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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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giovedì 31 gennaio 2019

RIFLESSIONI ESTEMPORANEE SULLA STAGIONE DELLA AS ROMA


Girone di ritorno iniziato da sole due gare, Coppa Italia andata, Champions ancora in bilico: quindi, tempo per non buttare completamente tutto ancora c’è.
La soluzione più ovvia e immediata è l’esonero o le dimissioni del tecnico, Eusebio Di Francesco.

COSA VA
Iniziamo dalle note positive.
  • In campionato, siamo ancora in corsa per un piazzamento nell’Europa che conta.
  • Il cammino in Champions è ancora tutto da giocare.
  • Molti calciatori in rosa, specialmente i più giovani, hanno dimostrato talento, combattività, voglia di fare, fame. 
Fine.

COSA NON VA
L’elenco, purtroppo, è lunghissimo.
  • Una rosa palesemente squilibrata. 
A metà stagione, appare evidente come siano stati commessi errori nella formazione della rosa messa a disposizione al tecnico. 
  • Calciatori fuori forma, fuori di testa e, spesso fuori ruolo.
  • Infortuni che, da inizio anno, credo non abbiano mai consegnato a Di Francesco una rosa completa e al 100%.
Tolti quegli infortuni di gioco o di allenamento sui quali poco si può fare, qualcuno dovrebbe spiegare come mai i nostri giocatori non corrono ma i loro muscoli si incriccano come quelli di un novantenne? Sai, corrono come diavoli ci può anche stare che qualche muscolo si strappi. Ma questi passeggiano come pensionati al parco: Florenzi, Kolarov, Pastore con la Fiorentina sono solo alcuni esempi.   
  • Gioco che non c’è, non si palesa, è estemporaneo e legato alle intuizioni del singolo calciatore.
Una volta si diceva: la Roma non ha gioco, si dà palla a Totti che poi inventa. Oppure, palla lunga a Gervinho/Salah e vediamo che succede. Oggi è “datela a Zaniolo e speriamo”? Altrimenti vediamo una riedizione del tikitaka di Luis Enrique, con i difetti di una difesa alta e lenta e un centrocampo che non filtra. 
  • Scollamento fra la proprietà, la società e la squadra
Dall’esterno appare palese uno scollamento fra la proprietà (Pallotta), la società (Baldissoni, Monchi) e la squadra intesa sia come staff tecnico che come giocatori: sembra come se queste tre componenti andassero ciascuna per proprio conto, non dialogassero fra loro, non ci fossero ordini e ranghi, disciplina e concordia.

ANALISI
Infausta. Almeno se si prosegue così. Con affetto, ma a questo punto non è solo l’umiliazione di quanto avvenuto ieri a Firenze che dovrebbe spingere il tecnico a rassegnare le dimissioni (o la società ad allontanarlo) è che, banalmente, Eusebio non sembra più in grado di trovare una soluzione. L’uscita dalla Coppa Italia di ieri appare in linea con quanto avvenne con lo Spezia all’epoca di Garcia. La squadra non giocava, non girava, era in un tunnel. Perdemmo allora con una squadra di categoria molto inferiore senza fare un tiro in porta. Ieri siamo usciti con una sveglia ma da una squadra di serie A per altro in un ottimo momento di forma. Ma senza palesare un vero gioco. I primi tre gol sono da cineteca dell’horror calcistico: Florenzi imbambolato, Manolas sfigato, Fazio terremotato, Kolarov inebetito, Olsen seduto. Poi ci stanno quei primi minuti della ripresa con una buona pressione sulla Viola finiti quando l’arbitro non fischia il fallo su Zaniolo ma, anzi, lo minaccia di cacciarlo con un’arroganza pari solo al suo errore smisurato e Dzeko perde la testa, insieme al resto della squadra. E la gara finisce lì. 
Battere il Milan e provare a passare il turno in Champions sarebbero, con l’album delle figurine, due obiettivi perfettamente alla portata di questa squadra. Oggi, potremmo perdere anche giocando col Tor Tre Teste.

PROGNOSI
Si dirà: via DiFra e chi ci metti? Bella domanda cui non ho una risposta perché per prendere allenatori di un certo peso bisognerebbe investire soldi. Il rischio di continuare così, però, è quello di concludere un campionato più che mediocre al di sotto della soglia Champions (se non dell’Europa League), per non parlare dell’uscita dalla Champions di quest’anno. 

mercoledì 30 gennaio 2019

STADIO; MONTUORI (ASS. URBANISTICA): "ENTRO L'ANNO LA PRIMA PIETRA"


Noi di qui a un mese potremmo essere pronti a chiudere per andare, poi, al voto in Consiglio comunale prima dell’estate”.
Luca Montuori, assessore all’Urbanistica di Roma Capitale, ha in mano il dossier Stadio della Roma e, prima ancora che responsabile per materia, da tecnico - professore associato di Progettazione architettonica urbana presso il Dipartimento di Architettura di Roma Tre - è sicuramente il più attendibile dentro la Giunta Raggi a parlare del dossier Tor di Valle. Mai si era sbilanciato prima. Oggi conferma: “Se tutto fila liscio, confermo che entro l’anno potremmo anche vedere la posa della prima pietra”.

Assessore, partiamo dal piatto del giorno: la relazione finale del Politecnico di Torino. Testo che dovrebbe arrivare il 31 gennaio, e…?

