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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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giovedì 28 febbraio 2019

LA BEFFA DELLA COMMISSIONE FANTASMA


Avrebbe dovuto far luce sui Piani di Zona, aprire come una scatoletta di tonno gli archivi del Comune e verificare ogni carta, ogni planimetria dei piani di edilizia economica e popolare e delle relative opere pubbliche previste. Invece, almeno per l’opposizione, la Commissione Piani di Zona si è trasformata nella Commissione fantasma.
Andiamo per ordine. Uno dei cavalli di battaglia elettorali dei grillini è stato il controllo e il ripristino delle corrette procedure sui Piani di Zona, cioè su quei piani di costruzione agevolata di case popolari che, troppo spesso, è stata lo scenario di grandi problemi, interessi privati, liti giudiziarie. 
Per “fare luce”, il 28 aprile 2017, il Consiglio comunale approva l’istituzione di una Commissione speciale sui Piani di Zona. Un mese dopo, 25 maggio, si elegge la presidenza della Commissione che va al grillino Pietro Calabrese
Da quel momento si contano otto altre riunioni della Commissione, quattro a giugno, tre a luglio e l’ultima ad agosto 2017. Poi il silenzio. Fino a novembre 2018 quando la Commissione si scioglie per esaurimento del tempo concessole. 
Otto sedute utili, corredate dei relativi verbali, nei quali vengono esaminati sedici Piani di Zona (Monte Stallonara, Borghesiana, Colle Fiorito, Castel Giubileo, via Longoni, Spinaceto, Tor Vergata, Torresina, Ponte Galeria, La Storta, Castelverde, Osteria del Curato, Pisana Vignaccia, Borghetto dei Pescatori, Tor Pagnotta, Romanina), e, in un’occasione, con un lungo sopralluogo agli uffici comunali dell’Urbanistica, all’Eur, per “aprire” gli armadi degli archivi. 
Dall’esame dei verbali dell’estate 2017 emerge una grande attenzione verso la ricerca delle carte, il controllo degli atti, la regolarità delle procedure amministrative ma, da agosto 2017, della Commissione si perdono totalmente le tracce. 

E sì che, stando alla delibera con cui il Consiglio comunale l’aveva istituita, essa “all’esito dei propri lavori” avrebbe dovuto produrre “una relazione conclusiva sulle attività svolte e sulle conclusioni cui sia pervenuta a seguito degli approfondimenti condotti in ordine agli argomenti trattati”. Relazione di cui non c’è traccia. Almeno al momento. In più la stessa relazione avrebbe dovuto essere “trasmessa all' Assemblea e, per il tramite del suo Presidente, alla Sindaca”. 
La commissione, come detto, si è sciolta a novembre dello scorso anno e, fino a oggi, non c’è traccia alcuna della relazione. Ovviamente, abbiamo tentato di metterci ripetutamente in contatto con il presidente della stessa, Pietro Calabrese, ma senza successo
Anche perché già a settembre dello scorso anno, quindi un po’ prima che la Commissione cessasse di esistere, i consiglieri di Fratelli d’Italia, Andrea De Priamo e Francesco Figliomeni, avevano presentato un’interrogazione al sindaco, Virginia Raggi, per sapere come mai la Commissione avesse smesso di riunirsi da agosto 2017, se gli obiettivi della stessa erano stati raggiunti e dove fossero finiti i dipendenti capitolini distaccati al servizio della Commissione Piani di Zona. Interrogazione rimasta senza risposta
Non paghi, però, De Priamo e Figliomeni hanno richiesto una seduta della Commissione Trasparenza (14 febbraio scorso) durante la quale Calabrese ha assicurato che la Commissione Piani di Zona sta lavorando ma, da ottobre 2017, non c'è stato motivo di convocarla in quanto che le esigenze dei cittadini erano già emerse, consentendo la chiusura dei lavori “pubblici” per proseguire con un’inchiesta interna alla quale si stava lavorando.

INCUBO EUROPEE PER LO STADIO


La parola d’ordine per la Roma è “fare presto”: chiudere tutti gli accordi con il Campidoglio necessari ad andare in Aula Giulio Cesare per votare la variante e la convenzione urbanistica sul progetto dello Stadio di Tor di Valle prima che la situazione politica romana possa mutare.
La data per il possibile stravolgimento di assetti ed equilibri politici in Comune è già fissata per il 26 maggio, giorno in cui si voterà in Italia per le elezioni europee.
I due risultati ultimi conseguiti dai grillini - la sonora sconfitta in Abruzzo dove a marzo 2017 i 5Stelle avevano registrato punte del 43% e a febbraio 2018 s’erano fermati a un mesto 20%; e il tracollo in Sardegna con la perdita del 77% dei consensi in meno di un anno - non lasciano tranquilli dalle parti dell’Eur (nuova sede giallorossa). A questo si somma la pessima prova data dai grillini in Aula durante il Consiglio straordinario dello scorso 21 febbraio: nessun documento presentato, molti voti mancanti all’appello. 
Il timore è quello che alle europee a Roma città i grillini possano franare allontanandosi in maniera pesante a quel 35% abbondante segnato dal Movimento al primo turno delle comunali 2016. 
Una discesa sotto quota 25% sarebbe già un tracollo: più ci si dovesse allontanare da quota 25 e più sarebbe un crollo. Il timore è che un rovescio pesante dei 5Stelle possa mettere la Raggi e la sua Giunta sulla graticola aprendo la strada a un biennio travagliato senza che il Sindaco abbia più la forza di tenere a bada i suoi consiglieri riottosi e portare in votazione gli atti dello Stadio
La Roma sa di avere una corazzata mediatica immensamente più forte rispetto alla pur ben organizzata macchina propagandistica grillina: una sola volta la “cannoniera” giallorossa è stata messa in movimento - il “famostostadio” di Spalletti e Totti - e con una tale forza che la miglior testimonianza dell’impatto sul Campidoglio a trazione grillina viene consegnata dal verbale di dichiarazioni rese dall’ex assessore all’Urbanistica della Giunta Raggi, Paolo Berdini, ai pubblici ministeri dell’Inchiesta Rinascimento, Paolo Ielo e Barbara Zuin: “Una domenica - si legge - il giocatore della Roma Francesco Totti rese pubblicamente una dichiarazione di esortazione alla realizzazione dello stadio. La sera stessa, il vice Sindaco Bergamo mi telefonò rappresentandomi la necessità di cercare una mediazione con la Roma, per confermare la dichiarazione di pubblico interesse del Nuovo stadio”. 
Fino a oggi, tuttavia, la Roma ha mantenuto un profilo basso, rimanendo costantemente al di fuori delle beghe politiche e disinteressandosi in modo fin troppo affettato anche del tempestoso iter della relazione del Politecnico di Torino sulla viabilità e limitandosi a ricordare le conseguenze giuridiche dell’esito positivo della Conferenza di Servizi del dicembre 2017. 
Ancora in queste settimane, si sono registrate nuove riunioni tecniche in Campidoglio divenute un appuntamento fisso. Senza che, però, si intraveda una reale soluzione negoziata: il nodo è sempre quello del rispetto delle decisioni della Conferenza di Servizio. Solo che il Campidoglio le interpreta in un modo e la Roma nel senso opposto. Come la storia dell’adeguamento e unificazione della via del Mare/Ostiense. Il Campidoglio cerca - come è naturale - di tirar acqua al proprio mulino chiedendo una modifica progettuale sostanziale (esproprio e abbattimento di manufatti che separano le due carreggiate) che non è prevista nel progetto iniziale e che alla Roma costerebbe una maggiorazione di ventina di milioni di euro più i rischi connessi con le tempistiche per gli espropri. 
Questo muro contro muro - ragionano però in casa Roma - dovrà finire: per la Raggi è necessario come non mai far leva sui sentimenti dei tifosi per le europee ma per la Roma serve per portare a casa tutto prima del voto ed evitare le trappole del dopo.   

