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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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giovedì 21 maggio 2020

IL GOVERNO BOCCIA DI NUOVO IL LAZIO


E siamo a due. Il Governo impugna dinanzi la Corte Costituzionale il collegato al bilancio della Regione Lazio. Giusto poco più di un mese fa, era stato impugnato il Piano Territoriale Paesistico regionale. 
Difficile non evidenziare come entrambe le impugnative siano state portate all’approvazione del Consiglio dei Ministri da parte del Ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, che è anche il “capo delegazione del Pd nel Governo. Di fatto, il paradosso è che il capo delegazione del Pd nel Governo impugna dinanzi la Consulta in un poco più di un mese due provvedimenti del leader del Pd, Nicola Zingaretti. 
Ad aprile, dunque, era stato impugnato il Piano Paesistico, ora il collegato al bilancio. Ironia della sorte, il collegato viene impugnato proprio per le parti legate alla pianificazione paesaggistica in quanto violerebbero il Codice dei Beni Culturali.
In modo sintetico, il Governo chiede alla Corte Costituzionale di dichiarare l’illegittimità di alcuni articoli e commi del Collegato regionale perché sarebbero in contrasto, appunto, con le norme nazionali sui Beni Culturali. Fra queste norme del Collegato impugnate, alcune riguardano le energie rinnovabili e il fotovoltaico; altre le attività legate al turismo rurale, alla vendita diretta dei prodotti agricoli, alla ristorazione con i  prodotti tipici e, infine, alle attività culturali. 
Siamo all’ennesimo scontro istituzionale tra Governo e Regione Lazio e tutto ciò avviene sulla pelle dei cittadini che sono oggi disorientati davanti alla terza impugnatura che blocca di fatto un’altra legge approvata dalla maggioranza. Se c’è un conto in sospeso interno al Pd, tra Zingaretti e Franceschini, non possono rimetterci i cittadini”, attacca Laura Corrotti, consigliere regionale della Lega.