E, quando arriverà ne riceverò una relazione che dovranno predisporre gli uffici che, con maggiori competenze di me, dovranno verificarne il contenuto, vedere che le risposte corrispondano alle domande. Quando questo avverrà, saremo pronti ad andare avanti”.

Se il Politecnico di Torino, però, non dovesse avallare le scelte fatte dall’Amministrazione Raggi e, pur senza nominarlo, il Ponte di Traiano tornasse in gioco? 
Non è una decisione che potrei prendere da solo ma andrebbe presa di concerto con la Sindaca, gli altri Assessori e i Consiglieri. Io credo, però, che il sistema Ponte dei Congressi con il potenziamento della Roma-Lido siano sufficienti e che il Politecnico di Torino ci dirà che va tutto bene”.

Assessore, nelle carte integrative spedite al Politecnico, c’è il “redigendo” Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (PUMS) che, salvo una funivia distante 3 km dallo Stadio, non prevede investimenti nel quadrante. 
Io credo che il PUMS integri una serie di azioni già previste e che quindi migliori la situazione. A quanto ci risulta, il sistema Ponte dei Congressi, via del Mare/Ostiense rifatta tutta e implementazione Roma-Lido sono sufficienti a garantire la mobilità. Io però faccio l’assessore all’Urbanistica, pur lavorando su questo a stretto contatto con la Mobilità”.

Il Governo - il premier Conte e il ministro delle Infrastrutture, Toninelli - ha rilanciato in modo molto forte la possibilità che sia lo Stato a finanziare il Ponte di Traiano qualora ritenuto asse strategico. Va annotato poi un potenziale sviluppo urbanistico nel quadrante Tor di Valle-Magliana. Questo non rende il Ponte di Traiano un’opera strategica a prescindere dallo Stadio?
Queste considerazioni impongono una riflessione sulla strategia e la visione futura della città. Al di là del Tevere insistono programmi di sviluppo urbanistico nati in un’epoca diversa, antecedente la crisi del 2008. Dobbiamo decidere se l’asse verso Fiumicino è quello portante nello sviluppo cittadino, piuttosto che quello della Stazione Tiburtina dove si attesta l’alta velocità, i pullman da Cracovia o da L’Aquila, i treni regionali. Per noi il Polo Tiburtino è irrinunciabile. Quello per Fiumicino è un asse in attesa da anni e quindi un confronto va avviato con tutti quelli che detengono diritti edificatori: gli investitori sono ancora disponibili sull’asse Fiumicino?

Assessore, i suoi uffici, però, ci dicono che proprio lo Stadio ha rimesso in moto progetti fermi da un decennio…
A questo ragionamento manca un pezzo: i debiti contratti con le banche nel passato. Mentre in tutta Europa chiudono i grandi centri commerciali, ci servono nuove cubature lungo l’autostrada? Io ho trovato disponibilità per la discussione: gli imprenditori chiedono tempi e politiche certe”.

E se gli imprenditori non accettassero una ridefinizione delle aree? Il Ponte di Traiano serve o no?
Quando avremo il quadro più chiaro potremo decidere se il Ponte è un’infrastruttura che serve ai cittadini, alle comunità territoriali o a chi fa investimenti”.

A che punto sono le trattative per variante e convenzione urbanistica? Tempistiche?
Abbiamo continuato a lavorare, anche in contraddittorio con i nostri interlocutori, ai testi di variante e convenzione urbanistica, quest’ultima particolarmente complessa perché mette insieme Enti diversi - Comune, Regione per la Roma-Lido e Città Metropolitana per la via del Mare/Ostiense. Dopo il voto in Consiglio comunale, c’è da fare l’adeguamento delle carte progettuali delle opere di interesse pubblico che vanno a gara europea da fare prima della firma della Convenzione. Tutto poi andrà in Regione la cui determina, che non dipende dal Comune, costituisce il titolo edilizio. Quindi, gare europee per le opere pubbliche e, se tutto fila liscio, entro l’anno possiamo avere la prima pietra. Tempistica che non può tener conto degli eventuali ricorsi sulle gare europee”.


martedì 29 gennaio 2019

STADIO, ENNESIMA SETTIMANA DECISIVA


Giovedì 31, il giorno dopo Fiorentina-Roma di Coppa Italia, dovrebbe arrivare, stando alle carte ufficiali del Campidoglio, il testo della relazione finale redatta dal Politecnico di Torino sulla mobilità, pubblica e privata, del progetto del nuovo Stadio di Tor di Valle.

POLITECNICO, ATTO SOLO POLITICO
Quello del Politecnico, al di là di ciò che vi sarà scritto, è un pezzo di carta che non ha alcun valore giuridico né potrebbe mai essere utilizzato per fermare l’iter dello Stadio: si tratta di un atto chiesto, al di fuori della procedura, dal sindaco di Roma, Virginia Raggi, la quale ha ritenuto necessario avere un parere “terzo” da utilizzare con quella frangia di 5/7 consiglieri comunali riottosi in sede di votazione della variante urbanistica.

