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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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giovedì 27 agosto 2020

ATAC, NUOVA STAGIONE SOLITO CAOS

Si riparte come si era chiuso: con scale mobili ferme, flambus, disagi e disservizi. Il mese di agosto non ha certo alleggerito la disastrata situazione di Atac: ieri ferme per ore tutte le scale mobili in uscita dalla stazione della metro B di Castro Pretorio. 
Da evidenziare peraltro come Castro Pretorio - con Piramide, Policlinico, Bologna, Tiburtina F.S., Quintiliani, Monti Tiburtini, Pietralata, Santa Maria del Soccorso, Rebibbia - è una di quelle stazioni dove scale mobili e tapis roulant devono essere completamente revisionati nel 2020 per l'obbligatorio check dopo 20 anni di vita. Trattandosi di manutenzione straordinaria l’appalto è di competenza diretta del Campidoglio e non di Atac ed è stato vinto dalla Schinlder con una spesa per il Comune di poco più di 9 milioni di euro per sostituire 22 scale mobili, 22 ascensori e 4 tapis roulant. Solo che al momento non si ha traccia di questi cantieri.
E così, per non farsi mancar nulla, ieri a Castro Pretorio le scale mobili erano offline come a Piramide, Bologna, Eur Magliana. E come da oltre 48 ore sono ferme anche le scale mobili di Battistini che, però, sono già state cambiate per la sostituzione ventennale con la fermata chiusa per mesi a causa dei soliti ritardi del Campidoglio grillino nel programmare e poi gestire l’appalto.
Per non farsi mancare nulla, poi, lunedì pomeriggio nuovo flambus, sulla Togliatti all’altezza della Prenestina: bus vuoto vecchio di 15 anni, Mercedes Citaro, fuori servizio, con principio di incendio spento dai vigili del fuoco. Il computo totale dei bus flambé, quindi, sale a 19 da inizio anno, con 15 vetture scomparse dalle rilevazioni a causa dei danni provocati dal fuoco.
Non bastasse la gestione dell’ordinario, anche le polemiche politiche tengono banco. I Verdi, prendendo spunto da uno studio di Agenzia della Mobilità sul rientro a scuola, chiedono alla Raggi di adottare una “rigida regolamentazione differenziata degli orari di uffici pubblici, scuola, commercio, servizi”. 
Il Pd, invece, denuncia come il bando emanato da Atac per la ricarica di un nuovo direttore generale sembri “una tavola apparecchiata per usare un termine caro alla Sindaca, per qualcuno dei soliti noti amici degli amici. Forse un direttore generale che si è distinto nel suo operato soprattutto con le aziende comunali spinte nella peggiore crisi della loro storia”. Il nome non c’è ma in Campidoglio c’è un solo Direttore Generale. “Il 4 settembre (data di scadenza del bando, ndr) chiederemo immediatamente la  lista dei curricula pervenuti sperando di non trovare i nomi di chi vorrebbe sopravvivere al mandato della Raggi, spostandosi dal Campidoglio ad Atac”. Abbiamo cercato il DG del Campidoglio, Franco Giampaoletti, che, però, ha scelto di non commentare limitandosi a ricordare come la scelta del DG spetterà all’Amministratore Unico di Atac, Giovanni Mottura.

L’AMMUINA DI PD E M5S

Pelo irto e tanta cagnara ma, proprio come due gatti che litigano, Pd e grillini a Roma sembrano non volersi fare male neanche un po’. Sì, il presidente della Regione e segretario Dem, Nicola Zingaretti, ha attaccato il sindaco di Roma, Virginia Raggi, stando ben attento a non nominarla ma definendola “il principale problema di Roma in questi ultimi anni”. E, sì, qualche esponente grillino è insorto, anche con parole forti, come Max Bugani, che ha invitato Zingaretti a un bagno di umiltà. Ma, appunto, solo tanta cagnara. Il concreto sospetto è che continui la commedia delle parti dei due sodali che di giorno si spartiscono le poltrone a Palazzo Chigi e di notte si insultano sui social a beneficio delle curve dei rispettivi tifosi.
Dopo i risultati delle elezioni regionali e del referendum sul taglio dei parlamentari - nel Lazio si sommano anche 36 rinnovi di sindaci dei quali 11 di città con popolazione superiore ai 15mila abitanti e alcuni centri (Colleferro, Fondi e Terracina sugli altri) di particolare significato politico - inizierà la vera corsa su Roma che, al momento, vive di tante chiacchiere e poche certezze.
Ad oggi la sola certezza è che Virginia Raggi corre per il bis.
Le rilevazioni di gradimento (che confortano molto il mondo grillino) accreditano alla Raggi un 20 percento di consenso. Ma è un dato che dovrà essere per forza rivisto al ribasso quando arriveranno i nomi alternativi di sinistra e di destra. Del resto, da quando la Raggi siede a Palazzo Senatorio i 5Stelle nella Capitale hanno collezionato un’impressionante serie di sconfitte elettorali con erosione costante del consenso: politiche, regionali e suppletive nei Municipi hanno testimoniato l’incapacità dei grillini di reggere alla prova delle urne. E non si vede davvero come il trend possa invertirsi visto lo stato di totale degrado e abbandono della città a qualunque livello. Inoltre, per la Raggi c’è da contenere il dissenso interno - le difese di Virginia sono molto d’ufficio e molti dei suoi sono quanto meno tiepidi sulla sua ricandidatura - e da aggregare gente realmente spendibile nelle liste civiche di sostegno.

