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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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Visualizzazione post con etichetta Giovanni Malagò. Mostra tutti i post
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giovedì 22 novembre 2018

GIORGETTI-MALAGÒ, SEGNALI DI DISGELO


Dopo lo scontro feroce delle scorse settimane, ora, fra Coni e Governo, è un momento di tregua e messaggi se non distensivi, quanto meno diretti al dialogo. 
A Reggio Calabria si è tenuta ieri la Giunta del Coni che ha deciso l’ammontare degli stanziamenti per il 2019 alle Federazioni Sportive nazionali. Forse l’ultima volta se la riforma che il Governo ha in animo di portare avanti e che è inserita nella legge finanziaria in discussione in Parlamento dovesse passare così com’è. Per inciso, per il 2019 ogni Federazione riceverà, per la parte sportiva, lo stesso ammontare che aveva ricevuto nel 2018. 
Due le novità: la prima, Giovanni Malagò che si dice pronto ad incontrare il sottosegretario con delega allo Sport, il legista Giancarlo Giorgetti, che ha incontrato, seconda, il presidente della Federazione Scherma, Giorgio Scarso, il più “politico” forse fra i presidenti federali che guida, per giunta, la Federazione “cassaforte” delle medaglie olimpiche azzurre.
Una nota di Federscherma racconta l’incontro fra Scarso e Giorgetti: “è fondamentale passare a un processo di necessario confronto, anche ampio, che permetta al mondo dello sport di conoscere, comprendere ed essere co-protagonista di un progetto di riforma che coinvolgerà tutti”. 
Scarso ha rimarcato a Giorgetti “le preoccupazioni del mondo della scherma e dell’intero movimento sportivo italiano circa un intervento di riforma che lo sport azzurro, ad oggi, non conosce appieno e che, anche per questa ragione, viene visto come un provvedimento che arriva dall’alto e non figlio di una concertazione né col Coni e né con tutti i soggetti coinvolti”.
A latere della Giunta Coni - dove è intervenuto per relazionare sia sul tema della riforma Coni e dei rapporti col Governo sia per quanto riguarda la candidatura sempre più solida di Milano e Cortina a sede ospitante dei Giochi Olimpici invernali 2026 - Malagò, rispondendo ai giornalisti che gli domandavano di Giorgetti, ha risposto: “Se vedrò Giorgetti nei prossimi giorni? Penso proprio di sì. Mi sembra che negli ultimi giorni c’è stata la volontà delle parti di ascoltare e ovviamente di condividere un percorso ed anche una legge. E con la parola condividere dico tutto. Non si chiede niente di più e di diverso. Io non posso che espletare il mandato che mi è stato conferito dal consiglio nazionale”. 
E stempera i toni, Malagò, anche sulla frecciata che Giorgetti aveva lanciato sui vertici Coni (“se guardate le prime cariche del Coni, sono tutte persone che appartengono al Circolo Aniene (quello di Malagò, ndr). Sarà un caso, saranno bravi, ma magari c’è gente competente anche a Forlì…”): “Non voglio proprio fare polemiche, continuano a cercare disperatamente di provocarmi e di mettermi delle frasi e parole mai dette. Non c’è nulla da dire, nulla da commentare, salvo che gli organi del Coni sono elettivi, il Consiglio Nazionale è fatto da 76 persone, sono eletti da 12 milioni di italiani. Ci sono tre soci dell'Aniene, la Giunta è fatta da 22 persone ed è elettiva, in rappresentanza di questi 12 milioni di persone. Ce ne sono 2, non voglio assolutamente fare ulteriori considerazioni”. 
E sul rapporto con Giorgetti e il Governo: “Ci sono state indicazioni che ho avuto dal Sottosegretario a dimostrazione che c'è stata grande disponibilità a lavorare senza creare litigi o fratture - ha detto Malagò - c’è pieno rispetto della volontà di non essere minimamente in guerra con il Governo sulla base del fatto che nel prossimo bilancio i contributi 2019 rimarranno al Coni. Visto che nel 2019 c’è stata riconosciuta non solo la facoltà ma il diritto-dovere di essere noi gli assegnatari dei contributi, non abbiamo voluto dare interpretazioni che potessero essere considerate un'eccessiva forma di potere, nel rispetto pieno della collaborazione”. Insomma, caute e circospette manovre di avvicinamento. 