sabato 23 febbraio 2019

RAGGI "RESUSCITA" ATAC CON 38 BUS A NOLEGGIO


Sono trentotto e saranno bianchi: sono i primi bus che il Campidoglio a 5Stelle ha noleggiato. A queste 38 vetture che sono nuove e che sono state prese dalla Cialone, si aggiungeranno altri 70 veicoli, però già vecchietti di 8 anni di età, noleggiati in Israele
In totale, quindi, quando arriveranno i 70 (marzo/aprile), saranno 108 vetture in più a circolare per le strade romane, per 12 mesi con possibile proroga di altri 6
Inutile sottolineare il noleggio sia visto dai 5Stelle come la rinascita di Atac e dal Pd come l’ennesima certificazione del fallimento dei grillini. 
Un fallimento sancito anche dal Tar che ha annullato la gara per la messa a bando del servizio di trasporto pubblico di periferia, quello oggi svolto da Roma Tpl e che il Campidoglio a trazione grillina sta tentando di mettere a bando senza riuscirci andando di proroga in proroga. Le motivazioni della decisione del tribunale amministrativo saranno rese note all’emanazione della sentenza ma, intanto, la gara è ferma e torna indietro.
Fonte: Relazione dei Commissari Giudiziali (prof. avv. Giorgio Lener, prof. dott. Giuseppe Sancetta, avv. Luca Gratteri) alla sezione fallimentare del Tribunale ordinario di Roma per il Concordato preventivo Atac, pag. 592.
Nel frattempo, l’Amministrazione - che con le gare d’appalto, mantra pentastellato, non pare avere un gran feeling - prova il rilancio con questo provvedimento tampone. Diciotto mesi massimi di noleggio, 38 vetture nuove e 70 usate non paiono neanche lontanamente sufficienti ad arginare il crollo del servizio offerto da Atac, oramai stabilmente vicino al 72% del contratto di servizioAlla fine, le 38 nuove (20 da 8 metri e 18 da 12 metri) costeranno fra 50mila e 80mila euro annui di noleggio, mentre le 70, tutte 12 metri, costeranno 60mila euro a bus. Totale dello scherzo: 6milioni e 640mila euro per 1 anno o poco meno di 10milioni se fossero 18 mesiAnche perché dall’insediamento dell’attuale Amministrazione sono già andati a fuoco e completamente distrutti 35 bus mentre quelli danneggiati sono già 98, il che, quindi, porta il totale delle vetture uscite dal servizio ad aver ampiamente superato il centinaio. Insomma, nella migliore delle ipotesi, queste 108 vetture aggiuntive - al netto dei costi di noleggio - potranno a mala pena compensare, per un anno, al massimo uno e mezzo, il numero degli autobus persi da quando la Raggi è sindaco. Numeri impietosi che, al di là della propaganda, non appaiono essere sinonimo di rilancio dell’azienda, al massimo di un galleggiamento. 

Calcolo aggiornato delle sole vetture Atac/Roma TPL completamente distrutte da incendi



