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In questo blog mi dedico a guardare con occhio maliziosamente indipendente ciò che accade a Roma - e qualche volta anche nel resto del mondo - soprattutto attraverso ciò che della mia città raccontano i quotidiani. Generalmente prendo in considerazione i tre quotidiani più importanti per vendite e diffusione nella Capitale: Corriere della Sera, La Repubblica e il Messaggero. A volte troveranno spazio anche gli altri quotidiani, la cui lettura è comunque sempre accurata.

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giovedì 6 giugno 2019

STADIO; LA ROMA PROVA A FAR RAGIONARE LA RAGGI


Chi si aveva messo lo champagne in fresco, dovrà aspettare ancora per aprirlo ma finalmente si registrano passi in avanti, forse ancora timidi ma pur sempre in avanti, nella lunghissima querelle tecnica sullo Stadio della Roma di Tor di Valle fra i proponenti - la Roma e Eurnova - e il Campidoglio. 
Il diario ha registrato ieri la riunione numero 107, stavolta una plenaria con tutti gli uffici comunali presenti: urbanistica, mobilità, lavori pubblici. 
Una riunione che sarebbe passata sostanzialmente inosservata come le 106 precedenti se non fosse stato per le dichiarazioni rese dal sindaco, Virginia Raggi, che, martedì sera, ha rilanciato la vicenda Tor di Valle con un atteggiamento duro e puro rivolto a mettere la Roma in difficoltà e a coccolare l’ala malpancista della maggioranza in Consiglio comunale.
Sul tavolo della discussione di ieri pomeriggio sempre il solito tema di fondo: quando poter aprire lo Stadio. 
Da una parte, il Campidoglio grillino, dopo aver cancellato le opere di mobilità da quelle di pubblico interesse in carico alla Roma, cerca ora di mettere una pezza a colori, sfruttando le ambiguità della formulazione della delibera Raggi e vincolando l’apertura di Tor di Valle al completamento di opere in carico alla Regione Lazio (Roma-Lido di Ostia), allo Stato (Ponte dei Congressi) e al duo Comune/Città Metropolitana (via del Mare/Ostiense). 
Dall’altro, la Roma che vuole evitare questo legame dato che nessuno degli Enti pubblici coinvolti è in grado di garantire i tempi di realizzazione delle opere di propria competenza. In sostanza, la Raggi, dando seguito alle idee di Berdini, ha avallato prima e adottato poi l’idea che il Ponte dei Congressi potesse sostituire quello di Traiano e che l’intervento già programmato dalla Regione sulla Roma-Lido fosse sufficiente a garantire un trasporto pubblico adeguato, ottenendo in questo modo minori costi e, quindi, minori cubature a compensazione. Senza, quindi, le tre Torri.
I proponenti hanno avanzato una serie di proposte - preferenziali per i bus in attesa della Roma-Lido ristrutturata; copertura delle maggiori spese per realizzare in sede unica la nuova via del Mare/Ostiense; gestione diretta dell’appalto per comprare i treni per la Roma-Lido - che ora saranno esaminate dagli uffici comunali. Entro un paio di settimane è attesa la risposta che, però, dovrà prima o poi finire anche sul tavolo del sindaco, Virginia Raggi, che dovrà alla fine fare il lavoro per cui è stata eletta: decidere. 

mercoledì 5 giugno 2019

STADIO; IL GIOCO SPORCO DEL CAMPIDOGLIO


Non c’è stato nessun “a margine”, nessuna domanda di giornalisti. Quella di ieri – la dichiarazione del sindaco, Virginia Raggi, sulla questione Stadio di Tor di Valleera una velina che l’Ufficio Stampa del Comune ha fatto veicolare ai giornalisti.
E non è una questione per addetti ai lavori ma investe direttamente il senso delle dichiarazioni del Sindaco.

Queste le frasi di Virginia Raggi: “Il mio unico interesse è che la Roma mantenga gli impegni presi con la città: prima le opere pubbliche per i cittadini, poi il campo di calcio. Prima si uniscono via del Mare e via Ostiense, prima si interviene per potenziare la ferrovia Roma-Lido e poi si fa lo stadio. Sono le prescrizioni della conferenza dei servizi alla quale tutti si devono attenere. Basta chiacchiere. Domani è in programma un tavolo tecnico sullo stadio tra uffici del Campidoglio e società. Mi auguro che domani la Roma porti una proposta definitiva e concreta”.

