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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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Visualizzazione post con etichetta Gianni Alemanno. Mostra tutti i post
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lunedì 7 settembre 2020

COMUNALI ROMA 2021, INTERVISTA A MAURIZIO GASPARRI


Il centrodestra deve affrontare la questione di Roma come se si dovesse formare il Governo nazionale: non è più tempo di “formazioni B” o di “under 21”, servono personaggi più autorevoli dei ministri. Non esiste una figura messianica. Giorgia Meloni metterebbe tutti d’accordo ma non è l’unica. La Raggi e i grillini vanno ringraziati perché hanno dimostrato che l’incapacità non è l’alternativa alla crisi della politica
Maurizio Gasparri, più volte deputato e senatore; vicepresidente del Senato; Sottosegretario e Ministro, è un fiume in piena: “Il quinquennio di Virginia Raggi è una catastrofe ma paradossalmente è bene che ci sia stato perché dimostra che il nostro è un Paese libero, nel quale si può anche votare per il nulla”.

Un nulla però che nel 2016 ha vinto.
A volte in politica capita che più che il vincitore che vince, sia lo sconfitto che perde. Nel 2008 Alemanno vinse in un contesto  favorevole al centrodestra ma perse Rutelli che era il candidato sbagliato. Nel 2013, Marino vince ma, con il ribasso del centrodestra, gli errori e le inchieste, al posto di Marino avrebbe vinto chiunque, Marone o Maruccio. Nel 2016, lo stesso. Chiunque fosse stato candidato dai 5Stelle, anche Babbo Natale avrebbe vinto. Quindi più che dire “la Raggi ha vinto”, diciamo che hanno perso tutti gli altri: fallimenti, sconfitti ed errori più accuse montate. I grillini sono un incidente della storia e anche tutto questo dibattito sulla ricandidatura della Raggi: ma chi se ne frega. Se non si ricandida, dove va? Prenderà una percentuale di voti da scambiare poi in un momento successivo. Però vanno ringraziati”.

In che senso?
Perché si dimostra che in questo nostro Paese libero anche un’incapace può essere eletta. E che un incapace resta un incapace. La Raggi, Di Battista, Toninelli, la Azzolina, la Taverna, lo stesso Grillo vanno ringraziati perché hanno dimostrato che l’alternativa alla crisi della politica o agli eventuali casi di corruzione non è l’incapacità eretta a sistema”. 

A sinistra e a destra, però, regnano caos e incertezza e fioriscono i nomi, anche i meno probabili. 
Il centrodestra deve ripartire dall’esatto contrario della Raggi: niente improvvisati né incapaci. Ho letto questa ipotesi di candidare Flavio Cattaneo: Flavio è milanese che parla in “milanése” con la “e” larga, ha avuto una lunga carriera, ha guadagnato meritatamente una montagna di soldi, è un manager efficace ed efficiente, ma quando l’ho chiamato per chiedergli di questa ipotesi mi ha risposto in modo colorito “ma che c... dicono?!””. 

Niente Cattaneo, dunque. 
Il Sindaco deve avere capacità di ascolto, dialogo e deve conoscere il territorio dal centro alla periferia. Flavio è l’opposto della Raggi, è una persona capace ma per altre cose. In questi giorni si leggono una marea di sciocchezze”.

Non è il frutto avvelenato dell’assenza di una strategia su Roma?
Nell’equazione Roma, il nome del Sindaco è l’elemento più marginale fra gli altri. Se esistesse il nome messianico in grado di ergersi a vate della Capitale già ci sarebbe il plebiscito. Oggi una figura simile non c’è. Giorgia Meloni, se decidesse di candidarsi, avrebbe capacità, esperienza, conoscenza del territorio, grinta. Mi pare di aver capito che non si candiderà ma se decidesse diversamente non ci sarebbe spazio per alcuna discussione”.

Altri nomi?
Non esiste mica la proprietà transitiva sui nomi. Candidati sindaco manager o della società civile sono barzellette. I tecnici servono nella squadra”.

Lei potrebbe candidarsi?
Non ci si autocandida. La questione di Roma va affrontata dal centrodestra come se si dovesse formare il Governo nazionale, cioè bisogna mettere in campo il meglio che la politica abbia a Roma, più il supporto di tecnici di primo piano. A Roma abbiamo mille problemi: tanto per dirne alcuni siamo in un eterno “dopo Malagrotta”; trasporti al collasso; bilancio fermo, centro storico strozzato e se non si sbrigano a disattivare la ZTL andremo coi cacciaviti a smontare le telecamere. Per dirla alla romana: al sindaco “je deve regge la pompa”.

giovedì 5 marzo 2020

FDI: FALLIMENTO FILOBUS EUR-TOR PAGNOTTA




Otto tweet: tanti, da quando indossa la fascia tricolore, Virginia Raggi, sindaco di Roma, ne ha postati dedicandoli ai filobus di Tor Pagnotta, quelli del corridoio della mobilità Eur Laurentina-Tor Pagnotta. Otto tweet indicano un tema sul quale i 5Stelle a Palazzo Senatorio hanno investito molto. Eppure, stando a quanto denuncia Fratelli d’Italia, i filobus mancano e quelli che ci sono funzionano male.
Andiamo per ordine. Il Corridoio Eur-Tor Pagnotta è stato ideato nell’epoca di Veltroni sindaco, quando si pensò di non collegare aree fra loro distanti e con una densità abitativa disomogenea prolungando la metro B ma creando un corridoio della mobilità da far percorrere ai filobus.
I problemi iniziarono rapidamente e, già sotto Alemanno, le opere infrastrutturali rallentarono molto accumulando anni di ritardo. Cui si sommò anche il ritardo determinato da un’inchiesta della Procura di Roma su tangenti pagate proprio sulla fornitura dei filobus. Finì condannato in primo grado l’ex ad di Eur SpA, Riccardo Mancini. Mancini morì pochissime settimane dopo il verdetto mentre Alemanno, inizialmente inquisito, fu poi prosciolto da ogni accusa. Arrivati con lentezza biblica i filobus, l’Amministrazione Raggi, in attesa che il Corridoio Eur-Tor Pagnotta fosse completato, mise in strada le vetture su altre linee.
A inizio luglio dello scorso anno, finalmente, dopo un ritardo ultradecennale, i filobus hanno iniziato a circolare.
Secondo Fratelli d’Italia, però, le cose non funzionano: nella rimessa di Tor Pagnotta sono in servizio solo 13 vetture sulle 45 previste. Non solo. Ma, sempre secondo FdI, nella rimessa non esiste una figura di riferimento dedicata ai filobus e la riserva, vale a dire un autista o una vettura che rimangono in deposito a disposizione in caso di problemi, non è regolamentata. Tanto che, a volte, vengono soppressi filobus in uscita il pomeriggio per mancanza di altre vetture. La denuncia del partito della Meloni è piuttosto circostanziata: sulla linea 90 si impiegano vetture a metano con consumi eccessivi, anche di 2 km al litro, mentre non si possono sostituire filo vetture sulla linea 74 con le vetture a metano. Peraltro, la corrente su alcuni tratti della laurentina manca da un mese senza che nessuno conosca la reale motivazione obbligando a marciare a gasolio. 
Presenteremo un’interrogazione in Campidoglio per chiederne conto alla sindaca Raggi, la mobilità capitolina ennesimo fallimento giunta 5 Stelle”, dicono i capigruppo di FdI in Campidoglio, Andrea De Priamo, e in Regione, Fabrizio Ghera.