PANICO IN METRO, ANCORA SCALE IMPAZZITE


Repubblica continua a essere chiusa né si ha nemmeno una ipotesi da Atac su quando la fermata metro riaprirà al pubblico; le scale mobili, quando non si rompono sotto i piedi dei viaggiatori, sono più spesso chiuse che in funzione. E ieri si è anche sfiorata la riedizione, anzi, due riedizioni dell’incidente di Repubblica, quello che vide, il 25 ottobre 2018, una ventina di feriti fra i tifosi del CSKA Mosca a causa del crollo della scala stessa. O, meglio: uno dei due incidenti, quello di Policlinico, si tinge di giallo con la versione ufficiale di Atac che contraddice quella dei passeggeri presenti. 
Andiamo per ordine: mattina ora di punta, fermata Policlinico, metro B. Alle 8.40 - racconta un giornalista di RomaToday, Lorenzo Nicolini, che stava in quel momento sulle scale - “l’impianto si è bloccato, poi ha invertito la marcia e nuovamente si è bloccato”, quindi urla, panico, gente che scappava. Per Atac, però, nessun guasto: “I tecnici intervenuti sul posto dopo la segnalazione non hanno rilevato alcun malfunzionamento. Non si esclude che l’impianto possa essersi arrestato in seguito all’azionamento del pulsante di emergenza per ragioni ancora da accertare”. 
A Barberini, invece, siamo intorno alle 10.30 quando uno dei gradini della scala mobile semplicemente è “deragliato” bloccando l’impianto. Barberini e Spagna, tra l’altro, sono, con Repubblica, le stazioni con maggiore profondità dell’intera rete metro di Roma e le scale mobili sono fondamentali. Dopo l’incidente di ottobre 2018 di Repubblica, Barberini e Spagna hanno visto pesanti interventi di manutenzione sulle scale mobili con enormi disagi all’utenza determinati dalle chiusure improvvise, a singhiozzo e prolungate delle due stazioni del centro storico. Una manutenzione, evidentemente, tutt’altro che risolutiva visto che, a distanza di pochi giorni, gli stessi impianti continuano a rompersi o a fermarsi senza che Atac riesca a metterci una pezza. 
A questi disagi (e rischi) per i passeggeri si somma l’incredibile chiusura di Repubblica: la Procura di Roma mise sotto sequestro la stazione subito dopo l’incidente di ottobre ma già il 27 novembre aveva disposto il dissequestro a condizione che Atac mettesse in sicurezza il sito per evitare che venisse inquinato da soggetti esterni. Ad oggi sono 2 mesi e 28 giorni dal dissequestro (121 giorni dall’incidente) senza che Atac sia in grado di dare neanche una ipotesi di riapertura e con i negozianti della zona che lamentano la diminuzione del fatturato anche del 35-40%. 

CAPANNELLE, LICENZIAMENTI PRONTI


Anche per l’Ippodromo di Capannelle - il più grande impianto sportivo di proprietà del Comune di Roma e gestito, da 72 anni, dalla Hippogroup - si sta andando velocemente verso lo showdown
In mancanza di nuovi elementi, il 28 febbraio, fra 5 giorni, Hippogroup chiuderà la porta ai singhiozzi del Campidoglio e farà partire le lettere di licenziamento: un centinaio di persone con contratto diretto, più un altro migliaio nell’indotto, sono oramai a rischio di perdere il lavoro. Ieri, il nuovo atto di questa tragicommedia è andato in scena in Commissione Trasparenza con la tensione sempre più palpabile che si è concretizzata in parole grosse indirizzate al presidente della Commissione Sport, il grillino Angelo Diario
In mattinata, il Comune, con l’ennesimo movimento sussultorio, diffonde una nota dell’assessore allo Sport, Daniele Frongia, che annuncia la decisione di accettare i 66mila euro annui di canone di affitto per l’impianto. Si tratta della cifra decisa dal giudice quando ha accordato il concordato preventivo (lo stesso di Atac) a Hippogroup e che il Comune, invece, per mesi ha cercato di cassare e per tornare ad incamerare il canone originario, di oltre 2 milioni annui. Però, il Comune corre subito a precisare che i 66mila euro sono solo un “acconto dell’eventuale importo maggiore che il Tribunale Civile di Roma potrebbe determinare a seguito della prossima udienza fissata per il 6 aprile 2020. La stessa Hippogroup, infatti, ha impugnato al Tribunale la nota di richiesta di indennità di occupazione chiedendo al Giudice di determinare l’importo dovuto; Roma Capitale, quindi, accetta temporaneamente la cifra di € 66mila lasciando al Giudice stesso la determinazione finale dell’importo corretto”. Poi, Frongia tenta di passare all’incasso: “L’Amministrazione ritiene che, a questo punto, non sussista più impedimento alcuno ad accettare la proposta e quindi richiede di riprendere al più presto le corse, di mantenere gli attuali livelli occupazionali, di procedere al reintegro del personale licenziato e di assicurare una continuità dell’attività ippica e degli eventi collaterali che ogni anno si svolgono nell’ippodromo”.
La replica di Hippogroup arriva nel pomeriggio. Elio Patuasso, Ad della Società, a RadioRadio spiega: “La lettera di Frongia non è un accoglimento della richiesta. Infatti non è riportato un canone certo, come invece avevamo richiesto, ma i 66mila euro sono considerati come acconto su una futura sentenza il cui primo grado, se andrà bene, arriverà solo nel 2021. Nessuna menzione della richiesta di indicare una data certa di pubblicazione del nuovo bando per la gestione dell’impianto. Per noi resta valida la scadenza del 28 febbraio”.
Insomma, prima il Campidoglio intima a Hippogroup di restituire le chiavi di Capannelle, poi, di fronte al ricorso al Tar, annulla la richiesta ma inizia il balletto sul canone di affitto che ancora non si arresta. I lavoratori protestano e Capannelle rischia di diventare un nuovo problema per la Giunta Raggi. 