La prima pagina del ricorso alla Consulta


giovedì 22 novembre 2018

GIORGETTI-MALAGÒ, SEGNALI DI DISGELO


Dopo lo scontro feroce delle scorse settimane, ora, fra Coni e Governo, è un momento di tregua e messaggi se non distensivi, quanto meno diretti al dialogo. 
A Reggio Calabria si è tenuta ieri la Giunta del Coni che ha deciso l’ammontare degli stanziamenti per il 2019 alle Federazioni Sportive nazionali. Forse l’ultima volta se la riforma che il Governo ha in animo di portare avanti e che è inserita nella legge finanziaria in discussione in Parlamento dovesse passare così com’è. Per inciso, per il 2019 ogni Federazione riceverà, per la parte sportiva, lo stesso ammontare che aveva ricevuto nel 2018. 
Due le novità: la prima, Giovanni Malagò che si dice pronto ad incontrare il sottosegretario con delega allo Sport, il legista Giancarlo Giorgetti, che ha incontrato, seconda, il presidente della Federazione Scherma, Giorgio Scarso, il più “politico” forse fra i presidenti federali che guida, per giunta, la Federazione “cassaforte” delle medaglie olimpiche azzurre.
Una nota di Federscherma racconta l’incontro fra Scarso e Giorgetti: “è fondamentale passare a un processo di necessario confronto, anche ampio, che permetta al mondo dello sport di conoscere, comprendere ed essere co-protagonista di un progetto di riforma che coinvolgerà tutti”. 
Scarso ha rimarcato a Giorgetti “le preoccupazioni del mondo della scherma e dell’intero movimento sportivo italiano circa un intervento di riforma che lo sport azzurro, ad oggi, non conosce appieno e che, anche per questa ragione, viene visto come un provvedimento che arriva dall’alto e non figlio di una concertazione né col Coni e né con tutti i soggetti coinvolti”.
A latere della Giunta Coni - dove è intervenuto per relazionare sia sul tema della riforma Coni e dei rapporti col Governo sia per quanto riguarda la candidatura sempre più solida di Milano e Cortina a sede ospitante dei Giochi Olimpici invernali 2026 - Malagò, rispondendo ai giornalisti che gli domandavano di Giorgetti, ha risposto: “Se vedrò Giorgetti nei prossimi giorni? Penso proprio di sì. Mi sembra che negli ultimi giorni c’è stata la volontà delle parti di ascoltare e ovviamente di condividere un percorso ed anche una legge. E con la parola condividere dico tutto. Non si chiede niente di più e di diverso. Io non posso che espletare il mandato che mi è stato conferito dal consiglio nazionale”. 
E stempera i toni, Malagò, anche sulla frecciata che Giorgetti aveva lanciato sui vertici Coni (“se guardate le prime cariche del Coni, sono tutte persone che appartengono al Circolo Aniene (quello di Malagò, ndr). Sarà un caso, saranno bravi, ma magari c’è gente competente anche a Forlì…”): “Non voglio proprio fare polemiche, continuano a cercare disperatamente di provocarmi e di mettermi delle frasi e parole mai dette. Non c’è nulla da dire, nulla da commentare, salvo che gli organi del Coni sono elettivi, il Consiglio Nazionale è fatto da 76 persone, sono eletti da 12 milioni di italiani. Ci sono tre soci dell'Aniene, la Giunta è fatta da 22 persone ed è elettiva, in rappresentanza di questi 12 milioni di persone. Ce ne sono 2, non voglio assolutamente fare ulteriori considerazioni”. 
E sul rapporto con Giorgetti e il Governo: “Ci sono state indicazioni che ho avuto dal Sottosegretario a dimostrazione che c'è stata grande disponibilità a lavorare senza creare litigi o fratture - ha detto Malagò - c’è pieno rispetto della volontà di non essere minimamente in guerra con il Governo sulla base del fatto che nel prossimo bilancio i contributi 2019 rimarranno al Coni. Visto che nel 2019 c’è stata riconosciuta non solo la facoltà ma il diritto-dovere di essere noi gli assegnatari dei contributi, non abbiamo voluto dare interpretazioni che potessero essere considerate un'eccessiva forma di potere, nel rispetto pieno della collaborazione”. Insomma, caute e circospette manovre di avvicinamento. 


mercoledì 21 maggio 2014

ROMA AFFONDA E MARINO PENSA ALLA... "MARIA"

Cassonetti che traboccano immondizia in tutta la città.
L'Ama è sull'orlo del fallimento, nonostante il cambio di management e la sofferta nomina del nuovo amministratore delegato, Daniele Fortini. Malagrotta è chiusa per modo di dire, visto che, in realtà, lavora come prima e più di prima, e, come prima, di proroga in proroga.
La metro e gli autobus funzionano, quando funzionano, a singhiozzo. L'Atac, nonostante il cambio di management e l'altrettanto sofferta nomina di Danilo Broggi, sta con un piede nella fossa e i libri contabili pronti per il tribunale.


(A proposito: ma non era colpa della dissennata gestione di Alemanno il deficit di Atac e Ama? E come mai col virtuoso Marino le cose peggiorano invece di migliorare?)



La cultura è un disastro su tutta la linea: teatri senza direzioni e direttori senza teatri, appelli per salvare l'Opera partono dal Giappone ma si fermano fuori, in piazza del Campidoglio e non entrano dentro le mura di Palazzo Senatorio. Ci hanno suonato le trombe della Notte dei Musei propinandocele come un trionfo ma è bastato prendere i dati dello scorso anno e accorgersi che il calo è stato un crollo. 

A gennaio e febbraio - ma guarda un po' che caso - è piovuto. Da allora metà delle strade di Roma è chiusa per frane e smottamenti. E non si vedono operai al lavoro. Per non parlare delle buche o meglio, di quel poco di asfalto che resta fra una buca e l'altra. Roba che andrebbe dichiarato "patrimonio dell'umanità" e posto sotto tutela del Wwf come specie in via di estinzione.



Ci aveva raccontato, Marino, che avrebbe risolto il problema dei residence, che avrebbe dato 500 euro al mese alle giovani coppie, che Roma aveva talmente tanti soldi in bilancio da potercela fare da sola, solo che non fosse amministrata da lestofanti, che avrebbe creato tram, giardini, il paradiso in terra e una città a misura di bambino



E, invece...