lunedì 5 novembre 2018

LA RIFORMA DEL CONI 2/ CORTE DEI CONTI, CONI CAMPIONE DI EFFICIENZA


Mentre il Governo cerca di impossessarsi non solo, o non tanto, direttamente della gestione dei soldi dello sport quanto, soprattutto, di mettere le mani della politica sull’intero mondo sportivo, c’è da registrare quanto la Corte dei Conti - solitamente mai particolarmente tenera nel giudicare le società pubbliche - afferma sui bilanci del Coni e della Coni Servizi: promossi e benedetti. 

LA RIFORMA PROPOSTA DAL GOVERNO
La riforma che l’Esecutivo ha inserito - con il solito articoletto estemporaneo dentro la legge finanziaria esattamente con lo stesso cliché che avvenne per la cosiddetta legge Stadi (147/2013) - nella manovra di bilancio di prossima discussione in Parlamento prevede che sia la Coni Servizi, cui verrò cambiato nome in Sport e Salute SpA, ad erogare i fondi alle 44 Federazioni sportive nazionali. A oggi, questo compito spetta al Coni, origano di autogoverno del mondo dello sport. I vertici del Coni - Giovanni Malagò è l’attuale presidente - sono eletti dal Consiglio nazionale che è composto da 70 membri espressione delle Federazioni e da 5 degli Enti di Promozione Sportiva. Coni Servizi, invece, ha già i vertici nominati dal Ministero delle Finanze ma è una società per azioni strumentale al funzionamento del Coni i rapporti con il quale sono regolati da apposito contratto di servizio. La riforma, quindi, trasferirebbe il controllo dei soldi per le Federazioni sportive dal Coni a una società i cui vertici sono espressione del Governo. 

MANUALE CENCELLI PER LO SPORT COME PER LA RAI
A parte la violazione delle raccomandazioni del Comitato Olimpico Internazionale (la numero 28: “Il supporto ricevuto dalle autorità pubbliche non deve essere utilizzato in alcun modo per giustificare interferenze o pressioni sulle organizzazioni sportive”), il nodo è che in questo modo le Federazioni “povere” finiranno per essere politicizzate. Insomma, si rischia di fare del mondo sportivo un carrozzone esattamente uguale alla Rai: invece delle poltrone dei direttori di rete e testata, dei capiredattori e dei corrispondenti, si parlerà di presidenti federali e simili: insomma, si adotterà il Manuale Cencelli anche per lo sport. 

LE FEDERAZIONI “POVERE” LE PRIME VITTIME
Facile capire come: su 44 Federazioni, escluse quelle più ricche (Calcio, Rugby, Volley, Tennis, Basket e Nuoto) tutte le altre dipendono quasi esclusivamente dai contributi oggi versati dal Coni e, domani, dalla politica. Badminton, Canoa e Kayak, Squash, Hockey, Motonautica, Pentatholn e Sci Nautico, ad esempio, dipendono dai contributi Coni per una quota non inferiore all’84% del valore della produzione fino addirittura al 90% della Motonautica. Poi, ci sono tutte le altre, le cui percentuali sono inferiori ma comunque con una media superiore al 50% del valore della produzione. Spostare, quindi, la fonte del contributo vitale da un organo apolitico e apartitico a una società che risponde a Ministri, viceministri, sottosegretari, partiti e movimenti, di oggi e di domani, significa rendere le Federazioni dipendenti dal potere politico. 

LA CORTE DEI CONTI BENEDICE CONI E CONI SERVIZI
C’è poi il “dettaglio” della Corte dei Conti che ha esaminato, promosso e benedetto i bilanci consuntivi 2016 di Coni e Coni Servizi. 
Quelli del 2016 sono gli ultimi bilanci che la magistratura contabile ha esaminato: quelli 2017 sono stati approvati pochi mesi fa e il lavoro della Corte ovviamente giungerà più in avanti. 
Al di là di questo, però, in un panorama francamente desolante di società pubbliche che la Corte bacchetta ogni anno, Coni e Coni Servizi rappresentano se non un unicum sicuramente una perla rara. 