LA SCORRETTEZZA DEONTOLOGICA
Far passare una velina come se fosse un a margine è una enorme scorrettezza deontologica: non c’è stato nessun giornalista a chiedere di Fiumicino o di Stadio. La dichiarazione di ieri è una precisa volontà mediatica del Sindaco. E dovrebbe assumersene la responsabilità. Anche perché un conto è rispondere a una domanda, un altro è rilasciare un comunicato. Se fosse un poliziesco in tv sarebbe la stessa differenza che passa fra un omicidio premeditato e uno preterintenzionale.

IL GIOCO SPORCO DEL COMUNE
Chiusa la questione della correttezza deontologica, esaminiamo il dettaglio delle dichiarazioni della Raggi.

  • prima le opere pubbliche per i cittadini, poi il campo di calcio
  • Domanda: quali opere pubbliche?


  • Prima si uniscono via del Mare e via Ostiense, prima si interviene per potenziare la ferrovia Roma-Lido e poi si fa lo stadio


Via del Mare/Ostiense
Nel progetto è prevista l’unificazione da Marconi a Raccordo. Ma non la creazione di un’unica sede per la strada.
Ci sono 900 metri, fra lo Stadio e Marconi, in cui la via del Mare e la Ostiense divergono, a causa della presenza di capannoni.

Il progetto entrato in Conferenza di Servizi e lì approvato prevede sì l’unificazione ma non gli espropri dei capannoni e la conseguente creazione di una strada in un’unica sede.

Perché il Campidoglio vuole questa modifica fuori Conferenza di Servizi?
Colpa del Ponte dei Congressi.

L’opera è co-finanziata: 140 milioni di euro dallo Stato e 45 milioni dal Comune. I soldi dello Stato servono per costruire il Ponte e i suoi innesti con l’Autostrada per Fiumicino e la via del Mare. Ma i 45 milioni di euro che deve mettere il Comune servono per progettare e costruire la viabilità locale del Ponte con la via del Mare.
E costerebbero molto di meno di 45 milioni se la via del Mare fosse unita su un’unica sede con la via Ostiense. Ecco perché il Comune vuole che la Roma faccia questa modifica al progetto. Una modifica che va al di là delle prescrizioni della Conferenza di Servizi.

Attenzione, poi: il Ponte dei Congressi è disperso in un limbo dal quale sembra non venire fuori. Non bastasse, il Comune i 45 milioni di euro di propria competenza non li ha e non li ha stanziati.

Quindi, il Comune sta chiedendo alla Roma il favore di modificare il progetto in vista di un Ponte che non si sa quando sarà costruito (dando per buono il se sarà costruito) e in vista di un progetto di viabilità locale che non esiste perché il Comune non ha i soldi per farlo.

Non solo. Ma la Roma ha dichiarato anche la sua disponibilità ad accettare questa modifica – che ha anche un costo stimato fra i 10 e i 20 milioni di euro – ma a condizione che il Comune completi le procedure di esproprio dei capannoni prima della fine dei lavori sulla via del Mare previsti nel progetto approvato in Conferenza di Servizi.
Il Comune, però, per procedere con gli espropri deve aspettare che Città Metropolitana adegui le proprie mappe catastali. Solo che Città Metropolitana non ha un baiocco bucato in cassa, quindi non adegua un bel niente.

Riassunto della Fiera dell’Est:
  • Città Metropolitana deve adeguare le mappe ma non ha soldi per farlo
  • Il Comune dovrebbe procedere a completare gli espropri prima dei lavori previsti sulla via del Mare/Ostiense da progetto Stadio così come approvato in Conferenza di Servizi
  • La Roma in quel caso pagherebbe di tasca propria le modifiche al progetto
  • Il tutto in vista di uno stanziamento che non c’è di 45 milioni di euro del Comune per progettare e realizzare la viabilità accessoria del Ponte dei Congressi che, al momento, è perso in qualche ufficio del Provveditorato delle Opere Pubbliche del Lazio


Invece
  • Il Comune chiede la modifica del progetto approvato in Conferenza senza che il Ponte dei Congressi ci sia, ci sia lo stanziamento dei soldi comunali per la progettazione (che non esiste) della viabilità accessoria del Ponte dei Congressi, che la Città Metropolitana abbia adeguato le proprie mappe e il Comune abbia completato gli espropri il tutto a spese della Roma.


