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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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giovedì 21 maggio 2020

AUTUBOUS IN PIÙ, C'È IL TRUCCO. LINEE AFFIDATE SEMPRE A ROMA TPL


Sei giorni fa l’annuncio: “nuova flotta di 70 pullman privati per potenziare i collegamenti metro”. Se in Giunta stappano lo champagne, le opposizioni alzano il tiro: “come avete scelto il privato e quanto ci costa”?
Parliamo dei 70 pullman gran turismo che la Giunta Raggi ha noleggiato col trucco: prese da Roma TPL cioè quell’azienda privata che, dall’epoca di Veltroni, gestisce un centinaio di linee di periferia. Con un appalto scaduto a maggio 2018 e già prorogato dalla Giunta Raggi per ben 4 volte
Pullman che serviranno per attivare 4 linee, le “S”, che, dalla periferia portano in centro con due sole fermate: da Ponte Mammolo a Termini con fermata sulla Tiburtina a Portonaccio e poi a Policlinico Metro B; da Anagnina a Termini con fermate a Colli Albani Metro A e a San Giovanni Metto A e C; da Laurentina a Termini, con fermate a piazza dei Navigatori e a piazza San Giovanni in Laterano; e, infine, da Ponte Mammolo a Subaugusta con le fermate a Togliatti/Prenestina e a Parco di Centocelle Metro C. 
Silenzio totale sui dettagli di questo nuovo affidamento: nella oliata macchina della propaganda capitolina manca ufficialmente il nome del privato da cui sono stati noleggiati i pullman, i costi, la durata dell’appalto. 
E se al lancio del servizio c’era stato l’abituale auto incensamento, ieri, a Radio24 la Raggi ha addirittura rilanciato: “da qui a venerdì arriveranno altri 200 autobus da privati per rinforzare le direttrici dalla periferia al centro”.
Ancora una volta: silenzio sul socio privato, su come sia stato scelto e, ovviamente, sui costi di questa partnership. 
Partnership, peraltro, che giunge da quella stessa Amministrazione che ha boicottato il referendum sulla privatizzazione di Atac al grido di “Atac resti pubblica” ma che dimostra di non esitare a ricorrere al privato a comodo.
Interrogazione di Andrea De Priamo, capogruppo di Fratelli d’Italia: “con quale procedimento è stato individuato” il partner privato? “Sulla base di quale atto è stata presa la decisione di avvalersi del privato?”. E, ancora: chi è questo privato, quanto costa, quanto durerà questo affidamento se è solo una necessità temporanea o sarà una cosa definitiva.
Il fatto che il contratto con Roma TPL sia scaduto a maggio 2018 ha due risvolti: uno politico e uno tecnico. Quello politico è evidenziato dallo stridore fra l’attuale regime di proroghe e le vecchie prese di posizione proprio di Virginia Raggi: “Questa amministrazione - scriveva la Raggi il 5 agosto 2015 a proposito della Giunta Marino - sta continuando ad affidare servizi tramite proroghe o affidamenti diretti. Anac stiamo arrivando. Procura e Corte dei Conti pure…”.  
C’è poi l’elemento tecnico che rende questo contratto fra il Campidoglio e Roma Tpl quanto meno dubbio: se è un contratto nuovo, manca il bando di gara europeo. 
Un affidamento da “18mila km al mese” come ha annunciato Calabrese, costa non meno di 2 milioni di euro al mese. Cifra che, quindi, rende obbligatoria una gara europea. 
Se, invece, è un subappalto, il dubbio resta: Roma TPL da capitolato deve fornire autobus. Non pullman granturismo. Diventa, quindi, una bella “sorpresa” giuridica trovare un appalto scaduto che vive di proroghe da un biennio che viene usato per fare un subappalto lautamente retribuito con un cambio in corsa dell’oggetto: da autobus a pullman. 