L’ANALISI DEI BILANCI 2016 CONI
Scrivono i magistrati contabili: il Coni nel 2016 si è occupato della “partecipazione della squadra italiana” alle Olimpiadi di Rio “nonché alla II edizione dei Giochi olimpici giovanili invernali di Lillehammer”. Il bilancio è in attivo di 263mila euro, con un valore globale della produzione pari a 458milioni di euro, in aumento rispetto al 2015 grazie alla “crescita dei ricavi commerciali, dei contributi assegnati dallo Stato, da Ministeri ed altri Enti pubblici e privati, nonché dai contributi del CIO”. Ovviamente, rispetto al 2015 sono aumentati anche i costi, lasciando però il saldo finale con il segno più. Aumenta di poco patrimonio netto che si attesta a 41milioni di euro e spicci. Quasi 3 milioni i risparmi che il Coni ha fatto dando “attuazione ai vincoli di finanza pubblica”. Altra nota positiva, la predisposizione del “Piano triennale di prevenzione della corruzione e del Programma triennale della trasparenza”, l’implementazione del “sistema di “whistleblowing” per la gestione delle segnalazioni”. Tempestivi anche i pagamenti verso i fornitori. Infine, la Corte ribadisce la necessità che il Coni, nel trasferire le risorse alla Federazioni sportive, le subordini “ad uno scrupoloso e puntuale rispetto delle norme volte al contenimento delle spese, anche al fine di ottimizzare i costi e rendere più efficiente la gestione”. 

L’ANALISI DEI BILANCI 2016 DI CONI SERVIZI
Veniamo all’analisi dei bilanci della Coni Servizi. “La Società ha provveduto, alla luce delle norme introdotte dai provvedimenti legislativi sulla “spending reviewa realizzare le necessarie economie, seguite, laddove previsto dalle norme, dai conseguenti accantonamenti e versamenti allo Stato, sia direttamente, sia indirettamente attraverso il Coni (riduzione del contributo statale a monte e/o versamento da parte dell’ente)”, scrivono i giudici contabili che aggiungono: “nel corso del 2016, Coni Servizi ha provveduto ai versamenti alle casse dello Stato di quanto dovuto, sia in termini di “dividendo” che di saldo delle riduzioni” di spese (1,6 milioni). Regolarissimo il pagamento dei fornitori, in media a 36 giorni, e allineati i compensi per gli amministratori della società. In salita anche il patrimonio netto (57,5 milioni), 144 milioni il valore della produzione e 826mila euro in attivo la chiusura del bilancio. 

LA RIFORMA DEL CONI 1/ LE MANI DEL GOVERNO SULLO SPORT





Nella manovra finanziaria su cui il Governo deve ottenere il via libera da Camera e Senato è stata inserita anche una “riforma” del sistema sportivo italiano. Una riforma - come fin troppo spesso accade nel nostro Paese - piuttosto estemporanea e tutt’altro che organica e che, di fatto, mette nelle mani dell’Esecutivo il controllo sullo sport e sui soldi che girano intorno allo sport. 
Andiamo per ordine. 

Com'era fino a oggi
Nell’articolo 48 dell’attuale testo viene disposta la modifica delle leggi Tremonti che avevano dato vita all’attuale sistema Coni da una parte e Coni Servizi dall’altra, risolvendo in questo l’allora gravissima crisi economica del mondo sportivo, legata al collasso delle scommesse del Totocalcio. 
Dal 2002, quindi, al Coni si affianca la Coni Servizi, società per azioni, partecipata al 100% dal Ministero dell'Economia. Coni Servizi è il braccio operativo del Coni con il quale ha un contratto di servizio e gestendo i Centri di preparazione olimpica, la Scuola dello Sport e l’Istituyto di medicina e Scienza per lo sport. Al Coni rimane la gestione dei finanziamenti alle Federazioni sportive.
A questo proposito, stando ai bilanci consuntivi del 2017 delle 44 federazioni sportive italiane, il Coni ha elargito contributi per le attività federali pari a quasi 240 milioni di euro.