Ogni tre per due il Sindaco deve ricorrere all'aiuto del Governo ma qui nessuno grida - come accadeva con Alemanno - allo "scaricabarile" (cit. M. Miccoli): bilancio, contratto, discariche, lotta all'abusivismo commerciale, cortei.
Praticamente il Sindaco ha abdicato: Roma la governa il Governo. Commissariato sul bilancio, commissariato sul piano di rientro, commissariato sull'abusivismo commerciale, commissariato sul salario accessorio, commissariato sulle discariche, e, dopo aver rispolverato l'ordinanza antialcool di Alemanno e aver incrementato la tanto vituperata tassa di soggiorno di Alemanno, fra poco sul Campidoglio risuonerà il fatidico grido "CHIAMO L'ESERCITO" per liberarci della mondezza che invade le strade romane. E così saremo a posto.



Ma la cosa meravigliosa è vederlo che, mentre la città affoga, soffoca, si dibatte nelle spire della sua, di Marino, manifesta, palese, incontrovertibile e, timore, non più invertibile incapacità di amministrare fosse anche un condominio, Marino ha il tempo per pontificare sull'erba, la marijuana




e per farsi lo spottino elettorale coi bambini a prendere un tram 8.

Poi ci si domanda perchè il PD stia tramando non più nell'ombra ma in piena luce per suicidare l'Amministrazione Marino.


Poveri noi.




lunedì 12 maggio 2014

SALASSO ACCESSORIO

Marino appeso a una circolare di Renzi.
Il salario accessorio decide la sua sorte

L’unica strada è spingere il Governo ad adottare un qualsiasi provvedimento che, quanto meno, posticipi le scelte cui è tenuto il Campidoglio. Febbrile attesa per la risposta di Palazzo Chigi



Circa 26mila famiglie col fiato sospeso e una città che rischia di essere paralizzata come mai nella sua storia da uno sciopero dei dipendenti comunali. Da un lato.

Dall’altro, il Ministero dell’Economia e la Ragioneria Generale dello Stato che hanno dichiarato illegittimo il salario accessorio così come viene erogato.

In mezzo, il sindaco di Roma, Ignazio Marino, e la sua Giunta alle prese con una grana enorme a due settimane dal voto per le elezioni europee.

In queste ore si decide tutto.

Anche il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, si sta muovendo: l’incubo da sventare, risvolti elettorali a parte, è quello di una Roma bloccata. Se lo sciopero, annunciato dai Sindacati, non sarà scongiurato in extremis, il 19 maggio si salvi chi può: asili nido, mense scolastiche, vigili urbani, anagrafe, tutto fermo.

La partita è delicatissima. E vale, per le casse capitoline, 70 milioni circa di euro l’anno. Questa è la cifra che, qualora il salario accessorio non venisse più corrisposto ai dipendenti capitolini, il Campidoglio potrebbe risparmiare. E in tempi di vacche magrissime non è poco.

Tutto nasce quando Marino rivolge al Ministero dell’Economia e Finanze, il Mef, la richiesta di fare un controllo sui conti del Comune.
La risposta è impietosa: in circa 250 pagine, i tecnici del Mef rimproverano al Comune una serie di sperperi e inefficienze.

Sia all’Amministrazione Alemanno che anche a quella dello stesso Ignazio Marino.

In sostanza, dicono al Ministero, il Comune eroga in modo illegittimo il salario accessorio, spende troppo in consulenze, recluta a ricoprire incarichi a chiamata diretta – gli staff di Sindaco e Assessori – persone prive dei requisiti, non procede a ridurre le inefficienze del sistema delle società controllate.