venerdì 22 febbraio 2019

STADIO; CREPE A 5STELLE SU TOR DI VALLE


Due dati, uno politico, l’altro cronometrico, emergono dalla seduta straordinaria del Consiglio comunale dedicata, ieri pomeriggio, al progetto Stadio della Roma di Tor di Valle, seduta, per altro, richiesta direttamente (e in modo inusuale) dal sindaco, Virginia Raggi
Il dato politico è che i 5Stelle non sono stati in grado di presentare un loro documento da votare a sostegno delle decisioni dell’Amministrazione Raggi sul progetto, limitandosi semplicemente a bocciare i documenti presentati dalle opposizioni.
Il secondo dato, cronometrico, è che la seduta di ieri è stata un orologio rotto: gli interventi che si sono succeduti erano uguali uguali a quelli uditi, sempre in Aula Giulio Cesare, già nel 2014 e, poi, ancora, nel giugno 2017.
Da una parte quelli del rischio idrogeologico; della proprietà dell’impianto e lo Stadio che non è della Roma; il favore ai costruttori e agli speculatori; e le case popolari da costruire invece di pagare lo stadio; e le opere pubbliche che, se ci sono, costano troppo, se non ci sono, perché non ci sono; sì allo Stadio ma no a Tor di Valle. Anche se nessuno si è ricordato di spendere due parole in croce in difesa delle famose rane di Tor di Valle dimostrando che non ci sono più gli ambientalisti veri di una volta.
Dall’altro lato, quelli che il nostro è il progetto migliore possibile, lo abbiamo migliorato, la nostra viabilità andrà bene, è tutto bello, bello bellissimo e se non lo sarà è colpa delle Amministrazioni precedenti da cui abbiamo ereditato il progetto che ci vedeva contrari e siamo rimasti coerenti con la nostra contrarietà. 
Sono cambiate solo le casacche: ieri, la giaculatoria la facevano i 5Stelle. Oggi, tocca a Fassina (sinistra), Grancio (ex 5Stelle oggi misto), Pd, Fratelli d’Italia. Ieri il cantico pro Stadio bellissimo era del Pd. Oggi, tocca ai 5Stelle.
Tre ore circa di chiacchiere inutili, di luoghi comuni e inesattezze clamorose, di frasi buttate lì quasi per caso e concetti dal vago sapore populista; di oratori intenti ad udire solo le proprie voci, tanto da una parte, quanto dall’altra, buone tutte solo per avere un post da scrivere su facebook o un cinguettio su twitter, una inutilità testimoniata dalla scontata bocciatura di tutti gli ordini del giorno presentati dalle opposizioni.
Al netto delle chiacchiere, però, appare assolutamente irrituale l’assenza di un qualunque documento della maggioranza: sempre, in occasione di sedute straordinarie monotematiche, la maggioranza usa presentare un proprio testo di sostegno al Sindaco e alla sua Giunta. L’assenza di questo testo, invece, lascia aperti pesanti interrogativi circa la solidità del Gruppo pentastellato di riuscire a mantenere la compattezza oltre la mera bocciatura degli ordini del giorno presentati dalle opposizioni. Insomma, uniti nel dire “no” al Pd, liste civiche, misto, sinistra, ma totalmente incapaci di trovare una sintesi sulle posizioni interne. Un no, per altro, piuttosto netto ma con numeri scarni.
In aula la maggioranza è di 29 consiglieri, Sindaco compresa. Assente giusitificata la neo mamma Eleonora Guadagno e astenuto per ragioni di opportunità (coinvolto nell’inchiesta Rinascimento) l’ex capogruppo Paolo Ferrara, la maggioranza dei consiglieri grillini ha perso per strada ben 6/8 voti, fermandosi a quota 18/20 che hanno bocciato i sette documenti presentati dalle opposizioni. Non esattamente un buon viatico in vista della futura votazione di variante e convenzione urbanistica. 

mercoledì 20 febbraio 2019

AMA; MURARO: "AI MANAGER QUESTA AZIENDA SERVE SOLO PER IL CURRICULUM"


Gli amministratori che si sono succeduti sanno che non rimarranno più di 1 o 2 anni, che al massimo Ama è una voce nel curriculum. E comunque servono manager competenti e romani: non si può continuare a prendere manager da altre città che hanno gestito sì e no 200 persone”.

Paola Muraro è stata il primo assessore all’Ambiente della Giunta Raggi e venne dimissionata perché raggiunta da un avviso di garanzia per fatti legati ad Ama antecedenti il mandato in Campidoglio. Fatti da cui è stata assolta: “Ho ritirato il decreto di archiviazione che è datato settembre: un prestampato che si riferisce alle motivazioni del Pm. È un’indagine che ha fatto “morti” prima del processo. Un periodo difficile della mia vita, un calvario che è alle spalle”.

Quando ha detto “Roma ha bisogno di discariche”, ha voluto mandare un messaggio alla Raggi “Non mi richiamare ché non vengo”?
"La discarica serve. Non parliamo più di Malagrotta ma di una discarica di inerti. Certo, il Sindaco quell’affermazione non l’ha presa molto bene".

Ha letto la bozza di piano industriale Ama?
"Hanno avviato il porta a porta e il sistema informatico ma gli operatori non sanno come utilizzarlo. Allora diventa inutile fare comunicati. Quando mi si parla di “materiali post consumo” non è che cambiando le parole ho risolto il problema, se poi, a casa mia, il materiale post consumo lo ritirano una volta al mese. Al Sindaco non vengono detti i problemi".

Sicura che non vengano detti? Non è che non si accettano le soluzioni? Se dico no inceneritori, termovalorizzatori, gassificatori, discariche e la differenziata salverà il mondo, poi devo portare i rifiuti in viaggio...
"Sono d’accordo nel dire che manca l’impiantistica. Per questo dico che occorrono impianti che possano trattare comprese le discariche per inerti. Per questo le scelte, anche scomode, vanno fatte in modo definitivo non legate alla durata della consiliatura". 

Quindi?
"Quindi, da tecnico, io suggerirei di procedere con una revisione totale di tutte le autorizzazioni già rilasciate su Roma per trattare i rifiuti, alcune delle quali non sono usate. Queste autorizzazioni vanno aggiornate con le più recenti tecnologie". 

Qual è la scelta tecnica migliore per Roma?
"Cominciamo a posizionare gli impianti di recupero, parametrati sul fabbisogno di Roma quindi non piccoli che non sono vantaggiosi neanche dal punto di vista ambientale. Il problema a Roma e nel Lazio sono discariche e termovalorizzatori. Roma conferisce in discariche fuori regione che sono in via di esaurimento e, quindi, inizieranno a privilegiare i rifiuti locale. Esistono brevetti e tecnologie innovative, anche del CNR, che generano materiali termoplastiche e inerti. Era quel che volevo realizzare nei mesi del mio assessorato insieme alla riduzione dell’indifferenziato".

Ma la riduzione dell’indifferenziato richiede un’Ama viva e in buona salute.
"Sono d’accordo. In questi due anni non sono riusciti a ottimizzare le risorse Ama. C’erano progetti presentati dagli stessi operatori Ama che erano alla base delle micro isole ecologiche, vale a dire la rimozione dei cassonetti dalla strada per essere concentrati in aree specifiche sorvegliate da personale con disabilità. Questo sistema può consentire di ridurre subito l’indifferenziato".