Ovviamente, la Roma non può accettare questa formulazione voluta dal Comune visto che l’unificazione della via del Mare/Ostiense è l’unica opera di mobilità pubblica rimasta a carico del privato e inserita fra le opere di pubblico interesse votate in delibera il cui mancato completamento farebbe decadere l'intero pubblico interesse. 

Roma-Lido di Ostia
Qui la situazione è ancora più paradossale.
L’unica obbligazione rimasta in capo alla Roma così come scritto in delibera Raggi è il versamento di una quota – oggi stimata in 45 milioni di euro – che va sotto il nome di contributo costo di costruzione (CCC). 
Il CCC è la quota in contanti di oneri che chiunque costruisca deve pagare al Comune e viene calcolata in base alle cubature costruite. Normalmente, si fa una prima stima e poi si verifica alla fine delle edificazioni. Quindi la quota di 45 milioni per ora è solo la stima preliminare.
Spetta al Consiglio comunale decidere cosa fare con questa somma: si possono compare autobus, realizzare asili nido, restaurare Palazzo Senatorio, rifare l’asfalto. E non è obbligatorio che sia nel quadrante delle opere che l’hanno generata: in altri termini, il Consiglio comunale l’asilo può costruirlo a Cinecittà o a Cesano, mica per forza a Tor di Valle. I grillini hanno deciso, invece, di destinare questi 45 milioni a comprare nuovi treni da usare sulla Roma-Lido di Ostia.
In teoria, poi, il CCC potrebbe essere diluito nel tempo di validità del permesso a costruire. Il Comune, però i 45 li vuole subito: servono per fare l’appalto per comprare i treni e non è accettabile dilazionarli nel tempo. 

  • Perché la Roma non vuole darli?
  • Perché il Comune ha intenzione di legare il via libera all’apertura dello Stadio al collaudo delle opere pubbliche. 


Detta così sembra tutto bello e giusto.

In realtà è un altro tentativo di giocare sporco.
Le opere pubbliche previste nella Delibera Raggi su cui è stato legato il pubblico interesse e la cui mancata realizzazione comporterebbe la decadenza della delibera stessa e quindi l’annullamento del tutto sono:
  • Fosso del Vallerano 1
  • Fosso del Vallerano 2
  • Stazione di Tor di Valle sulla Roma-Lido
  • Ponte ciclopedonale da Magliana FS a Curva Nord
  • Parco Fluviale
  • Pontili Est e Ovest
  • Golene Est e Ovest
  • Videosorveglianza
  • Unificazione e messa in sicurezza della via del Mare/Ostiense GRA-Stadio
  • Unificazione e messa in sicurezza della via del Mare/Ostiense Stadio-Marconi


Il tutto per un totale generale di quasi 117 milioni di euro.

La versione Marino prevedeva

  • Fosso del Vallerano 1
  • Fosso del Vallerano 2
  • Stazione di Tor di Valle sulla Roma-Lido
  • Ponte ciclopedonale da Magliana FS a Curva Nord
  • Unificazione e messa in sicurezza della via del Mare/Ostiense GRA-Stadio
  • Messa in sicurezza della via del Mare/Ostiense Stadio-Marconi
  • Svincolo x complanari su Roma-Fiumicino
  • Ponte di Traiano
  • Asse di collegamento fra via del Mare e Ponte di Traiano
  • Metro B (o in subordine Roma-Lido)


Il tutto per un totale di quasi 267 milioni di euro.

