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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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lunedì 13 luglio 2020

ALL'IPA LA SAGRA DELLO SCROCCONE



Che supplì e pizzette siano buoni non c’è dubbio ma da qui a presentarli come “spese di rappresentanza” ce ne vuole. Eppure è questo quello che è accaduto all’Ipa, l’Istituto di Previdenza e Assistenza dei dipendenti capitolini.
L’Istituto, su decisione del sindaco di Roma, Virginia Raggi, è commissariato dal 2017. E la Raggi ha nominato prima un commissario, Fabio Serini - entrato e uscito dall’inchiesta sulla presunta corruzione di Luca Lanzalone nell’inchiesta Rinascimento - e poi ha aggiunto anche un “sub commissario”, un vice insomma, nella persona di Vincenzo Piscitelli.
Piscitelli è stato in carica dal 30 ottobre 2017 al 25 maggio 2018. Nello stesso periodo, come Il Tempo ha già raccontato, l’IPA ha affidato ai soci di studio di Piscitelli - Pasquale Schiavo e Giuseppe Guerra, soci nella SGP con Piscitelli - quattro diverse consulenze per un totale superiore ai 55mila euro
Ora, come denuncia ancora il consigliere di Fratelli d’Italia, Francesco Figliomeni, si scopre che oltre le consulenze, Piscitelli si è fatto anche rimborsare pizzette e supplì dalle casse dell’IPA.
Due gli elementi che Figliomeni pone in evidenza. Il primo, che Piscitelli riceve dalla Raggi un incarico con uno stipendio “onnicomprensivo, ovvero che non c’è diritto ad altro genere di rimborsi. Il secondo è che lo stipendio di Piscitelli è piuttosto consistente: stando alle carte dell’IPA, il periodo di servizio di Piscitelli è stato ricompensato con 71.838 euro e 15 centesimi, pari al 70% dello stipendio del commissario, Fabio Serini, che riceve dai fondi pubblici 102 mia 659 euro annui. 
Eppure, Piscitelli presenta all’economato dell’IPA un totale di 23 scontrini per 22 pasti (in una giornata, lunedì 15 ottobre, gli scontrini sono due ma sono riferiti allo stesso pasto). Sono tutti pranzi: bresaola e rughetta; supplì, pizze ripiene, formaggi o salumi. Il totale della spesa è economicamente poco significativo, solo 213 euro pari a una media di 9 euro e mezzo a pasto. Ma, considerando l’entità dello stipendio di Piscitelli, 71mila euro e spicci annui, e il fatto che fosse, da Ordinanza del Sindaco, un emolumento omnicomprensivo, consente a Figliomeni e al capogruppo, Andrea De Priamo, di parlare di “mercimonio di consulenze e poltrone a peso d’oro messo in atto dal M5S”.
L'Ordinanza del sindaco di Roma, Virginia Raggi, di nomina a sub commissario Ipa di Vincenzo Piscitelli
Tutti gli scontrini sono stati emessi dalla stessa pizzeria che dista appena 100 metri dalla sede dell’IPA e, come detto, sono tutti pagamenti relativi a pranzi. E tutti sono stati presentati al rimborso con la motivazione di “spese di rappresentanza”. 
Attaccano De Priamo e Figliomeni: dopo quelle già presentate nei giorni scorsi all’indomani della denuncia sulle consulenze ai soci di Piscitelli, “abbiamo predisposte altre interrogazioni per chiedere chiarimenti sui rimborsi spese per numerosi acquisti di pizza e supplì dell’ex sub commissario Ipa Vincenzo Piscitelli, rimborsi non dovuti a fronte di un compenso omnicomprensivo per il suo ruolo”. 
La determinazione del commissario straordinario Ipa, Fabio Serini, di nomina di Vincenzo Piscitelli
a sub commissario con la quantificazione dello stipendio mensile 

Con questo secondo caso di utilizzo opinabile delle risorse pubbliche, da Fratelli d’Italia arriva l’affondo politico: “sindaco Raggi revochi immediatamente i vertici dell’Ipa e fornisca i dovuti chiarimenti in merito a queste consulenze che, oltre a dimostrare neanche tanto velatamente dei favoritismi personali, provocano un danno economico per le casse dell’Amministrazione capitolina”.

