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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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martedì 24 marzo 2020

CORONAVIRUS; RAGGI A ZINGARETTI: "RIAPRIRE IL FORLANINI"


Riparte il giro di valzer sul Forlanini. Dal Campidoglio è partita ieri mattina una lettera diretta al presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e, per conoscenza, al ministro della Salute, Roberto Speranza. Firma: sindaco di Roma, Virginia Raggi, e presidente dell’Assemblea Capitolina, Marcello De Vito. Il che, politicamente, sottolinea come vi sia unità di intenti fra le prime due cariche della città e come la missiva sia il frutto di una decisione del Consiglio comunale.
Nel testo si allega la mozione che “l'Assemblea Capitolina ha approvato lo scorso 13 marzo” con cui “si manifesta l'acuta consapevolezza del ruolo essenziale di contrasto che sta svolgendo la sanità pubblica e della necessità che essa sia dunque potenziata”. Segue, quindi, l’elenco delle “strutture di alcuni nosocomi storici di Roma oggi dismessi” e cioè gli ospedali “Carlo Forlanini, Nuovo Regina Margherita, San Gallicano a Trastevere, San Giacomo in Augusta” come “possibili capisaldi nostra città”. Senza giri di parole, si chiede alla Regione di riaprire “queste strutture, rendendole di nuovo efficienti almeno in alcuni reparti e dotandole, in tempi urgenti, di strumenti e attrezzature indispensabili ad affrontare nell'immediato, l’epidemia in corso e per il futuro, esigenze di cura dei cittadini romani”. 
Poi una considerazione che sembra rivalutare il ruolo della sanità pubblica antecedente i tagli lineari decisi dalla presidenza Marrazzo in poi, ovvero quella Storace caratterizzatasi per l’apertura di Sant’Andrea, Tor Vergata e San Raffaele. “In questi anni, troppi presidi sanitari pubblici sono stati dismessi; si è trattato talvolta di strutture ancora efficienti o persino ristrutturate da poco. Oggi invece la realtà ci dice che dobbiamo assolutamente invertire la tendenza, dotando nuovamente il Lazio e Roma di una ricchezza sociale e di un servizio sanitario pubblico che, nel frattempo, per scelte che si sono rivelate inopportune, sono andati dispersi”. 
La lettera Raggi-De Vito spedita al governatore del Lazio, Zingaretti, e al ministro della Salute, Speranza

La mozione stata firmata dai consiglieri 5Stelle e da Stefano Fassina, di Sinistra per Roma, da Fratelli d’Italia e Lista Civica Meloni, e Lega. Contrario il Pd. 
Venerdì è prevista una seduta del Consiglio comunale, la prima in assoluto in videoconferenza per i consiglieri e trasmessa in streaming per il pubblico, con piattaforma tecnologica per il deposito di documenti da votare e procedure di voto online: un primato di funzionamento messo in piedi dalla Presidenza dell’Aula e dagli uffici tecnici in dieci giorni. La seduta sarà dedicata all’emergenza Covid ed è prevista una relazione del sindaco, Virginia Raggi. Radio Campidoglio riferisce di una Raggi molto preoccupata per la possibilità che a Roma si verifichi quanto sta drammaticamente avvenendo a Madrid o a Bergamo con un’esplosione incontrollata della pandemia. E il risentimento nei confronti della Regione Lazio - in questo senso va letta anche questa lettera a Zingaretti - è legato alla decisione di aprire piccoli centri ospedalieri dedicati al Covid invece di aprirne uno grande, tipo quello di Milano. Per altro, a differenza del capoluogo lombardo, senza avere la pressione dell’emergenza immediata ma potendo programmare. 



