e giardinetti del Nord Europa nella sperduta e selvaggia periferia romana.
Come dimenticarsi dello scoop dell’estate di tre anni fa quando, durante un dibattitto sul tema “Estetica delle città” organizzato nell’ambito della manifestazione di Enrico Cisnetto Cortina Incontra, l’allora sindaco di Roma lanciava la nuova «rivoluzione d’Ottobre» e cioè il progetto di demolizione e ricostruzione di Tor Bella Monaca. «Stiamo lavorando e lo presenteremo a fine ottobre» aveva dichiarato Alemanno.
Era il 23 agosto 2010.
Dopo un’infinita serie di annunci, comunicati stampa, presentazioni, dibattiti, convegni e conferenze pubbliche, il progetto finì ingloriosamente nel lungo elenco delle tante promesse faraoniche mai mantenute.
Alemanno non è stato rieletto, il Programma per la riqualificazione di Tor Bella Monaca è finito dritto nel cestino dei rifiuti del nuovo sindaco Ignazio Marino e, com’era purtroppo prevedibile, sono rimasti soltanto i debiti da pagare.
Il conto, che ricadrà inevitabilmente sulle spalle dei cittadini, è veramente salato.
Letta così non sembra dire un granché, ma dietro la sentenza del Tribunale di Roma 18462 del 18 settembre 2013 si nasconde l’ultimo e – per alcuni, non a torto – definitivo capitolo di uno dei più grandi e, se vogliamo, inesplorati scandali nella storia del Comune di Roma, oggi Roma Capitale.
Un intrigo politico-amministrativo che risale al 5 febbraio del 1980 quando l’allora Giunta comunale (presieduta dal sindaco Luigi Petroselli, Partito comunista, eletto il 27 settembre 1979 dopo le dimissioni di Giulio Carlo Argan, primo sindaco non democristiano di Roma eletto come indipendente nelle liste del Pci), con la delibera 420, attuativa del Piano di Zona 22 “Tor Bella Monaca”, dava l’avvio al procedimento di esproprio di una vastissima area edificatoria (dell’estensione di oltre un milione e mezzo di metri quadrati, in comprensorio E3 del Piano Regolatore Generale di proprietà degli eredi del conte Romolo Vaselli (11 novembre 1882 – 16 dicembre 1969).
Contestualmente alla delibera di Giunta 420, l’allora Giunta della Regione Lazio (presieduta dal socialista Giulio Santarelli) fissava anche l’importo dell’indennità provvisoria di esproprio in 1.603.822.600 lire, precisando inoltre che le espropriazioni dovevano essere compiute entro 24 mesi dalla data della delibera.
Il 20 dicembre 1980 il Comune di Roma entrava formalmente in possesso delle aree da espropriare. Questa è una data cruciale: da quel giorno, infatti, parte il calcolatore degli interessi legali necessario per definire il totale complessivo che dovrà pagare la Gestione Commissariale per il piano di rientro sulla base della sentenza del Tribunale di Roma del 18 settembre 2013. È vero che la Gestione Commissariale risponde al governo, ma per quanto riguarda i mandati di pagamento, il commissario Varazzani prende ordini dal Campidoglio il quale, attraverso determinazioni dirigenziali o delibere di Giunta, indica chi, cosa e quanto va liquidato.
I comproprietari dei terreni di Tor Bella Monaca, gli eredi Vaselli, comunicavano la loro disponibilità alla cessione volontaria delle aree al Comune di Roma. E così, il 5 ottobre del 1983, davanti al notaio Bertone veniva stipulato l’atto di cessione al prezzo complessivo di 2.405.733.900 lire (salvo conguaglio dal momento che sia i Vaselli che il Comune di Roma di riservarono il diritto di chiedere il conguaglio (in più per gli eredi Vaselli e, ovviamente, in meno per l’Amministrazione capitolina), qualora fossero intervenute future norme che avessero determinato nuove misure di indennità. A ben vedere, nell’atto di cessione, col quale i Vaselli avevano deciso di cedere volontariamente il bene al Comune di Roma per ottenere l’aumento del 50 per cento dell’indennità determinata dalla Giunta Regionale del Lazio, veniva espressamente dato atto della intervenuta sentenza della Corte di Cassazione che aveva dichiarato la incostituzionalità della legge 29 luglio 1980 n° 385 (norme provvisorie sulla indennità di espropriazione di aree edificabili), ma si faceva espressa riserva (da parte di entrambe le parti) di chiedere – come abbiamo detto – eventuale conguaglio qualora fossero intervenute future norme in materia di espropriazione.