La differenziata però aumenta con ritmi da lumaca e Ama versa in condizioni critiche.
"Ama ha un suo attivo che deriva dalla Tari. Il problema è che paga lo scotto di non avere un parco mezzi adeguato, zero manutenzioni, cassonetti sempre rotti che sembriamo l’Africa, centinaia di km per portare i rifiuti fuori regione".

Che idea si è fatta di questa lunga agonia di Ama? Forse fonderla con Acea?
"Lo avevo già ipotizzato due anni fa. Anche perché Acea ha un impianto su terreno Acea in corso di autorizzazione a Malagrotta. Ama spazzerà le strade e Acea farà gli impianti?"

IL CLUB DEGLI ANTISTADIO


C’erano tutti, seduti allo stesso tavolo, per ripetersi l’un con l’altro quanto è sbagliato, brutto e cattivo il progetto della Roma di costruire lo Stadio a Tor di Valle. C’era Paolo Berdini, l’ex assessore all’Urbanistica della Raggi, c’era il Comitato Salviamo Tor di Valle dal Cemento; c’era il Tavolo della Libera Urbanistica di Sanvitto, l’ex attivista 5Stelle scomunicato da Beppe Grillo; e c’era Italia Nostra; Federsupporter e Cristina Grancio, la ex pasionaria del no allo Stadio cacciata dal Gruppo 5Stelle proprio per la sua posizione su Tor di Valle; e, da ultimo, a dare un po’ di lustro politico-intellettuale alla congrega, c’era anche Stefano Fassina, consigliere comunale e deputato. 
Tutti uniti per ribadirsi fra loro trenta il no a Tor di Valle, basato su asserzioni a dir poco fantasiose. Occasione, la presentazione di una proposta di delibera da votare in Consiglio comunale per annullare in autotutela le due delibere, Raggi 2017 e Marino 2014, che riconoscono il pubblico interesse alla costruzione della futura casa giallorossa. Una proposta, firmata da Fassina e Grancio, che però non tiene conto dei limiti temporali per l’annullamento in autotutela (18 mesi e la delibera Raggi, la più recente, ne ha già quasi 21) e che deve ancora passare il vaglio di ammissibilità degli uffici comunali prima di poter esser discussa in Aula.
Aula in cui, domani, andrà in scena il Consiglio comunale straordinario dedicato proprio allo Stadio: occasione imperdibile per chiunque abbia voglia e necessità di fare un po’ di propaganda. Assisteremo alla passerella dei corifei de “lostadiosifa” e a quella degli alfieri di “tordivallemai”. Al netto delle inutili e artefatte chiacchiere dei politici, l’appuntamento di domani sarà fondamentale per vedere la capacità della Raggi di tenere compatta la sua maggioranza in vista del voto su variante e convenzione urbanistica. 

martedì 19 febbraio 2019

AMA; I DIPENDENTI: "NON CI FIDIAMO DELLA RAGGI"


Preoccupazione, tanta e sfiducia, ancor di più: un’ora abbondante nella sala TARI dell’Ama - nel palazzo di fronte la sede di via Calderon de la Barca - con i sindacalisti Natale Di Cola (Cgil), Marino Masucci (Fit-Fisl) e Massimo Cicco (Fiadel) a spiegare al centinaio di lavoratori di Ama la situazione dopo l’annuncio del sindaco di Roma, Virginia Raggi, di aver rimosso il CdA dell’azienda.
Leit motiv dell’assemblea: certezza sul futuro e totale sfiducia nel Sindaco e nel suo operato. una sfiducia espressa a più riprese non tanto e non solo dai sindacalisti - i quali hanno aggiunto “questo è il Sindaco e dobbiamo tenercelo e fidarci comunque delle sue promesse”, quanto sopratutto dei lavoratori molti dei quali hanno espresso il loro “disappunto” verso l’inquilina di Palazzo Senatorio con parole decisamente colorite. 
Spaventa il rischio di non trovare accreditato lo stipendio il 27 del mese. Spaventa il rischio che le banche chiudano i rubinetti e che, sì, la Raggi oggi rassicura che i 250 milioni di introiti della Tari rimangono nelle casse di Ama, ma che comunque sono solo una boccata d’aria per un’azienda che sta annegando nei debiti, nell’incertezza e nei continui cambi di direzione.  
Spaventano le voci che si rincorrono e si confermano di un venerdì, quello appena trascorso, in cui si è rischiato il taglio della luce per mancanza di fondi destinati a pagare le bollette. 
Spaventa il futuro che i lavoratori non vedono più: troppi Presidenti, troppi Amministratori delegati e Consigli di Amministrazione si sono succeduti in questi anni senza che l’indebolimento progressivo dell’Azienda dei rifiuti venisse rallentato se non interrotto. 
Spaventa la mancanza di un piano industriale che, dopo quasi tre anni dall’insediamento della Raggi in Campidoglio, indichi la strada da percorrere. 
Spaventa anche l’assenza di un Assessore all’Ambiente: dopo Paola Muraro, anche le dimissioni di Pinuccia Montanari sono viste come una nuova prova di mancanza di bussola da parte del Campidoglio.
I lavoratori - almeno quelli presenti all’Assemblea - intervengono più o meno ribadendo tutti le stesse idee, evidenziando tutti le stesse paure, chiedendo tutti le stesse rassicurazioni ai sindacati. 
Spiegano Di Cola, Cicco e Masucci: “Il Sindaco ha garantito sull’erogazione degli stipendi. Lo stato di agitazione rimane. Non sappiamo se la scelta del Sindaco di rimuovere il CdA e affidarsi al Collegio Sindacale sia legittima e a norma, non spetta al sindacato stabilirlo. Di certo, il Sindaco si assume una enorme responsabilità. Il Campidoglio deve agire rapidamente: senza bilancio, che sarà il nuovo Cda ad approvare, e senza piano industriale non si possono fare investimenti né assunzioni”.
Non tutte le organizzazioni sindacali, però, esprimono posizioni di dissenso rispetto alle decisioni dell’Amministrazione comunale, socio unico di Ama. Per Usb e Cobas la defenestrazione di Bagnacani e del CdA può rappresentare “un’inversione di rotta nella gestione del servizio”. Sulla stessa linea anche l’Ugl: “accogliamo con favore e profonda fiducia le informazioni e le decisioni che ci ha comunicato la Raggi su Ama”. 