sabato 20 ottobre 2018

ECCO I PERCETTORI DEI VITALIZI MULTIPLI


Ci sono ex presidenti di Regione, ex deputati ed ex senatori nell’elenco - ristretto - di coloro i quali percepiscono più di un assegno vitalizio dalle Istituzioni. E c’è un manipolo di costoro che somma alla rendita perpetua della Regione e a quella di ex membro di uno dei due rami del Parlamento, anche quello di ex eurodeputato
Il conto, almeno per il Lazio, su quanti doppi o tripli assegni vengano effettivamente staccati e incassati non è facile da fare: su carta dovrebbero essere una trentina gli ex consiglieri regionali del Lazio che sono stati anche senatori o deputati o eurodeputati. In realtà, la verifica specifica è complessa perché non tutti gli elenchi sono pubblici - ad esempio non lo sono quelli degli ex deputati al Parlamento Europeo di Strasburgo per cui la verifica è sempre molto aleatoria - e perché alcuni hanno optato per la rinuncia a uno dei vitalizi. Esempio, Francesco Storace, ex presidente della Giunta Regionale del Lazio fra il 2000 e il 2005, ex senatore, ha rinunciato al vitalizio della Pisana. Altri - esempio il sindaco di Fiumicino, Esterino Montino, o quello di Santa Marinella, Piero Tidei - il doppio vitalizio lo percepiscono. 
Come spiega Montino l’assegno, anche doppio, è il frutto del “servizio reso nelle Istituzioni” magari per svariati anni. 
Nell’elenco dei percettori del doppio assegno, si contano tre ex presidenti della Regione Lazio: Giulio Santarelli (ex Psi), Sebastiano Montali (ex Psi) e Rodolfo Gigli (ex Dc). A loro si aggiungono gli ex Democrazia Cristiana Bruno Lazzaro e Paolo Tuffi, e per il Partito Repubblicano, si annovera il nome di Mario Di Bartolomei, assessore all’agricoltura nella prima Giunta regionale del Lazio nel 1970, poi presidente del Consiglio regionale fra il 1980 e il 1981 al quale spetta anche il vitalizio di Bruxelles essendo stato, fra il 1984 e il 1989, eurodeputato. 
Poi ci sono due ex del Partito Social Democratico, Antonio Muratore e Robinio Costi. Per quest’ultimo, però, l’assegno percepito fino al 2015 ha subito la decurtazione totale del vitalizio della Camera: Costi, nella sua qualità di assessore all’Edilizia al Comune di Roma all’inizio degli anni ’90 con la Giunta Carraro (passò alla storia per le polemiche sull’altezza del minareto della Moschea di Roma) venne condannato nel 1995 in via definitiva per tangenti. Per questo, nel 2015 la Camera gli ha revocato l’assegno ed ecco, quindi, perché il vitalizio rimasto a Costi è di “soli” 5291 euro netti al mese.
Nomi, sigle e episodi che rimandano alla Prima Repubblica. Per la Seconda, si contano Alfredo Pallone (FI-Ncd) e Stefano Zappalà (FI). Per ciascuno di questi trenta con il doppio vitalizio, il cumulo dei due assegni dovrebbe oscillare da un netto mensile di 5200 euro fino a 11.500. 
Poi c’è il computo di quelli che, come per il repubblicano Di Bartolomei, sono stati anche eurodeputati, oltre che consiglieri alla Pisana: il primo è Giulio Maceratini, 80 anni, già deputato (Msi e poi An) dal 1983 al 1994 e senatore dal 1994 al 2001 ed è entrato al Parlamento europeo, subentrando nel 1988 a un anno dal termine della legislatura ma maturando, comunque, il diritto all’assegno. Insieme a lui anche Fabio Ciani (Dc prima con un percorso politico che sfocia nel Pd), consigliere regionale prima, assessore poi, quindi presidente del Consiglio regionale, di nuovo assessore con Marrazzo, quindi prima deputato per 2 legislature (1996-2006) e dal 2008 eurodeputato subentrando a Luciana Sbarbati. Anche per lui, assegno triplo. 


venerdì 19 ottobre 2018

VITALIZI REGIONALI, "LIVORE CONTRO CHI HA SERVITO NELLE ISTITUZIONI"