giovedì 16 gennaio 2020

IL FILOBUS SI SPEZZA A METÀ



Martedì sera, intorno all’eroe 20, c’è ancora il blocco della circolazione attivo valido anche per i diesel euro6. La giornata è stata pesante: mattinata con metro A e metro C a singhiozzo. Roma-Viterbo che registra l’abituale cancellazione di corse. Su via Nomentana, direzione Monte Sacro, sta passando uno dei filobus in servizio sulla linea 90. Forte rumore, stridio, metallo accartocciato: si rompe una “ralla”, vale a dire uno speciale cuscinetto che serve a ridurre il carico sui pezzi in movimento. E le due parti del filobus si rompono: praticamente, e semplificando assai, è un po’ come se si fosse rotto il gancio che tiene unite le due parti del lungo veicolo. Risultato: la “fisarmonica” di gomma del mezzo è contorta e allungata, tubi vari tranciati, la parte rimorchiata dei veicolo che struscia a terra e mezzo fermo.
Come fin troppo frequentemente accade anche quando i bus si incendiano, la bravura dell’autista è stata fondamentale per evitare che ci fossero feriti. 
Note ufficiali l’Azienda non ne ha rilasciate confermando quanto la trasparenza di Atac sia relegata a favoletta buona per qualche anima naïf. Quel poco che trapela è che il veicolo fosse uno di quelli nuovi, messo in pista dalla Raggi nel 2017 e che, come d’abitudine, verrà condotta un’inchiesta interna di quelle che poi si perdono nel nulla, tanto che, quando se ne chiede il conto, Atac non fornisce nessun dato
L’indagine verrà comunque anche estesa agli altri veicoli filobus della flotta per capire se si è trattato di un caso unico o se c’è qualche difetto di fabbrica nell’intero lotto.
Come d’abitudine appena c’è un problema, silenzio più totale da parte di Virginia Raggi e, sulla stessa linea comunicativa dell’ex assessore Linda Meleo, dell’assessore alla Mobilità, Pietro Calabrese. Cercando sui loro account social le ultime esternazioni in materia di filobus si risale su twitter al marzo 2017 per Calabrese e al settembre 2018 per la Raggi. Su Facebook, la pagina del Sindaco riporta a giugno 2019 l’ultimo post sui filobus e quella di Calabrese a ottobre 2019 con un post si attacco a Matteo Salvini in visita al deposito Atac di Tor Pagnotta dice sono ricoverati i filobus. Per il resto, come sulle scale mobili e sugli altri abituali disservizi, il silenzio: se non ne parlano, il problema non esiste. 
Il filobus rotto martedì sera fa parte del lotto dei 45 veicoli ordinati all’epoca di Alemanno sindaco e finiti al centro di una inchiesta giudiziaria per tangenti. L’inchiesta della Procura di Roma - nata come una costola di una più vasta indagine su Finmeccanica - ipotizzava una tangente di 500mila euro a favore dell’ex ad di Eur SpA, Riccardo Mancini, già tesoriere di Alemanno nella campagna elettorale per le comunali 2008. Alla fine del processo, Mancini venne condannato in primo grado, maggio 2018, a 5 anni per estorsione (non corruzione) morendo per infarto un mese dopo. Alemanno, invece, venne prosciolto. 
Al di là dell’aspetto giudiziario, quei 45 filobus costarono alle casse di Roma Metropolitane 20 milioni di euro. Ed ebbero una vita “amministrativa” assai travagliata: due anni per essere consegnati a Roma, altri due abbondanti prima di esser messi in strada.

martedì 20 novembre 2018

STADIO 3/ SEI ANNI TRA DUBBI, RALLENTAMENTI, BUROCRAZIA


La partenza data dal lontano 15 marzio 2012, in Campidoglio sedeva ancora Gianni Alemanno: alla guida della As Roma c’era ancora Thomas DiBenedetto. E fu lui a dare l’incarico alla società Cushman & Wakefield di trovare l’area dove progettare la realizzazione dello Stadio. Tor di Valle fa il suo ingresso il 30 dicembre 2012 con l’accordo fra Pallotta - subentrato il 28 agosto a DiBenedetto alla guida della As Roma - e il costruttore Luca Parnasi che, nel 2013 a fine giugno, chiude l’accordo definitivo con la Sais di Gaetano Papalia, proprietaria dei terreni e dell’ippodromo. 

IGNAZIO MARINO SINDACO
Nel frattempo in Campidoglio è arrivato Ignazio Marino ma occorrerà attendere fino a dicembre 2013, con l’approvazione della legge finanziaria che contiene i famosi tre commi passati alla storia come “legge Stadi”, perché il progetto prenda corpo.
Il 29 maggio 2014 Eurnova deposita ufficialmente il progetto. A fine luglio il Comune apre la Conferenza di servizi preliminare e, il 4 settembre 2014 la Giunta Marino adotta la delibera di pubblica utilità che inizia il suo iter di approvazione andando nelle Commissioni e ai Municipi per arrivare, il 22 dicembre all’approvazione finale in Aula Giulio Cesare.
A giugno 2015 arriva negli uffici comunali una bozza del progetto definitivo che viene rispedita al mittente con 101 prescrizioni. Il 31 ottobre Marino viene sfiduciato con le dimissioni della maggioranza dei consiglieri comunali. 

IL PREFETTO TRONCA
E arriva il prefetto Francesco Paolo Tronca come commissario. Rimarrà in carica fino all’elezione di Virginia Raggi, il 22 giugno. Formalmente è lui però a ricevere il progetto definitivo che viene depositato il 31 maggio 2016.