Notato qualcosa?
Nella versione Raggi, quella di “#unostadiofattobene”, sono spariti gli investimenti per:
  1. Svincolo x complanari su Roma-Fiumicino
  2. Ponte di Traiano
  3. Asse di collegamento fra via del Mare e Ponte di Traiano
  4. Metro B (o in subordine Roma-Lido)


L’idea – nata grazie alla brillante intuizione di Paolo Berdini che la Raggi ha nominato assessore all’Urbanistica e che la Raggi stessa ha portato a compimento dopo l’addio dell’illustre urbanista – era quella che il Ponte dei Congressi sostituisse il Ponte di Traiano e che l’investimento della Regione Lazio sulla Roma-Lido fosse più che sufficiente alla bisogna del trasporto pubblico.
Anche perché la vulgata grillina (forte anche delle sciocchezze del Pd di era Marino) fosse che l’intervento originariamente previsto sulla Metro B (creazione di uno scambio a Eur Magliana, 2,8 km di tracciato, di cui 1,8 nuovi e 1 km già esistente, creazione di una coppia di binari a Tor di Valle affiancati a quelli della Roma-Lido) fosse tecnicamente irrealizzabile per interferenze con il deposito Magliana dove vengono ricoverati i treni per la Metro B e la Roma-Lido. 
In realtà, Atac scrisse nella sua primissima nota che questa sistemazione non era gestibile dall’azienda non che fosse tecnicamente irrealizzabile ma oramai il danno era stato fatto.
Per completezza di informazione, la Metro B avrebbe garantito: un solo tavolo (Comune-proponenti) e l’assenza della rottura di carico (chi fosse salito a Tor di Valle avrebbe proseguito direttamente sulla B potendo scendere in uno dei nodi di scambio come Piramide o Termini).
La Roma-Lido presenta invece solo problemi: tre attori al tavolo, Regione, Comune e proponenti; e la rottura di carico (chi sale a Tor di Valle poi dovrà comunque cambiare per salire sulla B a Eur Magliana, San Paolo Basilica o Piramide).

Ora, tornando alla domanda, perché la Roma non vuole assentire alle richieste del Comune?
Perché, come le parole della Raggi dimostrano (“, prima si interviene per potenziare la ferrovia Roma-Lido e poi si fa lo stadio”), il Comune dopo aver tolto le opere di mobilità dal novero di quelle di pubblico interesse a carico del proponente, vuole subordinare l’apertura dello Stadio alla conclusione dei lavori sulla Roma-Lido. Cosa che è di competenza di un ente terzo, la Regione, rispetto a Comune e proponenti. Ente terzo che non può offrire nessun tipo di garanzie sui tempi di realizzazione dell’opera e che, per altro, non è invitata neanche al tavolo delle trattative sulla Convenzione.


Insomma, prima i grillini hanno stravolto il progetto Marino, togliendo le opere di mobilità da quelle del pubblico interesse a carico del proponente e propedeutiche all’apertura dello Stadio, e ora stanno cercando di reintrodurre solo la parte vincolistica, senza pagare il pegno (le cubature).

O, ancora: la pretesa – inserita nella delibera Marino e rimasta invariata in quella Raggi – che il 50% dei tifosi possa arrivare allo Stadio con il TPL aveva un fondamento nella versione Marino proprio perché sarebbe stata la Roma a costruire queste opere come general contractor, assumendosi quindi una responsabilità verso il pubblico. Ma nella versione Raggi, a parte la formulazione blabla, la cancellazione del ruolo della Roma come general contractor sottrae le opere di mobilità al controllo della Roma e quindi non si può giuridicamente vincolare l’apertura dello Stadio al completamento di opere progettate, gestite, finanziate e realizzate da enti terzi.

CONCLUSIONE: UN GIOCO DAVVERO SPORCO
Tutto questo, quindi, carte alla mano, dimostra che in Campidoglio, per l’ennesima volta, si gioca una partita sporca sulla pelle dei tifosi della Roma da una parte e sui malpancisti grillini dall’altra.
La diffusione di una velina spacciata per una risposta data dal Sindaco a margine di un evento, è un modo al limite del politicamente mafioso per far passare un messaggio.
Messaggio di stile puro e duro, molto grillino, alla vigilia di una riunione che potrebbe risultare decisiva: da un lato si cerca di mettere la Roma nell’angolo, approfittando in modo quanto meno meschino di una stagione sportivamente deludente e della relativa contestazone di parte della tifoseria. Dall’altro, di mandare un messaggio al popolino grillino del “no” e a quei consiglieri comunali che, approfittando della vicenda Stadio, hanno messo sotto accusa l’intera gestione Raggi e entourage del Campidoglio.