Era l’autunno del 1983. Passano i mesi. Passano gli anni. Cade il Muro di Berlino, finisce la Guerra Fredda, crolla la Prima Repubblica, si dissolve l’Unione Sovietica, scoppia Tangentopoli, si avvicendano governi, presidenti del Consiglio e sindaci di Roma (dopo Petroselli arriveranno il socialista Pierluigi Severi, il compagno Ugo Vetere, e poi si alterneranno i democristiani Pietro Giubilo e Angelo Barbato, il socialista Franco Carraro, e infine il verde Francesco Rutelli e il democrat Walter Veltroni, senza contare le parentesi dei vari commissari straordinari, da Alessandro Voci ad Aldo Camporota fino a Enzo Mosino), ma l’ingranaggio dei pagamenti resta bloccato per quanto riguarda la liquidazione da parte del Comune di Roma delle indennità del mega esproprio di Tor Bella Monaca (l’area interessata si estendeva per oltre un milione e mezzo di metri quadri).
Gli eredi Vaselli (il cui numero, per evidenti ragioni generazionali, si era allargato comprendendo oltre ai figli anche i nipoti e i pro nipoti del conte), giustamente, stremati da un’attesa senza fine decidono di citare in giudizio l’inadempiente Comune di Roma davanti al Tribunale di Roma, chiedendo – in via principale – che venisse dichiarata «la nullità, la annullabilità rescissione e/o risoluzione del contratto di cessione per Notar Bertone e, in via subordinata, che venisse determinato il conguaglio del prezzo di cessione».
Prendeva così avvio una lunga e complessa causa che, attraverso una serie di passaggi e cavilli, veniva trasformata in un (apparente) inestricabile contenzioso, a tutto vantaggio dell’Amministrazione capitolina la quale, dopo aver proceduto all’esproprio e alla lottizzazione massiva di Tor Bella Monaca, riusciva a evitare di pagare le ingenti somme derivanti dal conguaglio chiesto dai Vaselli.
Il Tribunale di Roma, con sentenza 11046 dell’8 agosto 1992, rigettava la domanda principale (nullità, annullabilità e/o rescissione del contratto risalente all’ottobre del 1983), ritenendo la subordinata equivalente a una «opposizione alla stima dell’indennità espropriativa», e così facendo rimetteva gli atti davanti alla Corte d’Appello competente per materia. Quest’ultima, con ordinanza del 3 luglio 1995, senza pronunciarsi sull’impugnazione, chiedeva d’ufficio il relativo regolamento alla Corte di Cassazione la quale, con sentenza 5975 del 3 luglio 1997, dichiarava la competenza del Tribunale di Roma.
Per i Vaselli non restava altro da fare che tornare davanti al Tribunale Ordinario di Roma per ottenere giustizia. Si arriva in questo modo alla clamorosa sentenza 11026 del 26 aprile del 2005, nella quale – fra l’altro – si legge: «Dagli atti non risulta che il Comune di Roma abbia completato la procedura espropriativa, emettendo il definitivo decreto di esproprio, forse perché il suolo gli venne spontaneamente ceduto sia pure con la riserva di conguaglio, mai versato, nonostante sia il Tribunale di Roma che la Corte d’Appello lo avessero, sia pure indirettamente, riconosciuto. Pertanto – scrive il giudice unico, Gennaro d’Anna, nel provvedimento – trovandoci di fronte a una vera e propria espropriazione di fatto (iniziata legittimamente e terminata in modo illegittimo), gli attori hanno diritto a ottenere il controvalore di mercato al momento della costruzione delle opere e precisamente al momento della irreversibile trasformazione del suolo, oltre alla indennità per l’occupazione pregressa e non il contrario (restituzione del bene) non solo per l’intervenuta cessione volontaria, ma anche per la cosiddetta “accessione invertita” in base alla quale è stato fissato il principio della prevalenza oltre che economica, anche sociale dell’opera eseguita rispetto all’immobile sottratto al privato cittadino, il cui interesse (singolo) deve soccombere rispetto all’interesse collettivo sempre prevalente».