VIRGINIA RAGGI SINDACO
Sale la Raggi in Campidoglio portandosi appresso Paolo Berdini come assessore all’Urbanistica. Presentato dalla stessa Raggi come “nemico dei palazzinari”, Berdini è soprattutto nemico giurato del progetto che si trova sul tavolo. Appena insediato (7 luglio) Berdini fa eseguire un check su ogni aspetto del progetto ma, nonostante alcune sbavature contenute in una relazione del Dipartimento Urbanistica che avrebbero potuto giustificare un nuovo rinvio al mittente, l’Assessore decide, il 29 agosto, di inviare il progetto in Regione per l’apertura della Conferenza di Servizi decisoria che viene convocata il 12 settembre 2016.
Il 16 settembre la Giunta Raggi approva la “Memoria Berdini” sullo Stadio che contiene tutti gli step da compiere per giungere all’approvazione finale. Non ne sarà fatto neanche uno. 

LA PRIMA CONFERENZA DI SERVIZI
A inizio novembre cominciano le sedute della Conferenza di Servizi che andrà avanti a singhiozzo scavallando le dimissioni di Berdini da assessore (15 febbraio 2017), cacciato dalla Raggi dopo una sciagurata intervista, e la richiesta di apposizione del vincolo sulle tribune avanzata dalla soprintendente Margherita Eichberg (15 febbraio). Mancando, però, l’approvazione della variante urbanistica in Campidoglio (uno degli atti previsti dalla Memoria Berdini), la Conferenza si chiude il 5 aprile bocciando il progetto. 

IL NUOVO ACCORDO ROMA-CAMPIDOGLIO
Nel frattempo, però, il 24 febbraio la Roma, Parnasi e la Raggi chiudono, con la mediazione dell’avvocato Luca Lanzalone, un nuovo accordo: via alcune opere pubbliche (Ponte di Traiano e soldi per la metro) per tagliare le torri di Libeskind. Si apre l’iter in Campidoglio per questo nuovo accordo che termina con la nuova delibera di pubblico interesse approvata il 14 giugno 2017. Il giorno dopo viene archiviato anche il vincolo Eichberg. 
Si riparte con la seconda Conferenza di Servizi che la Regione convoca il 15 settembre e che si concluderà il 5 dicembre con il via libera con prescrizioni.

L’ARRESTO DI PARNASI
Il 12 aprile 2018 in Campidoglio parte l’iter per l’approvazione della variante urbanistica che, però, si arresta poco prima del voto: il 13 giugno il Giudice per le Indagini preliminari, su richiesta della Procura di Roma, ordina l’arresto di Luca Parnasi, cinque suoi collaboratori, di Luca Lanzalone e di altri politici. Il progetto si ferma e ripartirà solo a fine settembre. 


domenica 28 ottobre 2018

RAGGI, LE FAVOLETTE NON BASTANO PIÙ

Quella di ieri potrebbe essere la giornata che segna l’inizio della fine del regno pentastellato a Roma.
No, non per la manifestazione di protesta di #Romadicebasta. Che pure è di grande importanza. Ma per la reazione ad essa.
Una reazione scomposta - come tutte le reazioni a un qualcosa che non si era messo in cantiere e, quindi, essendo imprevisto è mancante degli anticorpi - ma soprattutto una reazione miope.
Roma va male. E sì, non è certo colpa di Virginia Raggi. O, meglio, non solo colpa di Virginia Raggi perché lei e i suoi hanno delle responsabilità enormi, colossali. 
In primo luogo, responsabilità strategiche: nessuno di loro ha una visione di Roma. C’è solo la corsa alla toppa, al momento, all’emergenza. 
Mi spiego: nella visione di lungo periodo di Veltroni le Vele di Calatrava costituivano (avrebbero dovuto costituire) un elemento di sviluppo di un quadrante di Roma. 
Durante il Governo Alemanno, c’era l’idea di buttar giù e ricostruire con nuovi criteri Tor Bella Monaca
Con Marino, si sceglie di appoggiare Tor di Valle perché si ritiene che lo sviluppo di Roma debba andare lungo l’asse di Fiumicino. Giuste o sbagliate che fossero, erano visioni del futuro di questa città.
E la Raggi? Qualcuno sa cosa intende fare delle periferie? Quale sarà l’asse di sviluppo urbano del prossimo decennio (non potendosi pretendere un tempo più lungo per carità cristiana)? 

Poi ci sono le voragini di pensiero di teatro: Atac, Ama, IPA, Adr, e il restante universo delle Municipalizzate. Che ne vogliamo fare? Slogan e frasi fatte non bastano più. Vanno bene per vincere le elezioni (forse) e poi per un primo breve periodo. Dopo di che, occorrono i fatti.
La Raggi, ad oggi e ammesso che poi vada tutto bene, passerà alla storia solo per il concordato fallimentare di Atac. Del resto, non c’è traccia alcuna. 
Ci viene raccontato dall’universo pentastellato che ci sono due elementi su cui tutto il loro concetto di mondo si può fondare e può funzionare, Roma compresa: onestà e gare d’appalto.
Per le gare d’appalto (e con esse la democrazia diretta che, per loro, funziona solo su Rousseau) basta vedere come non funzionano le cose. Il referendum su Atac dell’11 novembre la Raggi lo sta letteralmente boicottando in ogni modo possibile e immaginabile: non c’è traccia alcuna, a pochi giorni dal voto, né di informazione né di propaganda. 
L’unica cosa che vediamo è che, con fastidio, quando è stata incalzata, la Raggi ha risposto solo che è un referendum consultivo. 
E, quindi? Oltre che, magari, auspicare che non si raggiunga il quorum del 30% degli aventi diritto al voto, se dovesse andare male e vincessero i “sì” (con quorum superato)? Che farà? Ne terrà conto o farà il pesce in barile e se ne fregherà?
Per le gare d’appalto, poi, non ne parliamo: il deserto. Ritardi, incapacità, bandi ritirati e ripresentati e ritirati (vedasi le rimozioni auto), bandi deserti e una città ferma. Nessuno, nessun imprenditore si fida più del Comune. E se non è solo colpa della Raggi, di certo lei e i suoi nulla hanno fatto di concreto per invertire la rotta.

Parlano gli industriali romani lamentandosi del fermo totale della città e lei risponde piccata che non è vero.
Parlano i commercianti di via Emanuele Filiberto o di viale Libia per lamentarsi dei problemi dei cordoli e la risposta dell’Amministrazione è che si tratta di gente che ama la doppia fila. 
Si lamentano i cittadini ovunque dei rifiuti, ma la colpa è di Zingaretti (salvo poi essere sconfessati dal tuo stesso Ministro dell’Ambiente).