Tab. 1 - Riepilogo degli acquisti


















mercoledì 8 luglio 2020

STADIO, C'È L'OK MA SLITTA LA VOTAZIONE SUL PROGETTO


Gli atti incassano l’ok ma il vero via libera all’inizio dell’iter per la votazione sul progetto Stadio della Roma slitta ancora di qualche giorno
Presumibilmente lunedì potrebbe arrivare il closing politico finale da parte dei consiglieri 5Stelle che ieri sera, per oltre 3 ore, si sono riuniti in streaming insieme al sindaco, Virginia Raggi, ad alcuni assessori e ai funzionari capitolini che hanno lavorato al dossier. Unico assente, il presidente del Consiglio comunale, Marcello De Vito, non invitato all’incontro al quale ha partecipato un po’ a sorpresa, il presidente del IX Municipio, il grillino Dario D’Innocenti. 
La due diligence, richiesta dalla Raggi all’indomani dei primi arresti, certifica la correttezza dell’operato degli uffici tecnici nell’intero dossier dal 2010 ad oggi. Che gli atti fossero corretti in realtà era una notizia già uscita più volte nei mesi scorsi ma che sia certificata ufficialmente è un passo avanti. Gli uffici tecnici hanno poi a lungo spiegato ai consiglieri tutti i dettagli come ad esempio ricalcolo delle aree e dei valori legati agli espropri e agli oneri che i privati dovranno pagare. 
A seguire, le domande dei Consiglieri sulle procedure e sui tempi. Presto per fare previsioni sui tempi del voto: fino a lunedì i Consiglieri ne discuteranno. Da lunedì il quadro sarà più chiaro. 

lunedì 26 agosto 2019

STADIO; ANALISI DELLA SENTENZA DELLA CASSAZIONE SU DE VITO

Trentuno pagine che sono una mazzata. Non tanto al lavoro svolto dalla Procura, quanto al metodo seguito dal Giudice per le Indagini preliminari (GIP) e poi dal Tribunale del Riesame nel (mal) valutare gli elementi probatori a carico di Marcello De Vito, Camillo Mezzocapo, Gianluca Bardelli e Fortunato Pititto, i quattro indagati e, poi, finiti in carcere o ai domiciliari, nell’ambito dell’Inchiesta “Congiuntura Astrale”, ovvero la costola delle indagini della Procura che nasce dalla vicenda Scarpellini confluita poi nel fascicolo “Rinascimento” a carico di Luca Parnasi, alcuni suoi collaboratori, Luca Lanzalone e altri politici, sullo sfondo del progetto Stadio della Roma di Tor di Valle.

Le trentuno pagine le hanno vergate i giudici della Corte di Cassazione, quindi l’organo supremo della magistratura ordinaria. La sentenza pubblicata integralmente a questo link - numero 1343 del 2019; camera di consiglio dell’11 luglio e depositata in cancelleria il 19 agosto - esamina l’intera vicenda che ha portato alle misure di privazione della libertà personale di De Vito, presidente dell’Assemblea Capitolina e uomo di punta del Movimento 5Stelle a Roma; l’avvocato Mezzocapo, che di De Vito è socio di studio. Più gli altri due esponenti del mondo grillino, Bardelli e Pititto. 

LA CASSAZIONE ANNULLA L’ORDINANZA DI ARRESTO
I Giudici di ultima istanza sconfessano totalmente l’operato del GIP e del Tribunale del Riesame di Roma, rinviando a quest’ultimo le posizioni di De Vito e Mezzocapo, e annullando senza rinvio le misure cautelari a carico di Bardelli e Pititto. 
Senza rinvio, vuol dire che i due tornano liberi direttamente. 
Con rinvio, vuol dire che il Tribunale del Riesame dovrà rifare la propria ordinanza ma tenendo conto dei rilievi mossi dalla Cassazione alla prima emessa il 3 aprile scorso (e che confermava gli arresti e l’impianto accusatorio così come uscito dalle ordinanza emesse dal GIP). 
In sostanza, o la Procura porterà a questa nuova udienza (fissata per il prossimo 10 settembre) nuove e molto più consistenti prove che il Riesame dovrà attentamente vagliare, oppure De Vito e Mezzocapo torneranno in libertà. Con la possibilità, neanche troppo improbabile, che di lì a poco, De Vito riprenda a condurre i lavori dell’Aula Giulio Cesare.