SETTIMANA IMPORTANTE
È comunque una settimana importante per la Roma: se da Torino arrivasse una relazione che poco si discosta da quella preliminare che definiva “catastrofico” lo scenario di traffico di una partita serale infrasettimanale, il “piano B” è quello di rivolgersi al Governo. Sia il premier Conte che il ministro delle Infrastrutture, Toninelli, si sono spinti molto in là con le rassicurazioni sul fatto che il Ponte di Traiano potrebbe essere pagato dal Governo
Al contrario, se da Torino venisse detto che è tutto “bello, bello, bellissimo”, la Raggi potrà rivendersi urbi et orbi la bontà delle sue decisioni (taglio delle infrastrutture di mobilità con cubature a compensazione, Ponte e metro, per ottenere il taglio delle tre torri) mettendo all’angolo sia i suoi consiglieri riottosi che i grillini dubbiosi nei Municipi.

SCOGLIO MEDIATICO
Torino, dunque, il 31 gennaio, più che uno scoglio sull’iter appare più uno scoglio mediatico sulla Giunta Raggi: a ieri, ad ogni buon conto, non risultava ancora pervenuto nulla. Nei corridoi di Palazzo Senatorio, si ostenta un palese ottimismo che, alla fine, le integrazioni documentali - il “redigendo Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (PUMS) e qualche altra cartuccella - siano sufficienti a trasformare una relazione nera come la pece in una candida come la neve. Tanto che sembra non essere stato preparato neanche un piano di comunicazione alternativo in caso, invece, il responso dell’Ateneo non fosse proprio brillante o, peggio, confermasse le analisi preliminari di dicembre. Una eventualità che, tra l’altro, finirebbe per ottenere l’effetto collaterale di travolgere anche lo stessi PUMS

COMMISSIONE TRASPARENZA
Una valutazione alla cieca del responso di Torino la fornirà l’atteggiamento del Campidoglio all’arrivo della relazione: il silenzio potrebbe significare un responso negativo e una impreparazione ad affrontare le conseguenze dello stesso. Al contrario, il suono cristallino delle trombe della vittoria (magari con diffusione integrale del documento) segnerà inequivocabilmente la positività della risposta. Testo che, poi, la settimana successiva sarà comunque oggetto di una seduta della Commissione Trasparenza del Consiglio comunale che ha convocato l’assessore alla Mobilità, Linda Meleo, e il suo capo dipartimento, Gian Mario Nardi. 

venerdì 25 gennaio 2019

AL REAL MADRID LA "CHAMPIONS" DEI SOLDI


Roma in salita, Juve in discesa, buone performance di Inter e Milan, Napoli “primo dei non eletti”: per le italiane questa è la sintesi del rapporto annuale della Deloitte sulle entrate dei 30 maggiori club europei

Una classifica, 22esima edizione, stilata su tre parametri: il “matchday”, le entrate del giorno della partita con vendita dei biglietti e ospitalità aziendale; diritti tv per campionati e coppe nazionali ed europee; infine, incassi commerciali (sponsorizzazioni, merchandising, tour dello stadio e via dicendo).

IL MEDAGLIERE
Il Real Madrid è la prima società europea a infrangere la barriera dei 700 milioni di euro di incassi, andando oltre i 750. Il Barça si ferma solo a 690 milioni con la piazza d’onore. Terzo il Manchester United con 666 milioni di entrate.
Il giro di incassi dei primi tre club supera i 2 miliardi e 100 milioni mentre la somma totale delle 20 big supera gli 8,3 miliardi di euro. 





COMPOSIZIONE MEDIA DELLE ENTRATE
Mediamente, per ogni società il 43% degli incassi deriva dai diritti tv, il 40% dalle fonti commerciali e il 17% dal matchday. Fondamentale per i bilanci la partecipazione a Champions e Europa Leage.
Tra l’altro, la modifica dei parametri Uefa sui premi già da quest’anno marca ancor più decisamente la differenza economica fra esserci e non esserci: l’esempio migliore viene proprio dalla Roma. Lo scorso anno l’arrivo in semifinale di Champions ha portato nelle casse del club 100 milioni di euro. Quest’anno, essere agli ottavi ha già segnato un +70 da scrivere nella colonna entrate del bilancio del club di Pallotta.  

ITALIA OUT DALLA TOP 10
Per la prima volta l’Italia non esprime neanche un club fra le prime 10 posizioni ma, sulla classifica a 20 squadre, è la seconda nazione più rappresentata dopo gli inglesi. 

LA JUVENTUS
La Juventus fa segnare un incremento del 19% delle entrate grazie all’accordo sui naming rights dello Stadium con Allianz, all’aumento del merchandising e all’accordo con Cygames.
 


LA AS ROMA
La Roma scala nove posizioni in una volta sola, salendo al 15esimo posto con un incasso record di 250 milioni. Per Deloitte “il potenziale aumento delle entrate dal trasferimento al nuovo stadio proposto dal club non è previsto almeno fino all'inizio della stagione 2020/21, il che significa che la presenza costante e le forti prestazioni in Champions League saranno fondamentali se il club vorrà rimanere fra le top 20”.


LE MILANESI
Per il Milan Deloitte segna un aumento dell’8% delle entrate commerciali mentre per l’Inter, al 14esimo posto, l’aumento dei ricavi commerciali è determinato da un’esposizione crescente con l’Asia. 


NAPOLI E LE ALTRE ITALIANE
A parte il Napoli, al 21esimo posto. Nessun altro club italiano è presente nella classifica delle prime trenta società, il che vuol dire, visto che l'ultima, il Benfica, ha entrate di poco superiori a 150 milioni di euro, che tutte le altre italiane stanno al di sotto questa cifra. 