ZINGARETTI VS RAGGI


“Serve una grande alleanza che ridia alla Capitale quello che merita e questo non coincide con l'attuale sindacatura che credo che sia stata il principale problema di Roma in questi ultimi anni” con questa frase il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha chiuso (almeno per ora) a qualunque accordo con i 5Stelle e il sindaco di Roma, Virginia Raggi, sull’ipotesi di ricandidatura dell’esponente grillina. 
Ovviamente, è subito partita la replica mediatica dei grillini contro Zingaretti: silenziosa la Raggi (in altre occasioni come sui rifiuti in prima linea per rispondere a Zingaretti), per suo conto sono usciti Max Bugani, il suo capostaff ed esponente di spicco dell’élite pentastellata, l’assessore al Personale, Antonio De Santis, il capogruppo in Campidoglio, Giuliano Pacetti, e l’ex capogruppo, Paolo Ferrara, la senatrice Barbara Lezzi. Controreplica del Pd romano e pomodori che volano un po’ dappertutto. Certo, le difese della Raggi sembrano molto d’ufficio e relativamente poco “di peso”, così come le risposte del Dem capitolini tanto da lasciare ancora aperto il dubbio che sia solo una “ammuina” legata più alle alleanze per le Regionali che altro. Dentro il Pd coesistono due correnti di pensiero: un candidato “debole” tanto quanto la Raggi e poi al secondo turno si vedrà chi appoggiare. Parole del genere le può dire solo chi non conosce Roma, chi non conosce Virginia e chi non capisce una mazza di politica. Datti una registrata, fenomeno, e fatti un bel bagno di umiltà” (Bugani). Oppure c’è la sempreverde carta della “mafia” (che per i giudici a Roma non c’è) ma c’è per Pacetti, Ferrara e De Angelis che esaltano la “lotta” alla mafia condotta dalla Raggi. Poi c’è la senatrice Lezzi che si meraviglia di “come qualcuno tra i vertici ancora parli con questo personaggio per condividere strategie”, anche se di questo dovrebbe parlarne con Vito Crimi e Luigi Di Maio, visto che stanno al Governo assieme.
Oppure un candidato “simil-grillino” che, al ballottaggio, sia in grado di assorbire i voti degli elettori 5Stelle senza necessità di apparentamenti formali. Fra i grillini permane l’idea che la Raggi sia in grado di arrivare al ballottaggio con un 20-25 percento dei consensi. Fatto sta che alle affermazioni di Zingaretti, Bugani, Ferrara, Pacetti, De Santis, Lezzi, reagiscono comunque con veemenza sottolineando come “
A rispondere ai fuochi d’artificio grillini, un tweet del capogruppo Pd in Campidoglio, Giulio Pelonzi (“La corte dei miracoli della Sindaca dovrebbe preoccuparsi dei suoi errori e degli elettori delusi che la manderanno a casa”) e una nota del Pd capitolino in cui, dopo la lunga doglianza delle cose che non vanno, si legge; “Bugani, insieme all'assessore al Personale De Santis, sono solo giullari di una corte ormai decadente, assediata anche da lotte intestine”.

GUERRA NEL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO


Sei sentieri riaperti su 73 non bastano ad evitare la guerra estiva (semi)fredda nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise fra il direttore, Luciano Sammarone, e una fetta di operatori dei vari settori legati al turismo di montagna: cavalli, bikers, fotografi e anche padroni di cani.  
A scatenare la contesa una serie di ordinanze emanate da Sammarone che hanno, secondo l’accusa, bloccato l’accesso in molti sentieri del parco senza tenere in considerazione né le tradizioni né l’economia della zona che vive principalmente di turismo: nella sola Pescasseroli, “capitale” del Parco, stando a quanto affermano gli albergatori, ci sono 35mila posti letto e un indotto annuale pari a circa 100 milioni di euro. 
Il direttore del Parco ed ex comandante dell’allora Forestale (oggi Carabinieri Forestali), Sammarone, il 27 luglio emana una prima ordinanza con cui vieta su 73 sentieri l’accesso ai cani, cavalli e mountain bike. Apriti cielo: dopo il Covid, quando l’economia sembra riprendere e le varie città e paesi del Parco pieni anche grazie agli orsi che girano per le strade, arriva questo blocco.
“Non si tratta - spiega Sammarone - di essere integralisti ma io devo proteggere la fauna: i cani vaccinati possono trasmettere con le feci malattie mortali agli animali selvaggi non vaccinati. Le biciclette stanno distruggendo i sentieri e i cavalli disturbano la vita di orsi, cervi, camosci, lupi e uccelli. E i divieti valgono solo per i sentieri che attraversano le aree di massima protezione”.
Gli operatori turistici, però, non ci stanno e preparano un ricorso al Tar: “Ci viene impedito anche di andare a funghi o raccogliere legna - spiega Silvano Di Pirro rifacendosi agli usi civici - e questo è un provvedimento calato dall’alto che non tiene conto delle esigenze di chi nel parco ci è nato e ci vive”.
“Ma quale calato dall’alto: l’iter di questa ordinanza è lungo tre anni”, ribatte Sammarone che, però, compie un passo verso gli operatori e il 13 agosto riapre sei sentieri disciplinando meglio i divieti e obblighi per i fotografi. Un passo che, alla fine, non soddisfa gli operatori ma potrebbe eliminare il rischio del ricorso al Tar.