giovedì 12 dicembre 2019

L'AGENZIA DI CONTROLLO: ROMA CADE A PEZZI



Secondo giro, seconda mazzata: l’Agenzia per il Controllo e la Qualità dei Servizi Pubblici Locali di Roma Capitale (ACoS) conferma il fallimento totale della Giunta Raggi sui rifiuti. Martedì era stata l’Ispra - Istituto per la Protezione e Ricerca Ambientale, dipendente dal Ministero dell’Ambiente - a certificare tragedia dei 5Stelle nella gestione dell’immondizia, attestando il calo della differenziata in città per la prima volta dal 2010. Ieri l’ACoS che, per altro, va ancora più a fondo nell’analisi: primo schiaffo “La scarsa continuità che ha caratterizzato di recente i vertici aziendali ha impedito finora l’adozione e l’attuazione di piani industriali di respiro sufficiente a risolvere le crescenti difficoltà originate soprattutto dalla carenza infrastrutturale ingessata in un quadro strategico di lungo periodo più ideologico che tecnico”. Ovvero, cambiare in continuazione il management dell’Ama non solo impedisce di adottare un piano industriale - l’ultimo, di fatto, è quello firmato da Franco Panzironi, all’epoca di Alemanno - ma la “carenza infrastrutturale” è dovuta a un “quadro ideologico più che tecnico”. Da un punto di vista economico, “il riscontro sugli obiettivi strategici del Piano economico (di Ama, ndr) è praticamente nullo: progetto Ecodistretti è stato accantonato senza essere sostituito da una pianificazione alternativa organica completa ed esecutiva”.Inoltre, nel 2018, è aumentata la produzione di “rifiuti del 2,5% e la raccolta differenziata è pari al 44% con uno scostamento negativo di oltre il 25%” rispetto alle previsioni della Giunta Raggi. E mancano “due bilanci (2017 e 2018) non ancora approvati dal socio unico”.
Insomma, il Piano economico di Ama “manca di aderenza alla realtà, creando i presupposti per un servizio inadeguato”: Grazie alla “debole dotazione impiantistica inadeguata anche ai flussi di rifiuti ottimisticamente ipotizzati a regime” si registrano “gravi ripercussioni” sui costi e sul servizio con un “piuttosto negativo” bilancio “in termini di qualità ed efficacia” dei risultati. A rimarcare la miopia della visione dei 5Stelle sul banale e secco “no” a qualunque soluzione di impianti ci pensa l’Acos: “La scelta di non dotare la città di impianti, neppure quelli all'avanguardia che garantiscono recuperi energetici e risparmio di CO2, sta avendo l'effetto di trasformare la città in una discarica a cielo aperto”. Per altro, se l’idea grillina della salvaguardia ambientale è il ritornello per nobilitare l’assenza di politiche sui rifiuti, l’effetto ottenuto è opposto: “Nel 2018, Ama ha dovuto spedire fuori regione complessivamente quasi 500 mila tonnellate fra rifiuti e residui di trattamento, per una distanza media di circa 450 km, con costi non indifferenti e un impatto ambientale significativo: per il solo trasporto di questi quantitativi stimiamo emissioni di PM10 pari a 5 volte quelle medie annue del TMB Salario”. Non bastasse l’ambiente, anche il portafogli dei romani risente delle non scelte del Movimento 5Stelle: “Al costo ambientale si aggiunge poi il costo economico, che grava direttamente sulla TaRi pagata dai cittadini romani, attraverso incrementi di spesa al momento fra il 25% e il 50% rispetto alle tariffe di trattamento e con la prospettiva futura di ulteriori aumenti necessari a trovare sbocchi alternativi”.
Dopo l’Ispra, dunque, anche l’ACoS infilza la Raggi e la sua politica sull’immondizia mentre oggi scade il termine fissato dall’Ordinanza della Regione Lazio perché la Raggi scelga cosa fare nei sette siti identificati dal Tavolo sui rifiuti.  


Quasi quattromila e 400 corse in meno ogni giorno nel 2018, voto dei romani, un 4: se per l‘Agenzia per il Controllo e la Qualità dei Servizi Pubblici Locali di Roma Capitale (ACoS), Ama è un disastro, Atac non sta certo meglio. Nel 2018 calano le corse degli autobus che segnano un -17% fra il servizio programmato e quello effettivamente erogato. È quanto si legge nella Relazione annuale sullo stato dei servizi pubblici locali del 2019, presentata ieri mattina in Campidoglio alla presenza del presidente dell'Assemblea capitolina, Marcello De Vito.
Ovviamente, è basso il voto dei romani sulla qualità del servizio di trasporto di superficie, ben sotto la sufficienza, con un punteggio di 43,9% su 100. 
Per trovare qualcosa di positivo sul trasporto di superficie in un quadro di queste proporzioni disastrose, l’ACoS va a raffrontare i dati di settembre 2018 con quelli di settembre 2019 evidenziando come l’arrivo dei 227 nuovi bus abbia comportato un miglioramento complessivo dei km percorsi del 7% passando dai quasi 6,3milioni di km del settembre 2018 ai 6,6 di quest’anno. Decisamente meno marcato il miglioramento fra quanto programmato e quanto percorso: nel 2018 si registrava un -21% dei km fatti rispetto a quelli previsti e nel 2019 siamo a un -17%. 
Esulta l’assessore ai Trasporti, Pietro Calabrese: “Stiamo risanando Atac  - dice - e i primi risultati sono sotto gli occhi di tutti: il trasporto pubblico di Roma è migliorato, soprattutto negli ultimi mesi grazie all'arrivo di nuovi mezzi acquistati dalla nostra amministrazione”. Per poi strafare: “Vorrei ribadire che dal 2007 al 2013 non sono stati acquistati mezzi”. Peccato che non sia vero, visto che ne hanno comprati tanto Alemanno (337 vetture) quanto Marino (160). 
Veniamo alle corse perse. Nella relazione di ACoS è in “forte aumento il numero di corse perse sul servizio di superficie per entrambi i gestori del trasporto pubblico romano, gestito da Atac e Roma Tpl: negli ultimi cinque anni sono triplicate per Atac (1,65 milioni nel 2018, circa 4.380 in media al giorno); nello stesso intervallo di tempo, il numero di corse perse da parte di Roma TPL è aumentato di quasi sette volte”. Le corse saltate, “non sono solo un disservizio per gli utenti ma anche una perdita sul bilancio del gestore: per Atac si stima che i mancati ricavi per la programmazione non rispettata ammontino a 263 milioni di euro dal 2015, anno di entrata in vigore dell'attuale contratto di servizio, e a 66 milioni solo nel 2018”.
Segue poi l’elenco dei disservizi di Atac: “la chiusura delle stazioni metro e l'accessibilità delle stesse, gli episodi di incendio o principio di incendio sui bus, la non piena utilizzabilità dei parcheggi di scambio sono alcuni dei disservizi che hanno riguardato la mobilità pubblica e collettiva della Capitale”. Una luce nel buio tunnel dell’Azienda di via Prenestina viene dalle metropolitane: il divario tra il servizio atteso e quello reso “è più contenuto per le metropolitane” ed è quantificato “solo” in un “-4% in risalita dopo il crollo di produzione del 2017, quando la linea C era stata soggetta a riduzione del servizio per usura anomala dei materiali rotabili”.