Insomma, nella più classica strategia mediatica, è sempre colpa di qualcun altro e quando proprio non si riesce a trovare un credibile capro espiatorio, allora è il vecchio che torna, mafia capitale che riciccia, e le signore borghesi con il barboncino al guinzaglio. Insomma, si cerca solo il facile nemico

Ecco, l’errore - e, caro Padellaro, no, la Raggi i suoi bonus se li è giocati da molto e non può essere solo la tua atavica paura del mostro fascista la ragione per tenere in piedi per altri 2 anni e mezzo questa combriccola di perfetti incapaci - che ieri tutto il gruppo comunicazione 5Stelle ha fatto è stato quello di etichettare le 5 o 10mila persone che hanno manifestato contro l’Amministrazione comunale come un gruppo di piddini travestiti e spogliati di bandiere e stemmi di partito. 
Non è così. Certo, c’erano quelli del Pd. Ma c’erano quelli che lavorarono con Alemanno. C’erano leghisti. E c’erano i rilanci sui social di Fratelli d’Italia. Di Forza Italia. E di gente che non si è mai politicamente qualificata. Non è che godi di un presunto (e sedicente) diritto di primogenitura, sai? 
Anche gli altri, possono parlare, contestare, manifestare e, pensa - guarda un po' com'è strana quella forma di governo che chiamiamo democrazia - possono farlo anche gli sconfitti alle elezioni. Vincere le quali non ti assegna nessun diritto divino, non hai un'investitura del Padreterno e nemmeno quella del popolo: hai vinto le elezioni con una maggioranza, spesso risicatissima, di voti!
La ricerca del nemico odiato - il Pd nel caso della Raggi, Barillari, Stefàno, e di tutti gli altri peones 5Stelle che hanno infiorettato questo pensiero, compresi i troll con le stelline nel nome - significa non capire che stai fallendo. Che la gente è stufa. 

È stufa degli alberi che cadono tutti i giorni e sentirsi rispondere che stiamo monitorando. Ma cosa monitori? 
È stufa delle aiuole e delle aree verdi, degli spartitraffico, dei parchi dove erba e arbusti sembrano la foresta amazzonica. Ma stiamo facendo le gare. E quanto cazzo ci vuole? Sono 28 mesi che governi!
È stufa di aspettare un autobus per le mezze ore e sentirsi dire che è il migliore dei sistemi di trasporto pubblico possibile.
È stufa di scoprire che le telecamere a San Lorenzo non funzionano perché sono coperte da alberi  e rami e che da 28 mesi nessuno è andato a tagliarli nonostante reiterate richieste.
È stufa di avere Malagrotta sotto casa a ogni secchione ma leggere i post trionfanti di Virginia e Pinuccia che ci raccontano di aver fatto partire la differenziata per i due palazzi di via tal dei tali. 
È stufa di non vedere mai un vigile in strada a farsi il culo (e quando se ne trova uno, viene fotografato come un monumento raro) e farsi prendere per il culo quando usa il servizio “io segnalo”.
È stufa di vedere in metro i saltafila senza mai che vi sia qualcuno che interviene. 
È stufa delle buche in strada, sui marciapiedi, delle strade riattappate con lo sputo dopo i lavori.

Come accaduto con Alemanno prima e Marino poi, anche la Raggi si è candidata lanciando una serie di parole d’ordine e di slogan che hanno alzato l’asticella delle attese dei romani. E quando a una grande aspettativa subentra una delusione, questa diviene una grande delusione
Alemanno - fra le varie - venne eletto perché prometteva un sistema diverso da quello che per 15 anni aveva governato la città. Ha fallito.
Marino fu una sorta di reazione ad Alemanno: venne scelto prima ed eletto poi perché prometteva contemporaneamente la discontinuità tanto dal duo Rutelli/Veltroni (e apparati) quanto da Alemanno. Ha fallito.
La Raggi viene eletta ugualmente come reazione tanto ai primi 15 anni di Pd, quanto ad Alemanno e a Marino. E sta fallendo. 
Fallendo perché banalmente non è capace politicamente (lei e i suoi, sia chiaro, si parla della Raggi ma si indica l’intero M5S capitolino) di gestire l’ordinario e non ha una visione di lungo periodo. Ha qualche banale parolina d’ordine che, però, nell’immediato non funziona più e va bene solo per qualche troll da social.

Credere ed etichettare chi protesta - per la cronaca: mai da quando c’è l’elezione diretta dei sindaci, si è vista una manifestazione di tale imponenza, di sabato mattina (manco a dire che c’era da fare sega a scuola o al lavoro), all’ora di pranzo, convocata senza bandiere di partito né settoriale (classico sciopero per un motivo speficico), contro il Sindaco e la sua Amministrazione tout court - semplicemente come un reduce Pd è sciocco, riduttivo, banale e superficiale. E significa che hai perso il contatto con la realtà: stai iniziando anche tu a credere alle favolette che racconti in giro? 

C’è la data del 10 novembre che incombe. Personalmente penso (e spero) che la Raggi non sarà (sia) condannata. Ma, se lo fosse, stando ai regolamenti interni 5Stelle dovrebbe dimettersi. Già si parla di qualche escamotage per evitare il voto: cazzate tipo togliere il simbolo, votazione su Rousseau o magari una nuova modifica al regolamento interno (che diverebbe una “lex ad Raggiorum”?). Se si arrivasse a un artificio simile, questo sarebbe un colpo feroce alla (scarsa) residua credibilità Cinque Stelle. Se si dimettesse, sarebbe assai arduo scommettere su una riconferma dei pentastellati in Campidoglio. 

Ma - 10 novembre a parte - se non riesci a renderti conto che la città è totalmente fuori dal tuo controllo, che non riesci ad incidere in nessuna delle tue iniziative, se i suoi collaboratori stretti (leggi Assessori) palesano tutti i loro limiti, magari perché rispondono ad altri e non al Sindaco, ecco, allora dovresti interrogarti sul tuo fallimento. E non sulla protesta. 
E, men che meno, battezzarla così scioccamente come una protesta Pd. 


A proposito: il Pd se lo sogna di riuscire a portare in piazza tutta quella gente.

venerdì 10 agosto 2018

AMMINISTRAZIONE RAGGI, DUE ANNI DI FALLIMENTI EPOCALI

Il sette luglio scorso l’Amministrazione Raggi ha “festeggiato” il biennio in carica: era, infatti, il 7 luglio 2016 quando la Giunta si è presentata in Aula Giulio Cesare per l’insediamento ufficiale.
Due anni e sembran due secoli. 