La riforma del Governo
Ecco, di fatto, con la riforma che il Governo ha pensato, l’Esecutivo finisce per mettere le mani sullo sport e sulla sua società strumentale, la Coni Servizi, che cambierà nome, diventando Sport e Salute SpA. Solo che a distribuire i finanziamenti alle Federazioni sportive non sarà più il Coni ma sarà la nuova creatura, Sport e Salute SpA. Quindi, il controllo dei soldi per il mondo dello sport passerà dall’organo di autogoverno dello sport, il Coni, a una società i cui vertici saranno nominati dal Ministero delle Finanze. 

Rischio nuovo carrozzone di Stato
Lo spostamento del controllo dei fondi da un organismo autonomo come il Coni a uno controllato direttamente dall’Esecutivo, come sarà la Sport e Salute, rischia di dare vita a una nuova forma surrettizia di carrozzone di Stato. Senza tener conto della Raccomandazione 28 del Comitato Olimpico internazionale: “Il supporto ricevuto dalle autorità pubbliche non deve essere utilizzato in alcun modo per giustificare interferenze o pressioni sulle organizzazioni sportive”.


Il nuovo conto economico
Il testo della riforma, in teoria in vigore dal 2019 in realtà è probabile che il tutto slitti al 2020, il Governo ritiene di finanziare lo sport destinando il 32% annuo degli introiti di alcune tasse - Ires, Iva, Irap e Irpef derivanti dalla gestione di impianti sportivi, dalle attività di club sportivi, palestre e altre attività sportive - per Coni e la futura Sport e Salute SpA per un ammontare, però, che non dovrebbe mai essere inferiore a 410 milioni di euro. In sostanza, ad esempio, se nel 2019 quelle quattro imposte dessero un gettito di 2 miliardi, il 32%, quindi 640 milioni, andrebbe allo Sport. Se il gettito fosse solo 1 miliardo - 320 milioni sono il 32% - il Governo dovrebbe coprire la differenza fino ad arrivare a finanziamenti pari a 410 milioni. 
Di questi 410 milioni, 40 andrebbero al Coni, per sostenerne il funzionamento, le attività istituzionali, la copertura dei costi della preparazione olimpica e il supporto alla delegazione italiana. Il resto, 370 milioni, finisce a Sport e Salute che dovrà destinarne non meno di 260 (“inizialmente” è scritto nel testo della proposta di legge) al “finanziamento delle Federazioni sportive nazionali”.
Insomma, se economicamente, a occhio, l’ammontare annuo dei fondi per le Federazioni sportive resta più o meno invariato, quello che cambia è “l’ufficiale pagatore”: non più il Coni ma, di fatto, il Governo con l’Interposta società Sport e salute. 

Toccato anche il calcio
E non è che il calcio - la Federazione Gioco Calcio da sola genera un movimento economico di oltre 4,5 miliardi di euro - resti incolume dalle mire del Governo che già, con il Decreto Sicurezza, imporrà alle società sportive di pagare i costi delle forze dell’ordine impiegate in occasione degli eventi sportivi. Dalla prossima stagione, le società di calcio di serie A e B sarebbero obbligate a sottoporre i propri bilanci entro il 30 giugno alla vigilanza di società di revisione sottoposte al controllo della Consob. Pena l’esclusione dalla «torta» dei diritti tv. Anche qui, poi, è in atto un processo di riforma della giustizia sportiva da parte di Coni e Federazione: chi verrà sanzionato, avrà una settimana per ricorrere ad una sezione ad hoc della giustizia sportiva. Poi si andrà direttamente alla sezione speciale del Collegio di Garanzia del Coni e quindi al Tar. Ci sarà quindi un grado di giudizio in meno. 