Se da una parte le modifiche al processo di qualificazione della Champions League hanno protetto i club italiani fornendo quattro posti di qualificazione della fase a gironi di Champions League, questo ha anche mascherato alcune sfide commerciali, in particolare quelle dei diritti tv (modesto l’aumento degli introiti per il triennio) e degli incassi da stadio. 










METRO BARBERINI DI NUOVO CHIUSA


Non c’è pace per la stazione metro Barberini: dopo le chiusure e aperture a singhiozzo (o a sorpresa, dipende dai punti di vista) di Natale, ieri, nuovamente, per un’ora e mezza fermata chiusa per problemi alle scale mobili. Da Atac spiegano: “la chiusura di ieri è stata determinata dalla necessità di sostituire un componente che si è guastato. Quindi, la chiusura è durata il tempo strettamente necessario per svolgere l’intervento e ci scusiamo per i disagi”. Diciamo che nessuno poteva pensare che fosse stata chiusa per divertimento ma il quesito è: a dicembre Barberini è stata chiusa, insieme a Spagna, per svariati giorni per consentire, dopo l’incidente di fine ottobre a Repubblica (ancora chiusa), un approfondito controllo proprio su tutte le scale mobili. Quindi, come è possibile che, dopo questi approfonditi controlli, neanche venti giorni dopo la fine di questi controlli, la fermata venga chiusa ancora per problemi alle scale mobili?
E non è neanche la prima volta: Barberini era già stata chiusa e poi riaperta il 15 e 16 gennaio sempre per guasti alle scale mobili e poi ancora il 12 gennaio ma in quel caso Atac parlò di un generico “guasto tecnico”.
Ripercorrendo indietro nelle settimane il calvario delle fermate metro (sarà interessante controllare come nei report mensili sul rispetto delle previsioni contenute nel contratto di servizio, Atac segnerà la chiusura di queste tre fermate), il tutto inizia a fine ottobre quando, la sera della partita di Champions League fra Roma e CSKA Mosca, 24 tifosi russi rimangono feriti, qualcuno gravemente, per il crollo improvviso della scala mobile a Repubblica. A distanza di pochi giorni da quel 23 ottobre, senza ovviamente che vi sia mai stata una comunicazione ufficiale da parte dell’azienda, i tecnici impegnati nelle attività di manutenzione ordinaria delle scale mobili, si accorgono che a Spagna e Barberini (insieme a Repubblica le stazioni più profonde dell’intera rete metro di Roma) si stanno verificando gli stessi malfunzionamenti che avevano preceduto l’incidente coi russi. Da lì, scattano improvvisamente le chiusure delle due stazioni per evitare nuovi problemi. Che, però, tutto sembrano meno che risolti.


giovedì 24 gennaio 2019

STADIO; IL MINISTRO TONINELLI: "GOVERNO FARÀ IL PONTE DI TRAIANO"


Confermo quello che ha detto Giuseppe Conte. Il ponte di Traiano è un'opera attenzionata. Se fosse necessario costruirlo questo Governo lo farà”.
Parola di Danilo Toninelli, ministro delle Infrastrutture che, intervistato da RadioRadio, ha accennato al problema della costruzione del Ponte di Traiano, croce e delizia del progetto Stadio della Roma di Tor di Valle.
In attesa della relazione finale del Politecnico di Torino che dovrà fugare i dubbi sulla mobilità del progetto così come modificato dalla Raggi e dai suoi, è sempre il Ponte di Traiano lo snodo attorno al quale si articolano tutte le questioni, politiche e tecniche.
Toninelli ha citato il premier, Giuseppe Conte, che, sempre su domanda di RadioRadio, nella conferenza stampa di fine anno con i giornalisti, aveva fatto outing, “Sono tifoso della Roma, non mi sfidi su una debolezza o una passione” e, sul Ponte, aveva detto: “Non conosco così bene il dossier, se è un asse strategico essenziale il governo non si sottrarrà dopo tutte le necessarie valutazioni”.
E, attorno al Ponte, gira di fatto anche la relazione del Politecnico di Torino che, ovviamente, il Ponte non lo cita mai (non potrebbe da contratto) ma lo rende, almeno nella relazione preliminare, il gran convitato di pietra. 
Stesso discorso anche nei due Municipi, IX e XI, che, prima del voto finale in Consiglio comunale su variante e convenzione urbanistica, dovranno esprimere un parere obbligatorio ma non vincolante sul progetto. E, i mal di pancia interni ai 5Stelle sono tutt’altro che sopiti.
Insomma, quando Conte a RadioRadio, disse: “la Giunta Raggi ha ottenuto un risultato fin qui meritorio. C'erano delle torri nel progetto iniziale, la riformulazione della giunta Raggi lo ha migliorato” forse non si è reso conto della contraddizione insita nelle sue affermazioni. Se il progetto nella versione Raggi fosse davvero stato migliorato rispetto alla versione Marino, non si spiega davvero come mai ci sia tutto questo gran dibattersi attorno all’unica vera decisione che la Raggi ha assunto: il taglio del Ponte di Traiano (e della metro) per arrivare a ridurre le cubature (le “tre torri” di Conte). Un taglio che, evidentemente, anche per il Governo tanto buono non deve essere se “l’opera è attenzionata, se è un asse strategico, questo Governo lo farà”, con il copyright misto Conte/Toninelli.
In fondo, però, l’attuale Governo del Cambiamento sta seguendo pedissequamente la strada già intrapresa dai suoi predecessori, in questo caso, due ministri Pd del Governo Gentiloni.
Fu Luca Lotti, fedelissimo di Renzi e ministro dello Sport, a sbloccare l’impasse della Conferenza di Servizi con la famosa telefonata in cui annunciò la volontà di Palazzo Chigi di realizzare il Ponte di Traiano. Un annuncio cui, poi, seguirono anche le esternazioni del collega di Lotti, Graziano Delrio, predecessore di Toninelli alle infrastrutture. Entrambi si dissero pronti a porre sulle spalle del Governo l’onere di finanziare il Ponte di Traiano. Ovviamente, all’epoca il Governo Gentiloni era in uscita e le promesse elettorali costano poco, specie se poi non si è più al governo per mantenerle. 
Oggi Conte e Toninelli, al contrario, sono all’inizio dell’avventura alla guida del Paese e le promesse potrebbero essere portate all’incasso in tempi rapidi, specialmente se la relazione finale del Politecnico di Torino non fosse tutta bella, bella, bellissima ma non si discostasse troppo dal “catastrofico” della versione preliminare. 