ASSESSORI, CARNE DA CANNONE AL FRONTE
Si è perso il conto degli Assessori che si sono insediati: rivedere la foto di quel giorno è  “similabbile” - per perculare un po’  la Taverna e il suo forbito eloquio - a vedere una foto di qualche reggimento in partenza per il fronte nel 1914. La “mortalità”, in questo caso politica fortunatamente, è da record. Di fatto, fare l’Assessore con i 5Stelle è essere carne da cannone. 

MANAGER NEL TRITACARNE DELL’INCOMPETENZA
Pasquale Cialdini lo aveva nominato la Raggi per fargli guidare Roma Metropolitane. Il compito - stando alla propaganda della prima ora targata grillini romani - era liquidare la società considerata uno spreco anche se lui ci tiene a sottolineare di aver detto sin dal primo momento che non era un commissario liquidatore ma un ingegnere e che lui le cose le costruisce non le distrugge. 
Passano due anni (scarsi) e Cialdini si dimette in polemica costante e continua con la Raggi. Ora scopriamo che l’inversione a U della Raggi e dei suoi è perfetta: Roma Metropolitane avrà, nel suo futuro contratto di servizio, i soldi per progettare le due fenomenali funivie, quella di Battistini che nei rendering del MinCulPop pentastellato
dovrebbe avere un capolinea da costruire al posto della piscina comunale La Cupole (i cui manager non sanno ovviamente nulla), e quella di Jonio a Montesacro. 
Cialdini è l’ultimo manager tritato dalla Raggi e dai suoi assessori a scadenza corta tipo yogurt: l’elenco è sterminato di gente che è venuta a Roma da altre città con idee per provare a rilanciare chi Atac, chi Ama, chi Farmacap, chi Assicurazioni di Roma e via discorrendo. E che sono stati ridotti a polpettine dai cambi di umore isterico di una maggioranza incapace di fare altro che due tweet.

GRANDI OPERE SÌ, NO, FORSE, MAGARI, CHISSÀ 
La bussola di questa Amministrazione è impazzita. Non punta al nord. Punta dove tira il vento. Dove soffia il tweet, dove c’è l’hashtag migliore. 
La Metro C è l’esempio più lampante: era lo spreco, anzi, il simbolo degli sprechi. Ora la vogliamo mandare avanti. Meglio tardi che mai. Parigi progetta altri 200 km di metropolitane nella regione periferica, in grado con 68 stazioni nuove, di collegare su ferro l’intero hinterland metropolitano. Cinque nuove linee che si sommeranno alle 14 metro già esistenti (più due linee bis) e alle 5 di RER. 
Noi abbiamo perso due anni. Due anni di tentennamenti, di “la facciamo sì o no?”, di “dove passiamo?”. Adesso stiamo all’ennesimo censimento. Una Giunta che vive di censimenti infiniti, nel senso che mai hanno fine. Censiscono gli alberi, che continuano a cadere. Censiscono gli alloggi, i negozi, le strutture ma tutto resta come prima. Salvo qualche spolveratina da dar da bere ai gonzi coi profili twitter pieni di stelline che, poi, li vedi e 1 su 100 vive a Roma gli altri 99 (ammesso che siano individui in carne ed ossa) vivono ad almeno 400 km dalla Capitale. Censiscono il tracciato, rivedono tutto ma non prendono una decisione. E il tempo passa. Passano i mesi e, appunto, siamo a due anni. E sembra sempre il primo giorno dopo l’insediamento. 

OPERE PRIVATE: CHISSÀ, MAGARI, FORSE, NO, SÌ
Speculazzzzzzione, no al cemento, morte ai palazzinari. Poi le interviste si fanno col giornale di proprietà dell’(ex) nemico pubblico numero 1. L’importante, però, è far credere. Sempre ai gonzi di prima, però. Perché chi sta a Roma, dopo due anni, aspetta ancora. Aspetta l’UCI Cinema Fermi che ha portato il Comune in Tribunale e ha vinto. In faccia a quegli attivisti che credono ancora che il privato investa per beneficienza. 
Lo Stadio della Roma è l’esempio migliore di questa schizofrenia decisoria. Ora è l’ultimo progetto privato che è rimasto in piedi ma all’inizio era l’epitome del male assoluto. E la Raggi scelse Berdini per fare l’assessore all’Urbanistica. Alzi la mano chi ricorda la presentazione, a Ostia, di Paolo: “il nemico dei palazzinari”. Il Berdini nemico, sin dal primo momento, del progetto Stadio. Un progetto che - parole sue - non aveva mai letto. Ma che avversava senza sosta. 
Berdini Paolo, un altro che ancora non ha capito la differenza fra governare e fare opposizione, fra fare l’intellettuale con lo spritz e l’assessore che deve dare risposte. Le sue furono tutti no. 
No allo Stadio. No alla Città dei Giovani. No alle Torri dell’Eur. No a via Guido Reni. No ai Mercati Generali. No alla Fiera di Roma. Solo no. Ovviamente, tutti con un motivo nobilissimo: progetti troppo sbilanciati per il privato, senza verde e da bloccare per rifarli da capo. E stigrancazzi se c’erano soldi pronti e cantieri da aprire, posti di lavoro da creare. Il meglio doveva trionfare sul bene. 
Qualcuno ricorda che Berdini era anche assessore ai Lavori Pubblici? Credo nessuno. E i suoi mesi al governo della città in questi due settori chiave li stiamo pagando a carissimo prezzo. Nessun progetto di lavori pubblici, non una manutenzione, non un programma. Otto mesi buttati nel cesso. E per l’urbanistica, cause su cause, rallentamenti e problemi. Che, Luca Montuori, il successore del degno Berdini, fatica ancora a far ripartire.