FEDERAZIONE Consuntivo 2017 Contributo Coni %
AECI                (aeromobil Club) 3.180.350 €
ACI 383.987.862 €
FIDAL             (Atletica leggera) 24.691.118 € 11.119.519 € 45,03%
FIBA (Badminton) 2.934.751 € 2.483.684 € 84,63%
FIBS (Baseball) 6.141.960 € 4.175.807 € 67,99%
FIB (Bocce) 8.574.717 € 3.155.482 € 36,80%
FIDS                (Danza sportiva) 7.865.855 € 1.636.052 € 20,80%
FIDASC              (Armi e caccia) 1.478.598 € 1.131.018 € 76,49%
FIGC (Calcio) 4.500.000.000 € 33.022.068 € 0,73%
FICK                 (Canoa e Kayak) 4.802.608 € 4.039.914 € 84,12%
FIC (Canottaggio) 6.861.723 € 4.262.244 € 62,12%
FCI (Ciclismo) 18.071.781 € 9.148.575 € 50,62%
FICR (Cronometristi) 2.878.202 € 1.507.509 € 52,38%
FGI (Ginnastica) 10.826.070 € 6.428.094 € 59,38%
FIG (Golf) 21.156.274 € 9.204.707 € 43,51%
FIGH (Handball) 4.773.656 € 2.822.920 € 59,14%
FIGS (Squash) 1.514.773 € 1.345.751 € 88,84%
FIH (Hockey) 3.447.447 € 2.908.970 € 84,38%
FISR                 (Sport rotellistici) 5.187.340 € 3.376.632 € 65,09%
FIJLKAM            (Arti marziali) 12.177.398 € 7.344.020 € 60,31%
FMSI              (Medici sportivi) 10.249.838 € 2.736.785 € 26,70%
FMI (Moto) 18.891.321 € 4.489.224 € 23,76%
FIM (Motonautica) 2.138.724 € 1.940.185 € 90,72%
FIN (Nuoto) 44.693.626 € 14.105.126 € 31,56%
FIP (Pallacanestro) 40.037.000 € 9.468.000 € 23,65%
FIPAV (Pallavolo) 44.686.205 € 10.120.029 € 22,65%
FIPM (Pentathlon) 3.212.549 € 2.854.607 € 88,86%
FIPSAS           (Pesca sportiva) 9.795.076 € 3.214.511 € 32,82%
FIPE (Pesistica) 5.259.461 € 3.315.681 € 63,04%
FPI (Boxe) 6.651.412 € 5.054.782 € 76,00%
FIR (Rugby)* 44.564.316 € 5.794.171 € 13,00%
FIS (Scherma) 10.911.734 € 7.475.144 € 68,51%
FISW (Sci nautico) 2.679.329 € 2.388.001 € 89,13%
FISG                  (Sport del ghiaccio) 8.334.667 € 4.872.932 € 58,47%
FISE                 (Sport equestri) 19.887.001 € 5.268.592 € 26,49%
FISI                  (Sport invernali) 27.003.690 € 9.779.909 € 36,22%
FITA (Takwondo) 4.483.876 € 2.876.894 € 64,16%
FIT (Tennis) 59.000.195 € 7.053.360 € 11,95%
FITET (Tennistavolo) 5.159.258 € 3.186.501 € 61,76%
UITS                 (Tiro a segno) 7.155.011 € 3.669.561 € 75,90%
FITAV (Tiro a volo) 7.249.426 € 5.502.357 € 72,50%
FITARCO               (Tiro con l'arco) 5.184.981 € 3.758.860 € 72,50%
FITRI (Triathlon) 4.808.800 € 2.671.118 € 55,55%
FIV (Vela) 7.270.228 € 4.368.288 € 60,08%
TOTALE 5.429.860.207 € 235.077.584 € 4,33%
*Disponibile solo il bilancio preventivo 2017
Fonte: elaborazione sui bilanci consuntivi 2017 depositati dalle singole Federazioni con l'eccezione della Figc la cui relativa pagina è inaccessibile ed  quindi stata usata la cartella stampa della presentazione del consuntivo 2017 e la FIR per cui è disponibile solo il preventivo 2017
Nota metodologica: viene utilizzato il "valore della produzione" come voce relativa al bilancio. I contributi Coni sono quelli indicati nei bilanci stessi 