Vediamo, allora, un po’ più nel dettaglio i rilievi mossi dagli “ermellini” al lavoro svolto da Procura, GIP e Tribunale del Riesame.

CASSAZIONE: SEPARAZIONE FRA INQUIRENTI E GIUDICI
Partiamo da una considerazione che i Giudici esprimono in un passaggio fondamentale (pag. 29): “nella logica del codice vigente, il procedimento di applicazione delle misure cautelari è informato alla netta separazione dei ruoli tra soggetto istante e organo decidente” - ovvero fra Procura (soggeto istante) e GIP e Riesame (organo decidente) - “a significare, cioè, che spetta al pubblico ministero il potere-dovere di richiedere la misura, con il supporto dell’allegazione degli elementi sui cui la stessa si fonda, cui si correla il potere-dovere del giudice di provvedere con un atto motivato”. 


Ovvero: il PM, se le prove lo supportano, ha il potere e il dovere di chiedere le misure di privazione della libertà personale di un indagato, ma il giudice ha il potere-dovere di vagliare queste prove e non è che pedissequamente prende e firma i mandati di arresto.

CASSAZIONE: NON È REATO DIALOGO FRA POLITICI E IMPRENDITORI
Non solo. Stigmatizzano i Supremi Giudici: la discutibile “pressoché automatica criminalizzazione del livello di interlocuzione fra un imprenditore, interessato a un progetto di ampio respiro e di notevole esborso economico, ed un soggetto appartenente alla maggioranza politica che dovrà valutare il progetto medesimo”. 
Ovvero: non è che il semplice fatto che un imprenditore e un politico se parlino ne fa automaticamente dei criminali. 



E, infatti, aggiungono gli ermellini: “il paradigma della corruzione richiede che l’atto oggetto di mercimonio rientri nelle specifiche competenze del pubblico ufficiale corrotto ovvero comunque nella sfera di influenza dell’ufficio cui il predetto è assegnato, per l’effetto in grado di esercitare una qualsivoglia forma di ingerenza”.
Vale a dire: la corruzione non è data da una chiacchierata ma dal fatto che l’atto da corrompere debba essere corruttibile dal pubblico ufficiale. Insomma, io imprenditore che corrompo, devo corrompere qualcuno che possa effettivamente intervenire e darmi una mano.

Questi tre elementi - poteri-doveri del giudice nel valutare le prove; non è corruzione un dialogo fra politici e imprenditori; e, infine, perché vi sia corruzione si deve corrompere qualcuno che possa intervenire concretamente - rendono la posizione del De Vito “corrotto” decisamente poco realistica.



L’APPROVAZIONE DELLA DELIBERA RAGGI SULLO STADIO
Infatti, a pagina 24, i Giudici affermano che, “in relazione alla realizzazione dello Stadio della Roma”, l’”atto contrario ai doveri d’ufficio” compiuto - secondo la Procura e il GIP e il Riesame - da De Vito andrebbe identificato “nell’aver il De Vito presieduto l’Assemblea del 14 giugno 2017, esprimendo in quella sede il proprio voto favorevole all’approvazione del progetto medesimo e alle connesse varianti di PRG (avvenuta con 28 voti favorevoli e 9 contrari)”.