photo-mario-correnti2b
Seguendo questo ragionamento, pertanto, il giudice – dopo aver affidato alla consulenza tecnica d’ufficio il compito di quantificare il valore del suolo (l’Avvocatura comunale, durante la causa, aveva cercato di convincere il giudice sul fatto che le aree espropriate erano ancora agricole) – calcolava l’importo finale (al quale venne sottratto quanto già percepito dai Vaselli e cioè 2.405.733.900 euro): 84.964.179.920 lire, pari a 43.880.336,895 euro, «ancora da rivalutarsi in base agli indici Istat dal 1° gennaio 2004 all’effettivo soddisfo, nonché da maggiorare degli interessi legali dal 20 dicembre 1980 all’effettivo soddisfo». E così condannava il Comune di Roma (sindaco Walter Veltroni) al pagamento in favore degli eredi Vaselli di qualcosa come 200 milioni di euro, più al pagamento delle spese di causa (oltre 35mila euro).
Per l’Avvocatura capitolina è «un contenzioso di notevolissima portata, sia sotto il profilo della rilevanza economica sia sotto quello della complessità giudiziaria». In una nota agli atti del fascicolo, gli avvocati del Comune di Roma mettevano nero su bianco il tema centrale dello scandalo: «Il Comune molti anni fa ebbe ad occupare vasti terreni siti in località Tor Bella Monaca, di proprietà degli eredi Vaselli, al fine di ivi realizzare l’omonimo Piano di zona per l’edilizia residenziale pubblica. Tale occupazione non si concretizzò mediante un procedimento espropriativo regolare cosicché i proprietari ebbero ad avviare un’azione per l’accertamento del loro diritto al ristoro da perdita della proprietà privata». Un errore, o qualcosa di molto più grave, che è costato (e costerà) somme da capogiro all’Amministrazione comunale. Ma nessuno fino a oggi, in Campidoglio, ha mai pagato per questi errori. E c’è da chiedersi perché la Corte dei Conti non ha mai voluto avviare un procedimento per accertare eventuali o palesi responsabilità da parte dell’Amministrazione capitolina nella gestione dell’esproprio di Tor Bella Monaca. Eppure il danno erariale è macroscopico.
Per avere un quadro completo, occorre a questo punto capire chi è Carlo Alberto Chichiarelli (il soggetto che ha portato in giudizio la Gestione Commissariale per il piano di rientro del Comune di Roma, facendola condannare dal Tribunale di Roma) e in quale veste e a quale titolo entra nella complessa vicenda dell’esproprio di Tor Bella Monaca.
Chichiarelli, cittadino argentino di origini abruzzesi con un passato da guerrigliero (è stato un combattente dei Montoneros e commando dell’Ejercito Revolucionario del Pueblo contro la dittatura militare seguita al colpo di Stato del 24 marzo 1976), oggi agricoltore, ha avuto una relazione di oltre sei anni con Emanuela Vaselli, 55 anni, casalinga, pro nipote del conte Romolo.
Il 29 dicembre 2000, con una scrittura privata stipulata davanti al notaio Paolo Girolami, Emanuela Vaselli cedeva a Chichiarelli una quota ereditaria pari a un diciottesimo a lei derivante dal credito caduto nell’asse ereditario del fu Romolo Vaselli. La storia tra Carlos e Emanuela nel volgere di qualche anno ebbe a finire, ma la cessione di quel diciottesimo dell’indennità di esproprio di Tor Bella Monaca («dovuto e quantificato dal Comune di Roma Ufficio competente») restava in piedi. E così iniziava per l’ex montoneros la lunga marcia forzata per vedere riconosciuti i suoi diritti e i suoi legittimi interessi. La cessione di credito, quantificata in 220 milioni di lire, è stata regolarmente pagata da Chichiarelli, ma – visto che la loro storia era ormai finita – Emanuela Vaselli – nonostante avesse di fatto accettato l’offerta – riteneva di tornare sui suoi passi, cercando di dichiarare nulla la scrittura privata e la relativa cessione di credito. Un vano tentativo, forse dettato dal rancore di una relazione sentimentale senza alcun futuro, che ha generato a cascata tutta una serie di ripercussioni giudiziarie e connesse col filone principale, e cioè quello tra gli eredi Vaselli e il Comune di Roma.