“Oltre 7mila richieste fra il 2016 e il 2018 e 1,7 milioni di euro di risarcimento erogati dalle Assicurazioni di Roma” tanto è il costo delle buche sotto la Raggi e i 5Stelle in Campidoglio. Lo certifica l’Agenzia per la Qualità dei Servizi Pubblici (ACoS). Nel paragrafo dedicato alle strade, l’ACoS scrive che “gli interventi per il ripristino della funzionalità della rete viaria sono ripresi nel 2018”. Magari perché prima erano interrotte. Il Dipartimento Lavori Pubblici “ha provveduto a redigere e approvare gli interventi di riparazione buche sulla grande viabilità e sulle strade di competenza municipale” e “aggiudicato la gara in 5 lotti” per gli interventi di rifacimento delle strade. C’è il conto di quanto riasfaltato: 380mila metri quadri nel 2018, 420 mila nel 2019 che saliranno a 674mila a fine anno. In totale, quindi, in un biennio è stato riassaltato poco più di un milione di metri quadri di strade. Considerando che a Roma ci sono circa 5.600 km lineari di strade che coprono circa 56 milioni di metri quadri - 11 milioni di metri quadri sono gli 800 km della sola “Grande Viabilità” di competenza diretta del Campidoglio; 45 milioni sono la superficie in metri quadri dei 4.700 km di strade di competenza municipale - appare in tutta la sua pochezza quanto fatto sino ad ora.






Nel 2018 sono stati abbattuti 1.072 alberi sui 315 mila che costituiscono il “patrimonio arboreo, illustre vanto della città” e ne sono stati piantati solo 148. Lo scrive l’Agenzia per la Qualità dei Servizi pubblici nella Relazione annuale. “Per il verde, nel 2018 rispetto al 2017 si è speso di più per il personale (+2,8 milioni) e per beni e servizi (+5,5 milioni) mentre sale a 308 il numero dei giardinieri, dai 283 dell'anno precedente. A questi si aggiungono 69 detenuti appositamente formati e impiegati nei primi sei mesi del 2019 per la manutenzione del verde pubblico”. 

Poi una delle spiegazioni del perché gli alberi vengono giù appena piove o tira vento: “Gli interventi di potatura toccano il minimo nel 2018 riducendosi del 66% negli ultimi cinque anni” e se “Aumenta, dal 2017, il numero di interventi di manutenzione ordinaria” diminuisce “sensibilmente quello delle manutenzioni straordinarie”. Piccolo spiraglio di ottimismo: il 2017 aveva registrato il record negativo di nuove piantumazioni (120) e le 148 del 2018 sono un’inversione di tendenza. Meno confortante è sapere che, a poco più di un anno dalla fine del mandato Raggi, c’è ancora la dicitura “in corso di aggiudicazione” sull’accordo quadro triennale per la manutenzione degli alberi e quella “fase di espletamento” per il verde orizzontale.




“l voto medio sui servizi cimiteriali non raggiunge la sufficienza (5,4) e quasi la metà degli utenti si è detta scontenta del servizio (manutenzione, pulizia, tranquillità); altri aspetti critici sono la scarsa accessibilità e la sicurezza”: anche i cimiteri capitolini - sono 3 principali urbani, Monumentale del Verano, Flaminio e Laurentino; più altri otto suburbani, Castel di Guido, Cesano, Isola Farnese, Maccarese, Ostia Antica, Santa Maria del Carmine, San Vittorino e Santa Maria di Galeria - la Relazione annuale dell’Agenzia per il Controllo e la Qualità dei Servizi Pubblici Locali di Roma Capitale (ACoS) non lascia molti margini. “Nel 2019 i reclami pervenuti ad Ama sono stati 409, la maggior parte riguardanti i cimiteri Verano e Flaminio (rispettivamente 200 e 184 reclami). Solo 9 i reclami per i cimiteri minori. I cittadini hanno segnalato soprattutto problemi legati alle infiltrazioni di acqua, alla mancata manutenzione del verde (alberi o rami pericolanti, erbacce, assenza di potatura, etc.) o danni agli edifici”. È Ama ad occuparsi dei cimiteri con un Contratto di Servizio da poco riformato diviso in due parti: un servizio fisso ad operazione e uno a canone. Per ACoS va valutata “positivamente” la quota fissa, più discutibile il canone di cui è difficile “valutare la congruità”.  