VIRGINIA CACCIA IL CDA AMA: "HANNO FALLITO"


Siamo arrivati allo showdown fra l’Ama e il suo socio unico, il Comune di Roma, con la Raggi che, ieri mattina, “alle 10.50” come recita la lettera di accompagnamento, ha destituito il Consiglio di Amministrazione dell’azienda dei rifiuti, dando mandato al collegio dei sindaci di guidare l’Ama per l’ordinaria amministrazione e convocare l’assemblea dei soci per la nomina del nuovo management.
E così, salta, almeno per ora, il quinto vertice di Ama da quando Virginia Raggi indossa la fascia tricolore. 
Almeno per ora perché in realtà - notizie frammentarie da dentro i corridoi dell’azienda - parlano di un’Ama in salsa venezuelana, con il CdA dimissionato deciso a resistere, stile Maduro, e il Collegio Sindacale, guidato da Mauro Lonardo, deciso a insediarsi immediatamente, stile Guaidó. Roba che rischia di finire con i Carabinieri prima e in tribunale poi.  
Per cercare una mediazione, nel pomeriggio, le due opposte fazioni hanno richiesto di comune accordo un parere pro veritate all’avvocato Pietro Cavasola, del foro di Roma, che è un consulente di Ama. 

Andiamo per ordine. Metà mattinata, la Raggi licenzia Bagnacani e il resto del CdA di Ama. Motivazione: fine del rapporto fiduciario. “Le azioni attuate dagli amministratori della società Ama hanno rilevato un livello di criticità tale da fare dubitare dell’affidabilità dell’attuale gestione aziendale, soprattutto con specifico riferimento alla riformulazione di un nuovo progetto di bilancio di esercizio 2017”, si legge nell’ordinanza 18. 
L’ordinanza segue prima la bocciatura in Giunta comunale del bilancio Bagnacani, l’8 febbraio scorso, seguito dalle dimissioni di Pinuccia Montanari da assessore all’Ambiente, e dalla visita della Montanari e dello stesso Bagnacani in Procura
Nell’ordinanza Raggi viene menzionata anche una relazione del dg del Campidoglio, Franco Giampaoletti, protocollata sabato, in cui c’è scritto: “Conclusivamente, tenuto conto dei comportamenti sopra descritti che, singolarmente e ancor più nel loro complesso, si ritiene integrino ipotesi di violazione di obblighi di legge e/o statutari, si sottopone alla valutazione delle SS.LL. l’ipotesi di procedere alla motivata revoca per giusta causa dei componenti del Consiglio di amministrazione”.
Secondo l’Agenzia Dire, questo invito alla rimozione non avrebbe trovato il consenso del Capo di Gabinetto, Stefano Castiglione, che avrebbe avuto un confronto acceso proprio col dg Giampaoletti sul tema della ‘giusta causa’ alla base della rimozione del Cda. 
Non a caso, Castiglione non ha controfirmato la delibera che porta le sigle di Gianni Lemmetti, assessore al Bilancio, di Giampaoletti e dal segretario generale, Pietro Paolo Mileti
All’ordinanza si accompagna una lettera, firmata da Castiglione che è un magistrato della Corte dei Conti, con cui si conferisce al Collegio sindacale il potere di gestire la fase di interregno fino alla convocazione dell’assemblea per la nomina dei nuovi amministratori.
Lettera e licenziamento diventano il nuovo terreno di scontro fra Comune e Ama con i vertici aziendali che contestano le motivazioni della cacciata, considerate insufficienti e generiche, ma soprattutto il subentro immediato del Collegio dei Sindaci. 
In sintesi: per il CdA uscente, lo Statuto di Ama (17.2) assegna allo stesso CdA il compito dell’ordinaria amministrazione e della convocazione dell’Assemblea dei soci che nominerà i nuovi vertici aziendali. Per il Campidoglio, invece, vale il codice civile (art. 2386) che questi compiti li assegna al Collegio sindacale. 
In serata è stata sciolta la questione sulla legittimità con il parere dell'avvocato Cavasola che ha sposato la decisione del Campidoglio. Gli uscenti terranno nelle prossime ore una conferenza stampa dove spiegheranno le loro ragioni: "Stiamo mettendo in fila i fatti.Noi costretti a produrre atti illegali? Se non lo abbiamo fatto e stiamo andando via fatevi delle domande. Abbiamo fiducia che la verità verrà a galla", hanno detto uscendo per l'ultima volta dalla sede di via Calderon De La Barca.

sabato 16 febbraio 2019

LO STADIO NON C'È MA INIZIA LO STILLICIDIO MEDIATICO-GIUDIZIARIO



Inizia oggi lo stillicidio. Stillicidio di notizie che non sono notizie, di chiacchiericcio di sottofondo simile a un lontano fuoco di sbarramento dell’artiglieria, di titoli a nove colonne sul nulla. O quasi.
E, soprattutto, prepariamoci a vedere mesi di “Stadio” ripetuto a iosa, fino alla nausea, dove di stadio non c’è davvero nulla. 

Parliamo di Tor di Valle, dei suoi tormenti e del peso politico che avranno sugli incerti e zoppicanti grillini tutti i titoli che leggeranno da oggi fino alla sentenza di primo grado su Parnasi.
Perché ora sappiamo che il 4 aprile (sarà per me un compleanno da segnare sul calendario) il giudice deciderà se Parnasi e, con lui, gli altri 13 indagati per i quali la Procura di Roma ha richiesto il rinvio a giudizio vanno processati (e per quali capi di imputazione effettivi) oppure no.
E dopo il can can, il clamore assolutamente stupefacente - nel senso di droghe che devono aver assunto quanti riescono a sorprendersi e a far sembrare nuovo, cioè notizia, ciò che nuovo non è affatto - dato dalla stessa richiesta di rinvio a giudizio che segue, come il giorno la notte, l’avviso di chiusura indagini del 30 ottobre 2018, adesso inizia il baubau con tutto il percolato delle carte che filtra dagli ambienti giudiziari.