LO STADIO: EPITOME DEL GOVERNO DEGLI INCAPACI
Lo Stadio, dicevamo. Prima era no. E Berdini fa di tutto per affossarlo. Poi diventa sì. E i corifei del “no” di ieri - Raggi, Frongia, Stefano, De Vito - diventano gli alfieri dell’ultimo hashtag “#unostadiofattobene”. Che di fatto bene non ha davvero nulla. 
Prima lo volevano cancellare: lo disse la Raggi a RadioRadio “cancelliamo la delibera di pubblico interesse”. Poi, quando si accorsero che cancellarlo rischiava di farli passare alla storia non solo come gli idioti più incapaci che mai si fossero assisi sugli scranni del Campidoglio, ma anche come quelli che il Campidoglio lo avrebbero portato al fallimento, arrivò la grande menzogna. 
La grande menzogna narrata al mondo era il favore al costruttore, Luca Parnasi. Berdini fa rifare tutti i conti. Era convinto, Paolo, di questo regalo. Era certo che riguardando ogni singolo parametro avrebbe identificato una cementificazione selvaggia e superflua, tolta la quale lo Stadio (e solo lo Stadio) si sarebbe anche potuto fare ma senza tutta quella quantità di cemento. Quello era il regalo: nascondere la speculazione sotto il manto delle opere pubbliche. 
Epperò, fatti i conti, rivista la SUL, le dimensioni, i perimetri, i valori e ogni singolo cazzo matematico/urbanistico, ecco che si disvela quanto illusoria fosse la grande menzogna: non c’era nessun regalo. L’importanza economica delle opere pubbliche imposte da Caudo a Parnasi e alla Roma era tale da essere compensata con giustezza dalla cubatura stabilita.
Che fare? Occorreva portare a casa qualcosa, un risultato qualsiasi. La Raggi non poteva certo andare dai sostenitori cinguettanti di Brescia e di Palermo e dire loro che aveva ragione Marino e che lo Stadio va fatto con quel popò di cemento. Quindi, tagliamo le torri, assurte a nuovo simbolo del male. 
Come fare? 
Ma ovvio: tagliamo le opere pubbliche. E diciamo che questo è uno stadio fatto bene. Anzi, come hashtag su twitter funziona benissimo. E inauguriamo la politica buona per i cinguettii.
Quindi, Paolo nostro racconta a quelli che credono alle scie chimiche che siccome c’è il Ponte dei Congressi non serve quello di Traiano. E che è inutile fare un pezzo di metropolitana. Facciamo che siccome la linea Roma-Lido è della Regione che ha soldi del Governo per rimetterla a posto, ci facciamo bastare quello. Quindi, via 50 milioni per la metro. E via 100 milioni del Ponte di Traiano. Centocinquanta milioni di euro di minori opere pubbliche corrispondono più o meno esattamente al valore delle tre torri in termini di cemento. 
E chi cazzo se ne frega se poi la gente rimarrà imbottigliata nel traffico, tanto per quando lo Stadio sarà inaugurato il Sindaco sarà per forza un altro, mica la Raggi che è al secondo e ultimo mandato. Quindi, noi scriviamo una nuova delibera che lascia invariata la scatola (50% di tifosi col TPL) ma che la svuota di ogni contenuto. In più tagliamo le opere di mobiltà privata, eliminando il ponte. E così possiamo tagliare le famigerate Torri. 

La Roma è contenta che avrà lo Stadio senza portare il Campidoglio in tribunale.
Parnasi è contento che il suo affare lo fa e lo paga molto meno di prima in termini di opere pubbliche.
E l’Amministrazione 5Stelle si può rivendere il grande successo a suon di hashtag.

Ora, non è che la Raggi deve dare retta alla stampa che da mesi scrive che l’opera rischia di essere insostenibile per la mobiltà e la sicurezza. Ma neanche quando arrivano le intercettazioni (Parnasi che dice ai suoi di non parlare dei futuri problemi di traffico causati dalle decisioni della Raggi), si accende la lampadina. 
Sì, il dubbio è venuto. Ma invece di passare alla storia come un Sindaco lungimirante che comprende un errore fatto magari in buona fede ma comunque compiuto e lo corregge, l’Amministrazione Raggi va alla ricerca del bollino blu. Ci aveva provato con l’Anac di Cantone, trasformato in una specie di lavacro assolutorio preventivo. E Cantone le aveva risposto che Anac non rilascia bollini. E la storiaccia di chiedere al Politecnico di Torino (chissà poi scelto come e perché quello e non altri) un check sul traffico non è per fare una seria verifica scientifica.
No. 
È solo per avere la certezza che quei due striminziti studi sul traffico non siano taroccati. E non lo sono, ovviamente. Li hanno già rincontrollati in duemila in Conferenza di Servizi. E figurati se sono taroccati: il software l’ha fornito il Campidoglio. I dati di partenza sul traffico pure. C’è poco da barare. Anche perché Parnasi le cose che non vanno le ha messe nero su bianco.  
L’epitome del governo dato in mano agli incapaci è tutta nello Stadio. Che a fine inchiesta giudiziaria - non prima, inutile illudersi - riprenderà il suo iter da dove s’è interrotto. E che fra tre o quattro anni, quando aprirà, ci lascerà tutti in coda.

E LA CHIAMANO ESTATE...
Da molti anni - sostanzialmente dalla seconda consiliatura Veltroni - Roma ha un rapporto piuttosto conflittuale con i suoi alberi. Crollano. Crollano perchè molti sono vecchi, hanno raggiunto i limiti di vita. Molti altri hanno le radici danneggiate da scavi e controscavi. Altri si sono ammalati, come capita, purtroppo. Io ricordo il censimento delle alberature fatto da Veltroni. Quello di Alemanno. Quello di Marino. E quello della Raggi. 
Ogni Sindaco e ogni Giunta hanno avviato il censimento e monitoraggio delle piante. Che continuano a cadere. 
Ora, quindi, le cose sono due: o chi ha fatto il monitoraggio ha preso bellamente per il culo ogni Sindaco dal 2006 a oggi. Oppure, dopo i monitoraggi il nulla. 
Solo che la novità di quest’ultima estate è che gli alberi cadono anche senza piogge. Senza vento. In piena estate. Almeno negli anni scorsi succedeva in concomitanza con grandi eventi meteo. Ora succede e basta. 
A rinfrancar gli animi in questa estate torrida, poi, ci pensa la fervida fantasia di chi pensa che attrezzare un pezzo di lungotevere in una sorta di spiaggia sia bello e figo. 40 lettini quaranta: roba che il più piccolo degli stabilimenti di Ostia sembra Copa Cabana in confronto. Due doccette per puzza, ricavate in una specie di loculo tipo bagno chimico. Bagni... chimici che con questo caldo devono essere meravigliosi da usare. Niente ristoro. Niente bar. No wi-fi, niente acqua. Puoi solo vedere il “biondo” Tevere di fronte a te. 
Eppure era stato annunciato a dicembre. Ma, come per Spelacchio, l’improvvisazione regna sovrana in questa Giunta. Natale è una sorpresa. Anche se lo si festeggia il 25 dicembre più o meno da un paio di migliaia di anni. E così l’estate. A Palazzo Senatorio sarà stata una sorpresa scoprire che la stagione estiva a Roma si apre con la festività dei Santi Pietro e Paolo e si chiude più o meno a metà settembre! 
A dicembre l’annuncio. Il 4 agosto, l’apertura. Di una lettiera per gatti. 
E la chiamano estate...