martedì 5 marzo 2019

METRO B1; PARCHEGGI FINITI E CHIUSI


Sono due parcheggi, ciascuno da 250 posti auto: uno nel II Municipio, alla fermata Annibaliano della B1. L’altro, nel III, alla fermata Conca d’Oro: 500 posti auto che servirebbero come il pane ma che, almeno per un altro paio d’anni (abbondanti), difficilmente saranno aperti al pubblico.
Si tratta di due parcheggi di scambio di cui, nei progetti originari della metro B1 (Bologna-Jonio), era prevista la costruzione, interrotta sotto la consiliatura Alemanno.
In realtà, i due parcheggi sono sostanzialmente completi (o quasi): mancano alcuni elementi necessari all’apertura come l’impianto antincendio, le tamponature, l’illuminazione. Motivi sufficienti a non farli aprire al pubblico. 
Spiega Antonello Aurigemma, assessore ai Trasporti nella Giunta Alemanno: “La questione nasce con Veltroni. Salini aveva vinto l’appalto per la B1 fra Bologna e Conca d’Oro. Veltroni, con un’intuizione geniale e il via libera dell’Authority per la concorrenza, contratta con Salini anche la prosecuzione dell’opera fino a Jonio. A opporsi è stata l’Authority dell’Unione Europea con la quale trattammo: rimase l’affido del prolungamento ma mettemmo a gara tutte le pertinenze, quindi i due parcheggi e la gestione degli spazi commerciali. Noi lasciammo il bando pronto”. 
Che, però, la luce non l’ha mai vista. 
Abbiamo fatto una serie di sopralluoghi, a inizio febbraio, sia a Annibaliano che a Conca d’Oro - spiega il presidente della Commissione Mobilità, il grillino Enrico Stefàno - e abbiamo un cronoprogramma per consentire l’apertura al pubblico per il 2021. Noi prevediamo entro l’anno l’indizione di una conferenza di servizi, poi il progetto esecutivo e, quindi, la gara per i lavori di sistemazione delle due strutture con fondi del Comune, così che sia Atac a gestire le due aree di sosta. I lavori partiranno nella seconda metà del 2020 e dureranno nove mesi”.
A parte il lunghissimo stop ai lavori - due anni e mezzo circa della Giunta Marino più altri due anni e mezzo della Giunta Raggi - l’Amministrazione grillina ha radicalmente modificato i criteri del bando che erano stati decisi dalla Giunta Alemanno che prevedeva un affido con gara ai privati che avrebbero completato le strutture, gestito i parcheggi e anche i 2200 metri quadri commerciali di Conca d’Oro, recuperando così l’investimento fatto per finire i parcheggi. Per la Giunta Raggim, invece, sarà Atac, con fondi pubblici, a finire l’opera. 
“Io temo che questa decisione dell’attuale Amministrazione capitolina possa richiedere tempi molto più lunghi di quelli previsti da Stefàno”, spiega il presidente del III Municipio, Giovanni Caudo, già assessore all’Urbanistica nella Giunta Marino. “Non so per quale motivo il bando Alemanno non venne portato a termine ma questa modifica è sostanziale e prevede una spesa di denaro pubblico ma tempi che, nella migliore delle ipotesi saranno quelli indicati da Stefàno. Io temo che possano essere decisamente più lunghi e di quei parcheggi c’è bisogno ora”.

mercoledì 12 dicembre 2018

CAUDO: "IL TMB SALARIA NON DEVE MAI PIÙ RIAPRIRE"


Ma che stiamo scherzando? Ma che stiamo scherzando”, lo ripete due volte, per sottolinearne l’importanza, Giovanni Caudo, presidente del III Municipio (Montesacro), alla domanda sulla riapertura dell’impianto di trattamento meccanico biologico (TMB) dell’Ama di via Salaria andato a fuoco nella notte fra lunedì e martedì.
Niente mezze misure: “L’impianto non deve riaprire”, sentenzia Caudo. 

Presidente, però se non riapre avremo Roma invasa dai rifiuti più di quanto già non sia. In questi giorni da Castel Giubileo, il suo Municipio, dove è attiva la differenziata porta a porta, i residenti lamentano la mancata raccolta da settimane con immondizia sparsa ovunque. Non riaprire il TMB significa condannare Roma a un Natale e capodanno da incubo.
La soluzione c’è ed è semplice. Una moratoria di un anno che consenta a Roma di portare fuori provincia il rifiuto così com’è”.

Intende, il tal quale, senza prima trattarlo?

Sì, il tal quale. Occorre, ovviamente, un’autorizzazione speciale che può dare il ministro Costa (Sergio, ministro all’Ambiente)”.

E che otterremmo?

Un anno di moratoria all’esportazione del tal quale, può consentire di pareggiare i tempi. A condizione che la politica si assuma le sue responsabilità. La Regione deve varare il Pianto Rifiuti e per farlo ha bisogno che la Città Metropolitana indichi i siti dove costruire gli impianti di trattamento e smaltimento della mondezza. È ora che si mettano da parte le paure e le ripicche reciproche fra Pisana e Campidoglio e si lavori per il bene della città”.

E se questa moratoria non bastasse? Se la politica continuasse a litigare senza trovare una soluzione condivisa?

Che il TMB Salario fosse oramai al di là delle normative l’abbiamo denunciato poche settimane fa. Che a Roma il problema rifiuti sia al di là del sopportabile è altrettanto cosa nota e non serviva l’incendio per capirlo. Però questo incendio ha di fatto riunito quella “cabina di regia” sul problema che abbiamo invocato. Oggi c’erano il ministro Costa, il sindaco Raggi, l’assessore all’Ambiente, Montanari, la Regione e il Municipio. Partiamo da qui”.

Presidente, lei è stato assessore all’Urbanistica nella Giunta Marino. Non rimpiange che quella Amministrazione abbia chiuso Malagrotta senza avere una reale alternativa?