La nuova frontiera politica pentastellata è il vitalizio. Aboliti nel 2012 quelli di Camera e Senato, era necessario comunque metterci mano ed è ciò che è avvenuto in Parlamento, agli uffici di presidenza, con un semplice riconteggio delle cifre. 
56 milioni di euro di risparmi, cinguettava l’armata mediatica 5Stelle, che divisi per i 6 milioni di poveri e per 12 mesi, fanno la faraonica cifra di 0,77 centesimi di euro a povero al mese. 
Quindi, ora, nel disegno della componente grillina del Governo, tocca mettere mano al portafogli delle Regioni e dei loro vitalizi per rimpolpare l’eccezionale risultato conseguito e arrivare, magari, a pagare un caffè al mese.
Dalle casse delle 20 Regioni escono poco meno di 150 milioni l’anno per pagare i vitalizi agli ex consiglieri. Anch’esse, nel periodo 2012-2013, operarono un primo consistente taglio, oscillante fra un -6 e un -18% delle cifre. Tra l’altro, per alcune Regioni come Toscana ed Emilia-Romagna è stato inserito il divieto di cumulo, per cui un ex consigliere regionale anche ex senatore o deputato, anche europeo, non potrà percepire tutti e due i vitalizi ma dovrà sceglierne uno solo. Sono 3500 gli ex consiglieri regionali che hanno diritto a un vitalizio e il Lazio è la Regione che spende di più, con 16 milioni di euro l’anno, seguita da Puglia, con 15 milioni, e Veneto, 12. 
Gli assegni a favore degli ex consiglieri della Puglia sono i più elevati: in media, 77mila euro lordi l’anno a ex consigliere; secondi classificati gli ex della Pisana che incassano chèque da 63mila euro lordi l’anno, circa 35mila euro netti. Al contrario, i meno ricchi sono i veneti (29mila euro), abruzzesi (31mila) e lombardi (34mila). 
Dopo la prima sforbiciata del 2102 con la Polverini alla guida della Pisana (il vitalizio scattava non più al termine del mandato ma solo dopo il compimento del 50esimo anno d’età), arriva un nuovo taglio portato avanti da Zingaretti. 
Da evidenziare: il diritto al vitalizio prima del 2013 scattava alla cessazione del mandato alla Pisana ma veniva sospeso in caso di elezione in Parlamento o all’Unione Europea. 
A novembre 2014, la Regione Lazio approva un contributo di solidarietà triennale: da gennaio 2015 a fine 2017 veniva ridotto il vitalizio erogato agli ex consiglieri con una percentuale legata allo scaglione economico dell’assegno. Taglio dell’8% fino a 1500 euro lordi al mese; meno 10% da 1501 euro a 3500 sempre lordi; meno 13% per chi incassava da 3501 euro a 6000 euro mensili lordi; e, infine, taglio del 17% per quelli che portavano a casa un assegno superiore ai 6mila euro lordi al mese. Per quei consiglieri che avevano anche un secondo vitalizio, come ex senatori o deputati anche europei le percentuali dei tagli erano aumentate del 40%. Altra modifica, con Zingaretti si innalza l’età in cui si può percepire il vitalizio, non più i 50 anni della Polverini ma 65 anni. Anche se qualche eccezione viene registrata. È il caso di Roberto Buonasorte, oggi assunto nello staff di Sergio Pirozzi, che riesce a incassare dal 2014 il vitalizio di 3148 euro mensili come ex consigliere (2 anni e mezzo alla Pisana nella legislatura Polverini) sommandolo per 4 anni allo stipendio di caposegreteria dell’allora vicepresidente del Consiglio regionale, Francesco Storace
Alla fine del 2017, il contributo triennale è scaduto e, per i primi 4 mesi del 2018, alla Pisana gli assegni sono tornati pieni. Poi, a fine maggio, viene ripristinato lo stesso contributo di solidarietà su tutti i vitalizi in erogazione fino al 2023.
Nel frattempo, si studia - con un po’ di lentezza - una riforma del vitalizio passando dal sistema retributivo a quello contributivo, sulla falsa riga di quanto fatto in Parlamento, introducendo anche il divieto di cumulo. 