Ora, sin dall’inizio, è apparso semplicemente un mostro giuridico imputare come reato al Presidente di un’Assemblea elettiva come è De Vito il compimento dei propri doveri connessi con la funzione svolta: il presidente non determina l’iter di una delibera, né il calendario dei lavori che viene deciso dalla Conferenza dei Presidenti dei Gruppi consiliari (la capigruppo). 
E certo, non poteva essere il voto di De Vito determinante ai fini dell’approvazione del provvedimento visto che questo aveva ricevuto - su 37 voti espressi - ben 29 a favore e solo 9 contro, ovvero c’erano ben altri 10 voti favorevoli che resero quello di De Vito assolutamente ininfluente ai fini dell’approvazione della Delibera di pubblico interesse sullo Stadio (Delibera di Assemblea Capitolina - DAC - 32/2017).
Non mancano, infatti, i giudici di sottolineare questo passaggio: “la ricordata seduta”, scrivono a pagina 25, “del 14 giugno 2017 - presieduta da De Vito coerentemente alla veste istituzionale propria - interviene all’esito di un già apprezzabile iter procedurale scandito, dopo la presentazione del progetto oltre 3 anni prima sotto la sindacatura Marino e una prima dichiarazione di pubblico interesse dell’opera da parte della Giunta del tempo (in realtà dell’Assemblea Capitolina, delibera 132/2014; ndr), da una convergente dichiarazione pubblica in tal senso del sindaco Raggi e dalla successiva adozione di una collimante delibera di Giunta cui avevano fatto seguito i pareri positivi delle Commissioni permanenti e del IX Municipio interessato dell’esecuzione del progetto, prima della seduta” del 14 giugno 2017.



Non solo. I giudici vanno più in profondità e sottolineano in modo molto netto come la votazione della delibera Raggi sul pubblico interesse (DAC 32/2017) si avvenuta senza che siano state prodotte prove che testimonino “l’inopinato mutamento di linea” da parte dei Pentastellati né “un’attività da parte di De Vito” volta o a “scongiurare siffatta ipotesi” di cambio di linea politica o a favorire “gli interessi del privato”.
Insomma, secondo la Cassazione, non esistono prove che De Vito abbia esercitato né un potere di alterazione dell’atto, né una forma di coercizione/convincimento verso i consiglieri del proprio gruppo, né abbia fatto altro che svolgere le proprie funzioni di presidente del Consiglio comunale guidando i lavori dell’Assemblea che approvò la Delibera Raggi che aveva avuto un iter “apprezzabile”.


PERCHÉ DE VITO È IN CARCERE, ALLORA?
E, allora, come mai De Vito è finito in carcere?
Anche qui, i Giudici danno una sferzata piuttosto pesante alle ricostruzioni degli organi inquirenti e dei giudici di prima istanza.
Scrivono gli ermellini: “l’incipit” dell’Ordinanza di arresto firmata dal GIP e successivamente convalidata dal Riesame, si richiama al “metodo Parnasi” e al “gruppo criminale Parnasi”. E, effettivamente, “l’erogazione di denaro in occasione di elezioni” o la “messa a disposizione ai politici di varie altre utilità” può essere “finalizzata all’instaurazione e concretizzazione di vere e proprie pratiche correttive” ma questa “circostanza non può risolversi in un automatico pre-giudizio alla stregua del quale orientare la lettura di tutti i fatti successivi” perchè occorre, soprattutto “in funzione dell’emissione di un provvedimento cautelare”, che esso sia supportato da “una provvista indiziaria che assicuri una qualificata probabilità di colpevolezza” nel giudizio.



A dimostrazione di questa posizione molto netta, la Cassazione scrive che “le dichiarazioni rilasciate da Parnasi” riassunte a pagina 22 non hanno il “valore confessorio dell’esistenza di un patto corruttivo [...] attribuito ad esse dai giudici capitolini” visto che “non rispecchia l’obiettivo tenore delle stesse potendo pertanto riconnettersi solo ad un’operazione interpretativa che assegni loro una portata “addomesticata”” che non è suffragata da “ulteriori dati indiziari”.



Volendo tradurla in maniera spiccia, i soggetti che hanno operato prima della Cassazione, hanno “addomesticato” le dichiarazioni di Parnasi, con un’”operazione interpretativa” che “non rispecchia l’obiettivo tenore” di ciò che Parnasi ha detto. 

TUTTI FUORI?
Come detto all’inizio, già sono stati annullati i provvedimenti di restrizione della libertà personale emessi nei confronti di Bardelli e Pititto. Per De Vito e Mezzocapo, invece, dovrà pronunciarsi nuovamente il Riesame il prossimo 10 settembre. Quindi, per quell’epoca, o la Procura avrà portato prove molto più solide di una “operazione interpetativa” non suffragata da “ulteriori dati indiziari” delle dichiarazioni di Parnasi “addomesticate” oppure anche gli ultimi due inquisiti saranno rimessi in libertà.