Tutto questo cahier de doléance, però, il Sindaco prende per buona solo la parte relativa al salario accessorio dei dipendenti capitolini.
Inizialmente si parla direttamente di non erogare questi soldi.
Poi, le pressioni dei Sindacati obbligano Marino a inserirli nel bilancio 2014 appena presentato in Giunta e che deve andare all’approvazione dell’Assemblea capitolina.
Ma non possono essere erogati, dice il Sindaco, se non giunge un’autorizzazione dal Mef stesso. Che sarebbe obbligato a smentire se stesso, quindi.
Nella bozza di bilancio 2014 approvata in Giunta, però, aumentano di 12 milioni i soldi stanziati per le strutture di staff.
Insorgono i sindacati e il 6 maggio scorso 10mila dipendenti – quasi un capitolino su due – manifestano in piazza del Campidoglio contro questi tagli selvaggi.
Si aprono le trattative febbrili.
Preso dalla disperazione, Marino, rinnegando se stesso e le sue dichiarazioni di rispetto per la legge rilasciate pochi giorni prima, si espone dicendosi pronto a firmare lui il provvedimento di erogazione dei fondi.
Idea immediatamente bocciata dai tecnici capitolini perché illegittima.
Ora, l’unica strada rimasta per pagare questa quota importante dello stipendio ed evitare così uno sciopero che avrebbe ripercussioni pesantissime sulla città e che la compagine politica di centrosinistra che sostiene l’Amministrazione Marino pagherebbe caramente in termini di consenso elettorale alle europee, è quella di spingere il Governo ad adottare un qualsiasi provvedimento che, quanto meno, posticipi la scelta.

Il tempo stringe: le buste paga e, quindi, gli assegni degli stipendi, vanno compilate entro poche ore. Altrimenti non si farà in tempo a pagare.
Poche ore rimangono, dunque, perché l’Esecutivo autorizzi – si parla di emettere una circolare amministrativa che rimandi a una nuova contrattazione decentrata – il Comune a pagare.

Poi, altrimenti, sarà solo l’inferno.




COS’È IL “SALARIO ACCESSORIO”
Lo stipendio di un dipendente comunale è composto da due voci. Una, lo stipendio vero e proprio, e poi, noto sotto forma di “salario accessorio”, una serie di indennità aggiuntive.
Il salario accessorio pesa da un 10% circa a un 41% dello stipendio mensile (vedi tabella).
Nel corso del tempo, le varie Amministrazioni che si sono succedute alla guida del Campidoglio hanno aggiunto di volta in volta piccoli quantitativi di soldi sotto voci diverse: dal famoso mezzo litro di latte per chi lavorava in strada al fine di combattere gli effetti dello smog, alle indennità per chi lavora allo sportello, o nei fine settimana o con i nomadi. Per quanto spesso fantasiose, queste indennità, ciascuna di pochi euro, però, hanno finito per integrare sensibilmente le buste paga dei comunali. I cui contratti – va ricordato – sono bloccati ormai da svariati anni a causa della spendig review. Insomma, questo salario accessorio è ormai un elemento essenziale dei bilanci familiari ed è stato anche un modo per diminuire gli effetti dei tagli su chi ha uno stipendio fisso. E neanche poi tanto alto.  

IL PESO PERCENTUALE DEL SALARIO ACCESSORIO SULLE BUSTE PAGA DEI DIPENDENTI COMUNALI

DIPENDENTE
STIPENDIO
SALARIO ACCESSORIO
Autisti, commessi (cat. B)
Da 1.100 a 1.250 €
Da 100 a 150 €
Dal 9,1 al 12%
Amministrativo (cat. C)
Da 1.150 a 1.350 €
Da 200 a 300 €
Dal 17,3 al 22,2%
Amministrativo (cat. D)
Da 1.600 a 1.700 €
Da 300 a 400 €
Dal 18,7 al 23,5%
Tecnico (cat. C)
Da 1.200 a 1.400 €
Da 200 a 300 €
Dal 16,6 al 21,4%
Tecnico (cat. D)
Da 1.400 a 1.650 €
Da 450 a 550 €
Dal 32,1 al 33,3%
Insegnante (Cat. C)
Da 1.200 a 1.500 €
Da 200 a 300 €
Dal 16,6 al 20%
Insegnante (Cat. D)
Da 1.600 a 1.700 €
Da 300 a 400 €
Dal 18,7 al 23,5%
Vigile Urbano (cat. C)
Da 1.200 a 1.350 €
Da 250 a 400 €
Dal 20,8 al 29,6%
Vigile Urbano (cat. D)
Da 1.400 a 1.700 €
Da 450 a 700 €
Dal 32,1 al 41,1%