giovedì 31 marzo 2016

STADIO AS ROMA; DOSSIER (QUASI) PRONTO PER LA CONSEGNA IN COMUNE

Si ricorda che la consegna dovrà avvenire entro l'8 aprile per permetterci di fare l'ultimo check finale della documentazione prima della consegna al Comune”. Firmato: Parsitalia
Con questa email, datata poco prima di Pasqua, indirizzata a tutti i progettisti che stanno lavorando alle diverse parti dell’opera, si chiude il cerchio intorno al progetto dello Stadio della Roma a Tor di Valle


Lavori che vanno avanti, dunque, in un silenzio mediatico interrotto, ieri, dal feroce botta e risposta fra l’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, e il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti.
Entro il prossimo 8 aprile, dunque, tutti i progettisti devono consegnare alla società australiana Lend Lease, coordinatrice del lavoro, i progetti finiti. 
Dopo di che, la stima è che ci vogliano da un minimo di 15 a un massimo di una trentina di giorni affinché tutto il plico sia composto per essere presentato, finalmente, in Campidoglio.
Da lì, dopo l’esame preliminare delle carte in Campidoglio - ci vorrà circa un mese - il dossier dovrebbe transitare in Regione per la seconda metà di giugno, a nuovo Sindaco già eletto. Dopo di che, alla Regione serviranno un paio di settimane per convocare la benedetta Conferenza di Servizi che, quindi, potrebbe aprirsi per fra fine giugno e inizio luglio e concludersi, se non ci sono intoppi, per la fine di dicembre 2016. A quel punto, firmata la Convenzione Urbanistica - il contratto fra il Comune e i proponenti - potranno iniziare i primi lavori di demolizione del vecchio ippodromo. Politica permettendo.



E, come anticipato da Il Tempo, per questo Mauro Baldissoni, direttore generale della As Roma, e Italo Zanzi sono volati a Boston da Pallotta ieri mattina. Previste una serie di riunioni proprio sul tema Stadio che dovrebbero tenere il duo Zanzi e Baldissoni negli Stati Uniti fino a sabato con l’obiettivo di rientrare in tempo a Roma per poter assistere al derby con la Lazio in programma domenica pomeriggio all’Olimpico. 
Vicenda Stadio, poi, che si arricchisce di un nuovo capitolo di polemiche. Ad aprire il fuoco è stato l’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, che, durante la conferenza stampa alla sede della Stampa Estera per presentare il suo libro in uscita, ha sparato ad alzo zero contro il premier, Matteo Renzi, e il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti. Dice Marino: “La costruzione dello stadio della Roma è importante non solo per i tifosi, ma anche per la ricaduta economica di circa un miliardo e mezzo di euro che avrebbe. Il governo e il presidente della Regione Zingaretti hanno rallentato la costruzione e forse vogliono fermarla. Avremmo portato a Roma ricchezza culturale, sportiva ed economica. Il governo Renzi ha voluto interrompere questo percorso”. Aggiungendo, in riferimento ai diversi candidati Sindaco in corsa: “Leggo nel presente molta confusione sull'argomento e nessuno che abbia preso una decisione netta da una parte o dall'altra. Io mi auguro che prevalga l'interesse della città. Non c'è però la determinazione nel proseguire il progetto. Il futuro sindaco spero possa portarlo a termine”.


A stretto giro e certo non con l’abituale sorriso, a Marino risponde per le rime Zingaretti: “Io non ho letto il libro. Ho letto dello stadio della Roma e voglio chiarire che la Regione è ancora in attesa del progetto dello stadio”. Questo, ha aggiunto il Governatore, “perché lo stesso Comune inviando i documenti con i pareri sui progetti depositati scrisse esplicitamente che anche l'assenza di un parere positivo avrebbe compromesso l'interesse pubblico dello stadio e i dipartimenti inviarono alla Regione tutti pareri negativi sui documenti che avevano. E quindi siamo in attesa del progetto dello stadio”. Dopo di che, giù durissimo: “Io non sono abituato a dire dei sì o dei no in assenza di progetti - ha concluso Zingaretti - ed è stravagante che si possa teorizzare il contrario”.