CONSEGUENZE POLITICHE
In attesa della nuova pronuncia del Riesame, quindi, si possono già tracciare alcune considerazioni “politiche” sulla vicenda. 
La prima, di ordine politico-giudiziario-mediatico: una persona sottoposta a indagine è colpevole dopo il processo. Quanto meno quello di primo grado, se non si vuole aspetta il compimento dell’intero iter processuale con i suoi gradi di giudizio. E, quando un’inchiesta deflagra, tanto i giornalisti quanto chi legge dovrebbe sempre ricordarsi che intercettazioni, stralci, veline, audio, sono parte solo del sistema messo su dall’accusa. Manca sempre la voce degli accusati che non hanno mai spazio per difendersi. E che, troppo spesso, inchieste roboanti all’inizio si sono sgonfiate in dibattimento come i peggiore dei sufflè.
E questo vale anche per quegli (ignobili) personaggetti politici che, non avendo nulla altro di meglio da dire, vivono per ghigliottinare pubblicamente gli inquisiti al primo sussurro. Salvo poi piangere amare lacrime di coccodrillo quando capita anche a loro di cambiare la posizione e finire sul banco degli imputati, silenziati e aggrediti mediaticamente da altri personaggetti politici di sempre più infimo calibro.

Seconda considerazione: se De Vito tornasse un cittadino libero a tutti gli effetti, avrebbe tutto il diritto di rientrare in Aula Giulio Cesare non solo come consigliere comunale ma nella sua veste di presidente dell’Assemblea. Sarà interessante vedere, in questo caso, cosa accadrà, quali saranno i rapporti con la Giunta (che l’ha prontamente abbandonato al primo tintinnar di manette) e con i consiglieri suoi colleghi di partito.


Terza considerazione, sullo Stadio. Al netto delle problematiche inerenti gli accordi con il Campidoglio sulle opere pubbliche, questa sentenza - se sarà confermata la liberazione di De Vito - smonta in maniera fortissima l’operato della Procura: mancano le prove in un’inchiesta che, per altro stando a quanto dichiarato pubblicamente e con gli atti dalla Procura stessa, non aveva mai toccato in alcun modo l’iter approvativo dello Stadio di Tor di Valle. Quanto meno per De Vito. Quindi, quella fetta di antistadio - ciarliere associazioni di consumatori, consiglieri comunali in cerca di quindici minuti di visibilità, presunte tavolate di urbanisti con e senza ex assessori, omuncoli dell’etere romano, vecchie glorie del giornalismo sulla via del bollito ripassato, rane, mentori degli allagamenti di Tor di Valle, ufologi, terrapiattisti e utilizzatori della pancetta e della panna nella Carbonara - potrà continuare a condurre la propria battaglia ma usando altre armi e non quella dell’iter corrotto.      

domenica 25 agosto 2019

STADIO, ECCO LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE SU DE VITO

Di seguito, integrale, la sentenza numero 1343 del 11 luglio 2019, pronunciata dalla Sesta sezione penale della Corte di Cassazione - presidente, Luigi Di Stefano; relatore, Andrea Tronci; collegio, Maria Silvia Giorgi, Antonio Costantini, Pietro Silvestri - sul ricorso depositato dai legali di Marcello De Vito, Camillo Mezzocapo, Gianluca Bardelli e Fortunato Pititto, contro l’Ordinanza del 3 aprile 2019 del Tribunale della Libertà di Roma.

La sentenza è stata depositata in cancelleria il 19 agosto 2019

La sentenza annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata e dispone l’immediata liberazione di Gianluca Bardelli e Fortunato Pititto, mentre per De Vito e Mezzocapo la Corte dispone il rinvio al Tribunale del Riesame per una nuova deliberazione.

