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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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martedì 2 ottobre 2018

TUTTI I "NIET" DELLA RAGGI


La madre di tutti i “no” fu il rifiuto di far correre Roma come città candidata a ospitare i Giochi Olimpici del 2024. Una decisione che venne assunta da Virginia Raggi insieme all’allora suo vicesindaco, Daniele Frongia, e, dai due, illustrata alla città di fronte a una claque plaudente di grillini entusiasti. Era il settembre 2016, la Raggi si era insediata da poco ma, fra campagna elettorale e primi provvedimenti, s’era capito che arrivava una ventata di stop assoluti. Il mantra da ripetere è quello delle gare d’appalto ma è un ritornello sempre più stantio che convince solo i fan sfegatati 5Stelle sui social network, tra l’altro quasi mai residenti a Roma.
“Facciamo gare d’appalto”, “mettiamo a gara”. Almeno per gli eventi. E, così, di gara in gara, la città si è fermata. Nel mondo sportivo, la mazzata arriva con un “uno-due” micidiale: la Maratona di Roma da togliere assolutamente a Castrucci, storico organizzatore considerato troppo vicino al Partito Democratico, e il nuovo regolamento sugli impianti sportivi comunali, predisposto dal presidente della Commissione Sport, Angelo Diario.
In mezzo a questa gragnuola di colpi, ci finisce la Maratona e, subito insieme, Capannelle. La Maratona dovrà organizzarla l’ente terzo, in questo caso la Federazione sportiva di Atletica leggera (Fidal): l’ordalia punitiva nei confronti dell’organizzatore tradizionale si è arenata di fronte a un bando di gara trascinato dinanzi al Tar e, tribunale a parte, comunque con gli uffici non in grado di assegnarlo per tempo. Per cui, l’edizione 2019 - che è ancora a rischio stop visto che i giudici amministrativi ancora non si sono pronunciati - sarà salvata solo per l’intervento della Fidal che già pregusta un’assegnazione diretta dell’organizzazione anche per il 2020. 
Capannelle, poi, è un altro capolavoro. Parliamo del più grande impianto sportivo di proprietà del Campidoglio. A Capannelle ci corrono i cavalli e il gestore storico, la Hippogroup, è rimasta impigliata nelle maglie della poca avvedutezza del nuovo regolamento voluto dai 5Stelle. 
Il Regolamento prevede, a differenza di quanto avveniva in passato, che non si possano più concedere le proroghe delle concessioni in maniera (quasi) automatica sulla base delle migliorie fatte dai gestori. Quindi, mentre prima il gestore proponeva lavori di miglioria al Comune che, approvandoli, prolungava automaticamente la concessione (c’era una vera e propria tabella per queste prolungamenti), ora viene tutto azzerato. E pazienza se ci sono lavori già pagati ma bloccati per la farraginosità del meccanismo approvativo del Comune. Quindi, si apre lo scontro fra Campidoglio e Capannelle. Anche qui, ricorsi al Tar che spaventano talmente tanto gli uffici comunali che sospendono l’efficacia del provvedimento di riacquisizione dell’Ippodromo al patrimonio comunale (per metterlo poi a gara) in attesa che il Tribunale si pronunci. Intanto, però, la Hippogroup finisce automaticamente per diventare un occupante abusivo, tanto che il Ministero delle Politiche Agricole revoca le autorizzazioni a Capannelle per le corse di trotto e galoppo che, quindi, bloccano l’attività. Corsa del Campidoglio a metterci una pezza a colori, l’ennesima, con una lettera a Ministero in cui conferma la validità, fino a sentenza Tar, del possesso di Hippogroup dell’impianto.
Problemi analoghi, però, stanno per abbattersi anche su una buona fetta di palestre comunali i cui gestori, in piccolo, stanno vivendo lo stesso problema di Capannelle: investimenti già fatti, proroghe bloccate ma gare d’appalto che non partono. 
La frenesia “blocca tutto” dell’Amministrazione Raggi, però, non ha avuto effetti solo su manifestazioni sportive. I primi provvedimenti presi sono stati quelli di urbanistica. A partire dalla questione Stadio della Roma che, non appena insediatasi la Giunta Raggi, ha vissuto una vita “pubblica” (invio in Conferenza di Servizi) e una “privata” (il mancato rispetto della memoria Berdini sulla variante urbanistica). E proprio l’ex assessore all’Urbanistica, Paolo Berdini, ha segnato la sua permanenza di 7 mesi in Giunta con una serie di provvedimenti di stop: Torri dell’Eur, Mercati generali, ex Fiera di Roma, Caserme di via Guido Reni. Per l’altra delega, quella ai Lavori pubblici, Berdini non è proprio pervenuto. In compenso, sono pervenute le buche, pervenute e proliferate. 