Altra coda polemica, poi, in un secondo botta e risposta fra due dei candidati Sindaco, Virginia Raggi, dei 5Stelle, e Francesco Storace, La Destra. 

Dice la Raggi a RaiNews24, riferendosi alle Olimpiadi ma dopo aver già espresso la sua contrarietà anche allo Stadio di Tor di Valle: “Non si può pensare a futuri stadi del nuoto o di atletica o villaggi olimpici a Tor Vergata su cui sappiamo gli interessi di chi ci sono, noi dobbiamo pensare al quotidiano, perché da qui al 2024 i romani sono morti: sono morti di traffico, di sporcizia, di incuria”. 
Secca la replica di Storace, che invece sullo Stadio si è dichiarato favorevole senza se e senza ma: “Da Virginia Raggi viene esposto il programma del partito del no. Quando i media - a partire da Rai e Mediaset - lo consentiranno toccherà a chi punta sull'economia di una città che ha diritto a crescere. Olimpiadi, stadio, metro sono opere necessarie allo sviluppo”.

sabato 5 marzo 2016

VIRGINIA RAGGI (M5S): "SE VINCO, NIENTE STADIO"


Sicuramente il fatto che lei sia tifosa della Lazio non avrà pesato ma la frase di Virginia Raggi pesa. Come un macigno. ”La delibera di pubblica utilità - quella votata il 22 dicembre 2014 in Consiglio Comunale con cui si attribuiva il valore di opera di pubblica utilità allo Stadio della Roma di Tor di Valle con tutti i suoi annessi e connessi di cubature, opere infrastrutturali, metro, ponti e parchi -  la ritiriamo e lo Stadio lo facciamo da un altra parte". 
Nei giorni scorsi, i 5Stelle, accreditati dai sondaggi come quelli nella migliore posizione per vincere la corsa per il Campidoglio, avevano un po’ democristianamente giocato sull’equivoco. Il pensiero era: “lo stadio sì, ma non vogliamo speculazioni”. Il che, corrisponde al pensiero della Raggi espresso ieri pomeriggio ai microfoni di RadioRadio: “Noi siamo a favore della costruzione di uno stadio per la Roma, e se volesse anche per la Lazio - ha affermato - Ci opponiamo a qualunque operazione edilizia che sia solo speculativa”.
Però, al quesito sulla possibilità di modificare o, addirittura, ritirare la delibera che sancisce il pubblico interesse, i grillini avevano sempre evitato di rispondere in modo così chiaro.
Ora, invece, dopo ieri pomeriggio, il pensiero pentastellato in merito è chiarissimo: “Tor Di Valle allo stato attuale appare una operazione speculativa, perché ci troviamo di fronte a un progetto neanche del tutto definito che prevede un milione di metri cubi di cemento di cui solo il 14 per cento è stadio. Il resto sono uffici e centri commerciali. Ma a Roma abbiamo già lo Sdo, le torri dell'Eur con la stessa funzione”. 
Da un punto di vista di iter amministrativo, il ritiro della delibera è possibile. Fino a che la Regione non avrà terminato i lavori della Conferenza di Servizi - che non è iniziata, dato che la Roma non ha ancora consegnato il vero progetto definitivo - il Comune ha tutto il diritto di cambiare le carte in tavola. Ovviamente, con un atto avente pari forza, cioè una nuova delibera del Consiglio comunale, e con una forte motivazione giuridica che ponga il Campidoglio al riparo dal rischio di una causa miliardaria. 
Magari la delibera la ritiriamo e lo facciamo da un'altra parte”, ha detto ieri la Raggi. Quale altra parte? “Ci sono idee nel quadrante sud est - ha precisato - ci sono delle aree che si prestano, Tor Vergata sembrerebbe”. 


