*****************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************

In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

*****************************************************************************************************************************************************************************************************************************************************

Visualizzazione post con etichetta Enrico Letta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Enrico Letta. Mostra tutti i post

venerdì 3 luglio 2020

FRANCHESCHINI L'ANTI-RAGGI


Ad ogni scossone dei rapporti fra i due azionisti principali del Governo, il Pd e i 5 Stelle, e il premier, Giuseppe Conte, corrisponde, quasi con una relazione geometrica, uno scossone sulla tenuta interna dei due stessi partiti, uno sulla Regione Lazio e uno sulla corsa al Campidoglio. Tutti diabolicamente collegati come fosse un enorme domino.
Negli ultimi giorni due elementi stanno mandando in fibrillazione il sistema: Conte e il Pd si stanno allontanando sempre di più praticamente su ogni tema all’ordine del giorno, dal Mes e dal Dl Liquidità, fino alle cose più piccole. E, in Regione, continua la lotta al coltello fra i due Zingaretti boys, il vicepresidente Daniele Leodori, e l’assessore alla Sanità, Alessio D’Amato, con il segretario del Pd stufo di questa continua serie di discussioni che stanno finendo per logorare la già raffazzonata maggioranza che tiene su la Pisana. Tanto che, secondo fonti Pd, lo stesso Zingaretti starebbe iniziando a considerare l’esperienza di governo in Regione come un qualcosa di concluso.
La sommatoria di questi due fronti - Pd e Conte e Regione maionese impazzita - potrebbe finire per avere ripercussioni molto più profonde anche sulla candidatura per Roma. Il mandato Raggi scade a giugno 2021 e, ancora oggi, la risposta di tutti i partiti, Pd per primo, è che di Roma e delle candidatura se ne parlerà dopo le Regionali di autunno che segneranno, qualunque sia il risultato, uno spartiacque.
Il risultato delle Regionali potrebbe assestare il colpo di grazia al governo Conte o comunque indebolirlo, rendendo necessario un cambio di passo e di assetti nell’esecutivo. In questo caso, per evitare le urne che potrebbero consegnare a Salvini e alla Meloni la maggioranza del Parlamento che eleggerà, nel 2022, il successore di Sergio Mattarella al Quirinale, Zingaretti potrebbe essere obbligato ad entrare direttamente nella compagine di governo.
Di conseguenza, salterebbe sia la Regione - che andrebbe al voto anticipato, forse anche insieme al Comune di Roma in un election day di fuoco - che l’assetto interno del Pd. Zingaretti, dunque, dovrebbe lasciare la guida del Lazio ma, entrando nel governo, finirebbe per divenire automaticamente il capo delegazione, fagocitando il ruolo oggi ricoperto da Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali e capo delegazione del Pd all’interno della maggioranza. 
I rapporti tra il premier Conte e Franceschini, inoltre, non sarebbero affatto idilliaci: i due hanno visioni molto discordanti su tutti i principali dossier aperti. Le discussioni a Palazzo Chigi sarebbero all’ordine del giorno.
Insieme a quelli di Roberto Gualtieri ed Enrico Letta - solo per citare i nomi di due big Dem, ai quali bisogna comunque aggiungere Paolo Gentiloni e, soprattutto, David Sassoli - il nome di Franceschini era già girato come quello di possibile candidato sindaco di Roma per la coalizione di centrosinistra. È uomo di levatura, con una solida esperienza amministrativa e di governo (l’esatto contrario della Raggi e di Marino) ma, come da lui stesso detto in conversazioni private con colleghi di partito, non è romano e, pur essendo il marito di Michela Di Biase, consigliera regionale romana e una delle «grandi potenze» del Pd capitolino, il timore è quello di finire come Ignazio Marino, un marziano troppo distante dalla mentalità del Campidoglio e della sua melassa. 
Inoltre Franceschini oggi si trova nel suo elemento: ai Beni Culturali e capo delegazione Pd è, di fatto, uno degli uomini di maggior rilievo nel panorama politico Dem.
Tuttavia, l’eventuale ingresso di Zingaretti al Governo finirebbe, appunto, per erodere la posizione di Franceschini il quale, a questo, punto, potrebbe anche essere tentato dall’avventura a Palazzo Senatorio.


giovedì 2 luglio 2020

ROMA, LE PRIME GRANDI MANOVRE PER LE COMUNALI 2021

Giorno più, giorno meno manca solo un anno alle elezioni per il successore di Virginia Raggi il cui mandato scade a giugno 2021. Ufficialmente tutti gli schieramenti si nascondono dietro un “è troppo presto, se ne parla verso Natale” ma iniziano le grandi manovre di avvicinamento al voto.