venerdì 25 aprile 2014

DALLA VIA CRUCIS AL PRIMO MAGGIO: ECCO IL CONTO DI MARINO

È noto che il "sindaco per caso", Ignazio Marino, sia andato a Palazzo Chigi a batter cassa.
Meno noto è il quantum economico delle richieste capitoline, il tono usato dal Sindaco e gli escamotage che lo stesso ha suggerito per evitare l'accusa, fin troppo facile, che il Governo finanzi le inefficienze romane con i soldi di tutti.

Andiamo per ordine.

Secondo i bene informati del Campidoglio, tutto è successo qualche giorno fa, quando, il Sindaco è salito a Palazzo Chigi per chiedere a Renzi fondi per Venerdì Santo, Pasqua, Natale di Roma, Liberazione e Santificazioni e Primo maggio.

La lista della spesa presentata da Marino è piuttosto sostanziosa: ben 7 milioni di euro.
Cifra che dovrebbe coprire, nelle intenzioni del Primo Cittadino, i costi che il Comune deve sostenere per tutte le manifestazioni che si svolgono in questi giorni a Roma e, cioé: la Via Crucis del Venerdì Santo, le celebrazioni per la Pasqua e il Natale di Roma, quelle per l'anniversario della Liberazione e del Primo Maggio e, dulcis in fundo, per la cerimonia di santificazione dei due Pontefici, Papa Giovanni XXIII e Papa Giovanni Paolo II, in programma per domenica 27 aprile.



Al conto, i partecipanti alla riunione, alla quale ha preso parte anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, hanno strabuzzato gli occhi: bello salato. Ma, soprattutto, difficile da far passare sotto silenzio.

Di fronte alla freddezza degli astanti, Marino se ne sarebbe uscito con una concitata minaccia: "Se volete, dico al Vaticano che le santificazioni possono farle a Washington o a Brescia". 
La reazione sarebbe stata decisamente dura: "Sindaco, questo non è il tono giusto. Tutti coloro che sono seduti a questo tavolo sono qui per cercare di risolvere il problema".
Ma l'ennesima, improvvida uscita di Ignazio aveva ormai raggelato il clima.

Ma ecco la soluzione al problema di come reperire questi fondi così come proposta dal Sindaco: fare una legge che destini i fondi non come finanziamenti a Roma Capitale ma come stanziamenti per le santificazioni. 

Una genialata per evitare l'opposizione del Parlamento a ulteriori soldi da destinare alla Capitale, intortandoli come eventi legati alla "sfera Papa Francesco". In fondo, ha argomentato Marino, “siamo tutti in campagna elettorale e nessuno avrebbe la forza di opporsi”. 
Potere del Vaticano, vieni a me!

Infine, un'ultima chicca. 
Dopo la figuraccia nazionale del selfie con Obama - fatta senza fascia tricolore, di straforo, sotto una scaletta di un aereo e nel territorio di un altro Comune - ora Ignazio ci riprova.
E vorrebbe farsi immortalare al fianco di Papa Francesco chiedendo per sé un posto in prima fila per la cerimonia di canonizzazione di domenica.
Qualcuno però dovrebbe spiegare all'Ignazio capitolino che i posti "importanti" in Vaticano vengono riservati alle più alte cariche della Repubblica (Presidenza della Repubblica, di Camera e Senato, del Consiglio dei Ministri, della Corte Costituzionale). Insomma, posti riservati all'"alta politica internazionale" e lui tra questi non ci rientra. 

A questo punto, solo un suggerimento: turisti e, soprattutto, romani saranno  in piazza San Pietro e per le vie limitrofe. Dato che “Non è politica, è Roma”, Ignazio potrebbe farsi qualche bella ora di fila e un po’ di lotta per un posto tra la gente. Tranquillo, i selfie vengono bene anche da là!