Sta di fatto che Chichiarelli, nonostante le resistenze della pro nipote di Romolo Vaselli, a partire dal 2001 ha iniziato a formalizzare una serie di istanze indirizzate al Comune di Roma e finalizzate al riconoscimento della  sua quota parte di credito sempre in ordine all’indennità di esproprio dei terreni Vaselli a Tor Bella Monaca. Quello sul quale Chichiarelli ha sbattuto fino allo scorso settembre è stato un muro di gomma impenetrabile. Lo scoglio più grande, in questo senso, è stato rappresentato dall’Avvocatura capitolina. Uno sbarramento a 360 gradi su tutta la linea, nonostante nessuno – anche in sede giudiziaria – abbia mai messo in discussione la validità della cessione di credito del 29 dicembre del 2000. In una delle tante istanze indirizzate al Comune di Roma, Chichiarelli scrive: «Per tale indennità l’Avvocatura comunale ha sempre frapposto ostacoli al pagamento al sottoscritto». E ancora: «Che peraltro il sottoscritto fa presente che proprio su iniziativa dell’Avvocatura, come vi è ampiamente documentato, è stata fatta pagare parte dell’indennità alla cedente Emanuela Vaselli, pur non avendo la stessa alcun titolo. Fatto, questo, gravissimo che si configura come un vero e proprio danno erariale da denuncia alla Corte dei Conti».
A cosa fa riferimento Chichiarelli in questa missiva del 19 dicembre del 2011?
All’inspiegabile, secondo Chichiarelli, pagamento – autorizzato proprio dall’allora capo dell’Avvocatura capitolina, Enrico Lorusso, con due determinazioni dirigenziali, firmate dall’avvocato Riccardo Marzolo e datate 4 e 24 ottobre 2006 – di una prima tranche di 1.848.730,27 euro (pari al 50 per cento dell’importo di 3.697.460,55 euro relativo alla quota ereditaria di due trentaseiesimi spettanza di Emanuela Vaselli) come indennità di esproprio dei terreni di Tor Bella Monaca. Il pagamento della seconda tranche, dello stesso importo di 1.848.730,27 euro, è stato bloccato a seguito dell’intervento di Chichiarelli nei confronti del Comune di Roma. È qui che si concretizza, di fatto, lo sbarramento dei vertici capitolini.
Chichiarelli mette i bastoni fra le ruote.
Chichiarelli deve restare fuori dai pagamenti.
Tutto ha funzionato bene, anche durante la gestione Alemanno, e il muro ha retto agli urti dell’argentino.
Tutte le porte sono state progressivamente chiuse in modo ermetico. Nel volgere di poco tempo, l’Avvocatura, il Segretariato Generale, la Gestione Commissariale hanno fatto un blocco unico nello sbarrare la strada a Chichiarelli nelle sue istanze volte a ottenere il riconoscimento dei suoi legittimi interessi.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una nota a firma del commissario straordinario Massimo Varazzani, datata 29 luglio 2011, nella quale si dava atto del parare richiesto all’Avvocatura di Roma Capitale (parere stilato dall’avvocato Rodolfo Murra, promosso a capo dell’Avvocatura proprio da Ignazio Marino) in merito alla proposta transattiva presentata il 23 giugno 2011 proprio da Chichiarelli.
La lettera di Varazzani sembrava non ammettere alcuna replica: «Al riguardo si rende noto che, sulla base di quanto esposto nel suddetto parere, lo scrivente non può dare corso alla posposta transattiva».
Punto e fine.
Per Chichiarelli non restava altra strada se non quella giudiziaria, dopo 31 anni di causa e con una sentenza definitiva sull’esproprio di Tor Bella Monaca emessa dalla Corte di Cassazione il 28 febbraio 2011. Ed è proprio in questo modo, con un’ennesima causa iscritta al ruolo del Tribunale Ordinario di Roma, che il contenzioso veniva sottoposto nuovamente all’esame del giudice civile. Chichiarelli impugna proprio la nota del commissario Varazzani e su quella si articolerà la causa che poi si cristallizza nella sentenza 18462 del 18 settembre scorso, depositata in cancelleria il giorno seguente.