venerdì 14 settembre 2018

OLIMPIADI, DIETROFRONT DELLA RAGGI


È evidente che il modello che c'era prima non può più reggere dal punto di vista economico e di quello dell'impatto sulle città. Se il Comitato (Olimpico, ndr) deciderà di cambiare modello, molte città tra cui Roma potranno decidere di ospitare un evento così importante”. 
No, non lo ha dichiarato il presidente del Coni, Malagò, ma il sindaco di Roma, Virginia Raggi
Se non è una piroetta degna del palcoscenico di un teatrino di periferia, poco ci manca. Ovviamente, ci sono le precisazioni del Sindaco: “Quello che ci sta mostrando l'andamento delle Olimpiadi è che anche altre città hanno rinunciato e altre hanno deciso di consorziarsi per riuscire a sostenere l'impegno olimpico. Ricordo che oggi noi abbiamo all'interno dei 13 miliardi di debito ancora 1 miliardo da pagare per gli espropri delle Olimpiadi del 1960”. Ora, il famoso miliardo legato ai pagamenti degli espropri delle Olimpiadi del 1960 era già stato rilevato da Alemanno nel 2008 e inserito fra i debiti della gestione commissariale decisa dal Governo Berlusconi. Preistoria. 
Molto più recente è il 21 settembre 2016: di fronte a un'affollatissima claque di plaudenti grillini entusiasti, il sindaco di Roma, Virginia Raggi e l’allora suo vice, Daniele Frongia, oggi retrocesso solo al ruolo di assessore allo Sport, deliziarono Parigi e Los Angeles con la decisione di ritirare Roma dalla corsa ad ospitare i Giochi Olimpici del 2024
Dodici slide, tutte incentrate sulle Vele di Calatrava, il faraonico e incompiuto progetto della Città dello Sport voluto da Veltroni sindaco. Dodici slide ricche solo di slogan: “è da irresponsabili dire sì”, “non ipotechiamo il futuro di Roma e dell’Italia”, “basta sprechi e false promesse, no alle Olimpiadi del mattone”, “un buon affare per le lobby, solo debiti per i cittadini”
Oggi il concetto espresso dalla Raggi è quello del cambiamento del modello di gestione delle opere olimpiche e dei finanziamenti: se cambia quello, Roma può ricandidarsi. Sorvolando sul fatto che ci sono una serie di regole non scritte sull’alternanza dei continenti ospitanti (2020 Asia con Tokyo; 2024 Europa con Parigi; 2028 Nord America con Los Angeles) cosa che rende inverosimile una candidatura con potenzialità di vittoria prima dell’edizione 2036, il Comitato Olimpico Internazionale (Cio) le regole le aveva già cambiate dopo le edizioni di Atene (2004) e di Pechino (2008). 
Dopo Pechino, il Cio ha stravolto i criteri di valutazione dei dossier: più sostenibilità meno opere faraoniche. 
Fu Berlino 1936, con il desiderio del cancelliere Hitler di dimostrare la rinata potenza tedesca dopo tre lustri di drammatica crisi politico-economica, ad inaugurare la stagione delle Olimpiadi spettacolo, con grandi opere, celebrate dai filmati di Leni Riefensthal. Dall’epoca fu un superarsi continuo, fino al crollo di Atene e, poi, di Pechino. 
Appunto, per evitare il ripetersi di spese insostenibili per le città, il Cio ha deciso già dal 2008 che i nuovi dossier olimpici siano meno appesantiti da interventi e richiedano investimenti minori. Inoltre il Comitato Olimpico prevede di erogare direttamente dei contributi economici a favore della città ospitante che si sommano a quelli dello Stato, agli sponsor e ai diritti tv. 

L’eventuale vittoria di Roma per l’edizione 2024 - stando a una relazione del Centro Studi economici dell'Università di Tor Vergata - avrebbe riversato sula città opere infrastrutturali, riqualificazioni e giro d’affari stimati in 4 miliardi di euro con una crescita del Prodotto interno lordo dello 0,4% e, in termini occupazionali, con la creazione di circa 177mila posti di lavoro in tutto il periodo di cantiere, di cui 48 mila direttamente collegati ai lavori preparatori dei Giochi.
Il cambiamento delle regole del Cio sulle opere da realizzare nelle città ospitanti è dimostrato dalla relazione che Sadiq Khan, il sindaco laburista di Londra, ha reso sull’edizione 2012: metro e trasporti potenziati, rilancio urbanistico di un’area prima malfamata e degradata e la bellezza di 110mila nuovi posti di lavoro, un ritmo di 22mila nuovi occupati l’anno. E ulteriori 125mila occupati di qui al 2030. Tutti dati - letti dopo 5 anni dalla chiusura dei Giochi e quindi oramai stabilizzati - superiori in alcuni casi di tre volte le stime iniziali.  
C’era un ultimo slogan in chiusura di quelle slide per il “no” alla corsa olimpica e recitava: “le nostre idee, lo sport deve essere per tutti e di tutti”. Lasciamo ai romani giudicare se, dopo due anni da quelle slide, la promessa della Raggi sia realizzata. 