RIFIUTI: IL FALLIMENTO DELL’UNIVERSITÀ DELLA STRADA
È sulla questione rifiuti che la Raggi sta riuscendo a dimostrare - più dei suoi ministri Di Maio, Toninelli e Grillo - quanto l’università della strada (o se preferite la rete) formi dei perfetti incompetenti. E per di più arroganti.
In sintesi: la produzione di rifiuti diminuirà. Lo dice la Raggi nei suoi documenti. Quindi, sostiene, aumentando la differenziata non ci sarà bisogno di nuovi impianti, basterà far funzionare gli esistenti. 
Poi, dati alla mano: la produzione totale di rifiuti aumenta, invece che diminuire. La differenziata marcia a passo di lumaca e, stime Legambiente, con questi ritmi ci vorranno 191 anni per coprire l’intera città con la differenziata.
Si progettano due nuovi impianti per il trattamento dell’umido. Quindi, impianti che non riguardano l’indifferenziato (la quota maggiore di rifiuti) ma una percentuale piccola del differenziato. Due impianti la cui progettazione è stata consegnata da poco alla Regione per il via libera (dopo due anni di governo cittadino) che saranno insufficienti a trattare l’organico prodotto in città anche quando la differenziata sarà al massimo delle sue potenzialità. E che, per di più, sfruttano la tecnologia aerobica, vecchia, costosa e superata. Un capolavoro.
Però, mentre Ama chiede di riaccendere gli inceneritori esistenti, il Comune rimane contrario a realizzare nuovi impianti. 
Però importante è liti gare con la Regione di Zingaretti, almeno resta un (reciproco) nemico da additare al pubblico ludibrio per il lupanare mefitico che è Roma.
Ecco l’università della rete (o della strada): un mare di cazzate ripetute da una manica di cretini che non diventano vere per sfinimento. Ma restano false. E dimostrano come questa università sia un fallimento. 

LA CREDIBILITÀ QUESTA SCONOSCIUTA
Non è da sola, la Raggi, nell’impresa di demolire la credibiltà dell’Istituzione Campidoglio. È in ottima compagnia: di Gianni Alemanno e Ignazio Marino, almeno. E forse - ma l’argomento è più complesso - anche di Veltroni. 
L’inizio della distruzione della credibilità del Sindaco e, per estensione, dell’Amministrazione comunale inizia quando i Sindaci si dimenticano che devono governare la città e pensano ad altro. Pensano a passare alla storia e pensano alla politica nazionale. 
Quando la sinistra sceglie Veltroni per contrapporlo a Berlusconi, Veltroni smette di governare Roma (si potrebbe aprire un lungo e profondo dibattito su quale sia stato l’apporto reale di Veltroni nei suoi 7 anni da Sindaco al miglioramento sul lungo periodo di questa città, ma non è questo il tema). Le sue iniziative sono sempre più marginali e sempre più di pura visibiltà ma attente a non urtare sensibilità, a non farsi nemici, a tenersi tutti buoni. Questa politica è sempre stata seguita da Veltroni e potrebbe essere considerata inclusiva o inciuciva, dipende dai punti di vista.
Una serie di episodi di cronaca nera, non dipendenti direttamente da quanto un Sindaco possa o non possa fare ma nati su un substrato si sostanziale abbandono della città, spingono Veltroni a iniziative mediatiche sul tema della sicurezza. 
Tema che sarà sfruttato da Alemanno. E che per lui sarà un boomerang. 
Il Sindaco non ha poteri in materia di sicurezza pubblica. Né i Vigili Urbani sono una vera forza di polizia, al di là del valore di singoli agenti e ufficiali. Le politiche seguite negli anni hanno reso i vigili urbani più o meno esattori comunali in divisa, adatti a fare le multe e, al massimo, a dirigere il traffico. 
Con Alemanno vengono investiti di ruoli per i quali non sono sostanzialmente preparati e per i quali non sono neanche in numero sufficiente. Perché Alemanno pone al centro della sua azione politica prima di tutto la sicurezza. Cercando di dirigerla, senza poteri. E mettendoci la faccia. E perdendola, la faccia. Perché prima di parentopoli, c’è il fallimento delle politiche su Rom, prostituzione e illegalità varie patito dalla sua Giunta che lede l’immagine del Sindaco. 
Alemanno si era proposto come il nuovo, dopo 15 anni di governo cittadino ininterrotto dello stesso gruppo di potere (gruppo politico, gruppo di uomini, gruppo di idee, gruppo di boiardi). E aveva puntato le sue fiches più importanti sulla sicurezza e il decoro cittadino. La morte di 4 bambini rom nell’incendio delle loro baracche, segna sostanzialmente la fine della politica del pugno duro. 
Il fallimento, dopo due anni di buoni successi, degli effetti dell’ordinanza antiprostituzione segna la sconfitta sul decoro prima della sentenza della Consulta che dichiara l’illegittimità del Decreto Maroni sulla reiterazione delle ordinanze dei sindaci. 
Poi arriva la neve. E poche cose come quel foglio agitato davanti alle telecamere con voce chioccia e parlata biascicata e incomprensibile di Alemanno ne danneggiano l’immagine: “chiàmoesssército” finisce per rendere il Sindaco di Roma una macchietta.
Poi, dopo, arriveranno Parentopoli e, ancora dopo - ma già non è più Sindaco - le accuse di corruzione. 
Quando scoppia Parentopoli, la capacità di smentita di Alemanno come politico è già scesa dopo le prove su sicurezza, prostituzione e decoro e, infine, neve. E la scelta della linea di difesa su Parentopoli stronca definitivamente la credibilità personale di Alemanno. Lui e il suo gruppo appaiono - vittime anche della vicenda Fiorito e delle dimissioni della Polverini dalla guida della Regione - più o meno direttamente, nell’ottica popolare, arruffoni affamati di potere, poltrone, prebende e soldi. 
Poi arriva Marino. Il gioco questa volta non è quello della sicurezza. Ma quello dell’onestà. Lui è il primo a usare l’onestà come arma mediatica. E per lui il gioco è facile. Un quinquennio in cui Alemanno è stato comunque prima massacrato dalla grande stampa - e all’epoca i social erano appena all’inizio - dal primo all’ultimo giorno della sua avventura in Campidoglio e un quinquennio in cui lui stesso c’ha messo tanto di suo, fanno bene il gioco di Marino.
Che però di politica non capisce assolutamente nulla. 
Viene appoggiato dalla stampa: nessuno che faccia le pulci al suo programma elettorale. Promessa di 700 euro per uscire dai residence, promessa di 700 euro per le giovani coppie, promesse, promesse, promesse. Fatte davvero da un marziano. E non è un complimento: Marino non ha capito - ma chi lo circondava lo sapeva benissimo - che i bilanci comunali non avrebbero mai retto la quantità di promesse fatte. 
Poi la storia della Panda rossa. E, infine quella degli scontrini. In mezzo, prima mezzo Pd che finisce sotto la mannaia di Mafia Capitale, poi il Papa che, di fatto, lo “scomunica” politicamente in mondovisione (sarebbe più saggio tacere anche sui retroscena filtrati di quel “non ho invitato io il sindaco Marino. Chiaro?”, i rapporti con la curia romana, l’arroganza di chi, a petto dei cardinali, se ne uscì riferendo a se stesso come dell’interlocutore privilegiato del Santo Padre, e via discorrendo). 
Ognuna di queste cose distrugge la credibilità politica di Ignazio Marino. Che ci mette tantissimo del suo: litiga con i cittadini davanti alle telecamere. Insulta consiglieri e pubblico in Aula Giulio Cesare con comportamenti infantili che denotano un sempre maggior nervosismo. Si attacca alla gola con il suo partito. Gli assessori ruotano come palline nel flipper. Arrivano gli scioperi per Atac. Ama va sempre peggio e la città è sempre più sporca. 
Ma nulla come gli scontrini uccide la figura del Sindaco. Non si dà al popolino il diritto di sindacare se il Primo Cittadino al ristorante ordina un piatto o un altro, beve un vino o un altro. Il volgo sempre tenterà di abbassare chi è sopra. È una legge vecchia come la politica e solo un idiota poteva credere che mettendo online gli scontrini delle cene, il popolo sarebbe stato dalla sua parte. 
Il popolo che appoggia la scelta di una bottiglia di vino pregiato? Quando magari il proprio lo compra al discount?
E, anche fosse: vi sono attributi quasi sacri nella funzione che temporaneamente si è chiamati a svolgere. Svilire questi attributi significa distruggere quella funzione. E quando un organismo perde prima gli attributi sacri connessi con la sua funzione, finisce poi per perdere rapidamente anche la funzione stessa, divenendo inutile, superfluo e, alla fin fine, ghigliottinabile. Chiedere alla nobiltà di Francia e a Luigi XVI come va a finire la storia. 
L’aveva fatto Alemanno quando aveva consegnato una macchietta ai comici. 
Lo fa, anche peggio, Marino quando consente di farsi fare i conti in tasca.
E quando se ne andrà, la sua resistenza dell’ultimo minuto sarà patetica. Una triste metafora dell’uomo che è entrato da solo in Campidoglio, scelto in quanto il più “vendibile” al momento e non il più adatto, e che esce da solo, senza nessuno (o quasi) dei suoi che lo appoggi.
Arriva la Raggi. Che sta riuscendo nell’impresa ciclopica di fare peggio di Alemanno e Marino. Non solo in quanto amministratrice della cosa pubblica ma in quanto personaggio politico.
Organizzare conferenze stampa con la claque, sfuggire alle domande dei giornalisti rifugiandosi, quando va bene, in frasi di circostanza ripetute a pappagallo e, quando va male, semplicemente non rispondendo ai quesiti, considerare più importante un post su facebook o un cinguettio su twitter perché sono facili da fare piuttosto che confronti e dibattiti seri, finiscono per rendere la figura del Sindaco un orpello. Tanto decidono i Marra, i Lanzalone, i Giampaoletti. 
Aver trasformato l’Amministrazione comunale in un mélange istituzionale di tipo assembleare è un altro errore che pagheremo carissimo in futuro. Non sono i consiglieri comunali che devono fare i regolamenti. Questo è compito degli Assessori, la cui funzione, altrimenti diventa assolutamente superflua. Né valgono quei video di una tristezza incommensurabile della Montanari (ieri della Muraro) a difesa di iniziative estemporanee e sbagliate (tipo la spiaggia sul Tevere) a ripristinare la funzione dell’Assessore. Non sono i consiglieri comunali che devono interloquire con le strutture di linea del Campidoglio: quello è compito degli Assessori. Mescolare queste funzioni le rende indistinguibili, fra loro sovrapponibili e sostituibili. E, come si sta vedendo, con pessimi effetti da un punto di vista amministrativo: bandi sbagliati e deserti perché basati su regolamenti sbagliati perché fatti da incompetenti. 