Ma questo non è vero. Noi avevamo avviato la realizzazione di due ecodistretti che avrebbero portato fra il 2015 e il 2018 a 200 milioni di euro di investimenti per risolvere in modo strutturale il problema rifiuti. Sta nel Piano Industriale di Ama presentato da Fortini. Poi la nuova Amministrazione quel Piano lo ha cassato, gli ecodistretti cancellati, ma il nuovo Piano Industriale di Ama ancora deve essere approvato in Consiglio comunale. Per cui da due anni e otto mesi abbiamo un versamento di 800 milioni di euro annui dal Campidoglio ad Ama che, però, non ha prodotto né un investimento per impiantistica e neanche una soluzione tampone al problema rifiuti. Sa una cosa?

Dica.
Questo incendio dimostra che quell’impianto è incompatibile con un’area urbanizzata. Il TMB Ama Salario fino a oggi è stato la foglia di fico che ha coperto le inefficienze di un sistema, quello della raccolta dei rifiuti, che noi stiamo denunciando dal primo giorno senza che nessuno ci abbia mai ascoltato. Ora il mio ringraziamento va ai Vigili del Fuoco che con una professionalità eccelsa hanno affrontato questo incendio mettendolo sotto controllo in poche ore”.

Notizie sulle cause?
Al momento tutte le piste sono aperte”.   

giovedì 19 luglio 2018

"PIÙ TRENI SULLA ROMA-LIDO". QUALI?


Gli utenti passeggeri la definiscono l’ennesima presa in giro e alcuni fra i blog e gli account social più rilevanti - Odisseaquotidiana, Il Treno Roma Lido e Mercurio Viaggiatore - già hanno sollecitato il Campidoglio a intervenire. Parliamo del potenziamento dell’orario estivo della domenica della Roma-Lido di Ostia, la ferrovia di proprietà della Regione Lazio il cui servizio viaggiatori è svolto da Atac. 

A inizio luglio Atac annuncia l’avvio di un potenziamento del servizi viaggiatori la domenica e i festivi per il periodo estivo. Durante l’inverno la frequenza domenicale è di un treno ogni mezz’ora: il che si traduce, contando il tempo di percorrenza da capolinea a capolinea, in 3 soli treni in servizio.
Il miracoloso potenziamento dovrebbe raddoppiare i treni fra le 10 della mattina e le 3 del pomeriggio: non più 3 ma 6 convogli e partenze ogni 15 minuti. 
Questo, almeno nelle intenzioni. 
All’atto pratico, poi, arrivano i problemi: la tabella delle partenze della domenica subisce notevoli mutamenti: il treno delle 13.45 da Piramide parte con 10 minuti di ritardo; quello delle 14 salta e la corsa non si effettua; quello delle 14.15 da Colombo parte con 5 minuti di ritardo, quello delle 14.30 da Colombo ne accumula 10 in partenza e quello delle 14.45 da Colombo, per magia, sparisce. 
Insomma, il giochino è semplice: per riuscire a saltare una corsa ogni tre, gli altri due treni partono con ritardo. 
E, ovviamente, gli utenti non ci stanno: “presa in giro” è il termine più dolce e mansueto utilizzato. Gli utenti un po’ più esperti, quelli che animano blog e profili social già non credevano in partenza al potenziamento. “Intensificato? Ma con quali treni? Perché come sperimentiamo ogni giorno lavorativo le rimodulazioni - sia quelle ufficiali, che quelle di fatto - sono la regola e non facciamoci incantare dal fatto che i treni siano vuoti”, scrive Odisseaquotidiana. E rincara la dose l’account twitter “Il Treno Roma Lido” che spiega: “Già nell’estate 2015 le frequenze dei treni si erano abbassate clamorosamente. Uno dei problemi è il sovraccarico delle batterie dovute alle differenze di temperature fra i tratti in galleria e quelli all’aperto, in special modo sui treni Caf che hanno i finestrini che non si aprono. Non a caso i Caf sono i treni che si fermano con maggiore frequenza”.
La spiegazione che filtra dai corridoi di Atac è un po’ diversa: il problema per il weekend è stato legato alla rottura di due treni avvenuta il giovedì. Due treni che, come spesso accade, quando entrano in manutenzione rischiano di non uscirne più per carenza di pezzi di ricambio. Ricambi che mancano perché non c’è nessuno che oramai si fida della capacità di Atac di pagare. 
Il servizio sulla Roma-Lido avrebbe bisogno ordinariamente di 18 convogli per garantire una frequenza di un treno ogni 5 minuti e una capacità di trasporto di 21mila e 600 passeggeri l’ora. In realtà, di treni ce ne sono nove in servizio, con frequenze raddoppiate (1 treno ogni 10 minuti) e una capacità di trasporto di meno di 11mila passeggeri l’ora. Se, poi, salta un treno o, peggio, due, la differenza in termini di efficienza e, quindi, di ritardi, diviene immediatamente visibile.
Spiega uno deli account twitter più seguiti e informati, “Mercurio Viaggiatore”: “l’ultimo contratto di servizio fra Regione e Atac è stato ritagliato sulla capacità dell’azienda di far fronte ai suoi impegni e il livello produttivo medio è stato intorno al 95% con luglio 2017 il mese peggiore quando si somma la richiesta di chi lavora con quella di chi va al mare”.