TONINELLI: "SE NECESSARIO, GOVERNO FARÀ PONTE DI TRAIANO"


Il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, intervistato da RadioRadio, interviene sulla vicenda dello Stadio della Roma e della costruzione del Ponte di Traiano: “Confermo quello che ha detto Giuseppe Conte. Il ponte di Traiano è un'opera attenzionata. Se fosse necessario costruirlo questo Governo lo farà”.
Il premier, Giuseppe Conte, intervenendo alla conferenza stampa di fine anno, su domanda sempre di RadioRadio in merito allo Stadio, dopo aver premesso “Sono tifoso della Roma, non mi sfidi su una debolezza o una passione”, aveva detto: “la Giunta Raggi ha ottenuto un risultato fin qui meritorio. C'era già un'interlocuzione dell'amministrazione precedente con la società Roma e con il costruttore per questo importante progetto infrastrutturale, progetti che danno sempre un valore aggiunto alla comunità. C'erano delle torri nel progetto iniziale, la riformulazione della giunta Raggi lo ha migliorato, ora è progettato secondo le più avanzate tecnologie, per come è indirizzato è anche all'avanguardia e noi siamo sensibili ai temi dell'economia circolare”. In merito alla dibattuta questione della costruzione del Ponte di Traiano, il Presidente del Consiglio aveva risposto: “Non conosco così bene il dossier, se è un asse strategico essenziale il governo non si sottrarrà dopo tutte le necessarie valutazioni”. 
Dopo Conte, quindi, anche Toninelli segue la strada già tracciata dal Pd che con i ministri Lotti e Delrio, aveva ipotizzato che il Ponte di Traiano potesse essere realizzato con soldi pubblici. 
In sostanza, perciò, per risolvere le grane create dalla Giunta Raggi e dalla sua decisione di tagliare le opere di mobilità pubblica pagate dai privati per poter giungere al taglio delle cubature concesse a compensazione, sarà il Governo a dover intervenire.


RIFORMA CONI, LO SPORT SI FERMA


La strada della riforma del Coni intrapresa nei mesi scorsi dal Governo rischia di azzerare tutte le attività sportive almeno fino ad aprile.
Questo è quanto emerge dalla lettura di una lettera firmata da Carlo Mornati, segretario generale del Coni, e indirizzata ai Presidenti, ai Segretari e Delegati provinciali del Comitato Olimpico.
Nel testo si legge: “con riferimento al riassetto del Coni e del sistema di finanziamento dello Sport di cui all’articolo 1, commi da 629 a 633 della legge 30 dicembre 2018 numero 145, vi informiamo che il budget Coni per l’esercizio 2019, approvato dal Consiglio nazionale con propria deliberazione del 26 ottobre 2018, sarà oggetto di rimodulazione ai fini della ripartizione delle risorse tra Coni e Sport e Salute Spa”.  
Sfrondando dal burocratese, la legge di riforma del sistema di finanziamento dello sport deve ancora passare per la effettiva divisione dei fondi fra il Coni e la Sport e Salute, la società che, secondo il Governo, dovrà preoccuparsi di gestire le erogazioni dei finanziamenti a tutte le federazioni sportive, attività fino a oggi svolta in via diretta dal Coni.
Prosegue la lettera: “alla luce di quanto sopra, si rappresenta che tutte le attività delle strutture territoriali finanziate o co-finanziate con fondi Coni devono intendersi, al momento, sospese in attesa della nuova ripartizione delle risorse destinate al Coni. Per quanto concerne, invece, le progettualità finanziate interamente con fondi di terzi, le stesse potranno essere attuate nei limiti degli stanziamenti comunicati dai soggetti eroganti. Si specifica che dovrà essere garantita l’apertura delle sedi per l’ordinaria amministrazione e potranno essere svolte tutte quelle attività che non prevedono impegni di spesa”.
Anche qui, traducendo dal burocratese, le sedi vanno tenute aperte, si possono portare avanti o quelle iniziative che sono gratis o quelle interamente finanziate da soggetti terzi, quindi non dal Coni o dalle Federazioni, e solo nei limiti del finanziamento esterno ottenuto.
Per quelle che, ordinariamente, sarebbero state finanziate con i fondi del Coni, invece, si dovrà attendere l’esecutività della riforma del settore con l’assegnazione dei fondi alla costituenda Sport e Salute.
Se va bene, quindi, almeno 3 o 4 mesi di stop a qualsiasi attività onerosa: la Sport e Salute dovrà entrare nella sua piena operatività prima di poter procedere all’erogazione effettiva dei finanziamenti. 
La riforma voluta dal Governo Conte va a modificare le leggi varate da Tremonti nel 2002 che avevano dato vita all’attuale sistema: da una parte il Coni, dall’altra la Coni Servizi che diventava società strumentale della prima. La Coni Servizi era partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia e lavorava per il Coni con un contratto di servizio, gestendo i Centri di preparazione olimpica, la Scuola dello Sport e l’Istituto di medicina e Scienza per lo sport. Al Coni rimane la gestione dei finanziamenti alle Federazioni sportive.
Il nuovo assetto deciso dall’attuale Governo prevede che la Coni Servizi cambi nome, diventando Sport e Salute SpA, e che sia questa a distribuire i finanziamenti alle Federazioni sportive. Quindi, il controllo dei soldi per il mondo dello sport passa dall’organo di autogoverno dello sport, il Coni, a una società i cui vertici sono espressione del Ministero delle Finanze.    
Ogni anno il Coni gestisce fondi per circa 260 milioni di euro utilizzati per le attività di Federazioni sportive, Enti di promozione sportiva e dei gruppi sportivi militari.