Ora scopriamo clamorosamente che Luca Parnasi aveva una chat di gruppo e che, udite udite, era stata chiamata “famostostadio”. Che notiziona. Un po’ come sorprendersi per le chat di gruppo che ciascuno di noi ha al lavoro: a Il Tempo ne abbiamo una per l’edizione online, una per la cronaca e una per lo sport. Tre chat di gruppo per un’unica testata.
E che diremo delle chat di gruppo familiari? O, il male peggio di Carpisa (cit.), di quelle scolastiche delle mamme? Di quelle delle mamme informate no-vax? Di quelle dei consiglieri comunali? Regionali? Deputati?
La notizia è che Parnasi ha una chat di gruppo con i suoi collaboratori stretti e che lì sopra si scrivono quello che accade?

O che Lanzalone, in uno degli interrogatori, chiarisce il come e il perché di una nomina?


Al momento, nessuno di questi atti è reato. Perché lo siano, occorre non che vi sia un procuratore che lo contesti, ma un giudice che tale lo riconosca con sentenza. 

E nessuna di queste notizie investe lo Stadio e il suo iter. Ma l’importante è infilare nel titolo la parola “Stadio” o, alla bisogna, il trio “Tor di Valle”. E che non si scriva mai "inchiesta Rinascimento", nome assegnato dalla Procura stessa all'indagine. Mi raccomando.

A questo punto, la domanda che il sindaco di Roma, Virginia Raggi, dovrebbe porsi è quella legata alla capacità dei suoi consiglieri - tutti figli del peggio manettarismo che abbia mai colpito questo Paese (un manettarismo ovviamente ben equilibrato: ghigliottina per i nemici, assoluzione piena e incondizionata per gli amici di bottega) - di reggere i mesi che mancano al voto in Consiglio comunale su variante e convenzione urbanistica. 
Non nascondiamoci: nessun grillino ha mai amato questo progetto, neanche nella versione Raggi stravolto tanto da non reggersi in piedi e spacciato per figo, e ingoiato come si ingoia un'amara medicina (politica). 
La fronda anti-Raggi, che affonda le radici in ben altri problemi, su questo voto potrebbe non tenersi assieme: ogni volta che uscirà un pezzo, un articoletto o un’articolessa, uno stralcio, un brogliaccio, un’intercettazione, anche fossero parole già sentite, sembreranno sempre nuove e riattizzeranno i mal di pancia pentastellati. 

Cara Raggi, se vuoi davvero provare a vendere lo Stadio come un tuo successo per provare a non sbracare del tutto il tuo Movimento alle Europee, sbrigati a votare in Consiglio comunale. 


PS: Non è per caso che non ho inserito i titoli di Corriere della Sera e Tempo: nessuno di loro ha usato "Stadio" o "Tor di Valle" nel titolo ma si sono limitati a usare il nome della chat di Parnasi. 



STADIO, IL PADRONE ORA È SOLO PALLOTTA


Accordo fatto e stretta di mano: James Pallotta sarà il nuovo proprietario dei terreni di Tor di Valle su cui sarà costruito il nuovo Stadio della Roma.
Nella tarda serata di mercoledì - notte fonda a Roma - i vertici di Eurnova, il presidente Riccardo Tiscini e l’ad Giovanni Naccarato insieme al legale della Società, Roberto Cappelli, hanno raggiunto l’intesa con Pallotta e il suo staff tecnico e giuridico: a Eurnova andranno 105 milioni di euro, appena un filo in più della metà della cifra che Parnasi stava trattando prima del suo arresto.
Confermata la caparra di 9 milioni che verrà versata alla firma di questo preliminare di vendita. L’acquirente, almeno per il preliminare, è la società STDV SpA (Stadio Tor Di Valle, ndr), creata nel 2014 da Pallotta ma il rogito finale potrebbe vedere come compratore un nuovo soggetto. E questo apre scenari interessanti sui possibili accordi commerciali cui il Presidente giallorosso sta lavorando da mesi.
Perché il progetto, su carta, oggi ha costi stimati in 800 milioni di euro che dovranno essere finanziati. E perché, oltre i finanziatori, sarà necessario trovare dei partner industriali in grado di edificare in tempi contenuti - 24/26 mesi dalla prima pietra - lo Stadio, la nuova Trigoria con i suoi annessi, l’area commerciale e quella di uffici. Vale a dire, la parte “privata” del progetto che, per altro, è anche la più complessa da un punto di vista tecnico. Per la parte “pubblica” - via del Mare/Ostiense, ponti, parco e via dicendo - le opere andranno messe a gara d’appalto europea, quindi non sarà la Roma a identificare il costruttore.
Insieme alla caparra di 9 milioni, confermato anche il versamento di altri 7 milioni, inclusi nel totale di 105, con cui dovranno essere pagati bonifiche, archeologia preventiva e preparazione della aree ai lavori.
Nella serata di ieri la delegazione di Eurnova è rientrata a Roma (dove è atterrata in mattinata) e, nei prossimi giorni, fra i due partner verranno “scambiate” le bozze del contratto per l’ultimo check prima delle firma finale. Possibile che, al momento della conclusione formale dell’accordo, venga resa nota una comunicazione per la stampa e per la borsa valori (la Roma è comunque una società quotata e, come ha chiarito Pallotta pochi giorni fa, lo Stadio sarà comunque di proprietà della holding della Roma). 
A questo punto, Eurnova continuerà ad affiancare come sviluppatore la Roma fino alla conclusione dell’iter amministrativo con il voto in Consiglio comunale su variante e convenzione urbanistica. Proprio per questo, proseguono con frequente cadenza, le riunioni in Campidoglio fra i tecnici comunali e quelli di Eurnova, l’ultima giovedì pomeriggio, la prossima lunedì 18 nel pomeriggio. 
Le posizioni fra pubblico e privato non sono ancora vicine. Soprattutto la discussione verte circa l’adeguamento delle carte progettuali da parte di Eurnova all’indomani della votazione di variante e convenzione: per il Comune vanno adeguate tutte (oltre 5000 disegni tecnici) per i proponenti solo quelle che vanno a bando di gara (500 tavole). La differenza è enorme sia in termini economici che, soprattutto, per i tempi di esecuzione del lavoro e successivo controllo. 