LA FUNIVIA NON SI FA. PER ORA




Addio funivie. Almeno per questo giro il Campidoglio pentastellato cancella uno dei cavalli di battaglia della Raggi: i progetti delle due funivie - la cosiddetta “minimetro” da Jonio a Bufalotta e la funivia vera e propria da Battistini a Casalotti - escono dal novero delle opere finanziate. 
Nella delibera sull’assestamento di Bilancio che a breve approderà in Aula consiliare per il voto, infatti, si legge a pagina 32, che le due opere vengono definanziate “attesa l'impossibilità di attivare le procedure di affidamento entro il 31/12/2018”. In sintesi: inutile tenere bloccati questi soldi (158mila euro per la Jonio-Bufalotta e 300mila per la Battistini-Casalotti) visto che non si farà mai in tempo a trovare il progettista entro fine anno. In realtà dai corridoi del Campidoglio filtra una lettura diversa: questi soldi devono far parte della dote che la Raggi ha deciso di assegnare a Roma Metropolitane, la società del Campidoglio che si occupa di progettazione di infrastrutture di mobilità e che l’attuale Amministrazione prima voleva liquidare, bloccandola per un biennio, e ora ha deciso di salvare per evitare di doversi presentare in prima persona a sostenere le cause multi milionarie con i privati, tipo quella per il prolungamento della linea B da Rebibbia a Casal Monastero. Per cui, dicono dal Comune, questi soldi verranno stanziati nel nuovo testo del futuro Contratto di Servizio con Roma Metropolitane (quando avverrà).
Si registrano, poi, nuove fluttuazioni nel Fondo Crediti di Dubbia Esigibilità (FCDE). Dal 2011 i Comuni sono obbligati, a differenza del passato, a “bloccare” in questo apposito fondo, una percentuale fissa dei crediti che non vengono incassati. L’esempio più semplice sono le multe, anche se questo fondo include anche tutti i tributi dovuti ai Comuni. 
Prima i Comuni iscrivevano nel bilancio, come incassi, il 100% delle multe effettuate: in realtà, però, se ne incassavano molte di meno e così si aprivano voragini nei conti comunali. La legge, quindi, è stata modificata e, ogni anno, i Comuni devono mettere via una percentuale (sempre aumentante) su questi crediti che non vengono incassati. Per il 2018 la percentuale è il 75%, destinata a diventare il 95% nel 2020. 
Il Campidoglio, quindi, con l’assestamento di bilancio deve modificare questo fondo: 235 milioni per quest’anno, 260 per il 2019 e 266 per il 2020. Soldi che vengono vincolati a
causa dell’inefficienza delle Amministrazioni (il calcolo si fa sulla media del quinquennio, quindi comprende Alemanno, Marino e la Raggi) ad incassare multe e tributi: la soluzione sarebbe aumentare l’efficienza nell’incasso con una efficace lotta all’evasione e all’elusione. 
Vanno poi registrate minori entrate per le casse comunali: scendono di 4 milioni e mezzo gli incassi di Assicurazioni di Roma. Una cifra di poco superiore alla metà (8 milioni) di quanto Assicurazioni di Roma stima di dover pagare nel 2018 in risarcimenti da buche in più rispetto al 2017.
Altro calo, quello degli incassi derivanti dai canoni per le concessioni degli impianti sportivi comunali: quasi un milione di euro in meno rispetto a quanto previsto nel bilancio 2017. Da capire se si tratta dei primi effetti del nuovo Regolamento sugli impianti sportivi comunali, varato a febbraio di quest’anno e che ha portato intanto al contenzioso fra il Campidoglio e la Hippogroup, la società che da 72 anni gestisce l’Ippodromo delle Capannelle, il più grande impianto sportivo del Comune e, in secondo luogo, ha causato grande malcontento in tutti gli operatori del settore. 
Da registrare, fra le minori entrate, anche una consistente diminuzione dei proventi derivanti dal rilascio dei permessi per la Ztl del Centro Storico che scendono di quasi un milione e mezzo e 331 mila euro in meno dagli utili di Acea Ato 2. 

mercoledì 28 febbraio 2018

IL PIANO NEVE COMUNALE FATTO COL "COPIA E INCOLLA"