IL CAMPIDOGLIO REGNO DEI BANDI FLOP



Il più celebre è quello per i carro attrezzi. Ma non è che in Campidoglio i bandi di gara se la passino poi tanto bene: tempi lunghissimi per scriverli, spesso sono sbagliati e vengono ritirati o annullati o, banalmente in quanto fuori mercato, vanno deserti.
Per cui, dopo il record dei 6 tentativi falliti per i carrattrezzi che mancano a Roma da oltre 3 anni, ora è il turno del bando per l’appalto del 30% del servizio di trasporto pubblico. Che, per altro, è già alla sua seconda gestazione senza frutto obbligando il Campidoglio, che già l’aveva predisposto in enorme ritardo, a scegliere di prorogare per la terza volta il servizio all’attuale gestore, Roma Tpl. 
Questa volta, a rompere le uova nel paniere della Raggi, sono di nuovo i ricorsi al Tar. Ben cinque quelli presentati da alcune delle ditte partecipanti che chiedono ai giudici amministrativi di valutare se sia corretto che il futuro vincitore della gara debba acquistare a prezzo pieno da Roma Tpl autobus che nuovi non sono e che in più di qualche caso sono andati in cenere nei numerosi incendi che hanno allietato il trasporto pubblico romano nell’ultimo periodo.
L’incapacità dell’Amministrazione Raggi a seguire le norme sulle gare d’appalto aveva causato già una prima proroga dell’appalto a Roma Tpl per aver commesso errori nella pubblicazione del preavviso di gara da fare obbligatoriamente almeno un anno prima della gara vera e propria. Poi era stata necessaria una seconda proroga per aver dovuto fare ben 3 rettifiche al bando vero e proprio per correggere una serie di errori clamorosi. Ora, a bando predisposto, c’è il ricorso al Tar per nuovi errori.
Tar che, ieri, ha aperto l’udienza rinviando, però, la decisione al prossimo 20 febbraio. In quella data, il Tribunale dovrà decidere se concedere la sospensiva alla gara, accogliendo i ricorsi delle aziende partecipanti (Autoguidovie SPA, Busitalia, GTM e SIA), oppure no.
In Campidoglio, aleggia un velo di moderata cautela: fra i corridoio di Palazzo Senatorio la battuta che circola è “almeno non ci hanno preso a pesci in faccia”.
La storia del bando per il 30% del Tpl è solo l’ultima in ordine di tempo brutta avventura con le gare. Detto già dei carrattrezzi, impossibile non ricordare il maxi appalto triennale per riparare le buche, quello per le potature degli alberi e quello per pecore e mucche per tosare le erbacce. Poi la grande gara di Atac per comprare 320 nuovi bus, andata deserta e con il Campidoglio che è dovuto correre ai ripari andando direttamente sulla piattaforma Consip per comprarne 270. Ancora: Spelacchio che ha rischiato di nuovo di non esserci, dopo che il Campidoglio aveva fatto un bando basato su liberalità andato deserto, e facendone subito dopo uno con sponsorizzazione aggiudicato da Netflix. Poi, nella scorsa primavera ci fu il bando per il servizio di tesoreria, andato deserto così come il bando per la manutenzione del verde in 6 impianti sportivi




mercoledì 23 gennaio 2019

ATAC: "CRITICITÀ NOTE, SI PAGA IL GAP DEL PASSATO"