venerdì 10 giugno 2016

ECCO LO STADIO DELLA ROMA/1



Il Tempo inizia oggi la pubblicazione e l’analisi del progetto definitivo per la realizzazione dello Stadio di Tor di Valle. L’analisi de Il Tempo prende le mosse dai tempi, che è la domanda che tutti i tifosi rivolgono: quando sarà realizzato lo Stadio?
Accantonata l’incognita “nuovo Sindaco”, la tempistica ipotizzata dalla società giallorossa e dai suoi 42 partner nel progetto è chiara: per la stagione 2019-2020 la Roma conta di giocare non più all’Olimpico ma a Tor di Valle. E questo, anche in vista dell’assegnazione dei Giochi Olimpici del 2024 può essere anche un ulteriore tassello da inserire nel dossier olimpico. Anche perché, secondo le date indicate nel cronoprogramma dalla società giallorossa, a fine dicembre 2022 tutto l’intero complesso, incluse le tre torri e palazzi e piazze annesse, sarà terminato, dando così un nuovo e riqualificato volto a un’area, quella di Tor di Valle, che oggi versa in un drammatico abbandono, fra topi, degrado, prostituzione, terreni trasformati in discarica. E, non a caso, a inizio maggio, prima ancora di portare le carte in Comune, la parte del progetto relativa all’impianto sportivo vero e proprio venne consegnata prima al Coni per una valutazione. Con grande e pubblica soddisfazione espressa dal presidente del Comitato Olimpico nazionale, Giovanni Malagò
Lo scorso lunedì 30 maggio la Roma spedì Baldissoni e Zanzi in Campidoglio e in Regione a depositare due copie identiche del progetto definitivo dell’impianto. 
Sembrano passati secoli, ma era solo pochi mesi fa quando la Roma di James Pallotta ha avviato le procedure per realizzare il suo stadio. Nell’estate 2014 la Conferenza di Servizi preliminare, poi il lungo dibattito in Consiglio comunale terminato con la Delibera di Pubblico interesse votata a maggioranza il 22 dicembre 2014. Poi, la presentazione alla stampa e alla città, in pompa magna, del(lo pseudo) progetto definitivo del 15 giugno 2015, che pochi giorni dopo venne rigettato dal Comune e dalla Regione per carenza di documentazione. Da quel momento, una ridda di voci, sussurri, spifferi. E tanto silenzio. Intervallato dall’avvicendamento alla guida del progetto Stadio fra Mark Pannes, uscito a dicembre, e David Ginsberg il cui subentro ha fatto segnare una grande spinta verso la conclusione del lavoro progettuale. In mezzo, le dimissioni di uno dei grandi sponsor dello Stadio, Ignazio Marino, la nomina di Tronca a Commissario straordinario che, fra nove giorni, lascerà il posto alla nuova Amministrazione che verrà indicata dai romani con il ballottaggio. 

Il “nuovo” progetto definitivo è composto da una mole immensa di documenti, se non altro, a testimoniare l’importanza e l’impatto in termini economici e occupazionali - sono in ballo, secondo quanto scritto nel progetto, “1.500-2000 maestranze del settore edile, mentre, a regime, l’impiego nei diversi comparti arriverà a oltre 4.000 unità, in aggiunta agli oltre 15.000 addetti del Business Park” - dell’opera. 

Ora, rimangono gli ultimi passaggi: il Campidoglio deve terminare l’esame preliminare delle carte per verificarne la rispondenza sia alle norme nazionali che ai dettami contenuti nella delibera di pubblico interesse. Una volta terminato questo passaggio - che la Roma prevede entro il 29 giugno - la palla passa in Regione: convocazione della Conferenza di Servizi decisoria per esaminare passo passo tutte le soluzioni progettuali ipotizzate. 180 giorni per poter dare il via al più grande cantiere privato degli ultimi decenni. 

sabato 27 dicembre 2014

FLAMINIO DIMENTICATO, LA FIGC SI DIFENDE

Negli ultimi “10 mesi lo Stadio Flaminio non ci è mai stato consegnato, così come non ci sono state fornite le piante catastali. Non ci è stato insomma consentito di dare corso alle nostre legittime pre-valutazioni progettuali ed economiche necessarie per qualsiasi progetto di fattibilità e sostenibilità dell'investimento, come tra l’altro previsto dalla delibera di Giunta del febbraio 2014”. Parola della Federazione Italiana Gioco Calco che interviene in modo molto secco sulla vicenda del Flaminio che cade sempre più a pezzi.