Se la città è uscita non troppo provata dalla nevicata lo deve più alla poca neve caduta e al fatto che il fenomeno si sia verificato di notte, a città ferma, e che già all’inizio della mattina fosse tutto finito con un bel sole che ha rapidamente ripulito le strade. 
Perché il Piano “speditivo” della Raggi - varato lo scorso 7 dicembre - è né più né meno che un copia e incolla dei precedenti piani redatti (a costo zero) dall’allora capo della Protezione civile comunale, Patrizia Cologgi, con qualche cambio di parola. Ma niente di più: soprattutto nessuna convenzione sottoscritta con le aziende, per cui la corsa al noleggio degli spalaneve costerà almeno 500mila euro alle casse comunali. 
Primo problema è proprio la Protezione civile capitolina: in tutti questi mesi, i grandi impegni della Raggi non hanno consentito al Campidoglio di nominare un capo della Protezione Civile che è affidata ad interim a Diego Porta, comandante dei Vigili, che, pur da ottimo funzionario, non può gestire i pizzardoni di giorno e la Protezione civile di notte. Cosa, tra l’altro, evidenziata al Sindaco in più di un’occasione. 
I piani emergenziali sono fermi tutti quanti o a quelli redatti da Marino, o da Alemanno o addirittura all’epoca di Veltroni. E il Piano Neve non fa eccezione. Del resto, basta scaricarlo dal sito internet comunale e confrontarlo con le precedenti versioni per accorgersi del copia e incolla
Il risultato è l’esercito che dovrà rimuovere il restante ghiaccio, sperando che non arrivi la seconda, annunciata, nevicata. E che il sale che nelle ultime ore è stato sparso sulle strade è proprio quello comprato da Alemanno nel 2012. Cui la Raggi, all’ultimo secondo utile, ha aggiunto altri sacchi acquistati in fretta e furia sul mercato. E, ancora: che il tanto decantato monitoraggio degli alberi è stato smontato da una decina di centimetri di neve. Non c’è strada a Roma dove non ci siano rami spezzati a terra e solo per fortuna non ci sono state conseguenze più gravi. E gli interventi dei Vigili Urbani, almeno in queste ore, si sono limitati a recintare con il nastro giallo alberi e rami caduti. E a proposito dell’impiego dei caschi bianchi: “Ancora non è stato varato il piano di reperibilità per i Vigili urbani - afferma sconsolato Gabriele Di Bella, storico dirigente sindacale della Polizia locale - e così si cercano agenti per coprire i buchi con gli straordinari. Un evento previsto è diventato un’emergenza”. Fabrizio Santori, FdI in Regione, denuncia: “abbiamo foto del deposito di via Montebruno rigorosamente chiuso con cataste di sacchi di sale inutilizzati” e Giancarlo Righini, l’altro FdI in Regione, che rilancia: “Pullman Cotral fermi nel silenzio di Zingaretti”. 
Altro tasto dolente: Atac. Sulle 1300 vetture su gomma che quotidianamente costituiscono la flotta circolante della municipalizzata del trasporto, ce ne sono circa la metà dotate di gomme termiche con un investimento non inferiore ai 2,5 milioni di euro in copertoni invernali. Eppure, nonostante questi numeri (le 700 vetture prestano servizio sulle linee principali) anche il trasporto pubblico è andato in tilt con lunghe attese alle fermate. 

venerdì 23 febbraio 2018

RISORSE PER ROMA, SPESE FOLLI E POCHI RISULTATI



In uscita Massimo Bartoli, presidente e amministratore delegato di Risorse per Roma, lo è da maggio dello scorso anno. Ma l’inerzia dell’Amministrazione Raggi nell’identificare e poi nominare un successore ancora tiene l’ex Direttore Esecutivo del Campidoglio nell’era Marino ben saldo sulla poltrona che gli assegnò proprio l’ex Sindaco Pd della città. 
Nel frattempo, però, il valore e il numero delle pratiche lavorate per il Condono edilizio (una delle incombenze base che Risorse per Roma compie per conto del Campidoglio insieme all’assistenza sull’Urbanistica, all’affrancatura del diritto di superficie e alla progettazione ingegneristica) scende clamorosamente: nel 2013, anno di pieno regime della Società dopo le ristrutturazioni avviate nella consiliatura Alemanno, era di poco più di 10 pratiche di condono esaminate (quasi 8mila accolte e oltre 2.200 respinte) per un controvalore di circa 19 milioni di euro. Nel 2015, ultimo anno della gestione Marino, le pratiche lavorate erano calate a poco più di 9mila, meno di 7mila accolte (-13%) e sempre 2.200 respinte, per un valore di 17 milioni con un meno 11% rispetto a due anni prima. Nel 2017 la situazione è ancora più drasticamente peggiorata: appena poco più di 6mila le pratiche lavorate (-34% rispetto al 2015 e -40% sul 2013) con un calo tanto di quelle accolte, quanto di quelle respinte e un controvalore che perde quasi il 20% sul 2017 e addirittura il 27% sul 2013 attestandosi poco sotto i 14 milioni di euro. 
Anche il contratto di servizio scema di valore: nel 2013 il Campidoglio pagava a Risorse per Roma 54 milioni annui ora si è scesi a 42 milioni. 
Eppure si registrano anche tante incongruenze: segretarie che percepiscono la bellezza di 6.741 euro di busta paga lorda. È il caso di I.F.T. assunta a tempo indeterminato nel 2009 come “quadro”, vale a dire con diploma e categoria retributiva “C”, con il compito di “assistenza all’Amministratore delegato”. All’epoca, la paga base era di 1400 euro e un superminimo di 2819 euro che, con contingenze, indennità e altro, portava il totale a 4918 euro lordi al mese. La busta paga di ottobre, invece, registra un superminimo quasi raddoppiato: dai 2800 euro del 2009 si è passati a ben 4018 del 2017. 
Non bastassero le segretarie con stipendi decisamente consistenti, ci sono altri elementi che imporrebbero al Campidoglio (e all’Inps) una rapida e approfondita indagine. Escludendo persone colpite da gravi malattie, si registrano altissimi tassi di assenteismo: nell’ultimo anno ci sono dipendenti che hanno accumulato addirittura 140 giorni di assenza. 
È il caso di E.P. che, però, è in buona compagnia: M.C. ne segna 120, L.P. 110, F.S. 101. L’elenco si chiude con S.C., al quattordicesimo posto, con 35 giorni di malattia accumulati nell’ultimo anno. In sostanza c’è chi sta a casa un giorno su 10 e chi arriva a rimanerci anche quasi uno su due. Non è dato di sapere se Risorse per Roma abbia mai richiesto all’Inps visite fiscali: trattandosi di una controllata pubblica RpR è comunque soggetta alle normative stabilite dalla legge Madia. Ma a differenza di altre società pubbliche, il Contratto di Lavoro prevede che Risorse per Roma paghi il 100% dello stipendio quando si è in malattia con un costo di centinaia di migliaia di euro l’anno. 
Oggi Risorse per Roma conta circa 630 dipendenti: un numero cresciuto a dismisura nell’era Alemanno quando alle circa 300 unità lavorative originarie si sommarono più o meno altrettante persone provenienti dalla società Gemma che si occupava di condoni edilizi cui seguirono poi un’ottantina di persone incaricate di effettuare la vigilanza nei Villaggi della Solidarietà (campi rom). Proprio fra questi ultimi, scesi nel frattempo a 76 persone, si registrano altissimi livelli di assenza dal lavoro. Ogni giorno, su 76 dipendenti, per malattie, ferie, permessi, assistenza a parenti invalidi ai sensi della legge 104, ne mancano 10 (dato più o meno uguale nel 2015, 2016 e 2017) con punte di 19 assenti nei mesi di agosto del 2015 e 2016 e di oltre 20 nell’agosto 2017.