sabato 27 dicembre 2014

FLAMINIO DIMENTICATO, LA FIGC SI DIFENDE

Negli ultimi “10 mesi lo Stadio Flaminio non ci è mai stato consegnato, così come non ci sono state fornite le piante catastali. Non ci è stato insomma consentito di dare corso alle nostre legittime pre-valutazioni progettuali ed economiche necessarie per qualsiasi progetto di fattibilità e sostenibilità dell'investimento, come tra l’altro previsto dalla delibera di Giunta del febbraio 2014”. Parola della Federazione Italiana Gioco Calco che interviene in modo molto secco sulla vicenda del Flaminio che cade sempre più a pezzi.



Il Flaminio - prosegue la Figc - è rimasto sotto la titolarità e la responsabilità della Coni Servizi fino al 23 dicembre, quando sarebbe passato dalla stessa Coni Servizi a Roma Capitale, unici due enti che avrebbero potuto e dovuto intervenire per la salvaguardia dell’area”. 
In sostanza, come già il Tempo aveva rivelato lo scorso 24 dicembre, chi doveva occuparsi di manutenerlo, ristrutturarlo e rilanciarlo, non l’ha fatto.  Ed è in atto una diatriba anche con risvolti giudiziari che vede il Comune impegnato in Tribunale contro la Coni Servizi. 

Ripercorrendo la vicenda, ad ottobre 2013, Comune e Figc annunciano urbi et orbi la volontà di rinascita del Flaminio, restaurato cinque anni prima al costo di 9 milioni di euro di fondi pubblici, brevemente impiegato per il rugby e quasi subito abbandonato. Passano i mesi, si ventilano proclami, e a febbraio 2014, la Giunta Marino approva la concessione, senza gara d’appalto, dell’impianto alla Figc. Se non che, di fatto, il Comune, secondo la Figc, non era in possesso della struttura che rimaneva invece nella disponibilità del Coni, meglio, della Coni Servizi, la società strumentale del Coni che si occupa principalmente della gestione delle strutture per lo svolgimento dello sport. 

Coni Servizi chiede di restituire l’impianto al Comune, ma si rifiuta di firmare un “verbale di consistenza”, vale a dire un atto ufficiale che descrive le condizioni dei luoghi al momento della riconsegna degli stessi. E a quel punto il Comune ricorre in Tribunale per un accertamento tecnico preventivo, una perizia, insomma, che certifichi in modo imparziale lo stato attuale dell’impianto.
Non vogliamo entrare nel merito dell’assegnazione del Flaminio a febbraio 2014”, dice la Federazione prendendo le distanze in maniera netta dal Campidoglio e dalla sua volontà di assegnarlo a Coni Servizi con la delibera proposta dall’allora assessore allo Sport, Luca Pancalli, ed avallata dall’intera Giunta capitolina.
L’attuale management della Federazione - dicono ancora da via Allegri - non ha seguito l’iter di concessione dello Stadio” ma ha compiuto una “semplice presa d’atto dello stato dell'opera. Oggi, in un contesto economico–finanziario profondamente mutato rispetto a un anno fa in ragione dei tagli del CONI sui contributi a noi destinati per il 2015, la FIGC non potrebbe più sostenere investimenti come quelli ipotizzati solo un anno fa sullo Stadio Flaminio”. 
Traduzione: signori, un anno fa c’era forse una possibilità; oggi non c’è una lira, bamboli, quindi non se ne può comunque fare nulla, cause o non cause. Quindi “auspichiamo l’apertura di un tavolo congiunto CONI, Roma Capitale e FIGC per stabilire modalità nuove e congiunte per il recupero di un'opera a cui noi tutti teniamo”. 



Lo scorso 15 dicembre il sindaco Marino e il presidente del Coni, Malagò, dispensavano sorrisi ad uso della stampa e del mondo per celebrare la candidatura di Roma a sede ospitante delle Olimpiadi 2024. Non più di cinque giorni fa, sempre il Sindaco incassava il sospiratissimo ok del Consiglio comunale alla delibera che sancisce il pubblico interesse alla costruzione dello Stadio della Roma, innaffiando questo “sì” da reiterate dichiarazioni trionfalistiche che gli portavano in regalo le bacchettate della Regione. Intanto il Flaminio, giorno dopo giorno, continua a perdere pezzi, a lasciare spazio alle erbacce e date segnate sulle agende per gli annunci ai quali non seguono realizzazioni concrete.