LA POLITICA DA STADIO: STIAMO DISTRUGGENDO IL FUTURO
Ancora: continuare ad innalzare il livello dialettico dello scontro politico, polarizzandolo e chiudendolo in una sorta di tifo da curva di stadio è l’ultimo tassello di questa distruzione della credibilità dell’Istituzione. Che è di tutto. Non è vero ciò che asserisce ciascuna parte che governa temporaneamente l’Istituzione e che riconosce solo a se stessa la rappresentanza esclusiva del cambiamento, dei buoni, degli onesti, dei competenti, lasciando agli altri (che l’hanno preceduta) la rappresentanza dei mafiosi, dei corrotti, degli incapaci, dei retrogradi. Ma continuare a dirlo, assegna banalmente una brevissima vittoria sul momento ma rende solo macerie di ciò che si lascia al successore. Che dovrà sempre più alzare la posta: non più gli onesti, ma gli onestissimi. E dopo? Dopo gli onestissimi?
Per altro e per inciso: la corruzione, la disonestà, la mafiosità riescono sempre, come procellarie per le tempeste, a fiutare il vento e si buttano sul futuro vincitore. Quindi, attenti vincitori di oggi che fra le vostre fila c’è già annidato il mafioso di turno. 
Uno dei più grandi errori metapolitici del Fascismo, un errore dal quale ancora non ci siamo ripresi, fu quello di identificare il Duce col Partito e il Partito con la Nazione. Caduto uno, distrutto uno, sono stati distrutti tutti: la Nazione, il Partito e il Duce. E se per i primi due è una vicenda (al di là della sua tragicità e del suo tributo di sangue) propria della politica, è l’identificazione della Nazione con i primi due elementi del sillogismo che ha distrutto in Italia il concetto di Nazione. Che oggi ritroviamo, per altro, come scimmiottatura sotto forma di “sovranismo”. 
Identificare se stessi, la propria parte non solo come il tutto (“gli onesti sono con noi”, “gli italiani sono con noi”, “i romani sono con noi”) ma come un tutto qualificato (“onesti”, “buoni”, “competenti”) contrapponendolo agli altri, genererà alla fine, insieme alla distruzione del governante pro tempore, anche la distruzione del concetto di buono, competente e onesto.