martedì 28 novembre 2017

TORRI DELL'EUR, TAR CONTRO IL CAMPIDOGLIO, NIENTE CONTRIBUTI


La botta è di quelle forti. E non depone bene per il futuro. Parliamo della vicenda delle Torri dell’Eur, quelle progettate da Cesare Ligini all’inizio degli anni ‘60, che, per molti anni, furono sede distaccata del Ministero delle Finanze e che dalla fine degli anni ‘90 sono precipitati in un tale stato di abbandono da far loro guadagnare il soprannome di Beirut. 
Il Campidoglio - gestione Raggi/Berdini - era convinto di aver diritto a ricevere dalla società proprietaria, la Alfiere composta a metà da Cassa Depositi e Prestiti (la cassaforte dello Stato) e a metà da Telecom, ben 24 milioni di euro. Il Tar del Lazio ha dato torto al Campidoglio. E, ora, la richiesta di risarcimento danni per ben 328 milioni di euro avanzata da Alfiere contro il Comune diventa un incubo reale con il quale l’assessore al Bilancio, Lemmetti, dovrà fare i conti.
Andiamo per ordine: il Tar ha accolto il ricorso presentato da Alfiere contro il Comune e il Ministero dell’Economia dichiarando l’illegittimità degli atti del Comune compiuti sotto la gestione del Commissario straordinario Tronca e sotto quella attuale, di Berdini e della Raggi. 
La vicenda nasce nel 2002: il Ministero delle Finanze trasferisce a Fintecna una serie di beni immobili per valorizzarli. Da Fintecna passano a Cassa Depositi e Presiti. Nel 2009, Cassa Depositi e una cordata di imprenditori privati riuniti nella società Alfiere chiede un permesso a costruire per valorizzare le Torri di Ligini con un progetto predisposto da Renzo Piano. Una grande valorizzazione con appartamenti di lusso invece che uffici e che avrebbe fruttato al Campidoglio 24 milioni di euro di contributi
Passa il tempo, il mercato immobiliare crolla e i soci privati si ritirano. 
Anzi, non ritirano il permesso a costruire richiesto che rimane, quindi, lettera morta. 
Cambio Giunta: da Alemanno si passa a Marino. All’Urbanistica capitolina arriva Giovanni Caudo che, visto lo stato di stallo della situazione, cambia il progetto. Sempre insieme ad Alfiere - dove, però, alla cordata di imprenditori romani è succeduta Telecom - il progetto non è più appartamenti di lusso ma uffici, quindi non una valorizzazione ma una ristrutturazione. Contributo, un solo milione che sarebbe stato investito per riqualificare la fermata metro sottostante. 
Nuovo cambio in Campidoglio: arriva prima Tronca che cancella (marzo 2016) le obbligazioni del 2009. Poi arrivano Berdini e la Raggi che annullano in autotutela l’autorizzazione alla cancellazione dell’atto, confidando nella possibile riscossione dei 24 milioni di euro previsti inizialmente come contributo. 

Insomma, un gran caos. Che però, complice il cambio di strategie di Telecom con l’arrivo di Flavio Cattaneo alla guida dell’azienda con il compito di tagliare le spese, favorisce Telecom. Infatti, i patti interni di Alfiere avrebbero obbligato Telecom a pagare una penale da 180 milioni di euro se si fosse ritirata dall’affare. Una penale, però, che non sarebbe scattata qualora i lavori nelle Torri non fossero iniziati il 30 settembre 2016. Che è esattamente ciò che è avvenuto: la decisione di Berdini e della Raggi di cancellare in autotutela i permessi rilasciati ha fatto scattare la clausola di salvaguardia
Quindi, bye bye Telecom. E gratis. 
Con Cassa Depositi e Presiti in Alfiere che, di fronte alla richiesta del Comune di versare i 24 milioni, oggi vince e se li tiene in tasca e domani potrebbe incassare lei, i 328, dal Comune come risarcimento danni per la gestione della vicenda