OLANDA, A 17 SCEGLIE L'EUTANASIA


Nel profilo Instagram si vede una ragazza bionda, capelli lunghi, qualche sorriso accennato, a volte con un sondino nasogastrico fermato con cerotti ritagliati a forma di cuore, Noa Pothoven. Aveva 17 anni, Noa, e viveva in Olanda, ad Arnhem, città passata alla storia per il famoso “ultimo ponte” sul Reno nell’avanzata degli Alleati nella Seconda Guerra mondiale. 
Domenica scorsa Noa ha smesso di vivere. Lo ha deciso lei: a 17 anni ha preferito l’eutanasia a una vita che sentiva insopportabile. 
Perché Noa era stata violentata. E il peso di questo dramma era diventato troppo difficile da sorreggere.
Noa ha scelto Instagram per annunciare la sua decisione finale. Instagram dove il sondino nasogastrico trova una spiegazione: aveva smesso di bere e di mangiare. Ma, come scriveva: “respiro, ma non ho mai vissuto”.
Ansia, anoressia, depressione, stress post traumatico: in 17 anni Noa ha vissuto tutta la catena dell’incubo condensata in una sola, breve esistenza. In Olanda l’eutanasia è legale ma Noa ha dovuto combattere una lunga battaglia legale al termine della quale ha ottenuto di poter rinunciare alla vita e finalmente riposare, forse, senza incubi.
Aveva scritto anche un libro autobiografico, il titolo in olandese “Winnen of leren”, “Vincere o Imparare” e meno di una settimana fa aveva pubblicato il suo ultimo post su intstagram: una foto, lo sguardo triste e malinconico, accompagnata da un messaggio: “Un triste ultimo post, ho pensato a lungo se lo avrei dovuto condividere qui ma alla fine ho scelto di farlo comunque. Vado dritta al punto: entro massimo 10 giorni morirò. Dopo anni di lotte, la lotta è finita. Ho smesso di mangiare e di bere e dopo difficili confronti è stato deciso che potrò morire perché la mia sofferenza è insopportabile. È finita, non ero viva da troppo tempo, sopravvivevo e ora non faccio più neanche quello. Respiro ancora, ma non sono più viva. Sono seguita, non ho dolore e trascorro tutto il giorno con la mia famiglia (sono nel salotto di casa mia in un letto di ospedale). Sto salutando le persone più importanti della mia vita. Sono molto debole, non inviatemi messaggi perché non posso gestirli e non cercate di convincermi che sto sbagliando, questa è la mia decisione ed è definitiva”.
Dal 2002 l’Olanda, primo paese in Europa, si è dotata di una normativa che disciplina l’eutanasia diretta e il suicidio assistito. In sintesi, la legge olandese consente l’eutanasia a partire dai 12 anni di età. Precondizione essenziale è una certificazione delle autorità sanitarie che la sofferenza del paziente è insopportabile e priva di vie d’uscita. Per le persone fra 12 e 16 anni è obbligatorio il consenso dei genitori. Nel nostro Paese, dopo il dibattito degli ultimi anni, ora è in itinere una proposta di legge dei 5Stelle per regolamentare la dolce morte e il diritto all’obiezione da parte dei medici. 

martedì 4 giugno 2019

ECCO QUANTO "COSTA" AD ATAC LA CHIUSURA DI REPUBBLICA

Novantuno mila biglietti timbrati in meno ogni mese: questo è quanto Atac perde a causa della chiusura della fermata Repubblica della linea A della metropolitana.
Il dato emerge dall’analisi delle timbrature mensili effettuate - fonte Atac, su base mensile, da gennaio 2018 a marzo 2019 - nelle stazioni metro di Termini, Repubblica e Barberini.