BONUS COVID ALLA MOGLIE DI PIROZZI

Il caso bonus Covid, i 600 euro, approda anche in Consiglio regionale del Lazio. A richiedere e ottenere l’aiuto di Stato è la signora Teresa Carbone, moglie del consigliere regionale ed ex sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi. La signora Carbone è “socia accomandataria” della società Punto e Virgola, con sede ad Amatrice, e che risulta in Camera di Commercio avere per oggetto la vendita di giornali, libri e materiale di cancelleria. Insomma, un’edicola anche piuttosto ampia, 48 metri quadri, come ce ne sono molte nei piccoli paesi. 
“Non ho beneficiato del bonus richiesto da mia moglie Teresa autonomamente per mandare avanti la piccola edicola che gestisce ad Amatrice”, afferma Sergio Pirozzi che aggiunge: “Non avrei potuto impedire che effettuasse una legittima richiesta per far sopravvivere la sua attività. Qualcuno pensa che avrei dovuto garantire a mia moglie una ‘paghetta’, mortificando la sua scelta di autonomia economica che ha sempre rivendicato durante tutto il nostro matrimonio? Il mio ruolo in questa impresa è ininfluente sia da un punto di vista gestionale, sia rispetto alla posizione Inps e al conto corrente intestato esclusivamente alla mia consorte”. 
Il problema però è che dalla visura societaria effettuata in Camera di Commercio, se la signora Teresa Carbone risulta socio accomandatario, il socio accomandante è proprio Sergio Pirozzi, al 50%.
Da un punto di vista societario, Pirozzi ha perfettamente ragione: come socio accomandante non ha voce nella gestione dell’attività e ne risponde, infatti, solo in modo limitato. A differenza della posizione della moglie, accomandataria, cui è attribuita l’amministrazione e la rappresentanza della società delle quali risponde in modo illimitato. 
Pirozzi, ovviamente, non ci sta ad essere tirato in mezzo e precisa: “A tutela della mia onorabilità di uomo impegnato nelle istituzioni da 25 anni e di quella della mia famiglia agirò per vie legali contro chiunque tenterà di mettere la posizione di Teresa sullo stesso piano di quella dei politici eletti che, in via diretta hanno approfittato delle gravi lacune che di questa legge, fatto che ho apertamente e pubblicamente condannato fin dal primo momento in cui è emersa la vicenda”.
Solo tre giorni fa, lo stesso Pirozzi sulla propria pagina facebook scriveva: “Una brutta storia, che fotografa bene la distanza che c'è oggi tra una certa politica e le persone comuni. io spero che questi 5 vigliacchi, di qualunque partito siano, si dimettano e chiedano scusa agli italiani e ai loro sacrifici. Sarebbe doveroso. Al centro ci sono sempre le persone: se uno è una brava persona lo è da cittadino e da uomo o donna delle Istituzioni. È questo che fa la differenza. Sempre”.
Colgono al volo l’occasione i grillini alla Pisana: “Siamo sempre stati convinti che chi abbia dei privilegi debba dare, non prendere e reputiamo miserabile la richiesta del Bonus di 600 euro fatta da esponenti politici, che di certo non sono a corto di benefici. Per dovere di trasparenza nei confronti dei cittadini comunichiamo che nessuno degli otto consiglieri del Movimento 5 Stelle alla Regione Lazio si è avvalso della possibilità di avere il Bonus, né mai ha lontanamente pensato di accedere ad una misura destinata a chi stava vivendo un momento di difficoltà. Chi lo ha fatto non è degno di rappresentare le Istituzioni e con tale gesto ha dimostrato una meschineria che non è solo è uno schiaffo a tutti coloro che ne avevano realmente bisogno, ma anche un vergognoso esempio di ingordigia per il quale dovrebbero prima chiedere scusa agli italiani e poi ritirarsi a vita privata”.