Per i 5Stelle i prossimi 6 mesi saranno animati dalla lotta fra il sindaco uscente, Virginia Raggi, che vorrebbe tentare una candidatura bis e chi, usando la regola del divieto di superare due mandati, non ne vuol sentir parlare. Se la Raggi non dovesse battere le resistenze armate del no al bis, in campo Monica Lozzi, presidente del VII Municipio e considerata, nel nulla cosmico dei parlamentini sopravvissuti alle gelosie interne grilline, la più capace. Perché la Raggi corra per un secondo mandato da sindaco e un terzo totale (considerata l’esperienza da consigliere comunale con Ignazio Marino sindaco) occorre cambiare le regole interne del MoVimento. Ma in molti, visto il bilancio disastroso di questo quinquennio e le scarse probabilità della Raggi di arrivare al ballottaggio, non hanno intenzione di fare ulteriori strappi alla già fin troppo addomesticabili regole del partito per incassare solo una sonora sconfitta. In questo fronte del “no Raggi bis” va inserita di diritto Roberta Lombardi, capogruppo in Regione, e una fetta di consiglieri comunali per altri versi stanchi del procedere a zonzo del Sindaco e dei suoi. 
La Raggi ha sei mesi per battere questa fronda interna. 
La decisione finale sarà comunque demandata alla conventicola interna della casta grillina e poi, come d’abitudine, ratificata sulla piattaforma Rousseau.
Per il centrodestra e il centrosinistra la partita è decisamente più complessa e si intreccia in modo diabolico con gli assetti interni dei partiti e delle alleanze nonché con la tenuta del Governo nazionale e della Regione Lazio.
Primo punto: in molti a sinistra temono o a destra sperano che in autunno il Governo Conte chiuda i battenti e che alla fine non ci siano altre maggioranze rinvenibili in Parlamento con il risultato del voto anticipato in primavera. 
Una ipotesi comunque difficile da realizzarsi visto che eventuali elezioni politiche finirebbero per comporre quel Parlamento cui spetterà di determinare la scelta del successore di Sergio Mattarella al Quirinale nel 2022.
L’ipotetica caduta di Conte finirebbe per trascinare con sé anche quella della Regione Lazio (dove nel 2018 Zingaretti vinse di misura ma senza avere la maggioranza in Consiglio regionale) i cui equilibri si reggono su un paio di consiglieri di opposizione passati a puntellare gli zingarettiani e la pattuglia grillina trasformata in quieto giullare della maggioranza. 
Il risultato finale sarebbe la tempesta perfetta: un mega election day con alle urne Parlamento, Regione Lazio e Campidoglio. 
Nel Pd ci sono da tenere presente gli equilibri interni che poggiano sull’alleanza fra Dario Franceschini e Zingaretti, la stessa alleanza che consente a Conte di rimanere ancora a Palazzo Chigi. Con i renziani che attaccano quotidianamente i Dem. 
A sinistra da settimane girano molti nomi: Roberto Gualtieri, David Sassoli, Carlo Calenda, i presidenti dei Municipi I, Sabrina Alfonsi, e III, Giovanni Caudo; Lorenzo Tagliavanti
Ciascuno di questi nomi presenta più problemi che soluzioni: Calenda litiga tutti i giorni col Pd e coi renziani; Gualtieri non è esattamente il più amato dagli italiani che aspettano ancora la cassa integrazione; Sassoli non ha esperienza di alcun tipo e sta decisamente bene a presiedere il Parlamento europeo. La Alfonsi e Caudo sono troppo “piccoli” per una corsa simile; Tagliavanti ha tanti amici quanti nemici fra Unioncamere, Camera di Commercio e Confederazione Artigiani.
Per questo l’idea che circola - formalmente respinta dal diretto interessato ma non per questo accantonata - è quella di candidare Enrico Letta. Uomo garbato, personalità di rilievo europeo, con ottime entrature nel mondo che conta della politica e della finanza, moderato (che dopo le urla politiche di Marino e la Raggi non guasta), in grado di aggregare. Certo, Letta non è esattamente un uomo del popolo. E per questo l’orientamento sarebbe quello di affiancargli Amedeo Ciaccheri, oggi presidente del Municipio Garbatella e proveniente dal mondo della sinistra movimentista.
Enrico Letta potrebbe anche garantire alle opposizioni un mandato di “pace” politica: dalla campagna di Alemanno in poi è stato tutto un susseguirsi di ululati politici che hanno alzato costantemente il tono e le attese, deludendo altrettanto rapidamente.
Nel centrodestra, invece, la partita è a uno stadio un po’ più arretrato. Il primo vero problema è che né Fratelli d’Italia né la Lega hanno personale politico sufficiente in numero e preparazione per “reggere” il Campidoglio e la Regione (qualora si votasse per entrambi). Non parliamo poi del Governo… 
Quindi, a destra, sembra più iniziata una corsa a non rimanere col cerino della scelta in mano. FdI, con un fortissimo radicamento a Roma, potrebbe lasciare alla Lega la scelta del nome e, al massimo, tentare il colpo sulla Regione. La Lega non sembra disposta a fare l’agnello sacrificale e quindi, alla fine, non è da escludersi un candidato di Forza Italia. Gira il nome di Annagrazia Calabria che possiede un curriculum di tutto rispetto ma non appare esattamente come un trascinatore di folle. Tanto che più di qualcuno ipotizza che la “pax lettiana” potrebbe non essere affatto un’offerta da rifiutare.