In sintesi: ogni mese fino alla sua chiusura, avvenuta il 23 ottobre 2018 a causa del grave incidente che ha visto vittime i tifosi russi del Cska Mosca feriti dal crollo di una scala mobile, ai tornelli di Repubblica si timbravano 318mila 556 biglietti al mese, poco più di 10mila al giorno.
Nello stesso periodo, la media di Termini era di 1milione e 153mila timbrature mensili e a Barberini si superavano le 526mila ogni mese.

Analizzando la variazione successiva alla chiusura di Repubblica dei dati di Termini e Barberini - lo ricordiamo: le due stazioni prima e dopo Repubblica - si scopre che questa variazione, che c’è, è inferiore del 29% a quanto faceva da sola Repubblica stessa. 
In termini numerici, chiusa Repubblica, a Termini si è registrata una media di 235mila biglietti timbrati in più al mese e a Barberini una diminuzione media mensile di 7.700 timbrature, con un saldo negativo di 91mila biglietti timbrati pari a un meno 28,63%.



Non si può, ovviamente, tradurre questa diminuzione in una perdita economica: pur essendo Repubblica una fermata molto turistica per via del gran numero di alberghi, grandi e piccoli nella zona, e quindi con una fruizione di utenza più casuale di altre fermate, non è possibile convertire la diminuzione delle timbrature in un calo di incassi, visto che l’utenza potrebbe essersi spostata sugli autobus. 
Anche perché, l’Azienda ci tiene a presentare i conticini in attivo e sostiene che “il  calo delle validazioni nelle stazioni considerate nel primo trimestre 2019 sul primo trimestre 2018 è stato più che compensato dall'aumento di validazioni sull'intera linea. Nei primi tre mesi del 2019, infatti, su tutta la linea A, le validazioni sono aumentate di oltre il 5% rispetto allo stesso periodo del 2018. A ciò si aggiunga che si è registrato un aumento delle vendite dei biglietti, sempre nel primo trimestre 2019 del 4,9 rispetto al primo trimestre 2018%”.

Al netto del fatto che Atac limita l’analisi al solo primo trimestre e che i conti si fanno a fine anno - ancora in attesa del bilancio 2018 - il nodo qui non è quello economico ma quello di rendere misurabile un disservizio all’utenza. Perché, alla fine, il nodo per Atac non è tanto e solo quello di far soldi quanto quello di trasportare romani e turisti, lavoratori e studenti, in giro per la città. 
L’analisi dei dati, poi, evidenzia anche come si sia modificato il comportamento dell’utenza al perdurare della crisi dovuta alla chiusura di Repubblica. 

Nel primo mese, novembre 2018, infatti, il saldo di Termini e Barberini è in attivo: 250mila timbrature in più nella prima e 93mila in più nella seconda stazione, portano il totale generale dei biglietti obliterati nei tornelli a +343mila, con un saldo positivo, quindi, di quasi 25mila biglietti timbrati in più (+7,8%) rispetto ai 318mila che Repubblica faceva in media da sola.
La pazienza, però, è durata solo un mese. A dicembre, si va in rosso: la copertura offerta da Termini e Barberini sfiora appena i 160mila biglietti timbrati contro i 318mila che Repubblica faceva da sola, quindi con un -158mila pari a un -50%. A gennaio, il calo è più contenuto ma sempre consistente: il saldo è -114mila tibrature, cioè -35%. A Febbraio, si sprofonda ancor di più con la peggiore performance registrata: -171mila biglietti in meno, pari a -53%. A marzo, invece, complice la stagione che registra sempre un aumento dell’uso della metro, il calo si arresta a soli -36mila biglietti (393mila a Termini e -111mila a Barberini) con un meno 11%.