Se non che, questa ipotesi - che molti altri avevano già accarezzato anche durante il dibattito in Consiglio comunale - si scontra con una serie di problemi. Il primo dei quali è legato al fatto che spetta al privato scegliere un’area privata: il Comune può accettare o, motivandolo, respingere la proposta. Insomma, non è il Comune che sceglie l’area. Anche perché le aree in zona Tor Vergata di proprietà pubblica, rientrano sotto altre norme: si potrebbe anche fare ma sarebbe il Comune a doverle mettere a bando, potrebbe partecipare chiunque e, soprattutto, non varrebbero le facilitazioni della Legge Stadi. A stretto giro, alla Raggi replica Storace: “La Raggi studi la legge prima di parlare a vanvera. Lo stadio si fa in aree scelte da chi costruisce: il comune non sposta nulla, dice sì o no. Ora sappiamo che lei è per il no”.

LO STADIO IN CAMPAGNA ELETTORALE, I SI' E I NO

E la politica come risponde al quesito: se l’iter del nuovo Stadio della Roma di Tor di Valle non fosse ancora chiuso e, quindi, fosse modificabile, che decisione assumerebbero le diverse forze politiche che si candidano alla guida della città?
Partiamo dalle posizioni chiare: a favore, sic et simplicter, senza se e senza ma, sono due candidati, di segno opposto: Roberto Giachetti (Pd) e Francesco Storace (La Destra).
Il primo, in occasione di un tour elettorale proprio alla stazione della Roma-Lido di Tor di Valle, ha affermato: “Lo stadio della Roma? Ho sempre detto che qualunque iniziativa privata che porti a Roma miglioramenti infrastrutturali è un qualcosa di positivo. Anche se fosse della Lazio, della Fiorentina o della Juventus, se aiutasse a fare investimenti su strutture sulle quali non potremmo farli sarebbe positivo. Mi sembra che qui sarebbe una cosa positiva. Ovviamente deve essere fatto in piena legalità e assoluta sicurezza ma questo lo stabiliranno gli uffici competenti”.
Il secondo, più volte sollecitato dal svariate radio private, ha detto: “Sono assolutamente favorevole allo stadio della Roma. E non capisco la logica di chi sia contrario. Se ci sono problemi infrastrutturali si risolvano. Pagano tutto i privati, è una polemica che oggettivamente non riesco a concepire. La legge dice una cosa semplice semplice: il privato sceglie l'area dove realizzare l'opera e il Comune può dire di sì o dire no. Il privato spende un pacco di soldi e il Comune non un euro. Non c'è un referendum da fare sullo stadio della Roma, ma c'è una scelta amministrativa da compiere. Io sono favorevole”.
Poi c’è Roberto Morassut, altro candidato alle primarie Pd e - come Giachetti, Storace, Marchini e Bertolaso - tifoso della Roma, un po’ più sfumato ma sostanzialmente favorevole: “ho espresso all’inizio di questa storia le mie perplessità non sullo stadio della Roma, ma sulla zona. Io sono romanista ma da due anni dico che la localizzazione avrebbe presentato dei problemi. Ho fatto anche una battaglia in parlamento sulla norma sugli stadi. Ma l’amministrazione deve avere sempre una sua continuità: non devo mettermi a riaprire i dossier soltanto perché devo imporre un punto di vista politico. C’è un procedimento. Se questo andrà avanti bene non si riapriranno fascicoli. Certamente vorrò vedere le carte, perché il Comune è parte in causa. Se dovessi occuparmene, svolgerò il mio ruolo con massimo rigore ma mai mi sognerò di voler politicamente stravolgere perché ho un’idea diversa”.

Dopo di che, entriamo nel politichese o, se si preferisce, nel “un colpo al cerchio e uno alla botte. Nessuno dice in modo netto “no” ma tutti aprono con un “Sì allo Stadio”, salvo poi aggiungere un “ma” che è tutto tranne che un sì netto.