giovedì 28 febbraio 2019

INCUBO EUROPEE PER LO STADIO


La parola d’ordine per la Roma è “fare presto”: chiudere tutti gli accordi con il Campidoglio necessari ad andare in Aula Giulio Cesare per votare la variante e la convenzione urbanistica sul progetto dello Stadio di Tor di Valle prima che la situazione politica romana possa mutare.
La data per il possibile stravolgimento di assetti ed equilibri politici in Comune è già fissata per il 26 maggio, giorno in cui si voterà in Italia per le elezioni europee.
I due risultati ultimi conseguiti dai grillini - la sonora sconfitta in Abruzzo dove a marzo 2017 i 5Stelle avevano registrato punte del 43% e a febbraio 2018 s’erano fermati a un mesto 20%; e il tracollo in Sardegna con la perdita del 77% dei consensi in meno di un anno - non lasciano tranquilli dalle parti dell’Eur (nuova sede giallorossa). A questo si somma la pessima prova data dai grillini in Aula durante il Consiglio straordinario dello scorso 21 febbraio: nessun documento presentato, molti voti mancanti all’appello. 
Il timore è quello che alle europee a Roma città i grillini possano franare allontanandosi in maniera pesante a quel 35% abbondante segnato dal Movimento al primo turno delle comunali 2016. 
Una discesa sotto quota 25% sarebbe già un tracollo: più ci si dovesse allontanare da quota 25 e più sarebbe un crollo. Il timore è che un rovescio pesante dei 5Stelle possa mettere la Raggi e la sua Giunta sulla graticola aprendo la strada a un biennio travagliato senza che il Sindaco abbia più la forza di tenere a bada i suoi consiglieri riottosi e portare in votazione gli atti dello Stadio
La Roma sa di avere una corazzata mediatica immensamente più forte rispetto alla pur ben organizzata macchina propagandistica grillina: una sola volta la “cannoniera” giallorossa è stata messa in movimento - il “famostostadio” di Spalletti e Totti - e con una tale forza che la miglior testimonianza dell’impatto sul Campidoglio a trazione grillina viene consegnata dal verbale di dichiarazioni rese dall’ex assessore all’Urbanistica della Giunta Raggi, Paolo Berdini, ai pubblici ministeri dell’Inchiesta Rinascimento, Paolo Ielo e Barbara Zuin: “Una domenica - si legge - il giocatore della Roma Francesco Totti rese pubblicamente una dichiarazione di esortazione alla realizzazione dello stadio. La sera stessa, il vice Sindaco Bergamo mi telefonò rappresentandomi la necessità di cercare una mediazione con la Roma, per confermare la dichiarazione di pubblico interesse del Nuovo stadio”. 
Fino a oggi, tuttavia, la Roma ha mantenuto un profilo basso, rimanendo costantemente al di fuori delle beghe politiche e disinteressandosi in modo fin troppo affettato anche del tempestoso iter della relazione del Politecnico di Torino sulla viabilità e limitandosi a ricordare le conseguenze giuridiche dell’esito positivo della Conferenza di Servizi del dicembre 2017. 
Ancora in queste settimane, si sono registrate nuove riunioni tecniche in Campidoglio divenute un appuntamento fisso. Senza che, però, si intraveda una reale soluzione negoziata: il nodo è sempre quello del rispetto delle decisioni della Conferenza di Servizio. Solo che il Campidoglio le interpreta in un modo e la Roma nel senso opposto. Come la storia dell’adeguamento e unificazione della via del Mare/Ostiense. Il Campidoglio cerca - come è naturale - di tirar acqua al proprio mulino chiedendo una modifica progettuale sostanziale (esproprio e abbattimento di manufatti che separano le due carreggiate) che non è prevista nel progetto iniziale e che alla Roma costerebbe una maggiorazione di ventina di milioni di euro più i rischi connessi con le tempistiche per gli espropri. 
Questo muro contro muro - ragionano però in casa Roma - dovrà finire: per la Raggi è necessario come non mai far leva sui sentimenti dei tifosi per le europee ma per la Roma serve per portare a casa tutto prima del voto ed evitare le trappole del dopo.   

sabato 16 febbraio 2019

LO STADIO NON C'È MA INIZIA LO STILLICIDIO MEDIATICO-GIUDIZIARIO



Inizia oggi lo stillicidio. Stillicidio di notizie che non sono notizie, di chiacchiericcio di sottofondo simile a un lontano fuoco di sbarramento dell’artiglieria, di titoli a nove colonne sul nulla. O quasi.
E, soprattutto, prepariamoci a vedere mesi di “Stadio” ripetuto a iosa, fino alla nausea, dove di stadio non c’è davvero nulla. 