venerdì 15 febbraio 2019

STADIO, CAPARRA DI 9 MILIONI PER L'ACQUISTO DEI TERRENI


Iniziate ieri mattina ora di Boston, primo pomeriggio ora di Roma, le trattative finali per il subentro di James Pallotta a Eurnova nel progetto Stadio della Roma
Al momento in cui scriviamo, non è ancora giunta la notizia della firma dell’accordo che, complice le 6 ore in meno di differenza sul fuso orario, potrebbe giungere nelle ore notturne italiane. 
La trattativa ha una basa ben avviata: la cifra totale è sempre intorno ai 100 milioni di euro e, difficilmente supererà i 105. L’accordo preliminare verrà siglato da Eurnova come parte venditrice e da STDV SpA (Stadio Tor di Valle, ndr), la società fondata nel 2014 da Pallotta e che ha sede a Milano. Tuttavia, il rogito finale potrebbe vedere soggetti giuridici diversi. Come caparra sembra che l’accordo si possa trovare su 9 milioni di euro cui, poi, Pallotta ne aggiungerà altri 7 per coprire le spese per il cosiddetto “clean condition works”, vale a dire per pagare la preparazione delle aree. Si tratta delle tre bonifiche da amianto, ordigni bellici e da materiali e rifiuti pericolosi; cui si aggiunge la pulizia da quelle essenze arboree che dovranno essere rimosse e, infine, dalla campagna di scavi archeologici preventivi. 
Il contratto fra Pallotta e Eurnova avrà diversi momenti di attuazione: il primo step sarà segnato dalla votazione in Consiglio comunale del testo della Convenzione urbanistica, vale a dire del contratto che regolerà i rapporti fra il privato e il Campidoglio con la calendarizzazione e le modalità di costruzione di ogni singolo intervento. Il voto farà scattare l’obbligo di consegna dei terreni di Tor di Valle da Eurnova a Pallotta. Il passaggio dovrà essere contestuale al pagamento del saldo che Eurnova deve versare al curatore del fallimento Sais (il precedente proprietario). L’accordo fra Sais e Eurnova prevedeva un valore totale di 42 milioni di euro, dei quali 16 da pagare solo al momento di una vendita o dell’approvazione di un qualsiasi progetto di valorizzazione immobiliare. Dei 26 milioni, invece, “non vincolati”, ne restano da pagare solo 7. Quindi, in totale, Eurnova dovrà versare 23 milioni di euro per poter diventare proprietaria dei terreni e poterli “girare” a Pallotta. 

LA RAGGI "SPACCHETTA" L'AMBIENTE - MONTANARI IN PROCURA; AMA CERCA SOLDI


La crisi Campidoglio-Ama entra nel vivo: dopo la bocciatura del bilancio 2017 di Ama da parte della Giunta Raggi e le conseguenti dimissioni di Pinuccia Montanari da assessore all’Ambiente, da una parte il Sindaco cerca di tamponare una situazione amministrativa sempre più difficile, dall’altra Ama rischia di entrare in crisi di liquidità.
Andiamo per ordine. 
Prima questione, la possibilità per Ama di continuare a pagare stipendi, gasolio per i camion e, quindi, svolgere il proprio servizio. Il presidente di Ama, Lorenzo Bagnacani, deve muoversi velocemente e avrebbe scritto - manca conferma ufficiale - tre lettere per garantire all’Azienda una sufficiente liquidità. Due le missive spedite alla Raggi con cui Bagncani chiede a Palazzo Senatorio - il Campidoglio è socio unico di Ama -  di farsi garante con le banche per mantenere le linee di credito necessarie all'azienda per pagare fornitori e stipendi e, come misura straordinaria, poter trattenere la tranche di Tari incassata relativa ai mesi di novembre e dicembre per un ammontare di 250 milioni di euro. 
La terza lettera è spedita agli Istituti di credito ai quali Bagnacani chiede di erogare dal 18 febbraio linee di credito per almeno 110 milioni. 
Secondo punto: la soluzione politica del problema Ama che passa, necessariamente, per la scelta dei successori di Pinuccia Montanari. 
L’ex Assessore - ieri ascoltata in Procura proprio in merito al dissesto finanziario di Ama in un’indagine condotta dalla Guardia di Finanza - all’Ambiente, grande sponsor di Bagnacani e, a sua volta, ben caldeggiata direttamente da Beppe Grillo, si era dimessa pochi giorni non appena la Giunta aveva deciso di bocciare il bilancio 2017 di Ama. 
Ora il sindaco, Virginia Raggi, ha il problema della sostituzione: Radio Campidoglio racconta di cortesi ma fermi “no” alla proposta di andare, per meno di due anni e mezzo, a farsi crocifiggere sulla montagna di rifiuti capitolini.
Per questo, ieri, la Raggi ha annunciato la decisione di “spacchettare” le deleghe ambientali: da una parte di sarà l’assessore ai rifiuti e uno al verde: “Ho spacchettato le deleghe, quando avrò novità comunicherò tutto”, ha spiegato il Sindaco.
Complicato pensare che qualche tecnico possa decidere di mettere la faccia sulla questione rifiuti e riuscire a invertire la rotta seguita dai grillini in due anni di grandi proclami e risultati totalmente negativi. Anche perché il lavoro di impostazione dell’impiantistica del ciclo rifiuti prevede tempi lunghi di realizzazione e, quindi, doveva essere impostata nei primi sei mesi di mandato. E, non a caso, si passa sotto la lente d’ingrandimento l’intero pulviscolo grillino. 
Lo spacchettamento delle deleghe, ovviamente, ha colorito la giornata politica romana: Marco Palumbo (Pd) “Raggi spacchetta e non risolve”; Valeria Baglio (Pd) “Comune umilia l’Ama ormai con l’acqua alla gola”; Svetlana Celli (Civica): “Una poltrona per due e nessuna soluzione”.