Virginia Raggi, candidata Sindaco di 5Stelle, il giorno della presentazione della sua candidatura, ha affermato: “Siamo favorevoli a uno stadio sia per la Roma che per la Lazio ma non vogliamo speculazioni edilizie”. Dai 5Stelle, però, aggiungono: “Se vinciamo, valutiamo il progetto, la sua regolarità, tutte le carte e troviamo un equilibrio tra quello che può essere l'introito di una società privata come quella americana che detiene l'a.s. Roma e il beneficio che ne possono trarre i suoi tifosi e i cittadini in generale, in termini di servizi e infrastrutture. Roma oggi non può certo permettersi di regalare o svendere il suo suolo, quindi ogni cosa merita una sua attenzione specifica”.
Stefano Fassina, candidato di Sinistra Italiana, lancia una proposta: “Noi vogliamo farlo lo stadio della Roma ma perché invece di farlo sui terreni di Parnasi non lo facciamo su terreni pubblici come Capannelle? Facciamo in modo che non sia una delle ennesime speculazioni edilizie che poi pesano sulla città nei prossimi decenni. Perché dobbiamo costruire insieme allo stadio tre grattacieli in un territorio che l'Istituto nazionale di urbanistica considera a rischio esondazioni quando abbiamo migliaia di uffici liberi all'Eur? Concentriamoci sullo stadio della Roma e magari non di Pallotta che poi lo affitta”. Peccato che cambiare terreno significa ricominciare tutto da capo.
Gianfranco Mascia, in corsa per le primarie del Pd come portavoce dei Verdi, ha più volte, nel corso del biennio 2014-2015, parlato di “pubblica inutilità dello Stadio. Sì allo stadio - è il suo pensiero - no alla cementificazione”.
Passando dall’altro lato, versante centrodestra, Alfio Marchini, candidato indipendente, afferma: “Noi, come lista, in consiglio comunale abbiamo detto di no alla costruzione dello stadio di proprietà della Roma. Non perché siamo contro lo stadio, quello ci vuole. Il problema è cha va rivista la parte dei servizi connessi di quell’area, le opere accessorie. Detto questo, il posto in sé va bene”.

Guido Bertolaso, candidato sostenuto da Forza Italia e Fratelli d’Italia, non si è ancora espresso. La sua unica dichiarazione in merito riferiva di “un’idea geniale per lo Stadio della Roma ma non la dico perché devo parlarne prima con chi mi ha candidato”. Solo che, dentro Forza Italia, la linea è di assoluto “ok” allo Stadio (Antonello Aurigemma e Davide Bordoni) ma, dentro Fratelli d’Italia, la cosa non è affatto condivisa. Fabio Rampelli, numero due del partito, in una nota scrive: “vari candidati prendono posizione sulla realizzazione degli stadi della Roma e della Lazio, senza uno straccio di ragionamento urbanistico: fabbisogno reale e impatto ambientale. Nessuno ragiona sulla domanda di stadi per la Capitale e per i cittadini, ci si schiera a favore dell’uno per averne la compiacenza e a favore dell’altro per motivi simmetrici. Meno male che non sono usciti altri proprietari terrieri con la mania degli stadi, altrimenti avremmo dovuto costringere fisicamente tutti i romani a iscriversi alle scuole di calcio. Roba da far impallidire il ventennio. Gli stadi esistenti sono due, quelli sul trampolino di lancio sarebbero due… Quattro stadi per Roma! Non è il titolo di un film comico ma un melodramma”.

martedì 20 gennaio 2015

SEMPRE CARO MI FU QUELL'ERMO COLLE

PICCOLO RETROSCENA DELLO PSICODRAMMA LAZIALE

Piovve, alla fine. La manovra del Gruppo di Forza Italia finisce in un clamoroso autogol: passa ∫, grillino, che diviene il delegato (in quota opposizione) del Lazio per l'elezione del prossimo Presidente della Repubblica.



Per chi non lo sapesse, il Capo dello Stato viene eletto dal Parlamento (Camera e Senato) riunito in seduta comune. Ai 630 deputati e 315 senatori (più quelli a vita) si sommano i delegati delle Regioni.