Parliamo di Tor di Valle, dei suoi tormenti e del peso politico che avranno sugli incerti e zoppicanti grillini tutti i titoli che leggeranno da oggi fino alla sentenza di primo grado su Parnasi.
Perché ora sappiamo che il 4 aprile (sarà per me un compleanno da segnare sul calendario) il giudice deciderà se Parnasi e, con lui, gli altri 13 indagati per i quali la Procura di Roma ha richiesto il rinvio a giudizio vanno processati (e per quali capi di imputazione effettivi) oppure no.
E dopo il can can, il clamore assolutamente stupefacente - nel senso di droghe che devono aver assunto quanti riescono a sorprendersi e a far sembrare nuovo, cioè notizia, ciò che nuovo non è affatto - dato dalla stessa richiesta di rinvio a giudizio che segue, come il giorno la notte, l’avviso di chiusura indagini del 30 ottobre 2018, adesso inizia il baubau con tutto il percolato delle carte che filtra dagli ambienti giudiziari.

Ora scopriamo clamorosamente che Luca Parnasi aveva una chat di gruppo e che, udite udite, era stata chiamata “famostostadio”. Che notiziona. Un po’ come sorprendersi per le chat di gruppo che ciascuno di noi ha al lavoro: a Il Tempo ne abbiamo una per l’edizione online, una per la cronaca e una per lo sport. Tre chat di gruppo per un’unica testata.
E che diremo delle chat di gruppo familiari? O, il male peggio di Carpisa (cit.), di quelle scolastiche delle mamme? Di quelle delle mamme informate no-vax? Di quelle dei consiglieri comunali? Regionali? Deputati?
La notizia è che Parnasi ha una chat di gruppo con i suoi collaboratori stretti e che lì sopra si scrivono quello che accade?

O che Lanzalone, in uno degli interrogatori, chiarisce il come e il perché di una nomina?


Al momento, nessuno di questi atti è reato. Perché lo siano, occorre non che vi sia un procuratore che lo contesti, ma un giudice che tale lo riconosca con sentenza. 

E nessuna di queste notizie investe lo Stadio e il suo iter. Ma l’importante è infilare nel titolo la parola “Stadio” o, alla bisogna, il trio “Tor di Valle”. E che non si scriva mai "inchiesta Rinascimento", nome assegnato dalla Procura stessa all'indagine. Mi raccomando.

A questo punto, la domanda che il sindaco di Roma, Virginia Raggi, dovrebbe porsi è quella legata alla capacità dei suoi consiglieri - tutti figli del peggio manettarismo che abbia mai colpito questo Paese (un manettarismo ovviamente ben equilibrato: ghigliottina per i nemici, assoluzione piena e incondizionata per gli amici di bottega) - di reggere i mesi che mancano al voto in Consiglio comunale su variante e convenzione urbanistica. 
Non nascondiamoci: nessun grillino ha mai amato questo progetto, neanche nella versione Raggi stravolto tanto da non reggersi in piedi e spacciato per figo, e ingoiato come si ingoia un'amara medicina (politica). 
La fronda anti-Raggi, che affonda le radici in ben altri problemi, su questo voto potrebbe non tenersi assieme: ogni volta che uscirà un pezzo, un articoletto o un’articolessa, uno stralcio, un brogliaccio, un’intercettazione, anche fossero parole già sentite, sembreranno sempre nuove e riattizzeranno i mal di pancia pentastellati. 

Cara Raggi, se vuoi davvero provare a vendere lo Stadio come un tuo successo per provare a non sbracare del tutto il tuo Movimento alle Europee, sbrigati a votare in Consiglio comunale. 


PS: Non è per caso che non ho inserito i titoli di Corriere della Sera e Tempo: nessuno di loro ha usato "Stadio" o "Tor di Valle" nel titolo ma si sono limitati a usare il nome della chat di Parnasi. 



venerdì 8 febbraio 2019

STADIO, TUTTI GLI OSTACOLI ALLA PRIMA PIETRA (ENTRO FINE ANNO)


Cantieri per lo Stadio aperti a fine anno: strada stretta che un solo intoppo può far saltare, ma ancora fattibile. Si parte con il subentro di James Pallotta a Eurnova nell’affaire, già entro pochissimi giorni.