I problemi tanto della metropolitana quanto delle linee bus per il Bambin Gesù sono ben presenti in Atac la cui posizione è sostanzialmente quella del “più di così non possiamo fare, le cose miglioreranno con l’arrivo di nuove vetture”. 
Secondo l’azienda, “sulla metro A purtroppo si è cumulato un deficit manutentivo, a causa della prolungata mancata disponibilità di risorse per investimenti da parte del proprietario dell’infrastruttura, che è la ragione dei disservizi che si verificano. Atac è intervenuta innanzitutto restituendo efficienza alla gestione della linea e i primi risultati sono incoraggianti. Nel 2018, infatti, l'azienda è riuscita a raggiungere integralmente gli obiettivi di produzione previsti dal budget, aumentando di oltre il 7% la quantità di chilometri prodotta rispetto al 2017 grazie a un notevole recupero delle corse perse quell'anno. Il piano di investimenti previsto per le metropolitane romane, di cui alla convenzione firmata oggi tra MIT e Comune, consentirà finalmente di colmare significativamente il gap manutentivo consentendo un ulteriore miglioramento del servizio erogato. Discorso analogo vale anche per i mezzi di superficie, sui quali si è investito in maniera non sufficiente per lungo tempo. E' previsto l'arrivo di 700 nuovi bus e nel frattempo l'azienda si sta attrezzando con noleggi di vetture e attivando manutenzioni straordinarie per altri 700 bus già nel parco. Grazie a questo piano di attività sarà possibile sanare l'anomalia della prolungata mancanza di investimenti che ha generato i disservizi sulla rete a cui assistiamo anche oggi e per i quali Atac si scusa”.

CIRCOLARE FANTASMA PER IL BAMBIN GESÙ


Fra i più gravi disservizi che Atac garantisce all’utenza c’è quello del collegamento con l’Ospedale pediatrico Bambin Gesù al Gianicolo. Il nosocomio sarebbe servito da due linee, la circolare 115 che parte e arriva a via Paola (alla fine di Corso Vittorio Emanuele II) sale sul Gianicolo, giunge fino al Ministero della Pubblica Istruzione a Trastevere, poi torna indietro sempre per il Gianicolo. La seconda linea è la 870 che parte anch’essa da via Paola, sale sul Gianicolo per poi dirigersi per Porta San Pancrazio, costeggiare Villa Pamphilij, passare per i Colli Portuensi, poi Casaletto e, infine, fare capolinea al Trullo. 
Due linee che sono, di fatto, un disastro, specialmente il 115. 
Utilizzando l’account twitter ufficiale dell’Atac (@infoatac) viene fuori che nei primi 22 giorni del nuovo anno, la linea 115 ha funzionato correttamente solo 4 giorni, domenica 6, martedì 8, domenica 13 e domenica 20 gennaio. In ben nove giorni il servizio non è stato proprio effettuato (1, 2, 4, 5, 7, 9, 11, 16 e 17 gennaio). In altre otto giornate, invece, si sono verificati guasti alle vetture che però hanno poi ripreso a girare. Anche se, guardando gli orari, verrebbe quasi da ridere se la cosa non fosse tragica: giovedì 3 gennaio servizio sospeso alle 7.28 di mattina e ripristinato alle 20.28 di sera, in sostanza su 68 corse previste il mercoledì ne sono state effettuate solo 7! Discorso simile martedì 15, fuori servizio alle 8.45, ripristinata alle 21.29. Ieri, poi, doppia rottura: dalle 7 alle 9.04 e poi di nuovo dalle 13.34 alle 16.07.
Quando il 115 si rompe - anche se sarebbe forse più pratico contare quando funziona - per chi deve raggiungere con i mezzi pubblici il Bambin Gesù ci sarebbe l’870. Che, però, in ben 5 occasioni ha dato forfait. Il 1, il 2, il 5 e il 17 gennaio completamente out, mentre giovedì 3 si è fermato fra le 12.53 e le 14.36 mentre per il giorno dopo, giovedì 4, lo stop è stato “solo di una mezz’oretta, fra le 8.03 e le 8.35 di mattina. Per il 17, giorno di sciopero, @infoatac riporta le due linee non attive per guasto vetture e non per agitazione sindacale. Ovviamente, le vicissitudini di 115 e 879 sono solo la punta di un iceberg. È sufficiente interrogare @infoatac per vedere lo stato di un disastro: solo ieri, per guasto alle vetture erano ferme la 731, la 188, la 541, la 52, la 089, la 228. 