Il Flaminio - prosegue la Figc - è rimasto sotto la titolarità e la responsabilità della Coni Servizi fino al 23 dicembre, quando sarebbe passato dalla stessa Coni Servizi a Roma Capitale, unici due enti che avrebbero potuto e dovuto intervenire per la salvaguardia dell’area”. 
In sostanza, come già il Tempo aveva rivelato lo scorso 24 dicembre, chi doveva occuparsi di manutenerlo, ristrutturarlo e rilanciarlo, non l’ha fatto.  Ed è in atto una diatriba anche con risvolti giudiziari che vede il Comune impegnato in Tribunale contro la Coni Servizi. 

Ripercorrendo la vicenda, ad ottobre 2013, Comune e Figc annunciano urbi et orbi la volontà di rinascita del Flaminio, restaurato cinque anni prima al costo di 9 milioni di euro di fondi pubblici, brevemente impiegato per il rugby e quasi subito abbandonato. Passano i mesi, si ventilano proclami, e a febbraio 2014, la Giunta Marino approva la concessione, senza gara d’appalto, dell’impianto alla Figc. Se non che, di fatto, il Comune, secondo la Figc, non era in possesso della struttura che rimaneva invece nella disponibilità del Coni, meglio, della Coni Servizi, la società strumentale del Coni che si occupa principalmente della gestione delle strutture per lo svolgimento dello sport. 

Coni Servizi chiede di restituire l’impianto al Comune, ma si rifiuta di firmare un “verbale di consistenza”, vale a dire un atto ufficiale che descrive le condizioni dei luoghi al momento della riconsegna degli stessi. E a quel punto il Comune ricorre in Tribunale per un accertamento tecnico preventivo, una perizia, insomma, che certifichi in modo imparziale lo stato attuale dell’impianto.
Non vogliamo entrare nel merito dell’assegnazione del Flaminio a febbraio 2014”, dice la Federazione prendendo le distanze in maniera netta dal Campidoglio e dalla sua volontà di assegnarlo a Coni Servizi con la delibera proposta dall’allora assessore allo Sport, Luca Pancalli, ed avallata dall’intera Giunta capitolina.
L’attuale management della Federazione - dicono ancora da via Allegri - non ha seguito l’iter di concessione dello Stadio” ma ha compiuto una “semplice presa d’atto dello stato dell'opera. Oggi, in un contesto economico–finanziario profondamente mutato rispetto a un anno fa in ragione dei tagli del CONI sui contributi a noi destinati per il 2015, la FIGC non potrebbe più sostenere investimenti come quelli ipotizzati solo un anno fa sullo Stadio Flaminio”. 
Traduzione: signori, un anno fa c’era forse una possibilità; oggi non c’è una lira, bamboli, quindi non se ne può comunque fare nulla, cause o non cause. Quindi “auspichiamo l’apertura di un tavolo congiunto CONI, Roma Capitale e FIGC per stabilire modalità nuove e congiunte per il recupero di un'opera a cui noi tutti teniamo”. 



Lo scorso 15 dicembre il sindaco Marino e il presidente del Coni, Malagò, dispensavano sorrisi ad uso della stampa e del mondo per celebrare la candidatura di Roma a sede ospitante delle Olimpiadi 2024. Non più di cinque giorni fa, sempre il Sindaco incassava il sospiratissimo ok del Consiglio comunale alla delibera che sancisce il pubblico interesse alla costruzione dello Stadio della Roma, innaffiando questo “sì” da reiterate dichiarazioni trionfalistiche che gli portavano in regalo le bacchettate della Regione. Intanto il Flaminio, giorno dopo giorno, continua a perdere pezzi, a lasciare spazio alle erbacce e date segnate sulle agende per gli annunci ai quali non seguono realizzazioni concrete.