Va, inoltre, evidenziato come per Barberini abbia giocato un ruolo non piccolo il lungo apri e chiudi della stazione che si è registrato nel periodo delle feste natalizie: al mattino aperta, nel pomeriggio chiudeva, magari apriva solo alla discesa dei passeggeri e quindi non era accessibile in entrata, e così via. Un balletto registrato il 7 e 8 dicembre, poi una chiusura totale l’11, kl 12 e il 13 dicembre e poi di nuovo parziale dal 14 al 19 dicembre, il 12 marzo, il 21 marzo fino alla chiusura totale avvenuta il 23 marzo.
Valzer apri e chiudi che ha riguardato anche Spagna: chiusure parziali il 10 e il 23 novembre, l’8 dicembre (ma qui c’era il Papa per la festa della Madonna a piazza di Spagna), dal 15 al 17 dicembre, il 19 e il 23 dicembre; chiusure totali il 29 e il 30 novembre, dall’11 al 14 dicembre, ancora il 18 dicembre, fino allo stop definitivo durato dal 23 marzo al 7 maggio.

Per analizzare, però, quanto queste chiusura abbiano avuto effetti - Barberini è ancora chiusa e Repubblica non aprirà prima di altre 6 settimane, cioè a metà luglio - sarà necessario attendere che Atac renda disponibili dati più aggiornati, rispetto a quelli consegnati fino ad ora.

sabato 1 giugno 2019

CAOS RIFIUTI; ROCCA CENCIA NON RIAPRE


Quanto meno fino a domenica 2 giugno l’impianto di trattamento meccanico biologico di Rocca Cencia non riaprirà i battenti. La rottura - avvenuta giovedì 30 e denunciata dai sindacati, Cgil in testa - del nastro trasportatore ha messo fuori servizio l’ultimo impianto di trattamento dei rifiuti di proprietà di Ama, un impianto che tratta 750 tonnellate al giorno di rifiuti indifferenziati e che, da ieri, devono essere trattate altrove, in uno degli altri impianti presso cui già oggi Ama si serve, a partire da quelli di Manlio Cerroni e a quelli in Abruzzo.
In una nota diffusa ieri pomeriggio, Ama afferma che sono “proseguite le operazioni dei tecnici per riparare il guasto al nastro di evacuazione degli scarti dell’impianto di trattamento meccanico biologico di Rocca Cencia, che ha causato la temporanea indisponibilità della struttura”, annunciando che “L’azienda conta di ripristinare la piena funzionalità dell’impianto entro questa domenica”.
Dopo l’appello di giovedì ai romani per effettuare con ancor maggiore attenzione la raccolta differenziata proprio per ridurre al minimo l’impatto dell’indifferenziato trattato a Rocca Cencia, Ama ha anche ribadito che è in corso “un lavoro di verifica e controllo puntuale sui conferimenti delle utenze non domestiche, in particolare bar, ristoranti ed attività di ristoro. Tecnici operativi territoriali, anche nei prossimi giorni, proseguiranno l’azione di contatto diretto con queste utenze, sensibilizzando e spingendo gli esercenti ad utilizzare al meglio il servizio di raccolta differenziata “porta a porta” a loro dedicato”. 
L’obiettivo è quello di migliorare la qualità e la quantità dei materiali differenziati prodotti da queste utenze, ma anche mantenere fruibili i cassonetti stradali per i rifiuti domestici correttamente separati dalle famiglie. 
Tuttavia si rianima il dibattito politico intorno al problema rifiuti che, oramai al terzo anno della Giunta Raggi, si è, se possibile, anche aggravato di mese in mese. 
Il presidente della Commissione Trasparenza, Marco Palumbo (Pd), punta il dito contro i bilancio Ama 2017 e 2018 la cui presentazione appare ancora lontana; per l’ex assessore all’Ambiente della Giunta Alemanno, oggi delegato alle tematiche ambientali di Fratelli d’Italia, Marco ViscontiDopo il rogo che ha messo ko il Tmb Salario e con i due impianti privati di Malagrotta, impiegati a mezzo carico fino a settembre per lavori di manutenzione, il collasso del Tmb Rocca Cencia, spinto alla massima efficienza con presidi continui h24, era assolutamente prevedibile”.
Da ultimo, fronte Regione Lazio, dopo la preoccupazione espressa dall’assessore all’Ambiente di Zingaretti, Massimiliano Valeriani, circa l’assenza di un pari grado in Campidoglio, l’appello di Donato Robilotta, ex assessore alle Riforme Istituzionali: “Cari Raggi e Zingaretti, chiamate di corsa Cerroni prima dell’emergenza sanitaria.