Vale la pena leggerne le motivazioni.
«Le osservazioni formulate dall’Amministrazione convenuta [leggi Gestione Commissariale] sono infondate per le seguenti considerazioni:
a) respingendo l’impugnazione proposta avverso la sentenza 11026/2005, la Corte d’Appello di Roma ha correttamente rilevato il mancato avveramento della condizione sospensiva apposta all’atto di cessione del credito del 15.12.2000 (pagamento del prezzo della cessione pari a lire 220.000.000). In effetti, alla data di emanazione della sentenza di Appello (30 giugno 2009), il Chichiarelli non aveva ancora provveduto all’adempimento della prestazione posta a suo carico, prestazione conclusa, invece, con l’accettazione dell’offerta reale da parte della Vaselli in data 18.12.2009.
b) la citata sentenza 14758 (peraltro non prodotta in giudizio dalla convenuta) ha avuto ad oggetto il precetto di pagamento notificato dal Chichiarelli il 5 febbraio 2007 in forza della sentenza 11206/2005 (e dell’atto di cessione del 15.12.2000), sull’erroneo presupposto dell’asserito rilascio in forma esecutiva del titolo quale cessionario di credito, per cui non appare ostativa rispetto al presente giudizio.
c) dagli atti prodotti in corso di causa risulta che la sentenza 11206/2005 è divenuta definitiva (determinazione dell’indennità spettante alla Vaselli) e che si è verificata la condizione sospensiva dell’efficacia del contratto di cessione del 15.12.2000 (offerta reale accettata). In considerazione di quanto sopra – prosegue la sentenza del giudice Eugenio Curatola – deve essere affermato il diritto in capo all’attore, quale cessionario del credito, di vedersi corrispondere l’indennità di esproprio in oggetto, nella misura determinata dal Tribunale di Roma in favore di Vaselli Emanuela con la sentenza 11206/2005. Per quanto attiene al quantum debeatur, la predetta sentenza ha determinato l’ammontare dell’indennità di esproprio in complessivi 43.880.336,895 euro, oltre rivalutazione in base agli indici Istat dall1.1.2004 e interessi legali dal 20.12.1980 all’effettivo soddisfo. Di conseguenza – conclude la sentenza – deve essere riconosciuto in favore dell’attore, quale cessionario del credito vantato da Vaselli Emanuela, l’importo di 2.437.796,49 euro (pari a 1/18 di 43.880.336,895 euro), oltre rivalutazione e interessi legali come sopra determinati».
ignazio-marino-pdIl 26 settembre la sentenza è stata formalmente notificata alla Gestione Commissariale, presso l’Avvocatura dello Stato.
Venerdì 25 ottobre diventa esecutiva.
Pagherà il condannato, e cioè la Gestione Commissariale per il piano di rientro di Roma Capitale? Senza un mandato scritto da parte del sindaco Marino, il commissario straordinario Massimo Varazzani non firmerà alcun mandato di pagamento.
Nel frattempo, in Campidoglio la vicenda degli espropri di Tor Bella Monaca ha polarizzato due cordate contrapposte: una favorevole a pagare subito quanto ordinato dal Tribunale di Roma, l’altra (in prima fila i falchi in capo all’Avvocatura) determinata a dare battaglia e a prendere ulteriore tempo, nella speranza di fiaccare l’avversario. Intanto il calcolatore della rivalutazione e degli interessi legali continua impietoso a girare, moltiplicando giorno dopo giorno il totale da liquidare.
Sul versante politico, nelle ultime settimane il vice sindaco Luigi Nieri (Sel), con delega al Patrimonio, si era interessato alla vicenda, attivandosi a vari livelli affinché si sbloccasse la situazione per procedere con il pagamento.
Ma all’improvviso, proprio nei giorni scorsi, è stato “azzoppato” con lo scandalo che ha visto protagonista il suo capo staff, Andrea Bianchi. Con un tempismo inedito, infatti, a seguito di un controllo interno qualcuno in Campidoglio ha scoperto che Bianchi, per ottenere quell’incarico da 115mila euro lordi l’anno, aveva millantato una laurea in Giurisprudenza mai conseguita. È stato Nieri in persona a darne notizia, dopo aver chiesto e ottenuto le immediate dimissioni del suo capo staff.