METRO LUMACA, ODISSEA QUOTIDIANA. E I FONDI IN ARRIVO NON BASTERANNO


Scale mobili rotte, piove nelle stazioni, salto del tornello, personale di stazione assente o così impegnato da non accorgersi di quanto avviene dall’altro lato dei vetri del gabbiotto: fino a poche settimane fa, il peggio che potesse capitare a un utente della metro era di scendere a Spagna o Barberini la mattina e non poterci risalire la sera perché chiuse all’improvviso. Ora, dall’inizio del nuovo anno, si sommano a questi disservizi, odiosi quanto quotidiani, anche un trasporto che rallenta a singhiozzo. “Metro che va singhiozzo. Si ferma ogni 4 metri. Riparte. Si ferma di nuovo inchiodando. Almeno 10 minuti tra una fermata e l’altra. Non è un viaggio di ritorno a casa , è un sequestro di persona”, scrive Michel Fabio Lopes nell’odissea quotidiana del rientro a casa sulla linea A. 
Tralasciando le vicende di scale mobili e ascensori rotti, da inizio anno si stanno verificando con sempre maggiore frequenza ritardi nella marcia dei treni, lunghe attese alle stazioni, tempi di percorrenza che raddoppiano, quando non direttamente stop alle linee. 
Scorrendo gli appelli dell’utenza alla ricerca di informazioni sull’account twitter ufficiale di Atac (@infoatac) questa lunga serie di piccoli e medi disservizi si snocciola con cadenza quotidiana: limitandosi solo agli eventi maggiori si va dalle attese di almeno 5 minuti fra un treno e l’altro, fino a tempi da treno regionale. Poi, linee rallentatissime: la A che marcia a singhiozzo quasi tutti i giorni, la B che va pianino pianino e qualche volta si ferma del tutto (8 e 15 gennaio), la C che va in lentissima agonia. E, ancora, stazioni che chiudono all’improvviso, convogli che si fermano magari con odore di bruciato. Fino agli ultimi eventi dei giorni scorsi.
Insomma, l’anno 2019 sembra essere iniziato nel segno della metro lumaca a sorpresa: oggi c’è domani non si sa. Qualcuno avanza delle spiegazioni tecniche per questa serie di disservizi, prevedendo, per altro, un loro peggioramento. 
MetroXRoma in una lunga analisi tecnica, spiega: “la Linea A soffre un problema di saturazione. L’apertura della Linea C a San Giovanni, unita ad un trasporto superficiale sempre meno efficiente e competitivo, ha comportato la formazione sempre più frequente di iperpunte. Il tentativo di far fronte a questo, cercando di aumentare la produzione del servizio, si è scontrato con i problemi intrinsechi di un’infrastruttura sottodimensionata. Sulla linea vi è un cronico problema manutentivo: la scarsa manutenzione straordinaria perpetrata negli anni, dovuta ad una lentezza amministrativa di Comune e Ministero, ha indotto un aumento dei costi di manutenzione ordinaria. Questi hanno comportano, a parità di risorse, una manutenzione ordinaria sempre meno efficace”.
Né, per altro, l’arrivo dei 425 milioni di euro per i quali il sindaco Raggi e il ministro delle Infrastrutture, Toninelli, hanno siglato ieri l’accordo, sarà risolutivo: di questi fondi, solo 40 milioni saranno investiti, con tempi ancora molto lunghi, per sostituire i binari e realizzare un nuovo sistema di controllo del traffico. 


IL SOGNO PARALIMPICO ORA È REALTÀ


Finalmente, dopo oltre un anno e tre mesi dalla presentazione ufficiale alla stampa con l’intervento del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 26 settembre 2017, il Centro di Preparazione Paralimpica del Tre Fontane all’Eur inizia a funzionare sul serio.
Da qualche settimana, infatti, sono iniziate le attività di nuoto all’interno delle piscine del Centro, piscine che erano rimaste chiuse per anni, generando, tra l’altro, un enorme aggravio di spese di manutenzione dovuto alle muffe formatesi sui muri.
Il Centro ha iniziato ad ospitare i primi atleti disabili all’inizio del 2018 e ora, appunto, iniziano anche i corsi di nuoto.
Corsi ai quali possono partecipare atleti con disabilità fisica, visiva o intellettiva e relazionale. E, paradossalmente, sono le persone affette con disabilità minore quelle con maggiori difficoltà. Nella presentazione, infatti, viene spiegato che spesso chi è affetto da una disabilità minore incontra maggiori problemi di accettazione, teme in qualche modo di essere scoperto come disabile e, se già atleta, ha anche paura di dover lasciare le competizioni della Federazione Nuoto. Inoltre, il Centro Paralimpico, per aiutare le società sportive civili o dei Corpi militari nei quali militano atleti disabili corrisponderà un’indennità di preparazione  e una serie di incentivi economici all’atleta stesso. 
La storia del Centro di Preparazione Paralimpica è particolarmente travagliata. L’area, in totale, è grande 70mila metri quadri, dei quali il 40% è di proprietà dell’Ente Eur e il restante del Campidoglio che, già in epoca Veltroni, lo diede in concessione al Comitato paralimpico. 
I “guai” per il Tre Fontane nascono dai rapporti fra Eur e Comune con il primo che, dotato di una propria contabilità di cui risponde alla Corte dei Conti, era sì pronto a cedere il terreno ma chiedeva in cambio delle compensazioni edilizie per non incorrere nelle censure dei magistrati contabili. 
Di fatto, questa situazione aveva bloccato il completamento del Centro delle Tre Fontane cui, comunque, mancano ancora una serie di elementi, come il Palazzetto dello Sport, il centro di medicina e, soprattutto, la foresteria. Quest’ultimo edificio è in realtà fondamentale per consentire al Centro di poter ospitare atleti anche di altre Regioni e non ridursi ad essere un luogo di allenamento “di quartiere”. È infatti difficile, per un atleta disabile che non risiede a Roma, l’idea di poter raggiungere il Tre Fontane quotidianamente per allenarsi. La foresteria, dunque, diverrebbe l’elemento fondamentale per fare del Tre Fontane il centro di riferimento nazionale per gli atleti affetti da disabilità.
Quando, a settembre 2017, Luca Pancalli, presidente del Comitato Paralimpico italiano, presentò ufficialmente il Centro, venne annunciato che Eur e Campidoglio - in quell’occasione era presente sia il sindaco Raggi che l’assessore allo Sport, Frongia - si sarebbero presi un anno per risolvere il problema del contenzioso sui terreni. Anno abbondantemente passato e, se non ci saranno altri problemi, a breve dovrebbero iniziare i lavori per Palasport, foresteria e centro di medicina.