LE ELEZIONI EUROPEE SNODO CRUCIALE
Il nodo centrale di questo timing è il 26 maggio, giorno delle elezioni europee. L’andamento dell’Amministrazione Raggi obbliga i 5Stelle, per cercare di evitare una batosta elettorale, a provare a usare lo Stadio come carta elettorale. Per farlo, ai grillini serve di votare variante e convenzione urbanistica almeno un paio di settimane prima delle elezioni per sfruttare l’effetto “il “nostro” Stadio è realtà, ora tocca alla Regione” (leggi Pd). Non approvarlo prima del voto, invece, aprirebbe scenari ostici: un risultato elettorale dei 5Stelle molto lontano dal 35% delle Comunali 2016 significa la graticola politica del Sindaco e del suo entourage, il definitivo sfarinamento delle maggioranze grilline in molti municipi e l’emergere di tutti i malpancisti, oggi tenuti a freno, che potrebbero creare molti problemi in sede di voto sulla variante urbanistica. 


CHIUDERE IN FRETTA GLI ACCORDI
Quindi, i tavoli aperti fra Comune da una parte e Regione e Città Metropolitana lato pubblico e Roma/Eurnova lato privato per le questioni aperte (acquisto dei treni, cessione delle aree, aggiornamento delle carte e dei progetti) devono essere chiusi in fretta entro marzo e positivamente. Anche perché lunedì 11 il GIP annuncerà la data dell’udienza, da fissarsi entro il 13 giugno, sul rinvio a giudizio chiesto dalla Procura a conclusione dell’Inchiesta Rinascimento e l’apertura del processo con brogliacci, interrogatori, dichiarazioni, intercettazioni può appesantire il già delicato clima politico in Consiglio comunale. 
Ipotizzato, quindi, che per fine aprile ci sia il voto positivo in Aula Giulio Cesare su variante e convenzione urbanistica, perché i cantieri aprano davvero per dicembre occorre un rapido adeguamento delle carte progettuali da parte della Roma alle prescrizioni della conferenza di servizi e della variante; e il completamento delle procedure di verifica di compatibilità ambientale

DOSSIER IN REGIONE
Fatto questo, firma della Convenzione e trasmissione di tutto il dossier - variante, convenzione, verifica ambientale e tavole aggiornate - alla Regione che emana la propria delibera con cui si dichiara la “pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dell’opera” e costituisce il titolo autorizzatorio a costruire. A quel punto, gare europee, bonifiche e scavi archeologici per poi giungere, per Natale, all’apertura dei cantieri veri e propri. 

LE INCOGNITE
Strada stretta, si diceva: molte incognite che possono far saltare i conti. La prima, ovviamente, è l’incapacità che Comune, Regione, Città Metropolitana e proponenti chiudano i vari accordi in tempo utile. Più tempo passa senza che si giunga a un accordo più si assottiglia il margine temporale a disposizione per rispettare il cronoprogramma.
C’è poi l’incognita archeologia che per Tor di Valle non dovrebbe essere un vero problema ma con il sottosuolo romano c’è sempre da andare cauti. 

I RICORSI
A questi tre elementi, poi, vanno sommati quelli “giudiziari”. A parte l’intreccio politica-processo Parnasi, vanno ricordati gli innumerevoli ricorsi presentati praticamente ovunque ci sia un tribunale da qualunque associazione o congrega abbia necessità di 15 minuti di visibilità mediatica ma che, in ogni modo, prima o poi andranno esaminati. 
Da ultimo, ci sono anche i possibili ricorsi che potranno essere presentati dalle società non vincitrici delle varie gare d’appalto. La Roma sarà di fatto general contractor nel bandire e assegnare le gare d’appalto europee per la realizzazione delle sole opere pubbliche (lo Stadio e tutta la parte privata non vanno a bando). Quindi, per ogni gara potrebbero arrivare i ricorsi con tutte le perdite di tempo del caso.