 Ogni Regione esprime 3 delegati (tranne la Valle d'Aosta che ne ha uno solo), per prassi due per la maggioranza che governa la Regione e uno per l'opposizione. Nel Lazio, quindi, i delegati saranno il presidente della Regione, Nicola Zingaretti, il presidente del Consiglio regionale, Daniele Leodori, le due cariche più importanti della Regione, entrambi in quota maggioranza e Pd. Il terzo delegato, appunto, sarà Gianluca Perilli, consigliere del Gruppo Movimento 5 Stelle. 

Ora, in termini numerici, l'opposizione conta 22 consiglieri su 50 (51 compreso il presidente Zingaretti) di cui 7 dei 5 Stelle (gruppo consiliare singolo più consistente) e 15 che fanno capo (più o meno) all'area di centrodestra, frazionati in vari gruppi.
Sulla carta, quindi, se il centrodestra avesse espresso una posizione unitaria, non ci sarebbe stata partita.
Invece, alla fine, ha prevalso, con un mezzo colpo di teatro, un candidato minoritario: 10 voti sono andati a Perilli, 9 a Cangemi (NCD e candidato di bandiera del centrodestra), 2 schede bianche, un assente.

Il tutto nasce - almeno sulla base di dichiarazioni ufficiali - dal fatto che il Gruppo di Forza Italia ha ritenuto inadatto a ricoprire il ruolo di grande elettore l'ex governatore del Lazio, ex ministro della Salute ed candidato sconfitto da Zingaretti nella scorsa tornata delle Regionali.
Inadatto - sempre secondo i sentito dire - perchè Storace non sarebbe stato in grado di garantire il voto a scatola chiusa a favore o contro i voleri dei vertici nazionali del partito. Certo, la versione della condanna per vilipendio del Capo dello Stato (comminata a Storace in primo grado) è, soprattutto in un Parlamento che pullula di condannati (anche in via definitiva) e di indagati, un'ottima foglia di fico!

Negli ultimi due giorni Storace ha lanciato messaggi vari e trasversali. Praticamente rimasti inascoltati.

Oggi, il redde rationem nel più classico "fra i due litiganti, il terzo gode".
Storace ha dimostrato di poter bene o male orientare un totale di cinque voti, senza considerare l'assenza di De Lillo.

Chi ha manovrato per bruciare Storace è rimasto a sua volta bruciato.

La questione vera, però, è "perché". 
Perché bruciare un candidato, Storace, che, forse, per il 15%, avrebbe potuto non garantire un voto di disciplina per sceglierne uno, Cangemi, che al 100%, essendo NCD parte integrante della coalizione di governo che sostiene Renzi, avrebbe votato un'indicazione che poteva non essere coincidente con quella di Forza Italia?
Perché rischiare invece una rottura interna del centrodestra già di suo lacerato, garantendo - ciò che è poi avvenuto - che alla fine trionfasse il candidato grillino?

Da qualsiasi parte la si guardi, questa è una scelta politica miope e sciocca: nessun vantaggio immediato e, al contrario, rischi altissimi di sconfitta. 

E, attenzione, la sconfitta non è solo numerica. In fondo, parliamo di un delegato che starà alla Camera qualche giorno, farà un paio di interviste (se gli va bene), e poi sarà una scheda su 1.009. 
È una sconfitta politica, che dimostra pochezza di pensiero, scarsa lungimiranza, incapacità programmatoria. 

Ora, con una manovra d'aula di grande furbizia, il conto è stato presentato. 

Se il centrodestra intende davvero ricompattarsi, il messaggio dovrebbe essere giunto a destinazione. 

Adesso è il momento di seppellire l'ascia di guerra: l'incidente lascerà poche tracce visibili, ma è un (ennesimo) campanello d'allarme.
Chi oggi porta a casa il risultato del delegato all'elezione del Quirinale, dopo la retorica dei festeggiamenti, torni coi piedi per terra e comprenda che il regalo è una manna piovuta dai litigi interni di altri. La libertà non c'entra nulla.